Monza, primo pomeriggio del 20 giugno 2001
Ogni giorno a quest'ora Giulio apriva la porta di casa. Raramente tale abitudine subiva variazioni. Il suo rientro rappresentava una certezza: poteva diluviare come in una foresta pluviale o il sole infiammare rabbiosamente le carrozzerie delle auto; le nubi potevano essere basse e pesanti come l'uggioso autunno londinese, oppure la neve adagiarsi morbida e lenta sulla città come lo zucchero a velo accoccolato sulle chiacchiere di carnevale. Giulio ogni giorno compariva sulla soglia di casa spettinato, col casco in mano e il giubbotto da motociclista già aperto sul davanti per guadagnare tempo. A volte era zuppo di pioggia, altre infreddolito, altre ancora accaldato come se fosse appena uscito da un bagno turco. Però era sempre lui invariabilmente.
Dopo pochi passi in casa, Giulio appoggiava le chiavi della moto nel vuota tasche e lasciava il moderno elmo sulla sedia dell'ingresso, spesso asciugandolo con una pezza. Tintinnio scoccato da incontri metallici seguito dal tonfo ovattato sulla seduta di legno, fruscio del cotone sulla fibra di carbonio.
Piccole azioni meccaniche, rumori consueti, profumi e odori familiari: tanti minuscoli dettagli che, messi assieme o pescati dalla memoria uno alla volta, compongono l'essenza di una presenza indispensabile, divenuta mancanza straziante di una persona che ora non è più.
Quando la consuetudine del rito quotidiano semplice ma costante cessa all'improvviso per una fatalità, lascia un vuoto paragonabile all'amputazione di un arto. La sensazione è quella: come se la vita diventasse monca. Dopo accade che sempre, in ogni istante della giornata, in ciascuna azione e persino in tutti i pensieri si faccia largo la sensazione tattile dell'assoluta mancanza di una parte di sé creduta essenziale eppure data per scontata. Chi mai si accorge della preziosità della mano mancina finché questa non viene a mancare? Fino a un attimo prima era al suo posto, pronta a funzionare a dovere ogni qual volta ve n'era la necessità, senza mai apparire in primo piano, eppure essenziale nella sua compresenza da attrice non protagonista. Eppure basta una piccola ferita, una storta, una slogatura per accorgersi che quella consuetudine data per scontata si trasforma in mancanza insostituibile. E non solo fisica, soprattutto psicologica. E Giulio non era l'arto sinistro, per Flora era ed è molto di più: è entrambe le mani, l'intero cuore e persino il centro propulsore delle sue idee. L'assenza del suo uomo le ha portato via arti, sentimenti e neuroni. Ora le resta quel poco che basta per proseguire una vita dignitosa e occuparsi di loro figlia. E sperare sempre e comunque che qualcosa accada per cambiare la sorte o almeno per colmare quell'abisso in cui si sente precipitata.
Nadia apparecchia la tavola sulla terrazza ombreggiata mentre Flora si adombra di ricordi. Fantastica che alle loro risa spensierate si possa aggiungere proprio in quel momento la calda presenza di Giulio. Forse lui avrebbe provato fitte acute di dolorosa gelosia notando il bel rapporto di amicizia instaurato di nuovo tra le ex compagne di liceo. Flora gli avrebbe spiegato che si tratta solo di un appiglio prezioso a cui si è aggrappata per non sprofondare nella solitudine disperata.
Conoscendolo, Flora sa che a lei avrebbe accordato piena fiducia, ma non a Nadia, dichiaratamente lesbica. Giulio ha sempre desiderato Flora tutta per sé: compagna, amica, amante senza interferenze esterne. Il suo desiderio per lei è stato talmente totalizzante da avergli impedito di avere altre donne. Non gli sono mancate le occasioni, bensì la volontà: Flora era il centro propulsore e accentratore dei suoi desideri. Mai alcuna sbandata, nessuna avventura extra coniugale. Una fedeltà non ricercata, ma semplicemente vissuta profondamente, al punto da sentirsi quasi imbarazzato durante le bevute di birra con i colleghi quando tutti raccontavano le proprie scappatelle mentre lui non aveva alcuna trasgressione da condividere.
Una volta Giulio partecipò a una festa di addio al celibato di un collega. Nel privèe si materializzò una strepitosa bionda fasciata in una tuta leopardata, con orecchie a punta ed evocativi stivali di vernice nera alti fin sopra al ginocchio. A ritmo di musica assordante la sexy gattona, con studiate movenze sinuose e ammalianti, cominciò una danza strusciandosi prima sul palo lucido, poi facendo le fusa con il pubblico maschile: a cavalcioni sopra uno, baciando un altro, sbottonando la camicia di un altro ancora. L'atmosfera surriscaldata da birra e super alcolici e la voglia di trasgressione trasformarono i più esagitati in irrefrenabili lupi bramosi di sesso. La ragazza ci sapeva fare: riusciva a dosare perfettamente la provocazione bloccando con fermezza gli atteggiamenti eccessivi.
Sotto lo sguardo vigile di un paio di buttafuori, la pantera salì sul tavolo e iniziò un rapido spogliarello salvando solo un minuscolo duepezzi e gli stivali. Si mise carponi e invitò il festeggiato a raggiungerla. Il giovane, ubriaco, si posizionò dietro di lei e simulò un amplesso tenendola ai fianchi. La ragazza sembrava gradire, così lui le tolse il reggiseno, lanciandolo agli amici come un trofeo di caccia. Il caldo spinse molti a mettersi a torso nudo e a roteare la camicia in aria. Cori da branchi famelici soverchiavano la musica già ad alto volume.
Giulio gustava la scena con divertente distacco, valutando i comportamenti dei colleghi con cui lavorava gomito a gomito. Constatava quanto il lato animalesco di un uomo soggiaccia sotto un sottile strato di apparente autocontrollo, pronto a esplodere in tutta la sua potente virilità non appena può togliere la maschera perbenista.
Alla fine giunse anche il suo turno: la sensuale felina gli si accomodò sulle ginocchia, porgendogli un piccolo fallo di gomma azzurro. Tra i presenti si levò un'ovazione e cominciò un martellante incitamento affinché il fortunato seguisse l'esplicito invito della ragazza. Nonostante la vampata di calore che gli fece grondare sudore dalla fronte, Giulio rifiutò con un sorriso imbarazzato, passando il testimone a qualcuno più audace di lui.
Al ritorno, raccontò a Flora l'esito della serata senza omettere alcun particolare. Alla precisa domanda negò di aver avuto un'erezione durante la stretta vicinanza con la provocatrice. Disse la pura verità.
"Care signore, sono qui davanti a voi!" avrebbe detto Giulio entrando dalla porta, mal celando l'imbarazzo. Flora e Nadia si sarebbero voltate accogliendolo con entusiasmo.
- Ma queste sono solo fantasie... - commenta Flora a voce alta, poi aggiunge: - Nadia, ho preparato un piatto di pasta fredda veloce, con mozzarelle di bufala freschissime, olive nere, pomodorini Pachino maturi e foglie di basilico innevate da pepe rosa... hai fame?
Nadia siede contenta. Flora rivede Giulio mentre annusa il basilico che adorava. Gli ricordava i profumi della campagna veneta che frequentava quand'era bambino, dove gli zii coltivavano ortaggi dal sapore unico, indimenticato.
- Sarà una pausa veloce - prosegue Flora - perché ho fretta.
- Come sempre... riassumiamo tutto.
Flora annuisce e inizia il racconto.
- Marianna De' Leyva, futura Signora di Monza, era figlia del conte don Martino De' Leyva e di donna Virginia Maria Marino, giovane vedova con cinque figli. Nel 1575 nacque Marianna che, dopo la morte della madre durante la peste del 1576, fu allevata da una zia affetta da grave mania religiosa. Don Martino si risposò in Spagna, mentre Marianna quindicenne entrò nel convento delle Umiliate Benedettine a Monza, dopo che il padre le aveva sottratto quasi tre quarti della cospicua eredità materna. Accanto al convento sorgeva la casa degli Osio, una famiglia di possidenti originaria del Bergamasco che, nonostante vantasse relazioni con l'aristocrazia lombarda, era anche famosa per le sue sopraffazioni. La vicinanza degli edifici favorì la tresca tra la monaca e Gian Paolo Osio.
Flora mangia rapidamente un paio di forchettate di pasta, senza quasi masticare: ha fretta di proseguire il racconto. La precede Nadia, che ha già metà piatto vuoto.
- Questa vicenda di amore e morte iniziò con un delitto. Gian Paolo, infatti, severamente rimproverato dalla monaca per una relazione sessuale con un'educanda, fu accusato dell'omicidio per vendetta di Giuseppe Molteno, agente dei de Leyva per l'amministrazione del feudo di Monza. La feudataria diede quindi ordine di arrestarlo.
Ora è il turno di Flora, che ha approfittato per vuotare il piatto.
- L'ordine di cattura fu revocato soltanto dopo l'intervento della superiora del convento che, cedendo alle pressioni della madre di Osio, impose a suor Virginia il provvedimento in nome dell'obbedienza. Nella primavera del 1598 Gian Paolo andò quindi al convento per ringraziare suor Virginia per l'atto di clemenza. Qui entrò in scena don Paolo Arrigone, curato della vicina chiesa di san Maurizio, che da tempo rivolgeva senza successo le sue attenzioni morbose alla potente monaca.
Mentre si alternano nel racconto, le amiche sono talmente affiatate da sembrare entrambe le ricercatrici.
- Questo prete - prosegue Flora - durante l'inizio della relazione scrisse per Osio lettere d'amore inviate alla donna. In una notte di giugno Virginia accettò di incontrare il giovane nel parlatorio del convento, alla presenza di altre due suore: Benedetta e Ottavia. Da quel momento Gian Paolo iniziò a inviarle doni e talismani magici, tanto che la monaca si convinse di essere vittima di un maleficio architettato dal parroco Arrigone. Ricorse persino a pratiche esorcistiche. Finché una notte di settembre, con la complicità di suor Benedetta e suor Ottavia, incontrò di nuovo Osio che la violentò. Non si videro per qualche tempo, poi gli incontri ripresero e la relazione durò ben nove anni. Nel convento le incursioni notturne di Gian Paolo vestito da monaca si alternarono a quelle di Virginia in casa Osio, aiutati dalla complicità di altre consorelle. I movimenti nel cuore della notte si complicarono col trascorrere del tempo. Osio intratteneva ogni tanto rapporti sessuali anche con suor Benedetta e suor Ottavia, mentre il prete Arrigone dedicava le sue turpi attenzioni a un'altra suora, Candida.
- Era un bordello, non un monastero! - esclama Nadia.
Le donne ridono e l'atmosfera torna completamente rilassata.
- Nel 1602 suor Virginia diede alla luce un bambino morto e due anni più tardi, nonostante i tentativi di abortire, partorì una bambina, chiamata Alma Francesca Margherita.
- Non è vera la leggenda della Monaca di Monza che gettava nel pozzo i bambini di Egidio? - domanda Nadia.
- No, anch'io da bambina avevo più volte sentito questa storia, ma è una menzogna popolare. La bambina sopravvisse e fu allevata dal padre, che la riconobbe legalmente come sua. Fu anche portata più volte in convento dalla madre, ma era tanto brutta che la monaca, vedendola, piangeva lacrime di sconforto.
Flora fa una smorfia. "È impossibile" pensa, "che una mamma possa provare tanto disgusto per la sua stessa bambina. Il pensiero corre ai capelli biondi di Dora, al suo sguardo infinitamente dolce e innocente, alle sue espressioni infantili che le inondano il cuore di tenerezza.
- Che successe? - domanda Nadia sbucciando una pesca matura.
- La situazione precipitò quando la giovane conversa Caterina, figlia di un contadino di Meda, litigò con suor Virginia. Era addetta al suo servizio e sapeva tante cose. Così, pochi giorni prima del capitolare del 1606, minacciò di riferire a monsignor Pietro Barca della curia milanese quanto parecchi ormai sapevano, dentro e fuori le mura del convento.
- Uhm... spiegati meglio. Cos'è un capitolare e chi era questo Barca?
- Nel corso del capitolare si sarebbe dovuta eleggere la nuova superiora, carica alla quale suor Virginia aspirava. Pietro Barca era atteso al monastero per quella circostanza.
- Così va meglio - commenta Nadia - quindi sarebbe arrivato in convento un alto prelato esterno al feudo... e quale occasione migliore per sputtanare la bella monaca? Quindi un ricatto bello e buono.
- Sì, ma suor Virginia non era stupida e corse ai ripari in anticipo. Caterina fu imprigionata con il consenso del confessore del convento dopo una scenata a una monaca di famiglia aristocratica. La notte tra il 28 e il 29 luglio la conversa ventitreenne fu uccisa da Osio con un piede di bicocca.
- Cos'è la bicocca? - domanda Nadia mentre finisce di sparecchiare.
- Era il pezzo di legno e ferro che costituiva l'asse centrale dell'arcolaio. L'omicidio avvenne alla presenza di cinque monache. Il cadavere fu prima occultato in un pollaio e, la notte seguente, trasportato in casa Osio, dove fu decapitato. La testa fu ritrovata solamente a processo iniziato in un pozzo nei pressi di Velate e sepolta nella proprietà di Gian Paolo.
- Porca miseria! Un assassino, cinque testimoni suore e la complicità della feudataria. Ma come hanno fatto a portare fuori dal convento il cadavere di Caterina? - domanda incredula Nadia. Ha iniziato a prendere appunti con la biro sul tovagliolo di carta.
Flora le sorride, sembra una giornalista all'opera. È meraviglioso vedere Nadia così coinvolta nella discussione.
- Avevano aperto una breccia nel muro per far credere che la conversa, nota per la sua scarsa vocazione, fosse fuggita.
- Ma le voci continuarono... - commenta Nadia preparando la caffettiera.
- Osio - prosegue Flora rimanendo seduta a tavola - temendo di essere stato visto mentre, con l'aiuto di suor Benedetta, trasportava il cadavere di Caterina in casa propria, diede ordine a un bravo di uccidere il fabbro Cesare Ferrari, che aveva contraffatto per lui le chiavi del convento. Pensa, pare ne avesse fatte cinquanta copie, perché spesso suor Virginia, dopo gli incontri con l'amante, in preda al rimorso le gettava nel pozzo!
- Un altro testimone, quindi, ma stavolta fatto fuori. Che altro successe?
- Il testimone più pericoloso per i due amanti restava lo speziale Rainerio Roncino, fornitore del convento, che aveva preparato svariati intrugli per far abortire suor Virginia. Osio ordinò di ucciderlo, ma l'archibugiata del bravo non raggiunse il bersaglio. Dopo l'attentato cominciarono le indagini da parte dell'autorità civile e don Pedro Enrìquez de Aáevedo conte de Fuentes, governatore spagnolo di Milano, fece arrestare e imprigionare Osio a Pavia durante il carnevale del 1607.
- A Pavia? Che ci faceva là, Osio?
- Pare fosse fuggito. Iniziarono quindi anche le indagini dell'autorità religiosa, intensificate dopo la fuga a ottobre dal carcere di Pavia di Gian Paolo che, ancora grazie alla complicità delle monache, riuscì finalmente a chiudere la bocca allo speziale. Con la scusa di un medicinale per suor Virginia Rainerio Roncino fu convinto ad aprire di notte la porta della sua bottega, cosicché il sicario poté sparargli: stavolta fu un colpo a bruciapelo. Ricercato, Osio si rifugiò nel convento, ma il mattino del 25 novembre suor Virginia fu arrestata dal vicario criminale della curia e trasferita a viva forza nel monastero milanese delle Benedettine di sant'Ulderico, dette monache del Bocchetto, dopo che aveva tentato di scagliarsi armata di spada contro il prelato e i suoi uomini.
- Che bel temperamento da virago! - esclama Nadia ridendo. Ha reclinato il capo da un lato e la cascata di ricci scuri le copre parte del petto pieno e sodo.
Flora fa l'occhiolino all'amica e riprende il racconto.
- Il 27 novembre iniziò l'istruttoria con l'interrogatorio delle monache del convento di santa Margherita da parte del vicario criminale Gerolamo Saracino.
- Quindi erano trascorsi quattro mesi dall'omicidio della conversa Caterina e ancora non era stata ritrovata la testa decapitata di Caterina... - commenta l'amica.
La ricercatrice annuisce: - Neppure il cadavere! Intanto iniziò l'interrogatorio dei primi testimoni. Il 29 novembre suor Benedetta e suor Ottavia furono convinte da Osio, uscito dal convento col loro aiuto dopo l'arresto di suor Virginia, a fuggire con lui. Ma la faccenda sfuggì letteralmente di mano.
Flora cambia tono. L'entusiasmo che fino a poco prima aveva arricchito l'enfasi del suo racconto, lascia ora spazio a una certa malinconia, quasi le dispiacesse che la vicenda avesse preso una brutta piega davvero irrecuperabile. Ripensa solo per un attimo allo straordinario incontro avuto con suor Virginia Maria nel convento di santa Margherita. Non aveva potuto vederla in volto, ma lo immaginava ancora bello, con uno sguardo intenso, fiero nonostante tutto, eppure duramente provato dalla tragedia che travolse la sua esistenza.
Riprende il racconto: - Durante la fuga Osio buttò suor Ottavia nel Lambro e cercò di finirla colpendola alla testa con il calcio dell'archibugio che, per la violenza dei colpi, si staccò dalla canna. La donna, che riportò gravissime ferite, per salvarsi si finse morta e poche ore dopo fu soccorsa da un contadino sulle rive del fiume. Ottavia fece appena in tempo a deporre prima di morire il 26 dicembre 1607.
- Mio Dio! - esclama stupita Nadia, che ancora non conosceva l'epilogo dei personaggi - ma era necessario quel massacro? E l'altra suora, fu uccisa anche lei?
- No, le andò meglio. Il 2 dicembre suor Benedetta fu ritrovata viva, anche se aveva una gamba fratturata. Giaceva in un pozzo vicino a Velate, dove era stata gettata due giorni prima dall'Osio che aveva cercato poi di finirla a colpi di pietra. Questo fu un altro imperdonabile errore. Pochi giorni dopo nello stesso pozzo le autorità civili impegnate nella caccia all'assassino ritrovarono il cranio della conversa.
- Manca un altro testimone chiave: il prete Paolo Arrigone. Lo arrestarono, no? - chiede Nadia servendo il caffè nero nelle ampie tazze colorate.
- Sì, il 7 dicembre per iniziativa di Teodoro Osio, fratello di Gian Paolo, probabilmente nella speranza di alleggerire la sua posizione. Il 13 dicembre furono ritrovati i resti della conversa nella proprietà di Monza degli Osio. Il 19 dicembre il senato di Milano ordinò la confisca dei beni della famiglia bergamasca. Fu anche una mossa per costringere Gian Paolo, che era latitante, a tornare nel Milanese. La proprietà vicina al convento fu messa al sacco dai soldati spagnoli e il 20 Gian Paolo scrisse al cardinale Federigo Borromeo, cercando di dare la colpa dell'accaduto alle due suore che aveva cercato di uccidere e ai sacerdoti che, in quegli anni, avevano avuto rapporti con il convento.
- Una serie impressionante di colpi di scena, mia cara, - commenta Nadia mescolando un cucchiaino raso di zucchero di canna nel caffè.
Flora vuota in un sorso la sua tazzina arancione.
- Il 22 dicembre iniziò l'interrogatorio della Signora di Monza.
- Il 22 dicembre? - domanda l'amica - Ma non l'avevano arrestata un mese prima? La macchina giudiziaria andava già così a rilento?
- Hai ragione, suor Virginia fu arrestata il 25 novembre. Pare che il ritardo fosse dovuto al suo atteggiamento: nei primi giorni di prigionia aveva tentato più volte il suicidio. E poi il cardinale Federigo Borromeo fu costretto a procedere con estrema cautela nei confronti di un membro di una potentissima famiglia aristocratica, pur essendo pungolato dalle autorità spagnole impegnate nella caccia a Gian Paolo.
Nadia annuisce: - Ora ci vuole un ammazzacaffè per far fronte a questa storia. Mentre racconti, Flora, preparo per tutti una bella coppa di gelato fragola, cocco e cioccolato.
Quando Nadia torna sul terrazzo, Flora riprende il racconto.
- Per evitare inquinamenti e pressioni Federigo Borromeo nominò un nuovo vicario criminale estraneo all'ambiente milanese. Scelse lo spoletino Mamurio Lancilotto. Poi, prima di concludere il processo contro la Signora di Monza, aspettò che fosse emessa la sentenza del tribunale civile contro Osio, per evitare incidenti con i De Leyva. La sentenza di condanna nei confronti del latitante e dei suoi complici arrivò il 25 febbraio 1608: Gian Paolo fu condannato alla pena della forca e alla confisca di tutti i suoi beni.
- Come si potevano confiscare all'epoca i beni di una persona? Non c'erano conti correnti bancari o cose simili... - domanda Nadia mentre lecca con passione una goccia di cioccolato scivolata sul manico lucente del cucchiaino d'acciaio.
- Erano molto più sbrigativi e teatrali - risponde Flora - la dimora monzese del condannato fu rasa al suolo e sull'area dove sorgeva l'estate successiva fu eretta una "colonna infame" a perpetua memoria dei misfatti lì consumati.
- Ho capito, - interrompe Nadia - una di quelle descritte da Alessandro Manzoni nel libro "La colonna infame".
- Sì. - risponde Flora.
- Ma ora non c'è più... - esclama Nadia ricordando le tante volte in cui è passata davanti a ciò che resta del convento a Monza, mentre raggiungeva il liceo.
- Infatti, - riprende Flora - fu poi rimossa cinque anni dopo, in seguito alle richieste delle monache di santa Margherita, della famiglia De Leyva e della stessa opinione pubblica, tutti contrari alla presenza screditante di quell'orribile simbolo di giustizia. Solamente nel 1629 il senato di Milano restituì l'area dove sorgeva la casa alla famiglia Osio.
- Durante l'interrogatorio la Monaca di Monza e le suore furono torturate?
- Certo. Il vicario criminale sottopose le imputate alla tortura dei "sibilli", che consisteva nello schiacciamento delle dita ed era un tipo di tortura di solito riservata alle donne. Lo scopo era che confermassero la precedente deposizione. Quindi, avvalendosi della consulenza di giuristi lombardi e romani, il vicario criminale Mamurio Lancilotto emise il 17 ottobre 1608 la sentenza. Suor Virginia fu condannata al carcere perpetuo da scontare murata in una piccola cella nella Casa delle convertite di santa Valeria a Milano, vicino a sant'Ambrogio, dove erano accolte e sottoposte a disciplina carceraria le prostitute pentite del Milanese.
- Che scotto, finire con le puttane... - commenta a voce alta Nadia. Poi si scusa. Non ama certe scurrilità nel linguaggio.
Flora riprende il filo del discorso: - Condanne simili da scontare nel monastero di santa Margherita furono comminate l'anno seguente, ovvero il 27 luglio 1609, contro le tre complici. Sai già che il prete Arrigone durante il processo negò ogni responsabilità. Però il 24 gennaio 1609 fu condannato a un triennio di remo sulle galere spagnole.
- Manca l'altro protagonista. Il bell'Osio, la fece franca?
- No. Pagò ogni suo debito con la giustizia terrena. Nell'inverno del 1609-1610 Gian Paolo rientrò segretamente a Milano e chiese asilo nella casa dell'amico conte Lodovico Taverna, fratello di un cardinale e altissimo funzionario del re di Spagna. Taverna, rinunciando al privilegio di asilo, decise di liberarsi dello scomodo ospite...
- Dimmi di Virginia, raccontami come fece a venir fuori dal convento per prostitute pentite!
Flora si volta verso l'amica sorridendo: - Suor Virginia fu graziata dal cardinale Borromeo e liberata, assieme alle due complici sopravvissute, il 25 settembre 1622. Erano trascorsi la bellezza di tredici anni di reclusione in una sordida cella di un metro e ottanta per tre.
- Vuoi dire che ne uscirono vive e sane di mente tutte e tre?
- Sane di mente non lo so, ma di certo vive. Da all'ora in poi la vita di suor Virginia si svolse all'ombra del cardinale, che, convinto del pentimento della monaca, nel 1626 le conferì addirittura l'incarico di confortare, per iscritto, con massime e precetti morali e religiosi, alcune monache in crisi, mentre approfondiva la propria cultura religiosa. Anzi, il cardinale lasciò una serie di appunti sulla vicenda di questa pecorella smarrita e ritrovata sulla via del Signore da utilizzare per una nuova edizione del suo trattato "Philagios". Dopo la morte del cardinale, avvenuta il 21 settembre 1631, la vicenda della Signora rientrò nell'oblio. Marianna De Leyva morì il 7 gennaio 1650 nel reclusorio di santa Valeria. Aveva settantacinque anni.
