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martedì 13 luglio 2010

Il desiderio di Amaranto

Milano, 20 giugno 2001

Un timido raggio di sole filtra dalle spesse coltri viola appese al bastone d'ottone imbrunito fissato sulla finestra della camera da letto. Il cono di luce taglia con precisione la semi oscurità in cui è immersa la stanza nonostante sia primo pomeriggio. Il pulviscolo danza soavemente al ritmo di una musica che può essere udita solo dagli spiriti. Vinicio Amaranto ha trascorso la notte senza chiudere occhio. Il sonno è svanito non appena ha cominciato a leggere gli appunti vergati sul taccuino rosso che ha sottratto a Flora Leth il giorno precedente. Non è fiero di sé per quel che ha fatto, ma lo scopo è stato raggiunto. In questo si sente molto machiavellico e sogghigna pensando alla ricercatrice ingannata col vecchio trucco dell'ipnosi. In fondo perché auto biasimarsi? Deve forse sentirsi in colpa perché è abile nello sfruttare le proprie competenze? Dovrebbe mutare atteggiamento solo perché il comune senso civile condannerebbe il suo modo di agire?
- Assolutamente no! Io sono ciò che sono! - esclama sicuro di sé mentre con un gesto deciso annienta il raggio solare facendo sormontare le due tende.
Poi si rimette supino sul letto singolo che accoglie generosamente il suo corpo bianco e stanco.
- In tanti anni quanti segreti sono riuscito a carpire a inconsapevoli pazienti che credevano di cadere in trance, sotto ipnosi, mentre io preferivo ricorrere alla ben più antica e sicura lettura degli Arcani? Difficile dirlo, forse migliaia! Comunque tutti tentativi andati a buon fine: nemmeno una volta mi è capitato che, a seduta conclusa, qualcuno avesse dubitato della mia pratica terapeutica.
Si stropiccia gli occhi grigi accerchiati dalla pelle grinzosa. È stanco, ma l'eccitazione delle nuove scoperte funziona come una pietra focaia di idee che ardono vivacemente.
- Fu solo l'invidia a spingere i miei colleghi a mettere in giro voci sul mio conto e presto il pettegolezzo ebbe il sopravvento. Nessun paziente, invece, si lamentò mai né delle mie diagnosi, né delle mie terapie!
- Vili e invidiosi! - esclama a voce alta serrando i pugni e rivolgendosi a immaginari interlocutori che lo spiano dal soffitto.
- A causa vostra sui giornali scrissero di me e la televisione mostrò a tutti il mio viso avvilito il giorno dell'arresto. Mi chiamarono cialtrone, mago da strapazzo dedito all'occulto...
Si copre gli occhi con i palmi aperti, quasi ad asciugare lacrime che la secchezza dei suoi occhi aridi di emozioni non potrebbero mai lasciar fuoriuscire.
- Quante offese quelle accuse ingiuste... quanto dolore mi provocarono... mi fu impossibile discolparmi: le voci dei pazienti soddisfatti disposti a mettere la faccia a mia difesa erano troppo fievoli rispetto al clamore dello scoop sbattuto in prima pagina e urlato a gran voce da giornalisti senza scrupoli. Fui costretto ad abbandonare la medicina ufficiale, radiato con onta senza potermi difendere. Al processo arrivai già colpevole, anche se poi fui assolto! Osteggiato da tutti, pochi giornali parlarono della mia assoluzione e in trafiletti che nessuno lesse perché erano piccoli come francobolli!
L'albino scopre lentamente il volto, tirando al massimo la pelle molle verso il mento, quasi volesse espellere i bulbi oculari.
- Non ebbi scelta! Non mi restò che dedicarmi completamente alla divinazione e a trovarmi un altro ruolo nella vita sociale. In ciò fui fortunato: in breve il lavoro di collezionista e mercante d'arte antica e moderna da passione divenne pratica remunerativa, o meglio un'abile copertura per celare le mie ricerche sempre più approfondite nel campo dell'occulto. E la mia vendetta non avrà limiti!
Come svuotato da un peso asfissiante, stende le gambe e incrocia le mani dietro la nuca.
- Sigmund Freud in qualche modo sarebbe stato persino fiero di me...