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lunedì 19 luglio 2010
martedì 15 giugno 2010
Osio e Ludovico
Milano, Anno Domini 1610
Il senatore conte Ludovico Taverna cammina nervosamente avanti e indietro trascinando i piedi sul tappeto francese che copre l'elegante pavimento di cotto del salone centrale della sua villa di Milano. È l'alba di un giorno decisivo per lui: agire secondo coscienza, tendendo la mano all'amico d'un tempo, seppur macchiatosi di crimini e nefandezze estreme, oppure agire da uomo politico retto e rispettato, avvertendo le autorità di quella odiosa presenza in casa sua, per assicurarla alla giustizia che lo ha già condannato a morte.
Il viso rosso di rabbia, una mano appoggiata al panciotto nero, i suoi passi nemmeno si sentono, attutiti dal fruscio del mantello di velluto scuro appoggiato su una spalla, che ricade a terra disegnando onde ad ogni passo. Il nobil'uomo non si dà pace che quell'ospite inatteso abbia scelto proprio la sua villa di delizie per cercare rifugio.
- E non la dimora di Triuggio, quella in cui solevamo incontrarci e fare bisboccia bevendo vino e assaporando cacciagione fresca. Bensì questa di Milano, ove gli occhi di tutti son puntati in attesa che io stesso cada in fallo.
Si ferma un attimo e guarda dalla vetrata la corte d'onore che si apre magnifica verso la strada maestra.
- Quanto vorrei allontanarmi e fuggire da qui, togliermi d'impiccio... magari correre nel mio palazzo che sorge accanto a la residenza che fu dei Marino... avrei modo così di prender tempo e pensare. Forse ho isbagliato a non voler consegnare Gio Paolo Osio dritto dritto nelle mani dello Tribunale criminale de la Curia Regia. Ormai è fatta: tra poco lo porteranno allo mio cospetto e dovrò decider che farne.
Bussano alla grande porta di legno intarsiato. Ludovico Taverna sobbalza: le mani gli sudano ma deve darsi un contegno immediato. Lui è il senatore, il conte, non un villano qualunque.
- Entrate! - ordina con tono imperioso.
Si aprono entrambe le ante di legno abbastanza ampie da consentire l'ingresso contemporaneo delle due guardie che trascinano dietro di loro un uomo in catene.
- Eccolo, Signore. - risponde la guardia più alta spingendo avanti a sé Osio che barcolla, ma riesce tenacemente a mantenersi ritto in piedi.
Taverna sgrana gli occhi incredulo. Possibile che quell'uomo così malridotto sia Gio Paolo? "Smagrito, emaciato, vestito di stracci lerci e puzzolenti, sembra il peggior dei pulciosi che si possano raccattare per strada all'angolo a chiedere la questua" pensa.
- Che gli avete fatto senza un mio ordine preciso? - domanda severo il conte notando la ferita alla testa e la camicia imbrattata di sangue.
- Nulla, Signore! - si affrettano a rispondere i due uomini.
- L'abbiam solo messo ai ceppi ma senza percuoterlo mai. Le ferite se l'è fatte da sé e lo sangue è anche lo sputo dalla bocca perché è tisico...
- Basta! Tacete! - interrompe Taverna impressionato dallo stato dell'antico amico ora al suo cospetto, - Via! Andate e lasciateci soli. Ma non distanziatevi troppo, voglio che restiate subitamente fuori dalla porta, che se succedesse qualche cosa voi possiate subito accorrere al mio servizio!
Le guardie si inchinano ed escono, chiudendo rumorosamente la doppia porta alle loro spalle.
- Che volete che vi faccia? Incatenato così come uno schiavo negro dei Portoghesi... - commenta sarcastico Osio - potrei solo tossire sì forte da passar lo maleficio della mia malattia mortale al vostro petto sano, riccamente agghindato...
Ludovico tace osservando Gio Paolo, ritto in piedi a tre metri da lui, coi polsi incatenati dietro la schiena, scarmigliato, pallido. "Non è neppure l'ombra del bell'uomo che rammentavo".
- Non mi riconoscete più, Ludovico? - chiede a un tratto Gian Paolo piantandogli in faccia quegli occhi fieri da animale in cattività sempre pronto ad azzannare alla gola.
- Vi riconosco Gio Paolo, vi riconosco. Non credevo aveste l'ardire di venire qui, nella mia dimora, a cercar asilo con la pena capitale sulla testa!
- L'ho fatto nel nome di quell'antica amicizia fraterna che ci lega! Ludovico! Come fate ora a fingere tanto distacco?
- Li tempi son cambiati! Lo boia bussa alla porta. Non capite in che posizione grave mi avete messo venendo in codesta villa? Siete sempre stato un impetuoso incurante de la legge!
- Ma voi siete senatore, vi si stima e potreste mettere una buona parola per me col Fuentes, quel lurido cane schifoso che ammazzerei se solo potessi avvicinarmi a lui...
- Gio Paolo, che dite! Son senatore sì, e anche ricco conte, ma non ho potere di cancellare la legge! Hai osato troppo questa volta! Due monache ammazzate, la Signora di Monza condannata a una vita di prigionia... e tutto per causa vostra! Vergogna! Fuentes ha fatto solo il dover suo...
- Il mio fu solo per disperato amore... e solo per disperato amore sono tornato rischiando la pelle...
- Amore per cosa? Voi? - scoppia a ridere - Chi mai avete amato se non tutte le sottane che vi son capitate a tiro? Chi mai avete amato se non i denari vinti ai dadi o le bravate a cavallo con l'archibugio sotto braccio a sparar a quaglie o ai cristiani? Chi mai avete amato se non voi stesso e li mille vostri divertimenti?
- Due donne ho amato e amo ancor oggi per l'eternità.
- Due donne? Chi sono esse?
- Marianna e Alma Maria. Madre e figlia, signora del mio cuore l'una, anima della mia vita l'altra. Sol per loro io vivo questi ultimi giorni da prigioniero infame. Sol per loro son tornato in Milano dopo aver vissuto da cane braccato.
- Siete rimasto sempre nel ducato?
- No, fuggiasco sì, pazzo no.
- Essendo ormai in salvo oltre confine, era nel vostro completo interesse serbare l’anonimato e il silenzio più assoluti, onde farvi dimenticare da tutti e poter, così, sperare di salvarvi la pelle. Dato che, sulla vostra testa, oltre che una condanna a morte, pende la favolosa taglia di 1000 scudi, la quale avrebbe potuto “ingolosire” molti, inducendoli a mettersi sulle vostre tracce.
- Anche a voi ingolosisce?
- Giammai! Che nessuno osi dire che il conte Taverna sia mosso da pecunia...
- Ho dovuto tornare in Milano.
- Perché? Ella è ormai condannata. Non v'è più possibilità di liberarla ormai.
- Mi sono arrischiato pur di tentar di alleggerire la gravità delle imputazioni gravanti su suor Virginia. Scrissi anche una missiva, perché li miei sentimenti son sinceri.
- Dov'eravate fuggiasco?
- Come i miei bravi colpiti da simili sentenze andai oltre l’Adda, fuori dalla giurisdizione del Ducato milanese.
- Quando siete rientrato? Il vostro nome da due anni figura ancora tra i ricercati.
- Ludovico, non chiedetemi altro. Ve lo domando in nome di un sentimento d'amicizia che credo non sia svanito ma affievolito dalli fatti contingenti. Aiutate questo uomo... aiutatemi a parlar con chi di dovere...
- Osio siete pazzo sì! Con chi vorreste dialogare?
- Con chi ha ingiustamente imprigionato Marianna!
- Ingiustamente! Che dite? Una monaca e non una qualunque, per giunta feudataria, la badessa dello convento di Monza che fu complice di omicidi, che uccise infanti innocenti...
- Nessun assassinio di infanti! Lo primo nacque morto e la seconda è viva e vegeta!
- Non è questo che disse il giudice e tutti li testimoni! Voi fuggiste, lasciaste Monza e al processo la monaca fu sola, da tutti accusata. Ella è colpevole del più ripugnante delli delitti! Ammazzare la propria creatura appena venuta alla luce... e voi! Voi! Osio, non posso portarvi da nessuno! Sarei lo complice vostro...
- No Ludovico, portatemi dal giudice! Potrò raccontar la verità, spiegherò che io solo son lo colpevole, solo io ammazzai le monache per paura che rivelassero li segreti... ella, la mia Marianna, non ha colpa alcuna se non quella di esser caduta nel mio inganno amoroso... ella merita di viver serena nello convento suo. Io poi andrò a morire come il Fuentes vorrà, son pronto. Ma aiutatami a salvar il corpo terreno e l'anima della mia Signora di Monza.
Il senatore conte Ludovico Taverna cammina nervosamente avanti e indietro trascinando i piedi sul tappeto francese che copre l'elegante pavimento di cotto del salone centrale della sua villa di Milano. È l'alba di un giorno decisivo per lui: agire secondo coscienza, tendendo la mano all'amico d'un tempo, seppur macchiatosi di crimini e nefandezze estreme, oppure agire da uomo politico retto e rispettato, avvertendo le autorità di quella odiosa presenza in casa sua, per assicurarla alla giustizia che lo ha già condannato a morte.
Il viso rosso di rabbia, una mano appoggiata al panciotto nero, i suoi passi nemmeno si sentono, attutiti dal fruscio del mantello di velluto scuro appoggiato su una spalla, che ricade a terra disegnando onde ad ogni passo. Il nobil'uomo non si dà pace che quell'ospite inatteso abbia scelto proprio la sua villa di delizie per cercare rifugio.
- E non la dimora di Triuggio, quella in cui solevamo incontrarci e fare bisboccia bevendo vino e assaporando cacciagione fresca. Bensì questa di Milano, ove gli occhi di tutti son puntati in attesa che io stesso cada in fallo.
Si ferma un attimo e guarda dalla vetrata la corte d'onore che si apre magnifica verso la strada maestra.
- Quanto vorrei allontanarmi e fuggire da qui, togliermi d'impiccio... magari correre nel mio palazzo che sorge accanto a la residenza che fu dei Marino... avrei modo così di prender tempo e pensare. Forse ho isbagliato a non voler consegnare Gio Paolo Osio dritto dritto nelle mani dello Tribunale criminale de la Curia Regia. Ormai è fatta: tra poco lo porteranno allo mio cospetto e dovrò decider che farne.
Bussano alla grande porta di legno intarsiato. Ludovico Taverna sobbalza: le mani gli sudano ma deve darsi un contegno immediato. Lui è il senatore, il conte, non un villano qualunque.
- Entrate! - ordina con tono imperioso.
Si aprono entrambe le ante di legno abbastanza ampie da consentire l'ingresso contemporaneo delle due guardie che trascinano dietro di loro un uomo in catene.
- Eccolo, Signore. - risponde la guardia più alta spingendo avanti a sé Osio che barcolla, ma riesce tenacemente a mantenersi ritto in piedi.
Taverna sgrana gli occhi incredulo. Possibile che quell'uomo così malridotto sia Gio Paolo? "Smagrito, emaciato, vestito di stracci lerci e puzzolenti, sembra il peggior dei pulciosi che si possano raccattare per strada all'angolo a chiedere la questua" pensa.
- Che gli avete fatto senza un mio ordine preciso? - domanda severo il conte notando la ferita alla testa e la camicia imbrattata di sangue.
- Nulla, Signore! - si affrettano a rispondere i due uomini.
- L'abbiam solo messo ai ceppi ma senza percuoterlo mai. Le ferite se l'è fatte da sé e lo sangue è anche lo sputo dalla bocca perché è tisico...
- Basta! Tacete! - interrompe Taverna impressionato dallo stato dell'antico amico ora al suo cospetto, - Via! Andate e lasciateci soli. Ma non distanziatevi troppo, voglio che restiate subitamente fuori dalla porta, che se succedesse qualche cosa voi possiate subito accorrere al mio servizio!
Le guardie si inchinano ed escono, chiudendo rumorosamente la doppia porta alle loro spalle.
- Che volete che vi faccia? Incatenato così come uno schiavo negro dei Portoghesi... - commenta sarcastico Osio - potrei solo tossire sì forte da passar lo maleficio della mia malattia mortale al vostro petto sano, riccamente agghindato...
Ludovico tace osservando Gio Paolo, ritto in piedi a tre metri da lui, coi polsi incatenati dietro la schiena, scarmigliato, pallido. "Non è neppure l'ombra del bell'uomo che rammentavo".
- Non mi riconoscete più, Ludovico? - chiede a un tratto Gian Paolo piantandogli in faccia quegli occhi fieri da animale in cattività sempre pronto ad azzannare alla gola.
- Vi riconosco Gio Paolo, vi riconosco. Non credevo aveste l'ardire di venire qui, nella mia dimora, a cercar asilo con la pena capitale sulla testa!
- L'ho fatto nel nome di quell'antica amicizia fraterna che ci lega! Ludovico! Come fate ora a fingere tanto distacco?
- Li tempi son cambiati! Lo boia bussa alla porta. Non capite in che posizione grave mi avete messo venendo in codesta villa? Siete sempre stato un impetuoso incurante de la legge!
- Ma voi siete senatore, vi si stima e potreste mettere una buona parola per me col Fuentes, quel lurido cane schifoso che ammazzerei se solo potessi avvicinarmi a lui...
- Gio Paolo, che dite! Son senatore sì, e anche ricco conte, ma non ho potere di cancellare la legge! Hai osato troppo questa volta! Due monache ammazzate, la Signora di Monza condannata a una vita di prigionia... e tutto per causa vostra! Vergogna! Fuentes ha fatto solo il dover suo...
- Il mio fu solo per disperato amore... e solo per disperato amore sono tornato rischiando la pelle...
- Amore per cosa? Voi? - scoppia a ridere - Chi mai avete amato se non tutte le sottane che vi son capitate a tiro? Chi mai avete amato se non i denari vinti ai dadi o le bravate a cavallo con l'archibugio sotto braccio a sparar a quaglie o ai cristiani? Chi mai avete amato se non voi stesso e li mille vostri divertimenti?
- Due donne ho amato e amo ancor oggi per l'eternità.
- Due donne? Chi sono esse?
- Marianna e Alma Maria. Madre e figlia, signora del mio cuore l'una, anima della mia vita l'altra. Sol per loro io vivo questi ultimi giorni da prigioniero infame. Sol per loro son tornato in Milano dopo aver vissuto da cane braccato.
- Siete rimasto sempre nel ducato?
- No, fuggiasco sì, pazzo no.
- Essendo ormai in salvo oltre confine, era nel vostro completo interesse serbare l’anonimato e il silenzio più assoluti, onde farvi dimenticare da tutti e poter, così, sperare di salvarvi la pelle. Dato che, sulla vostra testa, oltre che una condanna a morte, pende la favolosa taglia di 1000 scudi, la quale avrebbe potuto “ingolosire” molti, inducendoli a mettersi sulle vostre tracce.
- Anche a voi ingolosisce?
- Giammai! Che nessuno osi dire che il conte Taverna sia mosso da pecunia...
- Ho dovuto tornare in Milano.
- Perché? Ella è ormai condannata. Non v'è più possibilità di liberarla ormai.
- Mi sono arrischiato pur di tentar di alleggerire la gravità delle imputazioni gravanti su suor Virginia. Scrissi anche una missiva, perché li miei sentimenti son sinceri.
- Dov'eravate fuggiasco?
- Come i miei bravi colpiti da simili sentenze andai oltre l’Adda, fuori dalla giurisdizione del Ducato milanese.
- Quando siete rientrato? Il vostro nome da due anni figura ancora tra i ricercati.
- Ludovico, non chiedetemi altro. Ve lo domando in nome di un sentimento d'amicizia che credo non sia svanito ma affievolito dalli fatti contingenti. Aiutate questo uomo... aiutatemi a parlar con chi di dovere...
- Osio siete pazzo sì! Con chi vorreste dialogare?
- Con chi ha ingiustamente imprigionato Marianna!
- Ingiustamente! Che dite? Una monaca e non una qualunque, per giunta feudataria, la badessa dello convento di Monza che fu complice di omicidi, che uccise infanti innocenti...
- Nessun assassinio di infanti! Lo primo nacque morto e la seconda è viva e vegeta!
- Non è questo che disse il giudice e tutti li testimoni! Voi fuggiste, lasciaste Monza e al processo la monaca fu sola, da tutti accusata. Ella è colpevole del più ripugnante delli delitti! Ammazzare la propria creatura appena venuta alla luce... e voi! Voi! Osio, non posso portarvi da nessuno! Sarei lo complice vostro...
- No Ludovico, portatemi dal giudice! Potrò raccontar la verità, spiegherò che io solo son lo colpevole, solo io ammazzai le monache per paura che rivelassero li segreti... ella, la mia Marianna, non ha colpa alcuna se non quella di esser caduta nel mio inganno amoroso... ella merita di viver serena nello convento suo. Io poi andrò a morire come il Fuentes vorrà, son pronto. Ma aiutatami a salvar il corpo terreno e l'anima della mia Signora di Monza.
venerdì 14 maggio 2010
Sogno o realtà?
Aver riascoltato al telefono la voce cristallina di Dora è stato un toccasana per Flora. Nabe l'aveva più volte rassicurata sulla salute della bambina beatamente addormentata, ma alla mamma non poteva bastare quell'apparenza. Aveva chiesto alla baby sitter di svegliarla dal sonnellino pomeridiano e poter sentire le paroline della bambina. Come un viandante perduto nel deserto, Flora aveva assaporato ogni suono emesso dalla bocca infantile come se fossero gocce sorgive sgorgate in un'oasi.
Solo adesso riesce a placare la terribile ansia che l'ha tenuta in pugno come un esercito che assedia una città medievale ormai senza più cibo né acqua. Nell'istante stesso in cui ha visto la carta che svela l'arcano mutarsi nella raffigurazione di sua figlia, Flora ha pensato davvero che il suo cuore avrebbe ceduto di schianto.
"Magia o realtà? Sortilegio o autosuggestione? Vinicio Amaranto è un abile stregone o solo un ex psichiatra esperto di tecniche ipnotiche?" Impossibile rispondere adesso: è intontita e l'ennesima giornata afosa acuisce gli effetti della febbre che a tratti le scalda il ventre come se avesse un fuoco acceso o le inonda di brividi la schiena come se fosse irrorata da un getto d'acqua gelida.
Seduta sul divano avvolta in una coperta leggera che a tratti allontana da sé per poi correre e rimboccarla fin sotto al mento, ode i rumori provenienti dal tecnologico angolo cottura dove Nadia sta preparando una tisana ristoratrice. Il suo desiderio principale sarebbe quello di precipitarsi a casa dalla bambina per abbracciarla forte. Il senso di colpa di essere altrove invece che accanto alla propria creatura è prepotente. Ma deve prevalere la ragione: Dora sta bene ed è in mani sicure con Nabe. Flora deve quindi prima dedicarsi a un'altra priorità: le resta tempo sufficiente per riallacciare i fili di quanto accaduto e pensare a come recuperare il prezioso taccuino rosso.
- Quel bastardo di Amaranto ha messo in piedi un'illusione ottica o ha architettato chissà quale altro dannato trucco per disorientarmi e sottrarmi gli appunti.
- Perché, che cosa cerca? - le domanda l'amica mentre fischia il bollitore sulla piastra incandescente.
- Non lo so. Però tutto questo significa che lo scopo della ricerca va ben oltre la comprensione della vera natura del rapporto amoroso tra Gian Paolo Osio e Marianna De' Leyva.
- In che senso?
- Il committente, la cui identità mi è stata volutamente tenuta nascosta, ha in mente di scoprire un segreto rimasto tale per secoli. E forse Amaranto si è ingolosito di qualcosa e vuole trovarlo per primo.
- Non capisco Flora, che vuoi dire?
- I casi sono due: o il committente gli ha promesso di ricoprirlo d'oro se Amaranto gli consegna quel qualcosa e adesso l'antiquario teme che io possa arrivare allo scopo scavalcandolo per intascarmi il generoso compenso... oppure l'albino ha intuito che quel qualcosa è talmente prezioso da voler metterci gli artigli sopra tagliando fuori il misterioso uomo. In ogni caso io sono il terzo incomodo.
Flora si asciuga il sudore dalla fronte con un lembo della coperta e un attimo dopo il freddo è tale da convincerla a raggomitolarsi sul divano come un gattino che cerca il tepore sul cofano di un'auto parcheggiata.
- Ma che cosa può essere così allettante da spingere un uomo a investire tanto denaro per portarlo a galla? Un tesoro nascosto? Un'eredità andata perduta? O un segreto di tale portata che possa cambiare il corso della storia?
Arriva Nadia con andatura morbida. Regge un vassoio balinese con due grandi tazze di terracotta nera giapponese. La teiera scura fuma. La mora, sfoderando il suo bel sorriso, versa l'infuso nei recipienti.
*****
Quella mattina, dopo aver visto l'immagine di Dora incredibilmente rappresentata nell'ultimo tarocco voltato sul tavolo di cristallo dall'albino, Flora era riuscita finalmente a riprendere il controllo del proprio corpo. Spinta dalla forza di volontà di assicurarsi della salute di sua figlia, per afferrare la decima carta aveva sollevato le braccia, che penzolavano lungo il corpo e sembravano pesare decine e decine di chili.
Era bastato questo movimento spinto da una straordinaria forza di volontà a fare in modo che, come d'incanto, tutte le raffigurazioni dei Tarocchi scomparissero. Niente più monache o preti, visioni sanguinolente e castelli medievali: tutte le lame erano completamente bianche. Ciascuna raffigurazione era svanita e ne restava solo il ricordo vivo nella memoria sconvolta della donna.
Flora aveva distolto lo sguardo e puntato dritto verso l'albino, immerso nella quasi totale tenebra. Solo in quel momento l'illuminazione nella stanza era tornata normale, come se qualcuno avesse improvvisamente acceso la luce del sole che riprendeva a filtrare violenta dalle coltri grigie dell'ampia finestra.
Dopo il bagliore, Flora si era ritrovata sdraiata sul lettino di pelle nera da psicanalista. Le gambe distese, le mani giunte all'altezza del pube.
Gli occhi da coniglio di Vinicio Amaranto la guardavano tranquilli e un timido sorriso era dipinto sulla sua bocca carnosa. I capelli bianchi erano ben pettinati e la pelle grinzosa formava tante piegoline attorno agli occhi. Delle sembianze di giovane stregone non v'era più alcuna traccia. Lo sgomento di Flora lasciò posto per qualche minuto a una grande incredulità. Faticava a capire dove finisse la realtà e dove iniziasse l'illusione. Aveva sognato prima, durante la lettura dei Tarocchi, o il sogno stava cominciando in quel preciso istante?
- Cos'è successo? - chiese Flora mentre si sentiva assalita dal mal di testa, come se fosse caduta nuovamente urtando con violenza contro il pavimento.
- Ti ho ipnotizzata, Flora Leth. - l'ex psichiatra le prese con dolcezza una mano, stringendola.
- Mi hai parlato a lungo di te, mia cara e ora ti sentirai più tranquilla. - disse, mentre un sorriso malizioso si allargava mostrando i denti ingrigiti dal tabacco.
Flora sentì avvamparsi le guance mentre i succhi gastrici le ribollivano nello stomaco. "Probabilmente adesso Amaranto è al corrente del mio passato e delle vicende scabrose con il prete" pensò. Si sentì pervadere dalla vergogna. Avrebbe voluto scappare via come se fosse tornata ragazzina. "Aveva bisogno di carpirmi qualche segreto per potermi ricattare moralmente e avermi in pugno".
Flora si issò fino a sedersi e notò l'abitino di seta blu abbottonato male. Le asole non combaciavano e un occhiello era senza bottone. "Possibile che sia uscita di casa per un appuntamento di lavoro vestita in maniera così trasandata?" pensò.
Intanto il tarlo del dubbio scavava tra le sue sinapsi. Mentre era ipnotizzata Amaranto poteva averle chiesto quale fosse il ricordo più brutto della sua vita e lei sicuramente ne aveva tanti, tutti legati alla stessa terribile, lunga esperienza con il prete dei suoi incubi. Così ora lui aveva una potente arma da usare contro di lei. "Ma con quale scopo?" si domandò.
Oppure l'albino mentiva; non l'aveva affatto ipnotizzata e davvero lei aveva visto mutare le immagini dei Tarocchi. In quel caso, il collezionista era davvero un potente stregone, riuscito a carpire i suoi segreti, di questa e di altre vite. E non solo quelli appartenenti al suo passato, ma anche agli avvenimenti futuri. "Forse il divinatore è talmente abile da riuscire a cancellare ogni prova della lettura delle carte dandomi l'illusione di avermi solamente addormentata per qualche minuto, con la tecnica usata da Freud e perfezionata da Jung e i suoi seguaci".
Senza parlare Amaranto l'aiutò a scendere dal lettino di pelle e rimase in piedi.
Flora era ancora frastornata ma decisa a uscire dallo studio il più presto possibile in silenzio. Quando si chinò a raccogliere la borsetta ancora abbandonata sul pavimento, notò qualcosa sotto la scrivania di cristallo. Guardò meglio: era una carta dal dorso rosso e il pentagono dorato. Le si bloccò la salivazione. Sperando di non essere vista, finse di sistemarsi l'allacciatura di un sandalo. Allungò il braccio per afferrarla ma un colpo violento schioccò alle sue spalle, come se l'estremità di una frusta di cuoio avesse battuto con violenza contro al pavimento.
Flora ritirò la mano vuota e si alzò di scatto in piedi, voltandosi. A pochi centimetri da lei riconobbe la figura alta di don Angelo Scaraffi, che la scrutava con desiderio.
Era precipitata indietro nel tempo e ora si trovava nello studio al quarto piano del liceo e aveva quindici anni.
*****
Gli occhi di Flora adolescente fissavano le lastre di marmo regolari tirate a lucido come specchi. Si vedeva riflessa: i capelli sciolti lungo le spalle, il grembiule blu, le mani giunte. A capo chino, era inginocchiata di fronte al prete, in attesa che l'uomo le ordinasse una nuova nefandezza. Sentì la calda mano, col palmo aperto, appoggiarsi sulla sua nuca. La ragazza pensò che la volesse accarezzare o forse colpire, invece la tirò a sé, lentamente. Flora non osò guardare e strinse gli occhi con forza. Di certo non voleva guardare quel suo membro vermiglio che si stagliava vistosamente sulla veste nera.
Qualcosa batté contro le sue labbra. "Mi sta baciando?" pensò in un lampo. Flora ritrasse la testa d'istinto e aprì gli occhi. Si ritrovò quasi a contatto col membro eretto dell'uomo; poteva quasi sentirne il calore. Cercò di ritrarsi in fretta alzandosi in piedi, ma la mano dell'uomo prontamente l'arrestò, rimettendola con forza in ginocchio.
Poi le parlò con tono duro: - Non scappare, bambina mia. Ora ti mostrerò la punizione che ti infliggerò dopo ogni confessione in cui mi racconterai tutte le sconcerie che combini con i ragazzini della tua età.
Flora era impaurita, non sapeva a cosa pensare, era bloccata dalla vergogna. Tacque.
Il prete le cinse la nuca con entrambe le mani. La ragazza capì e cercò di divincolarsi, non voleva avvicinarsi oltre.
Con una forza mai usata prima, l'uomo le diede un violento schiaffo sulla guancia, che le fece voltare la testa dall'altra parte. La gota bruciava e nemmeno le lacrime che scendevano copiose riuscivano a darle sollievo. Tornò a fissare il pavimento come inebetita, accantonando ogni impeto e volontà di scappare.
Con voce greve e molto irritata, egli aggiunse: - Se cerchi un'altra volta di rifiutare un mio insegnamento, bambina sciocca, non esiterò a infliggerti punizioni corporali che ti lasceranno segni indelebili.
Non disse altro. Non fu necessario: Flora accettò passivamente, conscia ormai di essere sulla strada del non ritorno.
L'uomo intrecciò le dita dietro la nuca della giovane. Strinse il suo viso e lentamente l'avvicinò.
Flora serrò gli occhi. Avvertì distintamente l'attimo in cui il culmine del membro urtò nuovamente contro la sua bocca. Strinse le labbra per impedirne l'ingresso. L'uomo serrò le braccia, premendole il viso all'altezza dei condili, obbligandola a dischiudere la bocca. La ragazza percepì il sapore acre della pelle, la superficie liscia e tesa, la forma solida. In testa le rimbombava un ronzio senza fine.
Quando l'uomo ebbe finito, commentò rasserenato: - Piccola strega, questa è la tua punizione. Io comando e tu ubbidisci. Io insegno e tu impari. Io sono il bene e tu sei il male. Ricondurrò la tua anima sporca sulla via maestra verso la luce eterna. E mi sarai grata per l'eternità.
Dopo essersi sistemato l'abito talare, riprese a parlare, lasciando Flora inginocchiata ai suoi piedi.
- Ricorda! Dalla prossima settimana verrai da me a confessarti e mi racconterai tutto quello che fai con i ragazzi. Io soffrirò per te e per lavarti l'anima dovrò infliggerti una punizione severa. Le preghiere non bastano. Attenta però - aggiunse dopo una breve pausa - io leggo negli occhi delle bambine cattive: se menti e scappi, sarò costretto a cogliere il tuo fiore più intimo e la tua anima dannata sarà perduta per sempre. Capisci quanto ti amo, bambina mia?.
Mentre pronunciava queste ultime parole, prese la ragazza da sotto le ascelle, mettendola in piedi come se fosse una bambola di pezza. Con un movimento fulmineo, il prete lasciò scivolare la mano lungo la schiena di Flora, la infilò dentro la cintura dei pantaloni, scese fino agli slip, passò sotto l'elastico e le introdusse repentinamente un dito nell'ano.
- Capito, bambina mia?
Flora tentò di divincolarsi, si girò di scatto per liberarsi dalla presa dell'uomo e afferrò la maniglia della porta. Questa volta doveva assolutamente scappare dallo studio del prete. Il pomolo mutò aspetto mentre lei lo impugnava. Non era più d'ottone, era diventato il dorso della mano orribilmente pallida di Vinicio Amaranto, che la scrutava con serietà. Le unghie di Flora erano ben piantate nella sua carne.
- Flora, sei improvvisamente ricaduta nell'ipnosi. Non mi era mai successo prima con altri pazienti, ma forse non ti avevo svegliato completamente.
La ricercatrice mollò la presa e si guardò le mani. Erano quelle di una donna adulta. Era nuovamente nello studio dell'antiquario e il suo abitino blu adesso aveva ogni bottone al suo posto. Aveva sognato o rivissuto un nuovo flash back faticosamente rintuzzato nella soffitta dei suoi ricordi?
Uscì dallo studio senza proferire parola. Una volta in strada, si allontanò un centinaio di metri, poi prese il telefono cellulare e chiamò immediatamente prima Nabe, poi l'amica Nadia.
*****
Nadia porge a Flora un bicchiere con acqua biancastra che ribolle.
- È un'aspirina. Bevila.
- Ho già preso le pastiglie per abbassare la temperatura. Non voglio esagerare. Dopo tutto in questi giorni continuo a sentirmi male e non capisco se sto impazzendo oppure ho un tumore al cervello. Tornerò dal medico.
- Flora, Flora, - Nadia le accarezza una guancia meno cocente di prima - sei solo sotto stress per tutto questo lavoro. Studi troppo e la testa ogni tanto ti scoppia.
La ricercatrice ingolla la medicina sciolta nell'acqua. Deve pensare a come fare per recuperare il prezioso taccuino con la copertina di pelle rossa. Certamente ora Vinicio Amaranto ha un'arma in più. Merito dell'ipnosi o della magia nera, conosce il suo segreto.
Prima di congedarla, quella mattina le ha sussurrato: - Flora Leth, io sono lì, in ginocchio di fianco a te, mentre prendi in bocca ogni disillusione di affettività legata al corpo e ai piaceri che può dare.
Solo adesso riesce a placare la terribile ansia che l'ha tenuta in pugno come un esercito che assedia una città medievale ormai senza più cibo né acqua. Nell'istante stesso in cui ha visto la carta che svela l'arcano mutarsi nella raffigurazione di sua figlia, Flora ha pensato davvero che il suo cuore avrebbe ceduto di schianto.
"Magia o realtà? Sortilegio o autosuggestione? Vinicio Amaranto è un abile stregone o solo un ex psichiatra esperto di tecniche ipnotiche?" Impossibile rispondere adesso: è intontita e l'ennesima giornata afosa acuisce gli effetti della febbre che a tratti le scalda il ventre come se avesse un fuoco acceso o le inonda di brividi la schiena come se fosse irrorata da un getto d'acqua gelida.
Seduta sul divano avvolta in una coperta leggera che a tratti allontana da sé per poi correre e rimboccarla fin sotto al mento, ode i rumori provenienti dal tecnologico angolo cottura dove Nadia sta preparando una tisana ristoratrice. Il suo desiderio principale sarebbe quello di precipitarsi a casa dalla bambina per abbracciarla forte. Il senso di colpa di essere altrove invece che accanto alla propria creatura è prepotente. Ma deve prevalere la ragione: Dora sta bene ed è in mani sicure con Nabe. Flora deve quindi prima dedicarsi a un'altra priorità: le resta tempo sufficiente per riallacciare i fili di quanto accaduto e pensare a come recuperare il prezioso taccuino rosso.
- Quel bastardo di Amaranto ha messo in piedi un'illusione ottica o ha architettato chissà quale altro dannato trucco per disorientarmi e sottrarmi gli appunti.
- Perché, che cosa cerca? - le domanda l'amica mentre fischia il bollitore sulla piastra incandescente.
- Non lo so. Però tutto questo significa che lo scopo della ricerca va ben oltre la comprensione della vera natura del rapporto amoroso tra Gian Paolo Osio e Marianna De' Leyva.
- In che senso?
- Il committente, la cui identità mi è stata volutamente tenuta nascosta, ha in mente di scoprire un segreto rimasto tale per secoli. E forse Amaranto si è ingolosito di qualcosa e vuole trovarlo per primo.
- Non capisco Flora, che vuoi dire?
- I casi sono due: o il committente gli ha promesso di ricoprirlo d'oro se Amaranto gli consegna quel qualcosa e adesso l'antiquario teme che io possa arrivare allo scopo scavalcandolo per intascarmi il generoso compenso... oppure l'albino ha intuito che quel qualcosa è talmente prezioso da voler metterci gli artigli sopra tagliando fuori il misterioso uomo. In ogni caso io sono il terzo incomodo.
Flora si asciuga il sudore dalla fronte con un lembo della coperta e un attimo dopo il freddo è tale da convincerla a raggomitolarsi sul divano come un gattino che cerca il tepore sul cofano di un'auto parcheggiata.
- Ma che cosa può essere così allettante da spingere un uomo a investire tanto denaro per portarlo a galla? Un tesoro nascosto? Un'eredità andata perduta? O un segreto di tale portata che possa cambiare il corso della storia?
Arriva Nadia con andatura morbida. Regge un vassoio balinese con due grandi tazze di terracotta nera giapponese. La teiera scura fuma. La mora, sfoderando il suo bel sorriso, versa l'infuso nei recipienti.
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Quella mattina, dopo aver visto l'immagine di Dora incredibilmente rappresentata nell'ultimo tarocco voltato sul tavolo di cristallo dall'albino, Flora era riuscita finalmente a riprendere il controllo del proprio corpo. Spinta dalla forza di volontà di assicurarsi della salute di sua figlia, per afferrare la decima carta aveva sollevato le braccia, che penzolavano lungo il corpo e sembravano pesare decine e decine di chili.
Era bastato questo movimento spinto da una straordinaria forza di volontà a fare in modo che, come d'incanto, tutte le raffigurazioni dei Tarocchi scomparissero. Niente più monache o preti, visioni sanguinolente e castelli medievali: tutte le lame erano completamente bianche. Ciascuna raffigurazione era svanita e ne restava solo il ricordo vivo nella memoria sconvolta della donna.
Flora aveva distolto lo sguardo e puntato dritto verso l'albino, immerso nella quasi totale tenebra. Solo in quel momento l'illuminazione nella stanza era tornata normale, come se qualcuno avesse improvvisamente acceso la luce del sole che riprendeva a filtrare violenta dalle coltri grigie dell'ampia finestra.
Dopo il bagliore, Flora si era ritrovata sdraiata sul lettino di pelle nera da psicanalista. Le gambe distese, le mani giunte all'altezza del pube.
Gli occhi da coniglio di Vinicio Amaranto la guardavano tranquilli e un timido sorriso era dipinto sulla sua bocca carnosa. I capelli bianchi erano ben pettinati e la pelle grinzosa formava tante piegoline attorno agli occhi. Delle sembianze di giovane stregone non v'era più alcuna traccia. Lo sgomento di Flora lasciò posto per qualche minuto a una grande incredulità. Faticava a capire dove finisse la realtà e dove iniziasse l'illusione. Aveva sognato prima, durante la lettura dei Tarocchi, o il sogno stava cominciando in quel preciso istante?
- Cos'è successo? - chiese Flora mentre si sentiva assalita dal mal di testa, come se fosse caduta nuovamente urtando con violenza contro il pavimento.
- Ti ho ipnotizzata, Flora Leth. - l'ex psichiatra le prese con dolcezza una mano, stringendola.
- Mi hai parlato a lungo di te, mia cara e ora ti sentirai più tranquilla. - disse, mentre un sorriso malizioso si allargava mostrando i denti ingrigiti dal tabacco.
Flora sentì avvamparsi le guance mentre i succhi gastrici le ribollivano nello stomaco. "Probabilmente adesso Amaranto è al corrente del mio passato e delle vicende scabrose con il prete" pensò. Si sentì pervadere dalla vergogna. Avrebbe voluto scappare via come se fosse tornata ragazzina. "Aveva bisogno di carpirmi qualche segreto per potermi ricattare moralmente e avermi in pugno".
Flora si issò fino a sedersi e notò l'abitino di seta blu abbottonato male. Le asole non combaciavano e un occhiello era senza bottone. "Possibile che sia uscita di casa per un appuntamento di lavoro vestita in maniera così trasandata?" pensò.
Intanto il tarlo del dubbio scavava tra le sue sinapsi. Mentre era ipnotizzata Amaranto poteva averle chiesto quale fosse il ricordo più brutto della sua vita e lei sicuramente ne aveva tanti, tutti legati alla stessa terribile, lunga esperienza con il prete dei suoi incubi. Così ora lui aveva una potente arma da usare contro di lei. "Ma con quale scopo?" si domandò.
Oppure l'albino mentiva; non l'aveva affatto ipnotizzata e davvero lei aveva visto mutare le immagini dei Tarocchi. In quel caso, il collezionista era davvero un potente stregone, riuscito a carpire i suoi segreti, di questa e di altre vite. E non solo quelli appartenenti al suo passato, ma anche agli avvenimenti futuri. "Forse il divinatore è talmente abile da riuscire a cancellare ogni prova della lettura delle carte dandomi l'illusione di avermi solamente addormentata per qualche minuto, con la tecnica usata da Freud e perfezionata da Jung e i suoi seguaci".
Senza parlare Amaranto l'aiutò a scendere dal lettino di pelle e rimase in piedi.
Flora era ancora frastornata ma decisa a uscire dallo studio il più presto possibile in silenzio. Quando si chinò a raccogliere la borsetta ancora abbandonata sul pavimento, notò qualcosa sotto la scrivania di cristallo. Guardò meglio: era una carta dal dorso rosso e il pentagono dorato. Le si bloccò la salivazione. Sperando di non essere vista, finse di sistemarsi l'allacciatura di un sandalo. Allungò il braccio per afferrarla ma un colpo violento schioccò alle sue spalle, come se l'estremità di una frusta di cuoio avesse battuto con violenza contro al pavimento.
Flora ritirò la mano vuota e si alzò di scatto in piedi, voltandosi. A pochi centimetri da lei riconobbe la figura alta di don Angelo Scaraffi, che la scrutava con desiderio.
Era precipitata indietro nel tempo e ora si trovava nello studio al quarto piano del liceo e aveva quindici anni.
*****
Gli occhi di Flora adolescente fissavano le lastre di marmo regolari tirate a lucido come specchi. Si vedeva riflessa: i capelli sciolti lungo le spalle, il grembiule blu, le mani giunte. A capo chino, era inginocchiata di fronte al prete, in attesa che l'uomo le ordinasse una nuova nefandezza. Sentì la calda mano, col palmo aperto, appoggiarsi sulla sua nuca. La ragazza pensò che la volesse accarezzare o forse colpire, invece la tirò a sé, lentamente. Flora non osò guardare e strinse gli occhi con forza. Di certo non voleva guardare quel suo membro vermiglio che si stagliava vistosamente sulla veste nera.
Qualcosa batté contro le sue labbra. "Mi sta baciando?" pensò in un lampo. Flora ritrasse la testa d'istinto e aprì gli occhi. Si ritrovò quasi a contatto col membro eretto dell'uomo; poteva quasi sentirne il calore. Cercò di ritrarsi in fretta alzandosi in piedi, ma la mano dell'uomo prontamente l'arrestò, rimettendola con forza in ginocchio.
Poi le parlò con tono duro: - Non scappare, bambina mia. Ora ti mostrerò la punizione che ti infliggerò dopo ogni confessione in cui mi racconterai tutte le sconcerie che combini con i ragazzini della tua età.
Flora era impaurita, non sapeva a cosa pensare, era bloccata dalla vergogna. Tacque.
Il prete le cinse la nuca con entrambe le mani. La ragazza capì e cercò di divincolarsi, non voleva avvicinarsi oltre.
Con una forza mai usata prima, l'uomo le diede un violento schiaffo sulla guancia, che le fece voltare la testa dall'altra parte. La gota bruciava e nemmeno le lacrime che scendevano copiose riuscivano a darle sollievo. Tornò a fissare il pavimento come inebetita, accantonando ogni impeto e volontà di scappare.
Con voce greve e molto irritata, egli aggiunse: - Se cerchi un'altra volta di rifiutare un mio insegnamento, bambina sciocca, non esiterò a infliggerti punizioni corporali che ti lasceranno segni indelebili.
Non disse altro. Non fu necessario: Flora accettò passivamente, conscia ormai di essere sulla strada del non ritorno.
L'uomo intrecciò le dita dietro la nuca della giovane. Strinse il suo viso e lentamente l'avvicinò.
Flora serrò gli occhi. Avvertì distintamente l'attimo in cui il culmine del membro urtò nuovamente contro la sua bocca. Strinse le labbra per impedirne l'ingresso. L'uomo serrò le braccia, premendole il viso all'altezza dei condili, obbligandola a dischiudere la bocca. La ragazza percepì il sapore acre della pelle, la superficie liscia e tesa, la forma solida. In testa le rimbombava un ronzio senza fine.
Quando l'uomo ebbe finito, commentò rasserenato: - Piccola strega, questa è la tua punizione. Io comando e tu ubbidisci. Io insegno e tu impari. Io sono il bene e tu sei il male. Ricondurrò la tua anima sporca sulla via maestra verso la luce eterna. E mi sarai grata per l'eternità.
Dopo essersi sistemato l'abito talare, riprese a parlare, lasciando Flora inginocchiata ai suoi piedi.
- Ricorda! Dalla prossima settimana verrai da me a confessarti e mi racconterai tutto quello che fai con i ragazzi. Io soffrirò per te e per lavarti l'anima dovrò infliggerti una punizione severa. Le preghiere non bastano. Attenta però - aggiunse dopo una breve pausa - io leggo negli occhi delle bambine cattive: se menti e scappi, sarò costretto a cogliere il tuo fiore più intimo e la tua anima dannata sarà perduta per sempre. Capisci quanto ti amo, bambina mia?.
Mentre pronunciava queste ultime parole, prese la ragazza da sotto le ascelle, mettendola in piedi come se fosse una bambola di pezza. Con un movimento fulmineo, il prete lasciò scivolare la mano lungo la schiena di Flora, la infilò dentro la cintura dei pantaloni, scese fino agli slip, passò sotto l'elastico e le introdusse repentinamente un dito nell'ano.
- Capito, bambina mia?
Flora tentò di divincolarsi, si girò di scatto per liberarsi dalla presa dell'uomo e afferrò la maniglia della porta. Questa volta doveva assolutamente scappare dallo studio del prete. Il pomolo mutò aspetto mentre lei lo impugnava. Non era più d'ottone, era diventato il dorso della mano orribilmente pallida di Vinicio Amaranto, che la scrutava con serietà. Le unghie di Flora erano ben piantate nella sua carne.
- Flora, sei improvvisamente ricaduta nell'ipnosi. Non mi era mai successo prima con altri pazienti, ma forse non ti avevo svegliato completamente.
La ricercatrice mollò la presa e si guardò le mani. Erano quelle di una donna adulta. Era nuovamente nello studio dell'antiquario e il suo abitino blu adesso aveva ogni bottone al suo posto. Aveva sognato o rivissuto un nuovo flash back faticosamente rintuzzato nella soffitta dei suoi ricordi?
Uscì dallo studio senza proferire parola. Una volta in strada, si allontanò un centinaio di metri, poi prese il telefono cellulare e chiamò immediatamente prima Nabe, poi l'amica Nadia.
*****
Nadia porge a Flora un bicchiere con acqua biancastra che ribolle.
- È un'aspirina. Bevila.
- Ho già preso le pastiglie per abbassare la temperatura. Non voglio esagerare. Dopo tutto in questi giorni continuo a sentirmi male e non capisco se sto impazzendo oppure ho un tumore al cervello. Tornerò dal medico.
- Flora, Flora, - Nadia le accarezza una guancia meno cocente di prima - sei solo sotto stress per tutto questo lavoro. Studi troppo e la testa ogni tanto ti scoppia.
La ricercatrice ingolla la medicina sciolta nell'acqua. Deve pensare a come fare per recuperare il prezioso taccuino con la copertina di pelle rossa. Certamente ora Vinicio Amaranto ha un'arma in più. Merito dell'ipnosi o della magia nera, conosce il suo segreto.
Prima di congedarla, quella mattina le ha sussurrato: - Flora Leth, io sono lì, in ginocchio di fianco a te, mentre prendi in bocca ogni disillusione di affettività legata al corpo e ai piaceri che può dare.
mercoledì 7 aprile 2010
Gian Paolo Osio nella Villa del Taverna
Milano, Anno Domini 1610
Risvegliato di soprassalto da un sonno a metà tra la veglia e lo stato pre comatoso l'uomo ode uno scalpiccio di passi di qualcuno che si avvicina rapidamente. Adesso sente i rumori metallici provocati da una chiave che gira nella toppa della vecchia serratura arrugginita. Ora il clangore stonato delle altre chiavi che battono una contro l'altro.
- Che succede? Chi sarà mai? Lo diavolo in persona è venuto a prendermi?
Un colpo più forte, un ultimo scatto metallico e si spalanca d'improvviso la porta. Come se si aprisse la diga di un lago luminoso, la cella viene inondata dal chiarore innaturale del fascio di luce a cono di una torcia. Le guardie sono due: una di aspetto alto e magro seguita da una bassa e tarchiata, che grida: - Alzati cane schifoso! Il padrone ti attende.
Gian Paolo Osio è ancora steso a terra, bocconi, accanto al pagliericcio. Si era addormentato da poco, schiantato dalla stanchezza e dal lungo digiuno forzato. Adesso è dolente e febbricitante. Si solleva a fatica, volta lo sguardo verso i guardiani e osserva dal basso in sù i loro stivali marroni di cuoio tirati a lucido tanto da riflettere la fiamma. "No, non può essere" pensa, "lo cuoio non può esser così pulito. È lo diavolo personalmente che mi tira un brutto ischerzo".
Un colpo di tosse improvviso lo scuote come una foglia al vento.
I due uomini fanno un rapido passo indietro temendo la natura contagiosa di quella tosse. Si guardano impauriti: hanno fretta di finire quell'incarico ingrato, stando più lontano il possibile da quell'essere puzzolente e abietto.
Un'altra frase urlata: - Muoviti cane! È già l'alba. Lo padrone ha gran fretta di sbarazzarsi di voi!
Osio si aggrappa al tavolaccio alle sue spalle e cerca di rimettersi in piedi. Lo fa più per orgoglio che altro: non vuole mostrarsi piegato dalla malattia e dalla prigionia. Le bastonate non hanno mai fatto paura a uno della sua pasta.
- Cane io? Io so' Gian Paolo Osio! Chi sareste voi, servi di un padrone che non ha manco lo coraggio di venire qua sotto a mostrare lo volto al suo amico di un tempo... quanta viltà coglie chi rimane al comando quando la fortuna volta le spalle al confidente di un tempo... se ancora io fossi quel Gio Paolo dei tempi lustri, allora sì! Il vile vostro padrone mi avrebbe accolto con tutti gli onori di riguardo! Io sono...
- Lo sappiamo chi siete voi! - risponde il corpulento - Ma tacete ora! O vi facciamo passar subito la voglia di dar fiato a la bocca immonda con un tratto di corda. Son figlio di boia e so come si tratta un pari vostro! Assassino di monache...
Il prigioniero ha l'istinto di reagire, sente però le gambe indebolite. Ha freddo e la testa è pesante.
- La vostra luce illumina la mia disgraziata condizione. Guardate come son ridotto: catene alle pareti di una cella sporca e sordida, ricavata nelli sotterranei del palazzo del vostro padrone. Né pertugi né finestre, è buona solo come tana per topi e prigione per assassini e delinquenti. Chissà quanti han finito qui i loro giorni - fa una pausa e indica l'angolo più buio dell'antro - forse le ossa laggiù son di un altro sventurato finito in ceppi e passato alla garrota, che ancora attende una sepoltura di lui che non sarà mai e che qui la sua anima ha trovato la tomba.