Ricorda quel che disse lo studioso svizzero Albert Monch durante un congresso a Berlino. Affermò che anche il padre della psicoanalisi abbandonò l'ipnosi nel trattamento dell'isteria. Vero è che l'ipnosi ai tempi di Freud era ben diversa da quella moderna, ma tant'è. Per prima cosa, Monch disse che per il medico austriaco il richiamo alla mente di ricordi traumatici nello stato di coscienza ipnotico alterato portava sì qualche sollievo nella sintomatologia, ma non sembrava favorire la capacità del paziente di padroneggiare e risolvere il trauma. Inoltre pare che a Freud non piacesse l'ipnosi perché la considerava una tecnica attraverso cui il terapeuta assume una posizione potente e influente rispetto al paziente, mentre il medico austriaco preferiva utilizzare la tecnica della libera associazione, a suo dire meno invasiva. Infine, il professor Monch concluse l'intervento al congresso dicendo che le pazienti isteriche avevano la tendenza ad "attaccarsi" al psicoanalista, per cui l'ipnosi rinforza lo sviluppo di un attaccamento sessualizzato e dipendente della paziente nei confronti del terapeuta.
- A me invece l'attaccamento sessualizzato interessa eccome! - scoppia in una risata compiaciuta, mentre ripensa per un attimo alle donne di tutte le età disposte a ogni follia amorosa e a pagare qualunque prezzo pur di ottenere un amplesso dal professor Vinicio Amaranto. Poi torna riflessivo.
- Anche per me l'ipnosi non è una terapia esatta, mentre l'esoterismo è una pratica che ho talmente sviluppato da sentirla parte integrante di me. E più mi dedico a essa, più sento crescere il mio potere e vengo attratto vorticosamente nella spirale dei riti magici.
Socchiude gli occhi e si abbandona ai ricordi del giorno precedente. In verità Flora non è stato un soggetto facile. Leggerle i Tarocchi ha generato parecchi imprevisti: sembrava quasi che la giovane fosse refrattaria ai suoi poteri occulti sperimentati in anni di ricerche in Europa e Medio Oriente. Era stato necessario un impiego di energie incredibili per riuscire a tenere testa alla ritrosia della donna, che pareva conoscere trucchi ben più potenti dei suoi. Sembrava quasi che ella riuscisse a sfuggire alla forza della sua persuasione stando seduta immobilizzata a osservarlo mentre scopriva una per una le Lame.
Nonostante le difficoltà incontrate, Madama Fortuna si era affacciata al balcone del suo giardino a rischio di desertificazione trasformandolo in florido parco botanico. Così, oltre a impossessarsi del prezioso taccuino, alla fine della lettura Amaranto era riuscito a carpirle un segreto eccezionale che non avrebbe mai immaginato.
- Una vergognosa tresca con un prete avvenuta una quindicina d'anni fa... una fantastica storia morbosa da usare come arma di riserva! - commenta ad alta voce.
L'albino sente il rumore della maniglia della porta d'ottone che si apre. Giuditta De Marco fa capolino avvolta in una vestaglia di seta turchese che le fascia le belle forme tornite. I capelli sono perfettamente ordinati e il trucco sapiente valorizza il volto dai lineamenti sofisticati. La donna guarda il marito con un sorriso incoronato da denti bianchissimi e lo sguardo dolce lascia trapelare il suo innamoramento come se fosse ancora la liceale di tanti anni prima fuggita di casa col suo maturo psichiatra.
- Maestro, posso entrare?
I coniugi hanno sempre dormito in camere separate da un lungo corridoio. Amaranto predilige lo studio occulto notturno, la lettura prolungata nel cuore della notte quando gli odiosi raggi di sole sono scomparsi per lasciare posto alla meraviglia infinita delle tenebre nero profondo. Invece Giuditta adora dormire a lungo, fino al mattino tardi, spesso fino al pomeriggio, per risvegliarsi perfettamente riposata e con la pelle fresca e tirata, senza occhiaie o antiestetici occhi gonfi.
- Maestro, ho fatto un brutto sogno e ho bisogno di un caldo abbraccio.
Senza attendere la risposta, la donna lascia scivolare la vestaglia a terra restando velata da una sottoveste trasparente. Amaranto ammira le nudità velate di quella dea terrena. Giuditta avanza lentamente fino a scostare le lenzuola immacolate del letto a una piazza. Si infila accanto all'uomo che si volta sul fianco destro per lasciarle più spazio. Le braccia bianche e flosce di Amaranto cingono le spalle lisce e delicate della moglie, che appoggia la fronte sul petto glabro del marito, iniziando a baciarlo delicatamente.
L'albino sa benissimo quale sia il tipo di abbraccio che la moglie vorrebbe da lui, ma il suo stato di impotenza non gli permette da quasi due anni di soddisfare i desideri della bella consorte.
Ha tentato ogni rimedio scientifico e occulto: ha provato coi medicinali, la psicanalisi, la neurologia e la chirurgia. Persino il ricorso a pratiche magiche e filtri antichi sono stati un totale fallimento. Nulla ha dato i risultati sperati, ma Giuditta è rimasta accanto a lui, senza manifestare la minima intenzione di volerlo lasciare o tradire con un uomo più maschio.