Lo interrompe il sopraggiungere di un altro violento colpo di tosse che sembra squarciargli il petto. Osio sputa il sangue sul palmo della mano: lo fissa disgustato e poi si pulisce sulle brache lerce.
- E dire che lo potente senatore Ludovico Taverna era un amico...
- La ruota gira per tutti Osio, un tempo signore senza rivali, oggi condannato a morte... galoppavi felice mentre correvi allo convento a spassartela colla Signora di Monza e le sue monachelle vergini...
- Non fate nemmeno il suo di nome, lei che subisce una pena ben maggiore della morte! Fatemi parlare col vostro padrone!
- Sarete accontentato, foss'anzi il vostro ultimo desiderio che esaudiremo! - le due guardie scoppiano in una fragorosa risata che rimbomba sinistra contro le pareti viscide del sotterraneo.
- Proprio a lui, al vostro padrone Taverna mi ero affidato per chiedere asilo dopo la condanna a morte e la taglia messa sulla mia testa dal Fuentes. Questo suo palazzo è fuori le mura di Milano, un loco adatto per sfuggir alla cattura. Non m'attendeva certo feste e banchetti in mio onore, ma una coperta calda e un letto lindo eran lo giusto trattamento in memoria di una lunga amicizia.
La guardia corpulenta lo afferra per un braccio tirandolo a sé. Osio raccoglie le forze e prova a divincolarsi: non cede e guarda in cagnesco lo sfrontato.
- Uno sgarbo così a me, Gian Paolo Osio, colui che per due lustri ha avuto ai suoi piedi la Feudataria di Monza, la Signora...
- Seguici, cane della malora! Son finiti li bei giorni che facevi li comodi tuoi!
La guardia strattona Osio che si regge a stento sulle gambe malferme. Lo volta di spalle e, afferrati i polsi, li blocca in ceppi uniti da pesanti catene.
- Allora che sia! - grida il prigioniero con un rigurgito d'orgolio, ma lo sforzo gli causa una serie di colpi di tosse che gli levano il fiato.
I tre risalgono lentamente gli stretti scalini umidi che dai sotterranei conducono al piano nobile di Villa Monforte. La residenza si sviluppa su due piani attorno al cortile quadrato, che ha un profondo pozzo nel mezzo, contornato da un bel loggiato sorretto da colonne.
La guardia corpulenta trascina Osio fino all'ingresso di una stanzetta. Apre la porta e scaraventa l'uomo sul pavimento assestandogli un violento calcio al dorso. Gian Paolo cade in avanti e rotola fino a sbattere con violenza il volto contro una cassapanca di legno intarsiato. Un dolore acuto al labbro e ai denti spezzati gli sembra provocato da uno spillone infuocato che gli trapassa il viso piantandosi nelle gengive. Ha i polsi immobilizzati dietro la schiena e non può toccarsi la bocca che si riempie di sangue e fuoriesce, impregnandogli la barba incolta. Riesce a inginocchiarsi e vorrebbe imprecare, ma gli esce solo un gorgoglio di saliva rossa. Si guarda la camicia intrisa e scuote la testa.
- Sono più morto che vivo - pensa.
Raccogliendo tutte le energie, si alza e barcollando si avvicina al muro, appoggiandovi una spalla dolorante. Sputa sangue e schiuma di saliva densa sui tendaggi verdi della finestrella affacciata sul giardino perfettamente curato.
È stanco e avvilito, ma non disperato. Illuminata dalle luci rosa dell'alba, Osio riconosce a ovest le scuderie, mentre dell'ala est destinata alla servitù si vede solo uno scorcio.
Risvegliato di soprassalto da un sonno a metà tra la veglia e lo stato pre comatoso l'uomo ode uno scalpiccio di passi di qualcuno che si avvicina rapidamente. Adesso sente i rumori metallici provocati da una chiave che gira nella toppa della vecchia serratura arrugginita. Ora il clangore stonato delle altre chiavi che battono una contro l'altro.
- Che succede? Chi sarà mai? Lo diavolo in persona è venuto a prendermi?
Un colpo più forte, un ultimo scatto metallico e si spalanca d'improvviso la porta. Come se si aprisse la diga di un lago luminoso, la cella viene inondata dal chiarore innaturale del fascio di luce a cono di una torcia. Le guardie sono due: una di aspetto alto e magro seguita da una bassa e tarchiata, che grida: - Alzati cane schifoso! Il padrone ti attende.
Gian Paolo Osio è ancora steso a terra, bocconi, accanto al pagliericcio. Si era addormentato da poco, schiantato dalla stanchezza e dal lungo digiuno forzato. Adesso è dolente e febbricitante. Si solleva a fatica, volta lo sguardo verso i guardiani e osserva dal basso in sù i loro stivali marroni di cuoio tirati a lucido tanto da riflettere la fiamma. "No, non può essere" pensa, "lo cuoio non può esser così pulito. È lo diavolo personalmente che mi tira un brutto ischerzo".
Un colpo di tosse improvviso lo scuote come una foglia al vento.
I due uomini fanno un rapido passo indietro temendo la natura contagiosa di quella tosse. Si guardano impauriti: hanno fretta di finire quell'incarico ingrato, stando più lontano il possibile da quell'essere puzzolente e abietto.
Un'altra frase urlata: - Muoviti cane! È già l'alba. Lo padrone ha gran fretta di sbarazzarsi di voi!
Osio si aggrappa al tavolaccio alle sue spalle e cerca di rimettersi in piedi. Lo fa più per orgoglio che altro: non vuole mostrarsi piegato dalla malattia e dalla prigionia. Le bastonate non hanno mai fatto paura a uno della sua pasta.
- Cane io? Io so' Gian Paolo Osio! Chi sareste voi, servi di un padrone che non ha manco lo coraggio di venire qua sotto a mostrare lo volto al suo amico di un tempo... quanta viltà coglie chi rimane al comando quando la fortuna volta le spalle al confidente di un tempo... se ancora io fossi quel Gio Paolo dei tempi lustri, allora sì! Il vile vostro padrone mi avrebbe accolto con tutti gli onori di riguardo! Io sono...
- Lo sappiamo chi siete voi! - risponde il corpulento - Ma tacete ora! O vi facciamo passar subito la voglia di dar fiato a la bocca immonda con un tratto di corda. Son figlio di boia e so come si tratta un pari vostro! Assassino di monache...
Il prigioniero ha l'istinto di reagire, sente però le gambe indebolite. Ha freddo e la testa è pesante.
- La vostra luce illumina la mia disgraziata condizione. Guardate come son ridotto: catene alle pareti di una cella sporca e sordida, ricavata nelli sotterranei del palazzo del vostro padrone. Né pertugi né finestre, è buona solo come tana per topi e prigione per assassini e delinquenti. Chissà quanti han finito qui i loro giorni - fa una pausa e indica l'angolo più buio dell'antro - forse le ossa laggiù son di un altro sventurato finito in ceppi e passato alla garrota, che ancora attende una sepoltura di lui che non sarà mai e che qui la sua anima ha trovato la tomba.
Lo interrompe il sopraggiungere di un altro violento colpo di tosse che sembra squarciargli il petto. Osio sputa il sangue sul palmo della mano: lo fissa disgustato e poi si pulisce sulle brache lerce.
- E dire che lo potente senatore Ludovico Taverna era un amico...
- La ruota gira per tutti Osio, un tempo signore senza rivali, oggi condannato a morte... galoppavi felice mentre correvi allo convento a spassartela colla Signora di Monza e le sue monachelle vergini...
- Non fate nemmeno il suo di nome, lei che subisce una pena ben maggiore della morte! Fatemi parlare col vostro padrone!
- Sarete accontentato, foss'anzi il vostro ultimo desiderio che esaudiremo! - le due guardie scoppiano in una fragorosa risata che rimbomba sinistra contro le pareti viscide del sotterraneo.
- Proprio a lui, al vostro padrone Taverna mi ero affidato per chiedere asilo dopo la condanna a morte e la taglia messa sulla mia testa dal Fuentes. Questo suo palazzo è fuori le mura di Milano, un loco adatto per sfuggir alla cattura. Non m'attendeva certo feste e banchetti in mio onore, ma una coperta calda e un letto lindo eran lo giusto trattamento in memoria di una lunga amicizia.
La guardia corpulenta lo afferra per un braccio tirandolo a sé. Osio raccoglie le forze e prova a divincolarsi: non cede e guarda in cagnesco lo sfrontato.
- Uno sgarbo così a me, Gian Paolo Osio, colui che per due lustri ha avuto ai suoi piedi la Feudataria di Monza, la Signora...
- Seguici, cane della malora! Son finiti li bei giorni che facevi li comodi tuoi!
La guardia strattona Osio che si regge a stento sulle gambe malferme. Lo volta di spalle e, afferrati i polsi, li blocca in ceppi uniti da pesanti catene.
- Allora che sia! - grida il prigioniero con un rigurgito d'orgolio, ma lo sforzo gli causa una serie di colpi di tosse che gli levano il fiato.
I tre risalgono lentamente gli stretti scalini umidi che dai sotterranei conducono al piano nobile di Villa Monforte. La residenza si sviluppa su due piani attorno al cortile quadrato, che ha un profondo pozzo nel mezzo, contornato da un bel loggiato sorretto da colonne.
La guardia corpulenta trascina Osio fino all'ingresso di una stanzetta. Apre la porta e scaraventa l'uomo sul pavimento assestandogli un violento calcio al dorso. Gian Paolo cade in avanti e rotola fino a sbattere con violenza il volto contro una cassapanca di legno intarsiato. Un dolore acuto al labbro e ai denti spezzati gli sembra provocato da uno spillone infuocato che gli trapassa il viso piantandosi nelle gengive. Ha i polsi immobilizzati dietro la schiena e non può toccarsi la bocca che si riempie di sangue e fuoriesce, impregnandogli la barba incolta. Riesce a inginocchiarsi e vorrebbe imprecare, ma gli esce solo un gorgoglio di saliva rossa. Si guarda la camicia intrisa e scuote la testa.
- Sono più morto che vivo - pensa.
Raccogliendo tutte le energie, si alza e barcollando si avvicina al muro, appoggiandovi una spalla dolorante. Sputa sangue e schiuma di saliva densa sui tendaggi verdi della finestrella affacciata sul giardino perfettamente curato.
È stanco e avvilito, ma non disperato. Illuminata dalle luci rosa dell'alba, Osio riconosce a ovest le scuderie, mentre dell'ala est destinata alla servitù si vede solo uno scorcio.
lunedì 15 marzo 2010
Io sono la Signora
Una brezza immaginaria sembra muovere i capelli di Flora, che cerca invano ombra residua nel cortiletto interno del convento di santa Margherita. Tenta di mantenere il controllo: teme un altro malore e si deve nuovamente sedere a terra, tra i ciuffi d'erba rinsecchiti dall'aridità e la ghiaia appuntita.
- Non mi è mai capitato così. Possibile svenire nuovamente? - è la domanda silente che le riempie la testa.
Sente che qualcosa sta per accadere, eppure questa volta il crocifisso rosso sangue non c'entra: sarà colpa dell'odore di gelsomino in fiore o dei crampi provocati dallo stomaco vuoto. Eppure adesso, che ha poggiato la nuca sulla pietra viva del muretto che unisce le gentili colonnine del chiostro, un formicolio le comincia ad abbracciare le gambe partendo dalle dita dei piedi, come l'edera infestante che si arrampica in cerca di nutrimento.
Nonostante il caldo e il malessere inarrestabile ha bisogno di proseguire il lavoro. È rimasta nel chiostro perché quel luogo ha qualcosa di indefinito che l'attira come una potente calamita cui è impossibile sottrarsi.
Chiude le palpebre e la luce attanaglia ugualmente il suo campo visivo oscurato come una lama di coltello capace di insinuarsi nonostante ogni resistenza da parte della vittima aggredita.
Tenta di concentrarsi e ripensa alle vicende che sfociarono nell'inizio della relazione tra suor Virginia e Gian Paolo.
Accusato di omicidio per vendetta, Osio rischiava una punizione esemplare. Così fuggì da Monza e ne restò lontano per un anno intero. Forse fu ospite di amici facoltosi, nobili milanesi, se non addirittura nascosto in uno dei numerosi conventi disseminati tra Monza e Milano. All'epoca una borsa ben fornita di pezzi d'argento smuoveva le coscienze di molti prelati. Oppure scappò verso Trezzo sull'Adda, importante abitato affacciato sul fiume che era il naturale confine della giurisdizione milanese.
Durante la lunga latitanza, molti tra parenti e amici si mobilitarono in suo favore. Andarono a turno al monastero per tentare di far pressione sulla Signora, affinché perdonasse il giovane e sospendesse la pena inflitta, permettendogli così di ritornare.
Suor Virginia si mostrò inflessibile persino con la stessa madre dell'Osio, Sofia Bernareggi, che andò a supplicarla di perdonare il figlio a suo dire innocente dell'accusa di omicidio dell'esattore fiscale Giuseppe Molteni. Finalmente, dopo molte suppliche, la Signora di Monza concesse a Gian Paolo il perdono, e quindi il permesso di ritornare in città. Secondo i documenti pare che ciò avvenne solamente quando la madre superiora del convento, suor Francesca Imbersaga, molto amica degli Osio, glielo ordinò "sotto pena dell'obbedienza".
- In pratica è come se la superiora fosse complice, o comunque concausa, di quanto avvenne in futuro - commenta Flora sistemandosi gli occhiali da sole scivolati sul naso.
- Col senno di poi si può ritenere galeotto anche chi affidò a suor Virginia quell'ufficio, cioè la superiora che, dopo averle dato il compito di maestra delle educande, la costrinse a perdonare Osio permettendogli così di tornare a vivere vicino al monastero.
Compare un'ombra in piedi, accanto a Flora: lei si volta di soprassalto e guarda in su. La sagoma si staglia in controluce, frapponendosi tra lei e il sole, apparendo quindi irriconoscibile.
La nuova presenza risponde con gentilezza alle parole Flora: - A onor del vero, più che l'imposizione della Madre superiora, a far decidere la Signora furono le pressioni dei De Leyva. Ossia i fratellastri di sor Virginia nonché amici di Gio Paolo.
D'istinto, per non sembrare maleducata, Flora si alza in piedi ma resta bloccata a terra. Meravigliata, si sente ancorata a terra come da una pesantissima zavorra di piombo. Le braccia tremano e la gambe sembrano prive di forza, inerti. Ha i riflessi intontiti: riesce solo a capire che ha di fronte una suora, con voce giovanile e ferma. Potrebbe essere la giovane che due giorni prima le aveva portato la borsa del ghiaccio dopo lo svenimento nello studio di suor Angela Barni.
Nonostante lo stupore, Flora si fa forza e ribatte: - Comunque siano andate le cose, il perdono fu accordato e Osio tornò nella sua proprietà monzese. Era l'anno del Signore 1598. Gian Paolo andò al convento per ringraziare suor Virginia per l'atto di clemenza. Non solo, dal suo giardino confinante col monastero riprese a spiare la bella Signora, che iniziò a mostrarsi sensibile a tali attenzioni.
- Davvero voi dite che suor Virginia apprezzò l'interesse dell'Osio? - La voce della donna in ombra pare meravigliata.
Flora strizza gli occhi per tentare di mettere a fuoco i suoi lineamenti, ma la visione della figura in ombra non migliora.
- Ho letto gli atti del processo. Suor Ottavia testimoniò che suor Virginia, vedendo dalla finestra della sua camera Gio Paolo passeggiare nel giardino, esclamò: "Si potria mai vedere la più bella cosa".
- Lo complimento forse non era per Gio Paolo. Forse la Signora parlava di altro e sor Ottavia intendette male.
Il battito cardiaco di Flora improvvisamente accelera come se si trovasse di fronte alla scoperta del secolo. Un dubbio si fa prepotentemente largo.
- Come ricercatrice devo attenermi ai documenti che ho trovato - prosegue cercando di mantenere la calma e non manifestare la propria agitazione - suor Virginia accettò di ricevere una lettera che Osio dal suo giardino gettò in quello del monastero. Ma la missiva ebbe un esito disastroso: Osio aveva scritto una lettera focosa, a cui Virginia rispose in modo altrettanto deciso e sdegnato.
- Voi conoscete le parole scritte nelle due missive? - Il tono della monaca è allarmato.
- No, purtroppo sono andate perdute.
Di nuovo Flora fa un tentativo vano di alzarsi. Ha gli arti molli come i tentacoli di una medusa gettata sulla spiaggia da una mareggiata. Può solo muovere gli occhi, mentre il capo resta inesorabilmente incollato alla pietra all'altezza dell'occipite.
- A questo punto della vicenda entrò in scena un altro personaggio fondamentale: il prete Paolo Arrigone.
- Ah quello! Era un essere abbietto, il curato della vicina chiesa di san Maurizio. Era amico e confidente dell'Osio. Non disdegnò mai la compagnia delle monachelle, il vile, ma puntava anch'egli ad avere la Signora!
Flora annuisce lentamente e prosegue: ormai il dubbio ha lasciato il posto alla certezza. Non toglie gli occhi di dosso alla figura in ombra della suora che si staglia di fronte a lei.
- Padre Arrigone da tempo aveva rivolto, senza successo, la propria attenzione alla bella e potente monaca. Certamente non era di bell'aspetto come Osio. Così il prete suggerì a Gian Paolo una strategia infallibile. Gli disse che per conquistare la Signora doveva attuare tutt'altra tattica. I due si accordarono e il curato scrisse a nome di Osio una lettera in cui, dopo aver chiesto scusa per il precedente ardire, si mostrò ossequioso e deferente. Suor Virginia cadde nel tranello. Iniziò così uno scambio di missive pure e caste e persino alcuni doni altrettanto innocenti, ma che inevitabilmente allargarono il cerchio delle persone implicate. Fogli vergati a mano e oggetti passavano di mano in mano di giorno e di notte. I due giovani, forse spinti dalla passione, si fecero audaci e si spinsero troppo oltre.
La monaca dal volto in ombra si abbandona a un lungo sospiro. Non fa alcun movimento, le braccia sembrano penzolare lungo il corpo svuotate da ogni capacità di azione, i piedi immobili sono nascosti dalla veste lunga fino a terra.
- Si necessitava dell'aiuto e del silenzio di altre monache e servitori. E poiché certe manovre non potevano passare inosservate, né all'interno delle mura claustrali né all'esterno, iniziarono a sorgere alcune dicerie e mormorazioni sussurrate.
Adesso Flora ha la certezza in pugno. Il battito cardiaco è talmente forte da rimbombarle sordo nelle orecchie. Le mani tremano e a stento riesce a deglutire la saliva per proseguire nel dialogo. La tentazione di andare oltre è folle al punto da schiacciare ogni paura dell'ignoto.
- La storia di una relazione in monastero diventò una notizia troppo scottante, oltre che intrigante, per poter passare sotto silenzio. Soprattutto se si tiene presente chi erano i protagonisti: la bella feudataria e il giovane conte Osio, che, per di più, aveva la fama di incorreggibile scavezzacollo e infaticabile rubacuori.
Dopo queste affermazioni la monaca tace. Sembra svuotata, senza vitalità: ha l'apparenza di un drappo senza profondità appeso alla parete della disillusione. Rompe il silenzio usando un tono di voce nuovo, pieno di rancore: - Si tentò di smorzare le dicerie, mettendo in giro la voce che Gio Paolo intendesse farsi religioso e che quindi quella con la Signora fosse un'amicizia spirituale, generata dal comune desiderio di tendere a Dio.
Flora ne approfitta per farsi coraggio, incalzare il discorso e sferrare l'ultimo attacco verbale.
- Nessuno però ci credette. Osio aveva fama di cacciatore di fanciulle, novizie e monache. Come poteva farsi frate cappuccino? Non era certo l'amore a guidare i suoi gesti...
La sagoma della suora si staglia nuovamente immobile tra la luce violenta del sole estivo e Flora, che invece è ancora seduta a terra, incapace di muovere le gambe come se fosse completamente paralizzata.
Ora la voce della religiosa vibra di ritrovata passione: - Costanza! Lei fu sempre presente negli incontri in parlatorijo. L'Osio parlava molto modestamente e diceva parole di compimento. Pareva che avesse un gran rispetto per noi tutte. Vero è che la Signora in cuor suo sapeva che ciò che stava facendo era male, sapeva di essere sulla via dell'errore...
- Nonostante ciò suor Virginia pareva folle: non riuscì più a fare a meno di spiare segretamente Osio quando si trovava nel suo giardino e di intrattenere con lui una tenera amicizia fatta di affettuose lettere e doni scambiati. Forse la Signora tentò di reprimere questa amicizia, ma ogni sforzo sembrò cadere nel vuoto.
La voce della sagoma in ombra aumenta d'intensità, spaventando Flora: - Essendomi detto che l'Osio stava nel giardino, io mi sentij venire uno desiderio di vederlo e perché feci forza a me stessa, venni manco sopra una cassa e questa cosa più e più volte mi è intervenuto.
Il cuore di Flora improvvisamente pare bloccarsi. La bocca si spalanca come per dire qualcosa, ma la voce non esce. Ora ne è certa. Sa chi è di fronte a lei. Non vuole sbagliare qualcosa e compromettere quella visione così importante. Deve controllarsi e misurare con attenzione le parole. Deglutisce lentamente, riordina le idee e ricomincia lentamente a parlare.
- Tra i due seguirono altri scambi di doni, tra cui un crocifisso d'argento.
- Inizialmente lo rimandai al mittente, assieme a quella calamita battezzata.
Il colloquio si fa serrato: - Vi scriveste molte lettere...
- Eran missive che trattavano di santità et purità e dell'amore et intenzione sua che era pura e netta e negli incontri in parlatorio in cui l'Osio mostrò quella maggiore modestia che si potesse più immaginare.
- Era il mese di giugno del 1599 e Marianna aveva 25 o 26 anni. Nel frattempo Osio chiese e ottenne un primo incontro, notturno e segreto, nel parlatoio. Come fece ad entrare?
Il corpo della Signora ora pare scosso da un fremito lieve ma inarrestabile. Eppure risponde senza esitazione: - Nel parlatorijno del confessore, ottenendo la chiave per accedervi da suor Ottavia, mia amica et confidente, la quale la buttò dal giardino delle monache per di sopra del muro in strada all'Osio e così esso entrò.
- Che successe?
- Niente! Con noi eran altre due suore: Benedetta Homati e Ottavia Ricci. L'Osio m'avea stregata. Con talismani magici m'avea fatto un malefitio e io non riuscia più a dimenticarlo. Parlammo di cose di creanza et basta.
- Poi suor Virginia accettò di incontrarlo ancora nel parlatorio del convento. Forse perché in agosto si era liberata dagli ultimi scrupoli di coscienza, essendo morto il padre?
Flora incalza ancora: - Era una notte di settembre. So che in seguito a quest'incontro notturno, suor Virginia si ammalò. Fu forse per gli angoscianti rimorsi che devono averla presa dopo l'accaduto?
Una luce improvvisa e violenta acceca per un istante Flora, che è costretta a voltare il viso da una parte per proteggere gli occhi. Non riesce a vedere più niente. Anche a occhi aperti, una macchia viola vela ogni cosa, come se avesse fissato il sole troppo a lungo.
Quando riacquista la vista è troppo tardi. Volge lo sguardo verso la sagoma della monaca, ma sa già che è scomparsa. Al suo posto è suor Angela Barni, bassa e tonda, che la guarda sorridendo. Marianna De Leyva, la Signora, è tornata nel limbo.
- Non mi è mai capitato così. Possibile svenire nuovamente? - è la domanda silente che le riempie la testa.
Sente che qualcosa sta per accadere, eppure questa volta il crocifisso rosso sangue non c'entra: sarà colpa dell'odore di gelsomino in fiore o dei crampi provocati dallo stomaco vuoto. Eppure adesso, che ha poggiato la nuca sulla pietra viva del muretto che unisce le gentili colonnine del chiostro, un formicolio le comincia ad abbracciare le gambe partendo dalle dita dei piedi, come l'edera infestante che si arrampica in cerca di nutrimento.
Nonostante il caldo e il malessere inarrestabile ha bisogno di proseguire il lavoro. È rimasta nel chiostro perché quel luogo ha qualcosa di indefinito che l'attira come una potente calamita cui è impossibile sottrarsi.
Chiude le palpebre e la luce attanaglia ugualmente il suo campo visivo oscurato come una lama di coltello capace di insinuarsi nonostante ogni resistenza da parte della vittima aggredita.
Tenta di concentrarsi e ripensa alle vicende che sfociarono nell'inizio della relazione tra suor Virginia e Gian Paolo.
Accusato di omicidio per vendetta, Osio rischiava una punizione esemplare. Così fuggì da Monza e ne restò lontano per un anno intero. Forse fu ospite di amici facoltosi, nobili milanesi, se non addirittura nascosto in uno dei numerosi conventi disseminati tra Monza e Milano. All'epoca una borsa ben fornita di pezzi d'argento smuoveva le coscienze di molti prelati. Oppure scappò verso Trezzo sull'Adda, importante abitato affacciato sul fiume che era il naturale confine della giurisdizione milanese.
Durante la lunga latitanza, molti tra parenti e amici si mobilitarono in suo favore. Andarono a turno al monastero per tentare di far pressione sulla Signora, affinché perdonasse il giovane e sospendesse la pena inflitta, permettendogli così di ritornare.
Suor Virginia si mostrò inflessibile persino con la stessa madre dell'Osio, Sofia Bernareggi, che andò a supplicarla di perdonare il figlio a suo dire innocente dell'accusa di omicidio dell'esattore fiscale Giuseppe Molteni. Finalmente, dopo molte suppliche, la Signora di Monza concesse a Gian Paolo il perdono, e quindi il permesso di ritornare in città. Secondo i documenti pare che ciò avvenne solamente quando la madre superiora del convento, suor Francesca Imbersaga, molto amica degli Osio, glielo ordinò "sotto pena dell'obbedienza".
- In pratica è come se la superiora fosse complice, o comunque concausa, di quanto avvenne in futuro - commenta Flora sistemandosi gli occhiali da sole scivolati sul naso.
- Col senno di poi si può ritenere galeotto anche chi affidò a suor Virginia quell'ufficio, cioè la superiora che, dopo averle dato il compito di maestra delle educande, la costrinse a perdonare Osio permettendogli così di tornare a vivere vicino al monastero.
Compare un'ombra in piedi, accanto a Flora: lei si volta di soprassalto e guarda in su. La sagoma si staglia in controluce, frapponendosi tra lei e il sole, apparendo quindi irriconoscibile.
La nuova presenza risponde con gentilezza alle parole Flora: - A onor del vero, più che l'imposizione della Madre superiora, a far decidere la Signora furono le pressioni dei De Leyva. Ossia i fratellastri di sor Virginia nonché amici di Gio Paolo.
D'istinto, per non sembrare maleducata, Flora si alza in piedi ma resta bloccata a terra. Meravigliata, si sente ancorata a terra come da una pesantissima zavorra di piombo. Le braccia tremano e la gambe sembrano prive di forza, inerti. Ha i riflessi intontiti: riesce solo a capire che ha di fronte una suora, con voce giovanile e ferma. Potrebbe essere la giovane che due giorni prima le aveva portato la borsa del ghiaccio dopo lo svenimento nello studio di suor Angela Barni.
Nonostante lo stupore, Flora si fa forza e ribatte: - Comunque siano andate le cose, il perdono fu accordato e Osio tornò nella sua proprietà monzese. Era l'anno del Signore 1598. Gian Paolo andò al convento per ringraziare suor Virginia per l'atto di clemenza. Non solo, dal suo giardino confinante col monastero riprese a spiare la bella Signora, che iniziò a mostrarsi sensibile a tali attenzioni.
- Davvero voi dite che suor Virginia apprezzò l'interesse dell'Osio? - La voce della donna in ombra pare meravigliata.
Flora strizza gli occhi per tentare di mettere a fuoco i suoi lineamenti, ma la visione della figura in ombra non migliora.
- Ho letto gli atti del processo. Suor Ottavia testimoniò che suor Virginia, vedendo dalla finestra della sua camera Gio Paolo passeggiare nel giardino, esclamò: "Si potria mai vedere la più bella cosa".
- Lo complimento forse non era per Gio Paolo. Forse la Signora parlava di altro e sor Ottavia intendette male.
Il battito cardiaco di Flora improvvisamente accelera come se si trovasse di fronte alla scoperta del secolo. Un dubbio si fa prepotentemente largo.
- Come ricercatrice devo attenermi ai documenti che ho trovato - prosegue cercando di mantenere la calma e non manifestare la propria agitazione - suor Virginia accettò di ricevere una lettera che Osio dal suo giardino gettò in quello del monastero. Ma la missiva ebbe un esito disastroso: Osio aveva scritto una lettera focosa, a cui Virginia rispose in modo altrettanto deciso e sdegnato.
- Voi conoscete le parole scritte nelle due missive? - Il tono della monaca è allarmato.
- No, purtroppo sono andate perdute.
Di nuovo Flora fa un tentativo vano di alzarsi. Ha gli arti molli come i tentacoli di una medusa gettata sulla spiaggia da una mareggiata. Può solo muovere gli occhi, mentre il capo resta inesorabilmente incollato alla pietra all'altezza dell'occipite.
- A questo punto della vicenda entrò in scena un altro personaggio fondamentale: il prete Paolo Arrigone.
- Ah quello! Era un essere abbietto, il curato della vicina chiesa di san Maurizio. Era amico e confidente dell'Osio. Non disdegnò mai la compagnia delle monachelle, il vile, ma puntava anch'egli ad avere la Signora!
Flora annuisce lentamente e prosegue: ormai il dubbio ha lasciato il posto alla certezza. Non toglie gli occhi di dosso alla figura in ombra della suora che si staglia di fronte a lei.
- Padre Arrigone da tempo aveva rivolto, senza successo, la propria attenzione alla bella e potente monaca. Certamente non era di bell'aspetto come Osio. Così il prete suggerì a Gian Paolo una strategia infallibile. Gli disse che per conquistare la Signora doveva attuare tutt'altra tattica. I due si accordarono e il curato scrisse a nome di Osio una lettera in cui, dopo aver chiesto scusa per il precedente ardire, si mostrò ossequioso e deferente. Suor Virginia cadde nel tranello. Iniziò così uno scambio di missive pure e caste e persino alcuni doni altrettanto innocenti, ma che inevitabilmente allargarono il cerchio delle persone implicate. Fogli vergati a mano e oggetti passavano di mano in mano di giorno e di notte. I due giovani, forse spinti dalla passione, si fecero audaci e si spinsero troppo oltre.
La monaca dal volto in ombra si abbandona a un lungo sospiro. Non fa alcun movimento, le braccia sembrano penzolare lungo il corpo svuotate da ogni capacità di azione, i piedi immobili sono nascosti dalla veste lunga fino a terra.
- Si necessitava dell'aiuto e del silenzio di altre monache e servitori. E poiché certe manovre non potevano passare inosservate, né all'interno delle mura claustrali né all'esterno, iniziarono a sorgere alcune dicerie e mormorazioni sussurrate.
Adesso Flora ha la certezza in pugno. Il battito cardiaco è talmente forte da rimbombarle sordo nelle orecchie. Le mani tremano e a stento riesce a deglutire la saliva per proseguire nel dialogo. La tentazione di andare oltre è folle al punto da schiacciare ogni paura dell'ignoto.
- La storia di una relazione in monastero diventò una notizia troppo scottante, oltre che intrigante, per poter passare sotto silenzio. Soprattutto se si tiene presente chi erano i protagonisti: la bella feudataria e il giovane conte Osio, che, per di più, aveva la fama di incorreggibile scavezzacollo e infaticabile rubacuori.
Dopo queste affermazioni la monaca tace. Sembra svuotata, senza vitalità: ha l'apparenza di un drappo senza profondità appeso alla parete della disillusione. Rompe il silenzio usando un tono di voce nuovo, pieno di rancore: - Si tentò di smorzare le dicerie, mettendo in giro la voce che Gio Paolo intendesse farsi religioso e che quindi quella con la Signora fosse un'amicizia spirituale, generata dal comune desiderio di tendere a Dio.
Flora ne approfitta per farsi coraggio, incalzare il discorso e sferrare l'ultimo attacco verbale.
- Nessuno però ci credette. Osio aveva fama di cacciatore di fanciulle, novizie e monache. Come poteva farsi frate cappuccino? Non era certo l'amore a guidare i suoi gesti...
La sagoma della suora si staglia nuovamente immobile tra la luce violenta del sole estivo e Flora, che invece è ancora seduta a terra, incapace di muovere le gambe come se fosse completamente paralizzata.
Ora la voce della religiosa vibra di ritrovata passione: - Costanza! Lei fu sempre presente negli incontri in parlatorijo. L'Osio parlava molto modestamente e diceva parole di compimento. Pareva che avesse un gran rispetto per noi tutte. Vero è che la Signora in cuor suo sapeva che ciò che stava facendo era male, sapeva di essere sulla via dell'errore...
- Nonostante ciò suor Virginia pareva folle: non riuscì più a fare a meno di spiare segretamente Osio quando si trovava nel suo giardino e di intrattenere con lui una tenera amicizia fatta di affettuose lettere e doni scambiati. Forse la Signora tentò di reprimere questa amicizia, ma ogni sforzo sembrò cadere nel vuoto.
La voce della sagoma in ombra aumenta d'intensità, spaventando Flora: - Essendomi detto che l'Osio stava nel giardino, io mi sentij venire uno desiderio di vederlo e perché feci forza a me stessa, venni manco sopra una cassa e questa cosa più e più volte mi è intervenuto.
Il cuore di Flora improvvisamente pare bloccarsi. La bocca si spalanca come per dire qualcosa, ma la voce non esce. Ora ne è certa. Sa chi è di fronte a lei. Non vuole sbagliare qualcosa e compromettere quella visione così importante. Deve controllarsi e misurare con attenzione le parole. Deglutisce lentamente, riordina le idee e ricomincia lentamente a parlare.
- Tra i due seguirono altri scambi di doni, tra cui un crocifisso d'argento.
- Inizialmente lo rimandai al mittente, assieme a quella calamita battezzata.
Il colloquio si fa serrato: - Vi scriveste molte lettere...
- Eran missive che trattavano di santità et purità e dell'amore et intenzione sua che era pura e netta e negli incontri in parlatorio in cui l'Osio mostrò quella maggiore modestia che si potesse più immaginare.
- Era il mese di giugno del 1599 e Marianna aveva 25 o 26 anni. Nel frattempo Osio chiese e ottenne un primo incontro, notturno e segreto, nel parlatoio. Come fece ad entrare?
Il corpo della Signora ora pare scosso da un fremito lieve ma inarrestabile. Eppure risponde senza esitazione: - Nel parlatorijno del confessore, ottenendo la chiave per accedervi da suor Ottavia, mia amica et confidente, la quale la buttò dal giardino delle monache per di sopra del muro in strada all'Osio e così esso entrò.
- Che successe?
- Niente! Con noi eran altre due suore: Benedetta Homati e Ottavia Ricci. L'Osio m'avea stregata. Con talismani magici m'avea fatto un malefitio e io non riuscia più a dimenticarlo. Parlammo di cose di creanza et basta.
- Poi suor Virginia accettò di incontrarlo ancora nel parlatorio del convento. Forse perché in agosto si era liberata dagli ultimi scrupoli di coscienza, essendo morto il padre?
Flora incalza ancora: - Era una notte di settembre. So che in seguito a quest'incontro notturno, suor Virginia si ammalò. Fu forse per gli angoscianti rimorsi che devono averla presa dopo l'accaduto?
Una luce improvvisa e violenta acceca per un istante Flora, che è costretta a voltare il viso da una parte per proteggere gli occhi. Non riesce a vedere più niente. Anche a occhi aperti, una macchia viola vela ogni cosa, come se avesse fissato il sole troppo a lungo.
Quando riacquista la vista è troppo tardi. Volge lo sguardo verso la sagoma della monaca, ma sa già che è scomparsa. Al suo posto è suor Angela Barni, bassa e tonda, che la guarda sorridendo. Marianna De Leyva, la Signora, è tornata nel limbo.
mercoledì 10 marzo 2010
Lo stupro di Marianna
Milano, Anno Domini 1610
Gian Paolo Osio si risveglia da un sonno agitato durato meno di un'ora. Senza accorgersi le palpebre si sono fatte pesanti e si è addormentato crollando sul pagliericcio gettato disordinatamente a terra. La camicia è lacerata sul fianco, mentre ciò che resta del farsetto è ricoperto di strati di sporcizia. Indossa ancora gli stivalacci di cuoio logori e la calzamaglia lercia e puzzolente, mentre il mantello strappato giace abbandonato in un angolo. L'uomo si tocca il fianco e nota la mancanza: il cinturone per la spada e il pugnale sono stati requisiti. Sono stati suoi compagni fidati giorno e notte per talmente tanti anni, che ora si meraviglia di esserne privo.
Una guardia gli ha portato una ciotola con del vino aspro e un pezzo di pane duro con poca carne salata. La sete gli ha bruciato la gola ma è acqua quella che gli darebbe sollievo. Gian Paolo è febbricitante e beve solo un sorso di vino schifoso. Appena percepito il sapore, lo sputa sul dorso di un topo che gli corre sopra lo stivale. Impreca, maledice Dio di averlo condannato a patire una pena immeritata. Si rialza e cerca la fiamma, suo unico conforto di una notte senza fine.
La lanterna ad olio arde debolmente, ma quel poco di luce gli basta per vedere il soffitto basso di mattoni, le nicchie incrostate di muffa e resti di ossa umane ammassate vicino a una pancaccia di legno nero e duro come la pietra. Nessuna suppellettile: d'altra parte è nei sotterranei di Villa Monforte, scomodo ospite del conte Taverna, suo antico amico e ora bastardo traditore.
L'uomo stringe i pugni e ricomincia il suo delirio a voce alta.
- È te che penso, te che sei l'unico volto che volio ricordare prima che la morte mi strappi il cuore dallo petto.
- Ancora ricordo tutto, come fosse accaduto poc'anzi. Fui solo per la prima volta nel parlatojio. Una monaca mi aveva gettato nel giardino la chiave per entrare. Aspettai la mezza notte, poi aprii la porta e la Signora era là, in piedi, che mi attendeva. Splendea come un angelo rischiarato dalla luce argentea. La notte era fresca e la luce della luna filtrava dalle feritoie alla finestra. Mi avvicinai alla suora, ma quando fui al suo cospetto un fuoco si impadronì di me con tale violenza che non potei più controllarmi. Le misi una mano sulla bocca e la spinsi con forza contro il muro. Lei sbattè il capo e le cadde il velo e sotto vidi che portava li capelli lunghi, non scorciati come quelli delle altre monache. Con l'altra mano le alzai la veste e le toccavo le gambe lisce e nude. Arrivai fino alla cinta sopra il pube e gliela strappai con forza. Un urlo le uscì dalla bocca, allora la voltai e la spinsi contro allo tavolo in mezzo la stanza. Un fuoco mi ardeva nel petto. Lei mi piantò quei suoi occhi di fuoco nei miei e io bevvi il suo odio e brindai alla sua carne.
- La presi con una mano al collo e una alla vita e la gettai sdraiata sul piano di legno. Il suo sguardo era pieno d'odio e di desiderio allo stesso momento. Sapevo che mi voleva, i suoi occhi dicevano sì.
- Così fui sopra di lei come uno stallone con la sua giumenta. E anche se dovevo tenerle li polsi, il piacere che provavo nelle sue carni era dolce e infinito. Spingevo i miei lombi e presto la sua lagnanza si trasformò in piacere, che seguiva ogni mia spinta. Non dovetti più tenerle con cotanta forza li polsi, poiché ella non mi spingeva più via. Le tolsi tutta la veste, poiché volevo vedere col chiaro di luna la sua carne bianca. Avea seni bellissimi, sodi, col ventre piatto da donna che non avea mai partorito. Piangeva e le lagrime le bagnavano tutto lo viso. Ma io sapevo che eran lagrime di contentezza per averla finalmente fatta sentir donna, che non aveva mai conosciuto uomo prima di me. E avere me come primo uomo non è fortuna che avevan tutte.
Lo squittio dei ratti interrompe per un momento il flusso di pensieri. Osio li scaccia con una violenta pedata. Un topo rotola lontano colpito all'addome.
- Quando ebbi finito ella piangeva ancora. Subitamente mutò comportamento. Disse che l'avevo presa colla forza e che non aveva desiderato questa cosa. Che sperava in un poco di tenerezza, un bacio, una carezza.
Un colpo di tosse, poi un altro. Osio si pulisce la bocca col polso della camicia un tempo immacolata. Intravede una macchia di sangue che si allarga sulla stoffa consumata.
- Strane le donne! - grida all'improvviso. Poi una risata nervosa. Ricomincia a parlare alla fiammella.
- Le avevo dato il meglio che il conte Osio potea fare e ella pareva malcontenta dello trattamento. Le dissi allora che se voleva un bacio potea chiederlo e subito l'avrei dato. Mi avvicinai, ma ella mi spinse lontano. Piangeva e piangeva e raccolse da terra le vesti. Si teneva coperta le pudenda come poteva. Disse di andarmene, di uscire da dove ero entrato. Di non tornare e non scriver più missive. Li occhi le eran mutati ancora. Non più fierezza, non più durezza, ma parean pieni di commozione. Pensai che forse era malata. Così andai via e tornai nello mio giardino senza pensarla più. Ma lo dannato sapore della sciagurata s'era infilata ne la mia bocca e lo profumo della sua pelle linda avea fatto nido nelle mie nari.
- Marianna, Marianna mia, da allora mai ti potei dimenticare!
Gian Paolo Osio si risveglia da un sonno agitato durato meno di un'ora. Senza accorgersi le palpebre si sono fatte pesanti e si è addormentato crollando sul pagliericcio gettato disordinatamente a terra. La camicia è lacerata sul fianco, mentre ciò che resta del farsetto è ricoperto di strati di sporcizia. Indossa ancora gli stivalacci di cuoio logori e la calzamaglia lercia e puzzolente, mentre il mantello strappato giace abbandonato in un angolo. L'uomo si tocca il fianco e nota la mancanza: il cinturone per la spada e il pugnale sono stati requisiti. Sono stati suoi compagni fidati giorno e notte per talmente tanti anni, che ora si meraviglia di esserne privo.
Una guardia gli ha portato una ciotola con del vino aspro e un pezzo di pane duro con poca carne salata. La sete gli ha bruciato la gola ma è acqua quella che gli darebbe sollievo. Gian Paolo è febbricitante e beve solo un sorso di vino schifoso. Appena percepito il sapore, lo sputa sul dorso di un topo che gli corre sopra lo stivale. Impreca, maledice Dio di averlo condannato a patire una pena immeritata. Si rialza e cerca la fiamma, suo unico conforto di una notte senza fine.
La lanterna ad olio arde debolmente, ma quel poco di luce gli basta per vedere il soffitto basso di mattoni, le nicchie incrostate di muffa e resti di ossa umane ammassate vicino a una pancaccia di legno nero e duro come la pietra. Nessuna suppellettile: d'altra parte è nei sotterranei di Villa Monforte, scomodo ospite del conte Taverna, suo antico amico e ora bastardo traditore.
L'uomo stringe i pugni e ricomincia il suo delirio a voce alta.
- È te che penso, te che sei l'unico volto che volio ricordare prima che la morte mi strappi il cuore dallo petto.
- Ancora ricordo tutto, come fosse accaduto poc'anzi. Fui solo per la prima volta nel parlatojio. Una monaca mi aveva gettato nel giardino la chiave per entrare. Aspettai la mezza notte, poi aprii la porta e la Signora era là, in piedi, che mi attendeva. Splendea come un angelo rischiarato dalla luce argentea. La notte era fresca e la luce della luna filtrava dalle feritoie alla finestra. Mi avvicinai alla suora, ma quando fui al suo cospetto un fuoco si impadronì di me con tale violenza che non potei più controllarmi. Le misi una mano sulla bocca e la spinsi con forza contro il muro. Lei sbattè il capo e le cadde il velo e sotto vidi che portava li capelli lunghi, non scorciati come quelli delle altre monache. Con l'altra mano le alzai la veste e le toccavo le gambe lisce e nude. Arrivai fino alla cinta sopra il pube e gliela strappai con forza. Un urlo le uscì dalla bocca, allora la voltai e la spinsi contro allo tavolo in mezzo la stanza. Un fuoco mi ardeva nel petto. Lei mi piantò quei suoi occhi di fuoco nei miei e io bevvi il suo odio e brindai alla sua carne.
- La presi con una mano al collo e una alla vita e la gettai sdraiata sul piano di legno. Il suo sguardo era pieno d'odio e di desiderio allo stesso momento. Sapevo che mi voleva, i suoi occhi dicevano sì.
- Così fui sopra di lei come uno stallone con la sua giumenta. E anche se dovevo tenerle li polsi, il piacere che provavo nelle sue carni era dolce e infinito. Spingevo i miei lombi e presto la sua lagnanza si trasformò in piacere, che seguiva ogni mia spinta. Non dovetti più tenerle con cotanta forza li polsi, poiché ella non mi spingeva più via. Le tolsi tutta la veste, poiché volevo vedere col chiaro di luna la sua carne bianca. Avea seni bellissimi, sodi, col ventre piatto da donna che non avea mai partorito. Piangeva e le lagrime le bagnavano tutto lo viso. Ma io sapevo che eran lagrime di contentezza per averla finalmente fatta sentir donna, che non aveva mai conosciuto uomo prima di me. E avere me come primo uomo non è fortuna che avevan tutte.
Lo squittio dei ratti interrompe per un momento il flusso di pensieri. Osio li scaccia con una violenta pedata. Un topo rotola lontano colpito all'addome.
- Quando ebbi finito ella piangeva ancora. Subitamente mutò comportamento. Disse che l'avevo presa colla forza e che non aveva desiderato questa cosa. Che sperava in un poco di tenerezza, un bacio, una carezza.
Un colpo di tosse, poi un altro. Osio si pulisce la bocca col polso della camicia un tempo immacolata. Intravede una macchia di sangue che si allarga sulla stoffa consumata.
- Strane le donne! - grida all'improvviso. Poi una risata nervosa. Ricomincia a parlare alla fiammella.
- Le avevo dato il meglio che il conte Osio potea fare e ella pareva malcontenta dello trattamento. Le dissi allora che se voleva un bacio potea chiederlo e subito l'avrei dato. Mi avvicinai, ma ella mi spinse lontano. Piangeva e piangeva e raccolse da terra le vesti. Si teneva coperta le pudenda come poteva. Disse di andarmene, di uscire da dove ero entrato. Di non tornare e non scriver più missive. Li occhi le eran mutati ancora. Non più fierezza, non più durezza, ma parean pieni di commozione. Pensai che forse era malata. Così andai via e tornai nello mio giardino senza pensarla più. Ma lo dannato sapore della sciagurata s'era infilata ne la mia bocca e lo profumo della sua pelle linda avea fatto nido nelle mie nari.
- Marianna, Marianna mia, da allora mai ti potei dimenticare!
lunedì 8 marzo 2010
Marianna incontra Gian Paolo Osio
Rimasta sola, Flora siede sul muretto con le spalle appoggiate a una delle esili colonne che reggono il portico. Si guarda attorno cercando qualcosa che attragga la sua attenzione, che possa magari riuscire ad aprire un varco nel tempo. Non bastano una pietra sporgente o il pavimento consunto dove forse la Signora di Monza pose il piede più volte. Ci vorrebbe qualcosa che è stato a lungo in contatto con lei. Ma cosa? Il vero problema è che quello non è lo stesso chiostro in cui passeggiò Marianna novizia prima, e poi monaca irreprensibile e sciagurata poi. Però il cortiletto racchiuso dalle mura del convento esprime ancora un'atmosfera di lontananza dal mondo contemporaneo, che almeno aiuta Flora a immergersi nelle riflessioni.
Apre il taccuino rosso e sfoglia i numerosi appunti presi sulla vita di suor Virginia. Il 20 maggio 1594 il letterato monzese Bartolomeo Zucchi le inviò una lettera molto ampollosa, nella quale lodò la sua scelta di farsi monaca. A vent’anni suor Virginia diventò “La Signora”, perché esercitava per mandato del padre il biennio di sovranità a Monza. Il suo compito di feudataria consisteva nell’emettere gride, ordinare arresti, rimettere le pene e così via. In quel periodo riscosse l’ammirazione di tutti per il suo contegno.
A ventidue anni suor Virginia Maria, oltre che sacrestana, fu nominata maestra delle educande. Un giorno si accorse che una delle fanciulle a lei affidate, Isabella Degli Ortensi, amoreggiava con il bel vicino: Gian Paolo Osio. Questa fu la prima volta che la monaca sentì parlare di lui.
Nella dichiarazione rilasciata al processo da suor Virginia si legge che "Detto Gio. Paolo Osio faceva l'amore con la signorina Isabella Ortensia secolare". Colti con le mani nel sacco, la Signora redarguì con veemenza l'uomo e poi lo cacciò via dal convento. Osio se ne andò a testa bassa senza dire nulla. Nel dettaglio, è scritto che la Signora fece "un rebuffo" a Gio. Paolo, assimilabile a una pesante lavata di capo.