La totale fedeltà fisica e spirituale della moglie non fa altro che acuire in Amaranto il dolore insopportabile di non poterla amare e soddisfare come merita. Una creatura splendida e raffinata come lei è la preda ambita e ideale di decine di scaltri pretendenti. Ricca, colta, magnifica e sessualmente insoddisfatta: basterebbe un soffio lieve per far fluttuare nell'aria una piuma tanto leggera. È forse solo il sentimento dell'amore che mantiene, per ora, la piuma ancorata a terra. Amore sì, alimentato dal potente legame sancito con un patto diabolico.
A gennaio la situazione di stallo però ha subito una svolta: il collezionista è riuscito a impossessarsi e studiare un antico manoscritto miniato medievale, recuperato dopo mesi di ricerca ad Alessandria d'Egitto. Nel tomo si parla di un rimedio che potrebbe risolvere definitivamente l'impotenza sessuale.
Da allora tutti i suoi sforzi intellettivi ed economici sono volti alla scoperta e al recupero di questo antico rimedio, al punto da rischiare di diventare ossessivo. Deve farcela, Giuditta deve restare sua.
- Principessa, ti prometto che un giorno ti farò nuovamente sentire la mia femmina - le sussurra lievemente all'orecchio accarezzandole la schiena.
- Lo so, Maestro, ne sono certa. - risponde a occhi chiusi, assecondando i movimenti della lunga carezza inarcando all'indietro il bacino.
- Cosa stai studiando oggi?
Il marito chiude il taccuino rosso e lo ripone nel cassetto del comodino: - La storia della Monaca di Monza.
- Mi ricordo di quella sventurata narrata nei Promessi Sposi. Lei finì murata viva, giusto?
Giuditta pronuncia la erre con un lento strusciamento della punta della lingua. Amaranto adora questa sua peculiarità: anni prima le dedicò un poema in cui la "erre" imperava, ripetuta in cinquemila vocaboli. Ogni sera lei leggeva a voce alta qualche pagina e lui la ripagava consorte profonde penetrazioni culminanti in orgasmi sublimi. "I bei tempi andati", pensa.
- Non esattamente, Principessa, ma la storia è molto intrigante.
- Perché ti interessa? - la donna inizia a leccargli la pelle grinzosa del collo. Amaranto chiude gli occhi grigi e fa correre la propria mano fino alla piega delle natiche della moglie, che si contorce alla ricerca del piacere che lui non gli può più dare.
- Cerco il segreto della nostra felicità, Principessa.
"L'amuleto", pensa l'uomo mentre la moglie gli sbottona la camicia del pigiama senza smettere di assaggiare lembi della pelle. Lui allarga le braccia e si abbandona alle sottili sensazioni piacevoli.
In pochi mesi di accanita ricerca ha trovato molte prove a suffragio del potere degli amuleti magnetici. Nel Cinquecento e Seicento in Romagna le pratiche per influenzare la vita amorosa erano molte. Per ottenere l’amore di qualcuno veniva utilizzata una calamita battezzata o si usavano le fave raccolte durante la notte di san Giovanni. Amaranto non credeva certo a legumi magici e nemmeno ad amuleti miracolosi. Però il manoscritto ne descriveva uno in particolare, che veniva tramandato di generazione in generazione e del quale era stata persa ogni traccia a Monza, agli inizi del Seicento.
Tra i documenti processuali risparmiati dalla distruzione Amaranto aveva trovato che un ventisettenne di Carpi, tale Francesco Cabassi, nel 1620 finì davanti al tribunale dell'Inquisizione perché secondo il denunciante si era procurato della "calamita battezzata" - ovvero un pezzo di magnetite - e di averla bagnata con dell'acqua santa allo scopo di attirare l'amore delle donne, così come la calamita attira il ferro. Torturato, confessò moltissime cose relative alla sfera magica e stregonesca. Fu condannato alla prigione per sei mesi e alle solite penitenze salutari come la recita di salmi e rosari e digiuni.
Ricercando ancora l'albino consultò poi gli atti del processo contro Anastasia da Cottigliano, Cutigliano in Garfagnana, detta la Frappona, processata a Modena tra l'8 giugno 1517 e il 28 ottobre 1519. Numerosi furono i testimoni ascoltati. Tra gli altri comparve alla presenza dell'inquisitore Eleonora Bartolomeo Spina, moglie di Pietro di Mantova. Eleonora conosceva bene la Frappona perché l'aveva ospitata in casa per un anno. Così testimoniò che la notte si recavano da lei molti uomini e donne per farsi insegnare sortilegi d'amore, e la Frappona li accontentava in cambio di denaro. Disse anche che una volta l'aveva vista inginocchiata nella sua camera: era completamente nuda, coi capelli sciolti sulle spalle e una candela benedetta accesa davanti all'immagine del crocifisso. Forse pregava: ma la teste affermò di non aver capito le parole, ma sapeva che fosse un rituale per conoscere eventi futuri. Aggiunse di averla vista altre volte pregare nuda sopra il tetto.