Per i due futuri amanti fu sicuramente un inizio movimentato. Chi era Gian Paolo Osio? Figlio di Sofia Bernareggi e di un altro Giovan Paolo, è descritto come un bel giovane, ricco e ozioso. All'epoca dei fatti aveva circa venticinque anni, ma non era sposato. Sia il padre sia il fratello Cesare erano molto noti a Monza per le loro ribalderie e i numerosi ferimenti. Anche il fratello Teodoro uccise poi lo zio per affrettare l’eredità.
Fino al 1597 nei documenti non c’è traccia invece di reati del giovane Gian Paolo. Pagava i creditori e frequentava amicizie altolocate, come i fratelli De Leyva, e anche i nobili Francesco D’Adda, Giovanni Borromeo, Ludovico Taverna ed Ermes Visconti. Possedeva una discreta educazione umanistica: conosceva il latino e utilizzava un manuale per comporre le lettere. Era anche ben conosciuto dalla superiora del monastero di santa Margherita, suor Francesca Imbersaga. Anzi, negli atti del processo è definito "amico del convento", perché impiegava spesso i suoi stessi servitori per le proprie commissioni. Una sorta di "condivisione" del personale, magari per risparmiare qualche quattrino.
Torniamo all'episodio della Signora di Monza che scaccia dal monastero il giovane Osio perché l'ha pizzicato ad amoreggiare con la giovane educanda Isabella Ortensia. Il temperamento impulsivo di suor Virginia destò scalpore: in città la notizia della brutale cacciata di Gian Paolo dal convento si diffuse in fretta. Il fatto suscitò clamore non tanto forse per la cosa in sé, quanto per il nome dei protagonisti implicati: i due giovani esponenti delle famiglie più in vista di Monza.
L'educanda Isabella Ortensia fu immediatamente tolta dal monastero dalla madre, che era ben consapevole di quale influenza sociale avesse la casata dei De Leyva, soprattutto a Monza. Temendo un possibile scandalo che avrebbe potuto diffamare il buon nome della figlia e della famiglia, la madre fece in modo di maritarla nel più breve tempo possibile: in appena quindici giorni le fece infilare la fede al dito.
I pettegolezzi sull'accaduto, però, risultarono sgraditi anche a qualcun altro. Fu così che pochi giorni dopo, nell'ottobre 1597, in Monza fu trovato morto Giuseppe Molteno, l'agente fiscale del feudo dei De Leyva. Il povero sessantenne era stato ucciso da un colpo sparato con un archibugio, la prima arma da fuoco "moderna" che poteva essere imbracciata in modo simile agli attuali fucili, permettendo una certa precisione nel tiro. Quindi non si trattò di un colpo sparato a casaccio, ma di un'esecuzione in piena regola. Gli indizi caddero subito sugli Osio: inoltre Gian Paolo era notoriamente un appassionato e competente collezionista di armi.
Nonostante non vi fossero testimoni oculari, il fatto fu immediatamente collegato da tutti a quanto accaduto nel monastero di santa Margherita. A dire il vero, il semplice "rebuffo" era un movente un po' troppo debole per un omicidio vendicativo, persino per un tipo orgoglioso come Gian Paolo, il quale, va ribadito, fino a quel momento appariva immacolato. Eppure Osio fu subito sospettato di essere perlomeno il mandante dell'omicidio e quindi fu costretto a rimanere rintanato in casa per non cadere nelle maglie della giustizia.
Nessuno avrebbe certo potuto immaginarsi che proprio la "punizione" per un omicidio sarebbe stata la causa scatenante di una passione dai risvolti ben più clamorosi.
Osio, ritirato nel suo giardino che è contiguo alle mura del monastero - come disse suor Virginia parlando di quell'episodio durante il processo - inganna il tempo anche guardando verso le finestre delle suore. Ed è proprio questo passatempo che lo portò a incrociare lo sguardo della Signora.
Flora osserva le piante verdi che incorniciano il chiostro illuminato dal sole a picco di mezzogiorno. Non si muove un filo d'aria e l'umidità è opprimente. Fortunatamente resta una lingua d'ombra che le accarezza il capo dalla fronte alla nuca.
- Chissà quale interesse morboso - pensa - poteva suscitare in un venticinquenne del Cinquecento la possibilità di spiare tutto il giorno, indisturbato, visto e non visto, le giovani monache di clausura che vivevano a pochi metri dalla sua dimora. Innocenti o peccatrici, comunque sole, senza protezione, senza uomini attorno, forse desiderose di attenzioni maschili, magari bramose di carnalità, sicuramente fonte inesauribile di un miscuglio di pensieri, desideri, pulsioni, volontà inespresse o represse vissute o solo ipotizzate e sognate da un giovanotto mezzo delinquente in un'epoca in cui la moralità era sempre a metà tra il timore di Dio e l'obbedienza, e gli istinti animaleschi rappresentati da Satana. Un coagulo esplosivo che avrebbe alimentato i più bassi desideri persino nell'uomo più irreprensibile.
Flora guarda in sù e scruta le finestre.
- Chissà come poteva essere il punto di vista di Osio e, di rimando, quello delle monache quando si accorgevano dei suoi sguardi maliziosi, dei sorrisi, forse anche dei gesti espliciti.
Lo stomaco le si stringe violentemente e il desiderio le percorre come un guizzo vitale tutta la schiena fino al ventre. Per lei è facile immedesimarsi sia nel venticinquenne, sia in una delle suore vergini del convento di santa Margherita.
Il caldo pare aumentare, ma riprende la lettura degli appunti.
Suor Virginia al processo testimoniò che ritrovandosi casualmente nella camera di suor Candida Brancolina, confinante con la sua, che aveva una finestra che dava proprio sul famigerato giardino, vedendola Gian Paolo la salutò. Casualità o volontà, fatto sta che suor Virginia tornò una seconda volta davanti a quella finestra, chissà se fosse speranzosa di rivedere il bel giovane. Il secondo saluto fu accompagnato da un cenno dell'audace vicino, che disse di volerle mandare una lettera.
- Osio era davvero un tipo sfrontato - pensa Flora.
Nato intorno al 1576 era quasi coetaneo di Marianna. Flora estrae dal taccuino la copia di una famosa incisione che lo ritrae a mezzo busto. Le ricorda una delle illustrazioni dei Promessi Sposi che raffigurano i bravi di don Rodrigo: porta un ampio cappello con la tesa larga da cui pende una lunga piuma chiara, capelli coi boccoli, baffetti e pizzetto triangolare, lo sguardo un po' arcigno. Indossa una bella casacca di stoffe preziose e ornamenti, un colletto ricamato e inamidato, il mantello portato sulla spalla destra. Di lato, si intravede appena la sagoma della spada: elemento caratteristico per farne comprendere il temperamento.
Flora si sposta, ha troppo caldo, suda copiosamente nonostante indossi un leggero abito di cotone chiaro. Si asciuga la fronte con la mano e pensa a quanto le farebbe comodo uno di quei grandi fazzoletti bianchi di suor Angela Barni. Lascia cadere sulla ghiaia il taccuino e si copre le guance col palmo delle mani colpita dalla loro eccessiva temperatura: sembra febbricitante. L'afa diventa più insopportabile ogni istante che passa. Il nauseante odore di gelsomino in fiore permea l'aria satura di umidità e sente lo stomaco stringersi facendo refluire i succhi gastrici fino alla gola. Perle di sudore rotolano rapide inseguendosi sul volto, lungo il collo, nell'incavo delle ascelle.
- Sarebbe meglio spostarmi e andare subito all'interno del convento, dove magari è più fresco.
Apre il taccuino rosso e sfoglia i numerosi appunti presi sulla vita di suor Virginia. Il 20 maggio 1594 il letterato monzese Bartolomeo Zucchi le inviò una lettera molto ampollosa, nella quale lodò la sua scelta di farsi monaca. A vent’anni suor Virginia diventò “La Signora”, perché esercitava per mandato del padre il biennio di sovranità a Monza. Il suo compito di feudataria consisteva nell’emettere gride, ordinare arresti, rimettere le pene e così via. In quel periodo riscosse l’ammirazione di tutti per il suo contegno.
A ventidue anni suor Virginia Maria, oltre che sacrestana, fu nominata maestra delle educande. Un giorno si accorse che una delle fanciulle a lei affidate, Isabella Degli Ortensi, amoreggiava con il bel vicino: Gian Paolo Osio. Questa fu la prima volta che la monaca sentì parlare di lui.
Nella dichiarazione rilasciata al processo da suor Virginia si legge che "Detto Gio. Paolo Osio faceva l'amore con la signorina Isabella Ortensia secolare". Colti con le mani nel sacco, la Signora redarguì con veemenza l'uomo e poi lo cacciò via dal convento. Osio se ne andò a testa bassa senza dire nulla. Nel dettaglio, è scritto che la Signora fece "un rebuffo" a Gio. Paolo, assimilabile a una pesante lavata di capo.
Per i due futuri amanti fu sicuramente un inizio movimentato. Chi era Gian Paolo Osio? Figlio di Sofia Bernareggi e di un altro Giovan Paolo, è descritto come un bel giovane, ricco e ozioso. All'epoca dei fatti aveva circa venticinque anni, ma non era sposato. Sia il padre sia il fratello Cesare erano molto noti a Monza per le loro ribalderie e i numerosi ferimenti. Anche il fratello Teodoro uccise poi lo zio per affrettare l’eredità.
Fino al 1597 nei documenti non c’è traccia invece di reati del giovane Gian Paolo. Pagava i creditori e frequentava amicizie altolocate, come i fratelli De Leyva, e anche i nobili Francesco D’Adda, Giovanni Borromeo, Ludovico Taverna ed Ermes Visconti. Possedeva una discreta educazione umanistica: conosceva il latino e utilizzava un manuale per comporre le lettere. Era anche ben conosciuto dalla superiora del monastero di santa Margherita, suor Francesca Imbersaga. Anzi, negli atti del processo è definito "amico del convento", perché impiegava spesso i suoi stessi servitori per le proprie commissioni. Una sorta di "condivisione" del personale, magari per risparmiare qualche quattrino.
Torniamo all'episodio della Signora di Monza che scaccia dal monastero il giovane Osio perché l'ha pizzicato ad amoreggiare con la giovane educanda Isabella Ortensia. Il temperamento impulsivo di suor Virginia destò scalpore: in città la notizia della brutale cacciata di Gian Paolo dal convento si diffuse in fretta. Il fatto suscitò clamore non tanto forse per la cosa in sé, quanto per il nome dei protagonisti implicati: i due giovani esponenti delle famiglie più in vista di Monza.
L'educanda Isabella Ortensia fu immediatamente tolta dal monastero dalla madre, che era ben consapevole di quale influenza sociale avesse la casata dei De Leyva, soprattutto a Monza. Temendo un possibile scandalo che avrebbe potuto diffamare il buon nome della figlia e della famiglia, la madre fece in modo di maritarla nel più breve tempo possibile: in appena quindici giorni le fece infilare la fede al dito.
I pettegolezzi sull'accaduto, però, risultarono sgraditi anche a qualcun altro. Fu così che pochi giorni dopo, nell'ottobre 1597, in Monza fu trovato morto Giuseppe Molteno, l'agente fiscale del feudo dei De Leyva. Il povero sessantenne era stato ucciso da un colpo sparato con un archibugio, la prima arma da fuoco "moderna" che poteva essere imbracciata in modo simile agli attuali fucili, permettendo una certa precisione nel tiro. Quindi non si trattò di un colpo sparato a casaccio, ma di un'esecuzione in piena regola. Gli indizi caddero subito sugli Osio: inoltre Gian Paolo era notoriamente un appassionato e competente collezionista di armi.
Nonostante non vi fossero testimoni oculari, il fatto fu immediatamente collegato da tutti a quanto accaduto nel monastero di santa Margherita. A dire il vero, il semplice "rebuffo" era un movente un po' troppo debole per un omicidio vendicativo, persino per un tipo orgoglioso come Gian Paolo, il quale, va ribadito, fino a quel momento appariva immacolato. Eppure Osio fu subito sospettato di essere perlomeno il mandante dell'omicidio e quindi fu costretto a rimanere rintanato in casa per non cadere nelle maglie della giustizia.
Nessuno avrebbe certo potuto immaginarsi che proprio la "punizione" per un omicidio sarebbe stata la causa scatenante di una passione dai risvolti ben più clamorosi.
Osio, ritirato nel suo giardino che è contiguo alle mura del monastero - come disse suor Virginia parlando di quell'episodio durante il processo - inganna il tempo anche guardando verso le finestre delle suore. Ed è proprio questo passatempo che lo portò a incrociare lo sguardo della Signora.
Flora osserva le piante verdi che incorniciano il chiostro illuminato dal sole a picco di mezzogiorno. Non si muove un filo d'aria e l'umidità è opprimente. Fortunatamente resta una lingua d'ombra che le accarezza il capo dalla fronte alla nuca.
- Chissà quale interesse morboso - pensa - poteva suscitare in un venticinquenne del Cinquecento la possibilità di spiare tutto il giorno, indisturbato, visto e non visto, le giovani monache di clausura che vivevano a pochi metri dalla sua dimora. Innocenti o peccatrici, comunque sole, senza protezione, senza uomini attorno, forse desiderose di attenzioni maschili, magari bramose di carnalità, sicuramente fonte inesauribile di un miscuglio di pensieri, desideri, pulsioni, volontà inespresse o represse vissute o solo ipotizzate e sognate da un giovanotto mezzo delinquente in un'epoca in cui la moralità era sempre a metà tra il timore di Dio e l'obbedienza, e gli istinti animaleschi rappresentati da Satana. Un coagulo esplosivo che avrebbe alimentato i più bassi desideri persino nell'uomo più irreprensibile.
Flora guarda in sù e scruta le finestre.
- Chissà come poteva essere il punto di vista di Osio e, di rimando, quello delle monache quando si accorgevano dei suoi sguardi maliziosi, dei sorrisi, forse anche dei gesti espliciti.
Lo stomaco le si stringe violentemente e il desiderio le percorre come un guizzo vitale tutta la schiena fino al ventre. Per lei è facile immedesimarsi sia nel venticinquenne, sia in una delle suore vergini del convento di santa Margherita.
Il caldo pare aumentare, ma riprende la lettura degli appunti.
Suor Virginia al processo testimoniò che ritrovandosi casualmente nella camera di suor Candida Brancolina, confinante con la sua, che aveva una finestra che dava proprio sul famigerato giardino, vedendola Gian Paolo la salutò. Casualità o volontà, fatto sta che suor Virginia tornò una seconda volta davanti a quella finestra, chissà se fosse speranzosa di rivedere il bel giovane. Il secondo saluto fu accompagnato da un cenno dell'audace vicino, che disse di volerle mandare una lettera.
- Osio era davvero un tipo sfrontato - pensa Flora.
Nato intorno al 1576 era quasi coetaneo di Marianna. Flora estrae dal taccuino la copia di una famosa incisione che lo ritrae a mezzo busto. Le ricorda una delle illustrazioni dei Promessi Sposi che raffigurano i bravi di don Rodrigo: porta un ampio cappello con la tesa larga da cui pende una lunga piuma chiara, capelli coi boccoli, baffetti e pizzetto triangolare, lo sguardo un po' arcigno. Indossa una bella casacca di stoffe preziose e ornamenti, un colletto ricamato e inamidato, il mantello portato sulla spalla destra. Di lato, si intravede appena la sagoma della spada: elemento caratteristico per farne comprendere il temperamento.
Flora si sposta, ha troppo caldo, suda copiosamente nonostante indossi un leggero abito di cotone chiaro. Si asciuga la fronte con la mano e pensa a quanto le farebbe comodo uno di quei grandi fazzoletti bianchi di suor Angela Barni. Lascia cadere sulla ghiaia il taccuino e si copre le guance col palmo delle mani colpita dalla loro eccessiva temperatura: sembra febbricitante. L'afa diventa più insopportabile ogni istante che passa. Il nauseante odore di gelsomino in fiore permea l'aria satura di umidità e sente lo stomaco stringersi facendo refluire i succhi gastrici fino alla gola. Perle di sudore rotolano rapide inseguendosi sul volto, lungo il collo, nell'incavo delle ascelle.
- Sarebbe meglio spostarmi e andare subito all'interno del convento, dove magari è più fresco.
giovedì 4 marzo 2010
Marianna diventa suor Virginia
Monza, 12 giugno 2001
Flora ha riordinato il materiale raccolto sui primi anni trascorsi in monastero da suor Virginia. Sta tornando in ciò che resta dell'antico convento per rivedere suor Angela Barni. In realtà le interessa rimanere un po' da sola nel chiostro: ha bisogno di focalizzare i luoghi in cui Marianna de Leyva visse per tanti anni, anche se il chiostro in cui la Monaca di Monza passeggiò oggi non esiste più. Vuole capire se le sia possibile stabilire un contatto, un flusso di trasmissione di pensieri tra sé e gli oggetti rimasti in quel luogo nonostante i quattrocento anni di stravolgimenti. È solo una speranza, perché la struttura architettonica del convento è stata completamente modificata, però forse una pietra o un ciottolo hanno mantenuto qualche materia entrata in contatto con la giovane suora ribelle.
Flora ha scritto molto sul taccuino con la copertina rossa. Apre una delle ultime pagine. Vi è incollata la riproduzione di una vecchia immagine del monastero di santa Margherita di Monza com'era prima che lo restaurassero. Si vede poco, ma è meglio che niente. Anche se di certo la struttura originaria doveva essere differente.
Uno storico dell'epoca lo ha descritto in poche righe: "tetro, uggioso, profondamente malinconico… Per la speciale disposizione dei singoli locali, quel povero monastero, non aveva un punto solo dal quale la vista potesse ricrearsi d'uno sguardo ai monti, all'orizzonte, all'aria libera. Era per così dire chiuso da ogni parte, ché alla destra il giardino della casa degli Osii tutto lo circondava colle alte piante, a mattina i locali rustici del cenobio toglievano quel poco di passaggio che avrebbe potuto dare la muraglia della città, a mezzodì la chiesa tutto ostruiva ed a ponente infine la porta d'ingesso con tanto di chiavistello".
Suor Angela Barni attende Flora nel suo studio.
- Buongiorno cara, spero che oggi si senta bene.
- Sì, grazie. Ieri ho avuto un colpo di calore, credo. Oggi sto decisamente meglio. Anche se questa umidità soffocante non sembra diminuire.
- È solo una piccola sofferenza passeggera - commenta mentre estrae dalle veste bianca il fazzoletto candido ben ripiegato. Lo apre con movimenti lenti e comincia a detergersi il sudore delle tempie. Fa cenno alla giovane di accomodarsi sulla sedia dalla quale è caduta due giorni prima.
- Ha ragione. - sospira Flora sedendosi - A volte ci si lamenta per delle sciocchezze.
Flora si ripromette di non guardare neppure una volta il crocifisso. Per nessuna ragione.
- Parliamo di Marianna De Leyva. So che entrò nel monastero il 15 marzo 1589 a tredici anni. Compì la professione religiosa il 12 settembre 1591. A voler essere pignoli, non era proprio nel pieno rispetto delle norme canoniche. Stando ai dettami del Concilio di Trento, erano sedici anni compiuti il limite minimo per la professione religiosa. Mentre Marianna il 12 settembre di anni ne aveva precisamente quindici e dieci mesi.
- Lei è molto preparata. Assieme a suor Virginia ricevettero la professione suor Benedetta Felice Homata, suor Teodora da Seveso e suor Ottavia, che era Caterina Ricci - la religiosa sorride. Ha del materiale per l'ospite: - Ho qui una descrizione di suor Virginia sedicenne scritta dal Ripamonti.
Estrae da una cartellina di plastica trasparente una fotocopia. Inforca gli occhiali dorati e legge ad alta voce.
- Il Ripamonti scrisse che: "era la de Leyva modesta, circospetta, affabilissima, soffusa di un invidiabile candore, amica con tutte, delle discipline letterarie istrutta, come lo poteva essere in allora una giovinetta ben educata, obbediente, per nulla dispettosa, esempio di contegno sociale perfetto".
- Bene - commenta Flora - questa opinione trova conferma nelle deposizioni rese al processo da suor Teodora, sua compagna di noviziato, che si dichiarava incredula riguardo ai fatti successi tra Osio e suor Virgina, testimoniando che, all'epoca del noviziato, lei era "invidiosa della sua santità".
Suor Angela sbarra gli occhi: - Signora Leth, ha letto gli atti del processo alla Monaca di Monza? - la suora toglie gli occhiali e fissa Flora.
- Sì. Sono stata più fortunata del Manzoni, che invece non ha avuto questa possibilità e dovette basare la sua descrizione degli eventi su altre fonti dell'epoca.
Flora fa una pausa. Le sembra di avvertire un irrigidimento da parte di suor Angela. Deve placare il tono polemico e ammorbidire la discussione. Cambia subito argomento.
- Nel suo libro sulla Monaca di Monza lo scrittore Mazzucchelli ipotizza che la vita in monastero, nei primi tempi almeno, non doveva sembrare neppure tanto sgradita a Marianna. Era assieme a giovani della sua età con cui fare amicizia. Questa cosa non le era mai stata concessa prima. Era cresciuta isolata e in solitudine a Palazzo Marino a Milano, dove era l'unica bambina. Circondata da adulti che le erano accanto solo per dovere e le esprimevano quell'affetto ossequioso e piuttosto freddo che le era dovuto per la sua condizione sociale.
Suor Angela l'ascolta interessata.
- Certamente lei saprà che il padre di Marianna non pagò mai la cifra pattuita per il suo ingresso in monastero.
- Sì, ne fa cenno anche Manzoni.
Flora annuisce: - Inoltre, due giorni dopo la professione di suor Virginia Maria, le monache furono costrette a concedere una dilazione di due anni a Giuseppe Limiato, la persona presso cui don Martino De Leyva avrebbe dovuto depositare le "seimila libbre imperiali", che costituivano la dote della figlia. Il padre si era dimostrato gretto e di un'avarizia insaziabile, indifferente verso la figlia.
- A volte gli uomini sbagliano, ma esiste sempre il disegno di Dio - la religiosa ora appare più tranquilla. Le piace quella ragazza piena di temperamento. Le ricorda sua sorella Maria, scomparsa da tanti anni. Da bambine erano state inseparabili, avendo quasi la stessa età. Maria era molto volitiva e un'estate si invaghirono dello stesso ragazzo. Per Angela sarebbe stata solo una cotta da nulla se sua sorella non si fosse intestardita nella conquista del giovane. Tra le due si scatenò una specie di gara a colpi di sorrisi, sguardi e mezze frasi rivolte a quel giovane che frequentava il loro stesso oratorio. Maria trasformò il gioco in sfida. Diventò sfrontata. Il parroco avvertì la famiglia del suo comportamento impertinente. I genitori corsero ai ripari: vollero farsi raccontare i dettagli di quel gioco trasformato in corteggiamento sfacciato sotto gli occhi di tutti. Maria sfoderò un eloquio sorprendente, che ferì la sensibilità della madre e colpì al cuore la suscettibilità del padre. Irato, l'uomo obbligò entrambe le ragazze a partire per l'intera estate in una colonia in montagna. Fu durante quel soggiorno alpino che Angela conobbe don Mauro, che scoprì in lei la vocazione alla vita monastica. Suor Angela non ha mai ringraziato abbastanza la sorella Maria per quel dono. Un cancro la portò via l'anno dopo. Aveva diciotto anni.
Flora prosegue il racconto dell'inizio della vita in convento della Monaca di Monza: - Marianna entrò in convento senza una vocazione. Non solo, la sua era una religiosità imperniata su di un totale formalismo esteriore.
- Mi spieghi meglio, per favore.
- La sua religiosità era fatta di pratiche da compiere e tradizioni da rispettare, oltre a una miriade di scrupoli di coscienza perennemente presenti. Di un rapporto personale con Dio, sentito come padre, neppure a parlarne. L'esempio di paternità dato da don Martino alla figlia fu un disastro, mentre l'amore materno le era stato precluso dalla prematura morte della madre. Marianna era cresciuta con la pessima influenza di una zia bigotta. Di conseguenza, anche una volta divenuta suor Virginia, non poté che continuare a sentire Dio come un Signore terribile e lontano.
Suor Angela ascolta in silenzio. Flora prosegue a ruota libera.
- La sua devozione fu forse anche sincera. Suor Virginia era certo convinta che la fede consistesse realmente in tutto ciò che le era stato inculcato fin dalla più tenera età. Ma questa fede fredda che imparò a vivere in famiglia non le scaldava veramente il cuore. La sua fede non le fu poi sufficiente, non riuscì a guidarla nella vita e a sostenerla nella tentazione.
- Ho capito dove vuole arrivare Flora - suor Angela si asciuga il sudore della fronte - intende dire che la sua religiosità non riuscì a farle comprendere che Dio la amava immensamente, che le era accanto in ogni istante e che poteva, quindi, affidarsi a Lui e contare sul suo aiuto in ogni circostanza e situazione si trovasse.
Flora annuisce sorridendo: ha conquistato la fiducia della suora riportando il discorso sulla religione.
- Con questa religiosità vissuta più come pratica che come intimo colloquio con Dio, ben presto si fecero largo le tentazioni e i rimpianti, fino a diventare irresistibili. La monotonia della vita claustrale divenne sempre più pesante. Suor Virginia probabilmente si struggeva dentro, sebbene apparentemente appariva una suora modello. Forse anche troppo esemplare, per non far sorgere il dubbio che il suo comportamento obbedisse più a una ferrea forza di volontà che a un'autentica convinzione interiore.
- Come fa ad affermare queste cose?
- La supposizione non è mia, è di Cesare De Lollis. Per lui la Geltrude manzoniana è destinata a "cadere" perché è costretta e schiacciata da "le superstizioni del suo tempo, la tirannia della famiglia, le predisposizioni naturali, tutte forze di prim'ordine che, combinate insieme, non possono condurre che alla catastrofe".
Suor Angela è perplessa. Flora si affretta ad aggiustare il tiro.
- I primi anni di vita religiosa per suor Virginia non furono affatto una "catastrofe". Infatti era stimata sia dalla gente del circondario, sia dalle monache sue compagne. Riuscì a conciliare egregiamente i compiti a lei assegnati come suora con il suo ruolo di feudataria. Fu infatti sagrestana e addetta alle putte secolari, cioè maestra delle educande. Esercitò anche il ruolo di feudataria in assenza del padre, cosa questa che, assieme al fatto di essere preposta alle educande, ebbe le sue ripercussioni nel sorgere del rapporto con Gian Paolo Osio.
È giunto il momento per Flora di affondare il tiro: - Le chiedo quindi di poter vedere il chiostro, per favore.
Suor Angela è conquistata: - Certamente, mi segua cara.
Escono dallo studio e si dirigono nel cortile interno del convento, delimitato da sottili colonnine e abbellito da tanta vegetazione. Flora desidera ardentemente restare sola in quell'oasi tranquilla.
- Le spiace se resto qui un po' da sola? Vorrei riflettere e questo mi pare il luogo migliore.
- Va bene. Mi spiace faccia così caldo. Mi assento per un po', ho del lavoro da sbrigare. Se avesse bisogno, non esiti a farmi chiamare.
La religiosa si allontana lentamente, asciugandosi il sudore della fronte. Scompare nella porta dello studiolo.
Flora si guarda attorno. Fa molto caldo e l'umidità rende il cielo grigio e la luce abbacinante le rende impossibile guardarsi attorno senza il filtro delle lenti da sole.
Flora ha riordinato il materiale raccolto sui primi anni trascorsi in monastero da suor Virginia. Sta tornando in ciò che resta dell'antico convento per rivedere suor Angela Barni. In realtà le interessa rimanere un po' da sola nel chiostro: ha bisogno di focalizzare i luoghi in cui Marianna de Leyva visse per tanti anni, anche se il chiostro in cui la Monaca di Monza passeggiò oggi non esiste più. Vuole capire se le sia possibile stabilire un contatto, un flusso di trasmissione di pensieri tra sé e gli oggetti rimasti in quel luogo nonostante i quattrocento anni di stravolgimenti. È solo una speranza, perché la struttura architettonica del convento è stata completamente modificata, però forse una pietra o un ciottolo hanno mantenuto qualche materia entrata in contatto con la giovane suora ribelle.
Flora ha scritto molto sul taccuino con la copertina rossa. Apre una delle ultime pagine. Vi è incollata la riproduzione di una vecchia immagine del monastero di santa Margherita di Monza com'era prima che lo restaurassero. Si vede poco, ma è meglio che niente. Anche se di certo la struttura originaria doveva essere differente.
Uno storico dell'epoca lo ha descritto in poche righe: "tetro, uggioso, profondamente malinconico… Per la speciale disposizione dei singoli locali, quel povero monastero, non aveva un punto solo dal quale la vista potesse ricrearsi d'uno sguardo ai monti, all'orizzonte, all'aria libera. Era per così dire chiuso da ogni parte, ché alla destra il giardino della casa degli Osii tutto lo circondava colle alte piante, a mattina i locali rustici del cenobio toglievano quel poco di passaggio che avrebbe potuto dare la muraglia della città, a mezzodì la chiesa tutto ostruiva ed a ponente infine la porta d'ingesso con tanto di chiavistello".
Suor Angela Barni attende Flora nel suo studio.
- Buongiorno cara, spero che oggi si senta bene.
- Sì, grazie. Ieri ho avuto un colpo di calore, credo. Oggi sto decisamente meglio. Anche se questa umidità soffocante non sembra diminuire.
- È solo una piccola sofferenza passeggera - commenta mentre estrae dalle veste bianca il fazzoletto candido ben ripiegato. Lo apre con movimenti lenti e comincia a detergersi il sudore delle tempie. Fa cenno alla giovane di accomodarsi sulla sedia dalla quale è caduta due giorni prima.
- Ha ragione. - sospira Flora sedendosi - A volte ci si lamenta per delle sciocchezze.
Flora si ripromette di non guardare neppure una volta il crocifisso. Per nessuna ragione.
- Parliamo di Marianna De Leyva. So che entrò nel monastero il 15 marzo 1589 a tredici anni. Compì la professione religiosa il 12 settembre 1591. A voler essere pignoli, non era proprio nel pieno rispetto delle norme canoniche. Stando ai dettami del Concilio di Trento, erano sedici anni compiuti il limite minimo per la professione religiosa. Mentre Marianna il 12 settembre di anni ne aveva precisamente quindici e dieci mesi.
- Lei è molto preparata. Assieme a suor Virginia ricevettero la professione suor Benedetta Felice Homata, suor Teodora da Seveso e suor Ottavia, che era Caterina Ricci - la religiosa sorride. Ha del materiale per l'ospite: - Ho qui una descrizione di suor Virginia sedicenne scritta dal Ripamonti.
Estrae da una cartellina di plastica trasparente una fotocopia. Inforca gli occhiali dorati e legge ad alta voce.
- Il Ripamonti scrisse che: "era la de Leyva modesta, circospetta, affabilissima, soffusa di un invidiabile candore, amica con tutte, delle discipline letterarie istrutta, come lo poteva essere in allora una giovinetta ben educata, obbediente, per nulla dispettosa, esempio di contegno sociale perfetto".
- Bene - commenta Flora - questa opinione trova conferma nelle deposizioni rese al processo da suor Teodora, sua compagna di noviziato, che si dichiarava incredula riguardo ai fatti successi tra Osio e suor Virgina, testimoniando che, all'epoca del noviziato, lei era "invidiosa della sua santità".
Suor Angela sbarra gli occhi: - Signora Leth, ha letto gli atti del processo alla Monaca di Monza? - la suora toglie gli occhiali e fissa Flora.
- Sì. Sono stata più fortunata del Manzoni, che invece non ha avuto questa possibilità e dovette basare la sua descrizione degli eventi su altre fonti dell'epoca.
Flora fa una pausa. Le sembra di avvertire un irrigidimento da parte di suor Angela. Deve placare il tono polemico e ammorbidire la discussione. Cambia subito argomento.
- Nel suo libro sulla Monaca di Monza lo scrittore Mazzucchelli ipotizza che la vita in monastero, nei primi tempi almeno, non doveva sembrare neppure tanto sgradita a Marianna. Era assieme a giovani della sua età con cui fare amicizia. Questa cosa non le era mai stata concessa prima. Era cresciuta isolata e in solitudine a Palazzo Marino a Milano, dove era l'unica bambina. Circondata da adulti che le erano accanto solo per dovere e le esprimevano quell'affetto ossequioso e piuttosto freddo che le era dovuto per la sua condizione sociale.
Suor Angela l'ascolta interessata.
- Certamente lei saprà che il padre di Marianna non pagò mai la cifra pattuita per il suo ingresso in monastero.
- Sì, ne fa cenno anche Manzoni.
Flora annuisce: - Inoltre, due giorni dopo la professione di suor Virginia Maria, le monache furono costrette a concedere una dilazione di due anni a Giuseppe Limiato, la persona presso cui don Martino De Leyva avrebbe dovuto depositare le "seimila libbre imperiali", che costituivano la dote della figlia. Il padre si era dimostrato gretto e di un'avarizia insaziabile, indifferente verso la figlia.
- A volte gli uomini sbagliano, ma esiste sempre il disegno di Dio - la religiosa ora appare più tranquilla. Le piace quella ragazza piena di temperamento. Le ricorda sua sorella Maria, scomparsa da tanti anni. Da bambine erano state inseparabili, avendo quasi la stessa età. Maria era molto volitiva e un'estate si invaghirono dello stesso ragazzo. Per Angela sarebbe stata solo una cotta da nulla se sua sorella non si fosse intestardita nella conquista del giovane. Tra le due si scatenò una specie di gara a colpi di sorrisi, sguardi e mezze frasi rivolte a quel giovane che frequentava il loro stesso oratorio. Maria trasformò il gioco in sfida. Diventò sfrontata. Il parroco avvertì la famiglia del suo comportamento impertinente. I genitori corsero ai ripari: vollero farsi raccontare i dettagli di quel gioco trasformato in corteggiamento sfacciato sotto gli occhi di tutti. Maria sfoderò un eloquio sorprendente, che ferì la sensibilità della madre e colpì al cuore la suscettibilità del padre. Irato, l'uomo obbligò entrambe le ragazze a partire per l'intera estate in una colonia in montagna. Fu durante quel soggiorno alpino che Angela conobbe don Mauro, che scoprì in lei la vocazione alla vita monastica. Suor Angela non ha mai ringraziato abbastanza la sorella Maria per quel dono. Un cancro la portò via l'anno dopo. Aveva diciotto anni.
Flora prosegue il racconto dell'inizio della vita in convento della Monaca di Monza: - Marianna entrò in convento senza una vocazione. Non solo, la sua era una religiosità imperniata su di un totale formalismo esteriore.
- Mi spieghi meglio, per favore.
- La sua religiosità era fatta di pratiche da compiere e tradizioni da rispettare, oltre a una miriade di scrupoli di coscienza perennemente presenti. Di un rapporto personale con Dio, sentito come padre, neppure a parlarne. L'esempio di paternità dato da don Martino alla figlia fu un disastro, mentre l'amore materno le era stato precluso dalla prematura morte della madre. Marianna era cresciuta con la pessima influenza di una zia bigotta. Di conseguenza, anche una volta divenuta suor Virginia, non poté che continuare a sentire Dio come un Signore terribile e lontano.
Suor Angela ascolta in silenzio. Flora prosegue a ruota libera.
- La sua devozione fu forse anche sincera. Suor Virginia era certo convinta che la fede consistesse realmente in tutto ciò che le era stato inculcato fin dalla più tenera età. Ma questa fede fredda che imparò a vivere in famiglia non le scaldava veramente il cuore. La sua fede non le fu poi sufficiente, non riuscì a guidarla nella vita e a sostenerla nella tentazione.
- Ho capito dove vuole arrivare Flora - suor Angela si asciuga il sudore della fronte - intende dire che la sua religiosità non riuscì a farle comprendere che Dio la amava immensamente, che le era accanto in ogni istante e che poteva, quindi, affidarsi a Lui e contare sul suo aiuto in ogni circostanza e situazione si trovasse.
Flora annuisce sorridendo: ha conquistato la fiducia della suora riportando il discorso sulla religione.
- Con questa religiosità vissuta più come pratica che come intimo colloquio con Dio, ben presto si fecero largo le tentazioni e i rimpianti, fino a diventare irresistibili. La monotonia della vita claustrale divenne sempre più pesante. Suor Virginia probabilmente si struggeva dentro, sebbene apparentemente appariva una suora modello. Forse anche troppo esemplare, per non far sorgere il dubbio che il suo comportamento obbedisse più a una ferrea forza di volontà che a un'autentica convinzione interiore.
- Come fa ad affermare queste cose?
- La supposizione non è mia, è di Cesare De Lollis. Per lui la Geltrude manzoniana è destinata a "cadere" perché è costretta e schiacciata da "le superstizioni del suo tempo, la tirannia della famiglia, le predisposizioni naturali, tutte forze di prim'ordine che, combinate insieme, non possono condurre che alla catastrofe".
Suor Angela è perplessa. Flora si affretta ad aggiustare il tiro.
- I primi anni di vita religiosa per suor Virginia non furono affatto una "catastrofe". Infatti era stimata sia dalla gente del circondario, sia dalle monache sue compagne. Riuscì a conciliare egregiamente i compiti a lei assegnati come suora con il suo ruolo di feudataria. Fu infatti sagrestana e addetta alle putte secolari, cioè maestra delle educande. Esercitò anche il ruolo di feudataria in assenza del padre, cosa questa che, assieme al fatto di essere preposta alle educande, ebbe le sue ripercussioni nel sorgere del rapporto con Gian Paolo Osio.
È giunto il momento per Flora di affondare il tiro: - Le chiedo quindi di poter vedere il chiostro, per favore.
Suor Angela è conquistata: - Certamente, mi segua cara.
Escono dallo studio e si dirigono nel cortile interno del convento, delimitato da sottili colonnine e abbellito da tanta vegetazione. Flora desidera ardentemente restare sola in quell'oasi tranquilla.
- Le spiace se resto qui un po' da sola? Vorrei riflettere e questo mi pare il luogo migliore.
- Va bene. Mi spiace faccia così caldo. Mi assento per un po', ho del lavoro da sbrigare. Se avesse bisogno, non esiti a farmi chiamare.
La religiosa si allontana lentamente, asciugandosi il sudore della fronte. Scompare nella porta dello studiolo.
Flora si guarda attorno. Fa molto caldo e l'umidità rende il cielo grigio e la luce abbacinante le rende impossibile guardarsi attorno senza il filtro delle lenti da sole.
mercoledì 3 marzo 2010
Gian Paolo Osio e Virginia, la Signora di Monza
Milano, Anno Domini 1607
Nel buio della notte gelida come lama di coltello passata tra le scapole, l'uomo stanco e febbricitante si stringe al corpo la camicia a brandelli. È accucciato vicino al pavimento. Fissa la fiammella incerta, che consuma gli ultimi pezzi di stoppino.
- Ancor rimembro quando la scorsi la prima volta. M'incontravo con la giovine Isabella Ortensia, che stava in monastero. Ogni dì ci guardavamo l'un l'altro alla cortina delle galline. Allo improvviso, sentìì un gran rebuffo alla testa. Mi voltai era una monaca, alta e severa, con occhi duri ma viso da angelo. Il velo scuro la copriva tutta, ma s'intravedeva una ciocca di capelli chiari, che fuggiva ribelle da quel tristo copricapo. Mi disse di vergognarmi, che la giovine era un'educanda alle sue cure affidata, che dovevo portare rispetto al monastero. Sorpreso dai suoi modi ma incantato dal suo viso, andai via a testa bassa senza dire altro. Avrei potuto colpirla per quel grave affronto. Restituirle quel colpo dato colla sua mano. Ma quegli occhi ardenti mi erano entrati dentro. Nel cuore e nell'anima mia. In breve, tutta Monza parla e parla del fatto. E se cammino per le vie, tutti mi guardano e ridono. Si fan beffe di me, colpito dalla mano della monaca. Che è pur sempre la Signora di Monza, ma una donna l'è.
Un violento colpo di tosse gli scuote il petto. Osio è stanco, le palpebre sono pesanti. Ma quella è forse la sua ultima notte.
- E mentre io penso a quelli occhi, il mio nome, il nome del mio lignaggio, è stato calpestato da quella monaca De Leyva. Non potevo lasciar correre. Un Osio ha il suo orgoglio. Lo sgarbo andava vendicato. Dovevo dare un avvertimento alli monzesi che io, Giovan Paolo Osio, non sono un tipo da calpestare come fango. Chiamai il Luigi, mio fido servitore, e dissi di dare una lezione al Molteno, che lavorava per i De' Leyva riscuotendo i danari. Bastava un'imboscata e una lezione da non dimenticare a suon di bastone.
Un altro colpo di tosse e il dolore al petto è acuto. La fiamma oscilla pericolosamente, ma non si spegne. Osio sospira e prosegue il suo delirio a voce alta.
- Ma lo stupido servo fece di testa sua. Si accordò con il Limiato e quella sera stessa uccise il Molteno con una archibugiata. Non lo volevo morto, solo spaventato. Tutti a Monza capirono che fui io a deciderne la sorte. Così dovetti chiudermi nel mio palazzo per giorni e giorni. Le guardie mi avrebbero messo ai ceppi.
Un gran sospiro, si passa la mano lercia tra i capelli scompigliati e sporchi.
- I giorni erano lunghi, non avevo null'altro da fare se non guardare dalla finestra, affacciata sullo monastero di santa Margherita. Dal mio giardino si vedean le finestre delle monache. Un giorno incontrai di nuovo li occhi superbi di colei che da quel giorno non mi avean più abbandonato li pensieri. Era seduta vicino a un'altra monaca, sor Candida. Quando si volse alla finestra, la salutai. Quant'era bella. Il mio saluto le piacque. Un altro giorno fu lei a quella finestra. E ancora le feci cenno con la mano e le dissi di volerle mandare una lettera.
Un colpo di tosse, poi un altro ancora.
- Invece essa mostrò di essere offesa e divenne tutt'altro che tenera. Era in collera con me per l'homicidio del Molteni, l'esattore dello feudo. E vedendomi così avanti agli occhi e parendole che strapazzassi la giustizia, ne fece avvisato il signor Carlo Pirovano, più volte, a finché mi mandasse a pigliare e mettermi pregione. Fui costretto a fuggire da Monza e a rimanervi lontano per circa un anno. Cercai rifugio da amici lontani a Milano, che mi dettero asilo. Ma in quello anno intero continuavo a pensare a quella monaca fiera e bellissima. Volevo vendetta, ma la volevo ispeciale.
Ancora tosse. L'uomo si asciuga la saliva mista a sangue sulle labbra con la mano.
- Tornai un anno dopo quando essa mi perdonò, convinta dalli miei amici. Dal mio giardino continuai a guardarla. Essa saliva sopra una cassa per spiarmi quando camminavo nel mio giardino. Le scrissi allora una lettera per dirle che mi infiammava il cuore, che solo a lei pensavo, che solo lei volevo. Et che sapevo che essa me voleva.
Un sorriso compiaciuto. Nonostante tutto. Nonostante la morte sia alla sua porta con la falce in mano.
- Ma essa era fiera e altera e rispose con una missiva cattiva. Scrisse che m'ero sbagliato, che non le interessavo, che non mi voleva. Che lei era la Signora di Monza e che dovevo portarle rispetto. Fui spaventato da questo nuovo errore. Ma volevo quella monaca. Chiesi aiuto al prete Paolo Arrigone, parroco e mio amico. Scrisse lui una nuova missiva, a mio nome e con la mia firma. Nella lettera si scusò, e essa credette alle parole scritte e mi perdonò ancora. Ma io so che in cuor suo mi voleva davvero. Iniziammo a scriverci quasi ogni giorno e le mandai anche dei doni preziosi. Un giorno cominciammo a vederci anche nel parlatorjio, sempre con suor Ottavia a far da testimone e da guardia.
Una folata di vento gelido. Dev'esserci uno spiffero da qualche parte. I topi approfittano per spostarsi lesti tra i piedi di Gian Paolo Osio.
- Quelli occhi ardenti lasciarono posto alla passione che io ricambiavo. Volevo vederla da solo. La volevo fare mia. Null'altro pensiero avevo se non quello di prendere quella monaca.
Nel buio della notte gelida come lama di coltello passata tra le scapole, l'uomo stanco e febbricitante si stringe al corpo la camicia a brandelli. È accucciato vicino al pavimento. Fissa la fiammella incerta, che consuma gli ultimi pezzi di stoppino.
- Ancor rimembro quando la scorsi la prima volta. M'incontravo con la giovine Isabella Ortensia, che stava in monastero. Ogni dì ci guardavamo l'un l'altro alla cortina delle galline. Allo improvviso, sentìì un gran rebuffo alla testa. Mi voltai era una monaca, alta e severa, con occhi duri ma viso da angelo. Il velo scuro la copriva tutta, ma s'intravedeva una ciocca di capelli chiari, che fuggiva ribelle da quel tristo copricapo. Mi disse di vergognarmi, che la giovine era un'educanda alle sue cure affidata, che dovevo portare rispetto al monastero. Sorpreso dai suoi modi ma incantato dal suo viso, andai via a testa bassa senza dire altro. Avrei potuto colpirla per quel grave affronto. Restituirle quel colpo dato colla sua mano. Ma quegli occhi ardenti mi erano entrati dentro. Nel cuore e nell'anima mia. In breve, tutta Monza parla e parla del fatto. E se cammino per le vie, tutti mi guardano e ridono. Si fan beffe di me, colpito dalla mano della monaca. Che è pur sempre la Signora di Monza, ma una donna l'è.
Un violento colpo di tosse gli scuote il petto. Osio è stanco, le palpebre sono pesanti. Ma quella è forse la sua ultima notte.
- E mentre io penso a quelli occhi, il mio nome, il nome del mio lignaggio, è stato calpestato da quella monaca De Leyva. Non potevo lasciar correre. Un Osio ha il suo orgoglio. Lo sgarbo andava vendicato. Dovevo dare un avvertimento alli monzesi che io, Giovan Paolo Osio, non sono un tipo da calpestare come fango. Chiamai il Luigi, mio fido servitore, e dissi di dare una lezione al Molteno, che lavorava per i De' Leyva riscuotendo i danari. Bastava un'imboscata e una lezione da non dimenticare a suon di bastone.
Un altro colpo di tosse e il dolore al petto è acuto. La fiamma oscilla pericolosamente, ma non si spegne. Osio sospira e prosegue il suo delirio a voce alta.
- Ma lo stupido servo fece di testa sua. Si accordò con il Limiato e quella sera stessa uccise il Molteno con una archibugiata. Non lo volevo morto, solo spaventato. Tutti a Monza capirono che fui io a deciderne la sorte. Così dovetti chiudermi nel mio palazzo per giorni e giorni. Le guardie mi avrebbero messo ai ceppi.
Un gran sospiro, si passa la mano lercia tra i capelli scompigliati e sporchi.
- I giorni erano lunghi, non avevo null'altro da fare se non guardare dalla finestra, affacciata sullo monastero di santa Margherita. Dal mio giardino si vedean le finestre delle monache. Un giorno incontrai di nuovo li occhi superbi di colei che da quel giorno non mi avean più abbandonato li pensieri. Era seduta vicino a un'altra monaca, sor Candida. Quando si volse alla finestra, la salutai. Quant'era bella. Il mio saluto le piacque. Un altro giorno fu lei a quella finestra. E ancora le feci cenno con la mano e le dissi di volerle mandare una lettera.
Un colpo di tosse, poi un altro ancora.
- Invece essa mostrò di essere offesa e divenne tutt'altro che tenera. Era in collera con me per l'homicidio del Molteni, l'esattore dello feudo. E vedendomi così avanti agli occhi e parendole che strapazzassi la giustizia, ne fece avvisato il signor Carlo Pirovano, più volte, a finché mi mandasse a pigliare e mettermi pregione. Fui costretto a fuggire da Monza e a rimanervi lontano per circa un anno. Cercai rifugio da amici lontani a Milano, che mi dettero asilo. Ma in quello anno intero continuavo a pensare a quella monaca fiera e bellissima. Volevo vendetta, ma la volevo ispeciale.
Ancora tosse. L'uomo si asciuga la saliva mista a sangue sulle labbra con la mano.
- Tornai un anno dopo quando essa mi perdonò, convinta dalli miei amici. Dal mio giardino continuai a guardarla. Essa saliva sopra una cassa per spiarmi quando camminavo nel mio giardino. Le scrissi allora una lettera per dirle che mi infiammava il cuore, che solo a lei pensavo, che solo lei volevo. Et che sapevo che essa me voleva.
Un sorriso compiaciuto. Nonostante tutto. Nonostante la morte sia alla sua porta con la falce in mano.
- Ma essa era fiera e altera e rispose con una missiva cattiva. Scrisse che m'ero sbagliato, che non le interessavo, che non mi voleva. Che lei era la Signora di Monza e che dovevo portarle rispetto. Fui spaventato da questo nuovo errore. Ma volevo quella monaca. Chiesi aiuto al prete Paolo Arrigone, parroco e mio amico. Scrisse lui una nuova missiva, a mio nome e con la mia firma. Nella lettera si scusò, e essa credette alle parole scritte e mi perdonò ancora. Ma io so che in cuor suo mi voleva davvero. Iniziammo a scriverci quasi ogni giorno e le mandai anche dei doni preziosi. Un giorno cominciammo a vederci anche nel parlatorjio, sempre con suor Ottavia a far da testimone e da guardia.