Non solo: alla teste Anastasia aveva insegnato un incantesimo per riconquistare l'amore del marito. Doveva andare in tre farmacie e comprare in ognuna dell'argento vivo, ovvero del mercurio, nel nome del gran diavolo e poi riporlo in un luogo dove il marito fosse solito passare. La Frappona insegnò poi a Eleonora, per lo stesso motivo, di prendere una calamita bianca, battezzarla con acqua benedetta nel nome del padre e del figlio e dello spirito santo, e tenerla stretta nella mano sinistra durante la messa, senza dire alcuna orazione santa. La calamita doveva poi essere collocata sotto l'altare e restarvi per il tempo di tre messe, in seguito doveva essere posta sopra il marito recitando: "Tu sei ben venuto faccia di Dio, parola papata e segno di Salomone". In tal modo il potere naturale della calamita, quello di attrarre, sarebbe stato attivato e moltiplicato da rituali finalizzati a catturare il potere che emanava dal sacro, visto come serbatoio di potenza sovrumana.
Per queste e altre accuse suffragate da nuovi testimoni, la Frappona fu condannata all'esilio dalla città per dieci anni.
Amaranto cercò ancora prove del potere della calamita battezzata. Tra le carte di un processo inquisitorio del 1590, nell'elenco degli oggetti trovati in casa della presunta maga, c'era anche una calamita, che la donna sosteneva di utilizzare per curare le piaghe alle gambe. Gli inquisitori quindi chiamarono a testimoniare un esperto in metalli: l'orefice del quartiere, il quale disse che la calamita veniva usata per staccare i metalli dall'oro.
A conferma del potere degli amuleti magnetici battezzati l'albino consultò anche un prezioso testo pubblicato a Parma nel 1628 e intitolato: "Breve informazione del modo di trattare le cause del Santo Officio per i molto reverendi Vicarii della Santa Inquisizione istituiti nelle diocesi di Parma e di Borgo S. Donino". In un periodo appena successivo alla vicenda della condanna di suor Virginia De' Leyva e Gian Paolo Osio, nel testo è scritto che, per il Santo Tribunale, la matrice “diabolica” dell’eresia è unica: diversa sunt nomina, sed una porfidia.
All'epoca una complessa casistica regolava il grado di pericolosità e coinvolgimento nelle varie eresie. Erano da considerarsi eretici “Tutti quelli che dicono, insegnano, predicano o scrivono contro la sacra Scrittura, contro gli articoli della Santa Fede, contro i Santissimi Sacramenti e riti, ovvero uso d’essi; contro i decreti dei Santi Concilii e determinazioni fatte dai Sommi Pontefici; contro la suprema autorità del sommo Pontefice; contro le tradizioni apostoliche; contro il Purgatorio e le indulgenze; quelli che rinnegano la Santa Fede facendosi turchi o ebrei o d’altre sette e lodano le loro osservanze e vivono conforme ad esse; quelli che dicono che ognuno si salva nella sua fede…”.
A questi si aggiungevano quelli sospettati: “Quelli che dicono prepositioni, le quali offendono gli audienti e non le dichiarano; quelli che se non dicono parole, fanno fatti ereticali, come abusare i Santissimi Sacramenti e in particolare l’Hostia consacrata e il Santo Battesimo, battezzando cose inanimate come calamita, carta vergine, fave, candele altri simili; quelli che abusano cose sacramentali, come Oglio santo, Cresima, Parole della Consacratione, Acqua benedetta, candele benedette; quelli che feriscono e percuotono immagini sacre; quelli che scrivono, tengono, leggono o danno ad altri da leggere libri proibiti nell’Indice o negli altri Nostri editti particolari; quelli che notabilmente si allontanano dal vivere comune dei Cattolici come il non confessarsi e comunicarsi una volta l’anno, in mangiare cibi proibiti senza necessità, nei giorni determinati dalla Santa Chiesa e simili”.
Ancora una volta Amaranto trovò l'accenno alla calamita battezzata.
Se solo riuscisse a procurarsene una il flaccido membro che giace spento tra le sue cosce si animerebbe di colpo e potrebbe insinuarsi come un dardo infuocato nelle membra appena schiuse della sua incantevole moglie. Ma non basta trovare uno dei tanti amuleti fasulli che i suoi conoscenti collezionisti gli hanno finora propinato. Grazie all'incontro forse non casuale con quel dannato di Alfonso Della Porta ha avuto conferma che almeno una calamita, forse la più potente, esiste tuttora ed è possibile riuscire a recuperarla.

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