Una folata di vento gelido. Dev'esserci uno spiffero da qualche parte. I topi approfittano per spostarsi lesti tra i piedi di Gian Paolo Osio.
- Quelli occhi ardenti lasciarono posto alla passione che io ricambiavo. Volevo vederla da solo. La volevo fare mia. Null'altro pensiero avevo se non quello di prendere quella monaca.
giovedì 4 febbraio 2010
Santa Margherita, la strega di Antiochia
Monza, 11 giugno 2001
Il cielo è incolore. Ha perduto l'azzurro per lasciare posto al grigio accecante del fitto strato di umidità. Nonostante sia mattino presto si preannuncia una giornata molto calda e afosa. Flora cammina rapidamente per raggiungere il ventre antico della città. L'aspetta suor Angela Barni per accompagnarla nella visita della chiesa di San Maurizio e del convento, quel poco che resta del monastero di santa Margherita, dove visse Gertrude, la Monaca di Monza. La suora è laureata in storia dell'arte e ha approfondito lo studio dell'architettura lombarda negli anni in cui si è dedicata all'insegnamento nel liceo artistico di Monza.
Flora imbocca la strada che conduce al grande portale di legno di san Maurizio. La chiesa di mattoni rossi si erge sulla sinistra, in fondo alla via. Finché non le si è di fronte, resta nascosta allo sguardo: non ha sagrato e la strada curva è ingombra di auto parcheggiate che luccicano al sole. Soffocate dai palazzi circostanti, convento e chiesa sono inglobate da architetture che annientano lo splendore delle scarne decorazioni esterne.
Quattrocento anni fa poco distante sorgeva la nobile e vasta proprietà di Gian Paolo Osio, l'Egidio descritto da Alessandro Manzoni, l'amante della Monaca di Monza. Era separata dal convento da quella che oggi si chiama "via della Signora". La dimora fu rasa al suolo quando Osio fu condannato a morte per i suoi terribili reati compiuti ai danni delle monache del convento.
Davanti al portale della chiesa Flora scorge suor Angela Barni fasciata nell'abito bianco. Difficile darle un'età: forse cinquant'anni, forse meno. Ha la pelle liscia e senza solchi come una pesca maturata al sole. Dietro le spesse lenti le sopracciglia scure evidenziano occhi sereni, che comunicano una quotidianità tranquilla senza affanni.
- Buongiorno signora Leth, la stavo aspettando.
Si passa una mano sulla cuffia e sistema il velo bianco che lascia visibili solo l'attaccatura dei capelli alle tempie.
- Buongiorno, spero che non mi stia attendendo da troppo tempo. - Risponde Flora sollevando appena gli occhiali da sole per non sembrare maleducata - Scusi, ma questa luce grigia mi dà un fastidio terribile.
Flora si gira per evitare i raggi diretti del sole. Così nota i particolari della bella facciata di mattoni rossi della chiesa.
- Conosceva già la nostra chiesa?
- Sì certo, l'ho già visitata, ma ho bisogno di rivederla con occhio diverso.
- Sta facendo una ricerca sulla Monaca di Monza. Intanto le dico ciò che ho studiato sulla chiesa e il nostro convento. Spesso riceviamo studiosi che partono da qui per farsi un'idea più precisa su quell'oscura vicenda.
Estrae da una tasca nascosta un fazzoletto bianco con cui si deterge il sudore dalla fronte.
Flora si volta e nota improvvisamente il crocifisso smaltato di rosso appeso al collo della suora. Forse la distrazione o il sole negli occhi, ma prima le era sfuggito. Guardando il simbolo sacro che si staglia sulla veste bianca un brivido le percorre la schiena. Distoglie immediatamente lo sguardo ma non basta: sente pulsare il sangue alle tempie e teme che da un momento all'altro le si annebbi completamente la vista. Deve reagire: tenta di focalizzare l'attenzione sulla decorazione che sovrastra il portale. È difficile concentrarsi: il pensiero guizza fulmineo a tanti anni prima, quando un incontro con un altro crocifisso le stravolse la vita. Ma ora deve assolutamente sigillare quel pensiero con la ceralacca della rimozione. Si morde più che può la punta della lingua. Trattiene a stento il dolore: il sapore del sangue tiepido le può ridonare la lucidità necessaria.
- Abbiamo da poco restaurato la facciata di questa splendida chiesa - spiega con orgoglio la monaca incurante del comportamento di Flora - poiché nel tempo i mattoni a vista avevano subito diversi interventi e tutte le scultore erano molto danneggiate dall'inquinamento.
Flora lotta ancora per annientare il ricordo doloroso. Le tremano le mani e fatica a recuperare la concentrazione.
- Abbiamo ingaggiato un architetto di Como davvero bravo - prosegue suor Angela con tono calmo, passandosi nuovamente il fazzoletto sulla fronte. - La facciata oggi presenta l'antica grazia.
Flora sta meglio, ma non vuole staccare gli occhi dal fregio di marmo bianco dove spicca il bassorilievo della Madonna. Incolla gli occhi sul volto elegante della decorazione. Fingendo di volerla ammirare meglio, indietreggia di qualche passo in strada. Il sole è nascosto dietro la facciata della chiesa, lasciandola in ombra. Intravede la sagoma bianca della suora, ma quel punto rosso sul petto le impedisce di guardarla nuovamente in viso. Ha bisogno ancora di qualche minuto di decompressione.
Suor Angela sembra una guida turistica esperta: - La chiesa sorge dal 1469 sul luogo ove un tempo era il monastero di santa Margherita, fondato nel Duecento dagli Umiliati con il nome di Puteo Vaghetto. Inizialmente era misto ma, dalla fine del Trecento, fu occupato solo dalle monache dell’ordine. Col tempo, vi confluirono anche altre comunità umiliate monzesi.
Flora è quasi ritornata in sé. Estrae dalla borsetta il taccuino con la copertina rossa. Prova a prendere appunti per tenere a bada lo stato d'ansia.
- Nel Cinquecento, per volere dell'arcivescovo Carlo Borromeo, entrarono a far parte della comunità anche le monache di santa Maria Maddalena in Monza, che vi rimasero sino alla morte del santo.
La suora fa una breve pausa. Asciuga il sudore che ora le scende anche lungo le tempie. Ricomincia a parlare più lentamente.
- Nel 1469 fu costruita una nuova chiesa dedicata alle sante Margherita e Caterina al posto dell'oratorio medievale. Come avrà notato, la facciata ha il profilo a capanna ed è divisa in due ordini sovrapposti. Il secondo ordine ha il timpano sormontato da quelle tre statue.
Flora adesso è una sola. A parte un po' di affanno, può ritornare a essere se stessa. Può alternare sguardi col naso all'insù a rapidi movimenti per scrivere rapidamente parole chiave per ricostruire poi un discorso più articolato. Si sente più calma.
- Sopra il portale c'è il timpano di marmo bianco, dove spicca al centro un medaglione con il busto della Madonna.
È il fregio che ha colpito Flora poco prima.
- È davvero splendido - commenta Flora ammirata dalla delicatezza dei tratti della Vergine.
- Le due figure allegoriche adagiate sopra i salienti sono la Speranza e la Fede. Sul culmine della facciata si erge la statua di santa Margherita, contraddistinta dalla croce e dal drago.
- Da qui non vedo le statue - Flora interrompe per indietreggiare di una decina di metri tenendo lo sguardo puntato verso l'alto. Bisognerebbe andare in fondo alla via, pensa.
Mentre si allontana, Flora ricorda Margherita di Antiochia, la più bella fanciulla dell'antica città di Siria, sulle rive del fiume Oronte, nell'odierna Turchia. Secondo la leggenda scritta in greco da Teotimo, Margherita nacque nel 275 dopo Cristo. Figlia di un sacerdote pagano, dopo la morte della giovane madre che non sopravvisse al doloroso primo parto, fu affidata alla balia Mirta, che praticava clandestinamente il cristianesimo durante la persecuzione dell'imperatore romano Diocleziano. Senza dire nulla al padre legittimo, Mirta allevò la bambina nella sua religione. Gli anni trascorsero e il sacerdote pagano si rifece una famiglia. Ormai cresciuta e in età da marito, Margherita tornò nella casa del padre, dichiarando la sua fede e la volontà di voler restare vergine. Il buon padre si spaventò a morte. Ben conosceva i supplizi cui erano sottoposti i cristiani e chi li proteggeva. L'uomo la cacciò: temeva il pericolo che la figlia avrebbe fatto abbattere sulla sue proprietà e la sua nuova figliolanza.
Ripudiata dal padre, la giovinetta tornò quindi dalla balia, che la adottò e le affidò la cura del suo gregge.
Fu in questo periodo che la conobbe Flora. Si incontravano alla fonte e chiacchieravano spensieratamente. Margherita era poco più che una bambina, ma a quell'epoca si diventava donne in fretta. Lunghi capelli neri, una leggera tunica lungo i fianchi, occhi ampi e languidi. Un giorno, mentre pascolava le pecore fu notata dal viscido prefetto Ollario che tentò di sedurla. L'approcciò con qualche parola dolce, ma passò subito alle vie di fatto. Complice la tranquillità dei campi, voleva farla sua. Sapeva che la fanciulla non aveva né padre né fratelli, per cui l'avrebbe fatta franca senza problemi. Ma la dolce Margherita fu irremovibile. Trovò in sé una forza impensata. Aveva consacrato la sua verginità a Dio, così restò impassibile mentre Olliaro le infilava le mani lerce sotto la tunica e non ebbe paura di confessargli la sua fede proibita. La leggenda del greco Teotimo narra che bastarono le parole «Solo Dio sarà il mio sposo» per far desistere l'aggressore. Flora invece ricorda che dovette intervenire con un bakudò, un incantesimo di immobilizzazione. Disegnò un cerchio sul terreno, lo divise in quattro parti. La magia incantò il cerchio, causando una fuoriuscita di energia. L'uomo si bloccò, era un debole e vigliacco. Margherita radunò le sue pecore e scappò a casa, sicura che la mano di Dio fosse calata sulla sua testa per proteggerla. Raccontò tutto alla balia Mirta, che l'abbracciò stretta, consapevole dell'ineluttabilità del loro destino.
Nel frattempo, umiliato, il bieco prefetto maturò la sua vendetta: corse a denunciare la fanciulla come cristiana e Flora come strega. Due delitti ritenuti peggiori dell'omicidio. Il giorno stesso Margherita e Flora furono incarcerate separatamente. Mirta fu gettata in una cella non lontana, ma le tre donne non potevano neppure sentire in lontananza le grida reciproche.
Quella notte il demonio in persona visitò Margherita: voleva convincerla a entrare nella vasta schiera delle sue adepte. Le apparve sotto forma di drago e, al suo rifiuto, la inghiottì in un solo boccone. Margherita, secondo Teotimo, armata della croce, squarciò il ventre del drago dall'interno e ne uscì vittoriosa. Per questo motivo la dolce quanto sanguinaria piccola santa è tutt'oggi invocata per ottenere un parto facile. Ma Flora sa che Teotimo documentò il falso. Il demonio non commise uno sbaglio del genere e Margherita non poteva avere con sé una croce in cella. La fanciulla accettò il corteggiamento del potente diavolo dal viso d'angelo che l'affascinò catturandone l'anima per l'eternità.
Il giorno successivo la fanciulla fu nuovamente interrogata e torturata per convincerla ad abiurare, ma continuò a dichiararsi cristiana. Improvvisamente, la terra fu sconvolta da una potente scossa di terremoto. Niente magia, nessun miracolo: fu un sisma naturale che aprì profonde fenditure e inghiottì abitazioni e persone.
Mentre il panico colse l'intera popolazione, Margherita non si scompose e rimase immobile davanti ai suoi carnefici terrorizzati. Secondo la leggenda, quando la terra si fermò, una colomba scese dal cielo e le pose una corona sul capo. Flora ancora sorride pensando a come sia riuscita a incantarli con un trucco così semplice.
Ma neppure questo secondo "miracolo" servì a redimere i tenaci aguzzini. La loro condanna era stata decisa. Dopo aver resistito a vari tormenti, furono infine decapitate. La bella testa di Margherita rotolò dal patibolo, mentre l'anima dannata prese la via degli inferi. Era il 290 dopo Cristo e lei aveva quindici anni.
La sua storia nei secoli non finì qui. La santa e strega Giovanna D'Arco dichiarò che una delle voci celesti che udiva era proprio quella di santa Margherita, che le appariva insieme all'arcangelo Michele e a santa Caterina di Alessandria. Flora sa che Margherita fu più strega che santa, ma questa sottile differenza è stata cancellata nel corso dei secoli.
Assieme a Margherita una schiera di altre fanciulle passò alla storia per la presunta santità, invece che essere incriminate per i sortilegi che usarono. Flora ne ha incontrate tante nelle sue vite passate.
Il cielo è incolore. Ha perduto l'azzurro per lasciare posto al grigio accecante del fitto strato di umidità. Nonostante sia mattino presto si preannuncia una giornata molto calda e afosa. Flora cammina rapidamente per raggiungere il ventre antico della città. L'aspetta suor Angela Barni per accompagnarla nella visita della chiesa di San Maurizio e del convento, quel poco che resta del monastero di santa Margherita, dove visse Gertrude, la Monaca di Monza. La suora è laureata in storia dell'arte e ha approfondito lo studio dell'architettura lombarda negli anni in cui si è dedicata all'insegnamento nel liceo artistico di Monza.
Flora imbocca la strada che conduce al grande portale di legno di san Maurizio. La chiesa di mattoni rossi si erge sulla sinistra, in fondo alla via. Finché non le si è di fronte, resta nascosta allo sguardo: non ha sagrato e la strada curva è ingombra di auto parcheggiate che luccicano al sole. Soffocate dai palazzi circostanti, convento e chiesa sono inglobate da architetture che annientano lo splendore delle scarne decorazioni esterne.
Quattrocento anni fa poco distante sorgeva la nobile e vasta proprietà di Gian Paolo Osio, l'Egidio descritto da Alessandro Manzoni, l'amante della Monaca di Monza. Era separata dal convento da quella che oggi si chiama "via della Signora". La dimora fu rasa al suolo quando Osio fu condannato a morte per i suoi terribili reati compiuti ai danni delle monache del convento.
Davanti al portale della chiesa Flora scorge suor Angela Barni fasciata nell'abito bianco. Difficile darle un'età: forse cinquant'anni, forse meno. Ha la pelle liscia e senza solchi come una pesca maturata al sole. Dietro le spesse lenti le sopracciglia scure evidenziano occhi sereni, che comunicano una quotidianità tranquilla senza affanni.
- Buongiorno signora Leth, la stavo aspettando.
Si passa una mano sulla cuffia e sistema il velo bianco che lascia visibili solo l'attaccatura dei capelli alle tempie.
- Buongiorno, spero che non mi stia attendendo da troppo tempo. - Risponde Flora sollevando appena gli occhiali da sole per non sembrare maleducata - Scusi, ma questa luce grigia mi dà un fastidio terribile.
Flora si gira per evitare i raggi diretti del sole. Così nota i particolari della bella facciata di mattoni rossi della chiesa.
- Conosceva già la nostra chiesa?
- Sì certo, l'ho già visitata, ma ho bisogno di rivederla con occhio diverso.
- Sta facendo una ricerca sulla Monaca di Monza. Intanto le dico ciò che ho studiato sulla chiesa e il nostro convento. Spesso riceviamo studiosi che partono da qui per farsi un'idea più precisa su quell'oscura vicenda.
Estrae da una tasca nascosta un fazzoletto bianco con cui si deterge il sudore dalla fronte.
Flora si volta e nota improvvisamente il crocifisso smaltato di rosso appeso al collo della suora. Forse la distrazione o il sole negli occhi, ma prima le era sfuggito. Guardando il simbolo sacro che si staglia sulla veste bianca un brivido le percorre la schiena. Distoglie immediatamente lo sguardo ma non basta: sente pulsare il sangue alle tempie e teme che da un momento all'altro le si annebbi completamente la vista. Deve reagire: tenta di focalizzare l'attenzione sulla decorazione che sovrastra il portale. È difficile concentrarsi: il pensiero guizza fulmineo a tanti anni prima, quando un incontro con un altro crocifisso le stravolse la vita. Ma ora deve assolutamente sigillare quel pensiero con la ceralacca della rimozione. Si morde più che può la punta della lingua. Trattiene a stento il dolore: il sapore del sangue tiepido le può ridonare la lucidità necessaria.
- Abbiamo da poco restaurato la facciata di questa splendida chiesa - spiega con orgoglio la monaca incurante del comportamento di Flora - poiché nel tempo i mattoni a vista avevano subito diversi interventi e tutte le scultore erano molto danneggiate dall'inquinamento.
Flora lotta ancora per annientare il ricordo doloroso. Le tremano le mani e fatica a recuperare la concentrazione.
- Abbiamo ingaggiato un architetto di Como davvero bravo - prosegue suor Angela con tono calmo, passandosi nuovamente il fazzoletto sulla fronte. - La facciata oggi presenta l'antica grazia.
Flora sta meglio, ma non vuole staccare gli occhi dal fregio di marmo bianco dove spicca il bassorilievo della Madonna. Incolla gli occhi sul volto elegante della decorazione. Fingendo di volerla ammirare meglio, indietreggia di qualche passo in strada. Il sole è nascosto dietro la facciata della chiesa, lasciandola in ombra. Intravede la sagoma bianca della suora, ma quel punto rosso sul petto le impedisce di guardarla nuovamente in viso. Ha bisogno ancora di qualche minuto di decompressione.
Suor Angela sembra una guida turistica esperta: - La chiesa sorge dal 1469 sul luogo ove un tempo era il monastero di santa Margherita, fondato nel Duecento dagli Umiliati con il nome di Puteo Vaghetto. Inizialmente era misto ma, dalla fine del Trecento, fu occupato solo dalle monache dell’ordine. Col tempo, vi confluirono anche altre comunità umiliate monzesi.
Flora è quasi ritornata in sé. Estrae dalla borsetta il taccuino con la copertina rossa. Prova a prendere appunti per tenere a bada lo stato d'ansia.
- Nel Cinquecento, per volere dell'arcivescovo Carlo Borromeo, entrarono a far parte della comunità anche le monache di santa Maria Maddalena in Monza, che vi rimasero sino alla morte del santo.
La suora fa una breve pausa. Asciuga il sudore che ora le scende anche lungo le tempie. Ricomincia a parlare più lentamente.
- Nel 1469 fu costruita una nuova chiesa dedicata alle sante Margherita e Caterina al posto dell'oratorio medievale. Come avrà notato, la facciata ha il profilo a capanna ed è divisa in due ordini sovrapposti. Il secondo ordine ha il timpano sormontato da quelle tre statue.
Flora adesso è una sola. A parte un po' di affanno, può ritornare a essere se stessa. Può alternare sguardi col naso all'insù a rapidi movimenti per scrivere rapidamente parole chiave per ricostruire poi un discorso più articolato. Si sente più calma.
- Sopra il portale c'è il timpano di marmo bianco, dove spicca al centro un medaglione con il busto della Madonna.
È il fregio che ha colpito Flora poco prima.
- È davvero splendido - commenta Flora ammirata dalla delicatezza dei tratti della Vergine.
- Le due figure allegoriche adagiate sopra i salienti sono la Speranza e la Fede. Sul culmine della facciata si erge la statua di santa Margherita, contraddistinta dalla croce e dal drago.
- Da qui non vedo le statue - Flora interrompe per indietreggiare di una decina di metri tenendo lo sguardo puntato verso l'alto. Bisognerebbe andare in fondo alla via, pensa.
Mentre si allontana, Flora ricorda Margherita di Antiochia, la più bella fanciulla dell'antica città di Siria, sulle rive del fiume Oronte, nell'odierna Turchia. Secondo la leggenda scritta in greco da Teotimo, Margherita nacque nel 275 dopo Cristo. Figlia di un sacerdote pagano, dopo la morte della giovane madre che non sopravvisse al doloroso primo parto, fu affidata alla balia Mirta, che praticava clandestinamente il cristianesimo durante la persecuzione dell'imperatore romano Diocleziano. Senza dire nulla al padre legittimo, Mirta allevò la bambina nella sua religione. Gli anni trascorsero e il sacerdote pagano si rifece una famiglia. Ormai cresciuta e in età da marito, Margherita tornò nella casa del padre, dichiarando la sua fede e la volontà di voler restare vergine. Il buon padre si spaventò a morte. Ben conosceva i supplizi cui erano sottoposti i cristiani e chi li proteggeva. L'uomo la cacciò: temeva il pericolo che la figlia avrebbe fatto abbattere sulla sue proprietà e la sua nuova figliolanza.
Ripudiata dal padre, la giovinetta tornò quindi dalla balia, che la adottò e le affidò la cura del suo gregge.
Fu in questo periodo che la conobbe Flora. Si incontravano alla fonte e chiacchieravano spensieratamente. Margherita era poco più che una bambina, ma a quell'epoca si diventava donne in fretta. Lunghi capelli neri, una leggera tunica lungo i fianchi, occhi ampi e languidi. Un giorno, mentre pascolava le pecore fu notata dal viscido prefetto Ollario che tentò di sedurla. L'approcciò con qualche parola dolce, ma passò subito alle vie di fatto. Complice la tranquillità dei campi, voleva farla sua. Sapeva che la fanciulla non aveva né padre né fratelli, per cui l'avrebbe fatta franca senza problemi. Ma la dolce Margherita fu irremovibile. Trovò in sé una forza impensata. Aveva consacrato la sua verginità a Dio, così restò impassibile mentre Olliaro le infilava le mani lerce sotto la tunica e non ebbe paura di confessargli la sua fede proibita. La leggenda del greco Teotimo narra che bastarono le parole «Solo Dio sarà il mio sposo» per far desistere l'aggressore. Flora invece ricorda che dovette intervenire con un bakudò, un incantesimo di immobilizzazione. Disegnò un cerchio sul terreno, lo divise in quattro parti. La magia incantò il cerchio, causando una fuoriuscita di energia. L'uomo si bloccò, era un debole e vigliacco. Margherita radunò le sue pecore e scappò a casa, sicura che la mano di Dio fosse calata sulla sua testa per proteggerla. Raccontò tutto alla balia Mirta, che l'abbracciò stretta, consapevole dell'ineluttabilità del loro destino.
Nel frattempo, umiliato, il bieco prefetto maturò la sua vendetta: corse a denunciare la fanciulla come cristiana e Flora come strega. Due delitti ritenuti peggiori dell'omicidio. Il giorno stesso Margherita e Flora furono incarcerate separatamente. Mirta fu gettata in una cella non lontana, ma le tre donne non potevano neppure sentire in lontananza le grida reciproche.
Quella notte il demonio in persona visitò Margherita: voleva convincerla a entrare nella vasta schiera delle sue adepte. Le apparve sotto forma di drago e, al suo rifiuto, la inghiottì in un solo boccone. Margherita, secondo Teotimo, armata della croce, squarciò il ventre del drago dall'interno e ne uscì vittoriosa. Per questo motivo la dolce quanto sanguinaria piccola santa è tutt'oggi invocata per ottenere un parto facile. Ma Flora sa che Teotimo documentò il falso. Il demonio non commise uno sbaglio del genere e Margherita non poteva avere con sé una croce in cella. La fanciulla accettò il corteggiamento del potente diavolo dal viso d'angelo che l'affascinò catturandone l'anima per l'eternità.
Il giorno successivo la fanciulla fu nuovamente interrogata e torturata per convincerla ad abiurare, ma continuò a dichiararsi cristiana. Improvvisamente, la terra fu sconvolta da una potente scossa di terremoto. Niente magia, nessun miracolo: fu un sisma naturale che aprì profonde fenditure e inghiottì abitazioni e persone.
Mentre il panico colse l'intera popolazione, Margherita non si scompose e rimase immobile davanti ai suoi carnefici terrorizzati. Secondo la leggenda, quando la terra si fermò, una colomba scese dal cielo e le pose una corona sul capo. Flora ancora sorride pensando a come sia riuscita a incantarli con un trucco così semplice.
Ma neppure questo secondo "miracolo" servì a redimere i tenaci aguzzini. La loro condanna era stata decisa. Dopo aver resistito a vari tormenti, furono infine decapitate. La bella testa di Margherita rotolò dal patibolo, mentre l'anima dannata prese la via degli inferi. Era il 290 dopo Cristo e lei aveva quindici anni.
La sua storia nei secoli non finì qui. La santa e strega Giovanna D'Arco dichiarò che una delle voci celesti che udiva era proprio quella di santa Margherita, che le appariva insieme all'arcangelo Michele e a santa Caterina di Alessandria. Flora sa che Margherita fu più strega che santa, ma questa sottile differenza è stata cancellata nel corso dei secoli.
Assieme a Margherita una schiera di altre fanciulle passò alla storia per la presunta santità, invece che essere incriminate per i sortilegi che usarono. Flora ne ha incontrate tante nelle sue vite passate.
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