Aver riascoltato al telefono la voce cristallina di Dora è stato un toccasana per Flora. Nabe l'aveva più volte rassicurata sulla salute della bambina beatamente addormentata, ma alla mamma non poteva bastare quell'apparenza. Aveva chiesto alla baby sitter di svegliarla dal sonnellino pomeridiano e poter sentire le paroline della bambina. Come un viandante perduto nel deserto, Flora aveva assaporato ogni suono emesso dalla bocca infantile come se fossero gocce sorgive sgorgate in un'oasi.
Solo adesso riesce a placare la terribile ansia che l'ha tenuta in pugno come un esercito che assedia una città medievale ormai senza più cibo né acqua. Nell'istante stesso in cui ha visto la carta che svela l'arcano mutarsi nella raffigurazione di sua figlia, Flora ha pensato davvero che il suo cuore avrebbe ceduto di schianto.
"Magia o realtà? Sortilegio o autosuggestione? Vinicio Amaranto è un abile stregone o solo un ex psichiatra esperto di tecniche ipnotiche?" Impossibile rispondere adesso: è intontita e l'ennesima giornata afosa acuisce gli effetti della febbre che a tratti le scalda il ventre come se avesse un fuoco acceso o le inonda di brividi la schiena come se fosse irrorata da un getto d'acqua gelida.
Seduta sul divano avvolta in una coperta leggera che a tratti allontana da sé per poi correre e rimboccarla fin sotto al mento, ode i rumori provenienti dal tecnologico angolo cottura dove Nadia sta preparando una tisana ristoratrice. Il suo desiderio principale sarebbe quello di precipitarsi a casa dalla bambina per abbracciarla forte. Il senso di colpa di essere altrove invece che accanto alla propria creatura è prepotente. Ma deve prevalere la ragione: Dora sta bene ed è in mani sicure con Nabe. Flora deve quindi prima dedicarsi a un'altra priorità: le resta tempo sufficiente per riallacciare i fili di quanto accaduto e pensare a come recuperare il prezioso taccuino rosso.
- Quel bastardo di Amaranto ha messo in piedi un'illusione ottica o ha architettato chissà quale altro dannato trucco per disorientarmi e sottrarmi gli appunti.
- Perché, che cosa cerca? - le domanda l'amica mentre fischia il bollitore sulla piastra incandescente.
- Non lo so. Però tutto questo significa che lo scopo della ricerca va ben oltre la comprensione della vera natura del rapporto amoroso tra Gian Paolo Osio e Marianna De' Leyva.
- In che senso?
- Il committente, la cui identità mi è stata volutamente tenuta nascosta, ha in mente di scoprire un segreto rimasto tale per secoli. E forse Amaranto si è ingolosito di qualcosa e vuole trovarlo per primo.
- Non capisco Flora, che vuoi dire?
- I casi sono due: o il committente gli ha promesso di ricoprirlo d'oro se Amaranto gli consegna quel qualcosa e adesso l'antiquario teme che io possa arrivare allo scopo scavalcandolo per intascarmi il generoso compenso... oppure l'albino ha intuito che quel qualcosa è talmente prezioso da voler metterci gli artigli sopra tagliando fuori il misterioso uomo. In ogni caso io sono il terzo incomodo.
Flora si asciuga il sudore dalla fronte con un lembo della coperta e un attimo dopo il freddo è tale da convincerla a raggomitolarsi sul divano come un gattino che cerca il tepore sul cofano di un'auto parcheggiata.
- Ma che cosa può essere così allettante da spingere un uomo a investire tanto denaro per portarlo a galla? Un tesoro nascosto? Un'eredità andata perduta? O un segreto di tale portata che possa cambiare il corso della storia?
Arriva Nadia con andatura morbida. Regge un vassoio balinese con due grandi tazze di terracotta nera giapponese. La teiera scura fuma. La mora, sfoderando il suo bel sorriso, versa l'infuso nei recipienti.
*****
Quella mattina, dopo aver visto l'immagine di Dora incredibilmente rappresentata nell'ultimo tarocco voltato sul tavolo di cristallo dall'albino, Flora era riuscita finalmente a riprendere il controllo del proprio corpo. Spinta dalla forza di volontà di assicurarsi della salute di sua figlia, per afferrare la decima carta aveva sollevato le braccia, che penzolavano lungo il corpo e sembravano pesare decine e decine di chili.
Era bastato questo movimento spinto da una straordinaria forza di volontà a fare in modo che, come d'incanto, tutte le raffigurazioni dei Tarocchi scomparissero. Niente più monache o preti, visioni sanguinolente e castelli medievali: tutte le lame erano completamente bianche. Ciascuna raffigurazione era svanita e ne restava solo il ricordo vivo nella memoria sconvolta della donna.
Flora aveva distolto lo sguardo e puntato dritto verso l'albino, immerso nella quasi totale tenebra. Solo in quel momento l'illuminazione nella stanza era tornata normale, come se qualcuno avesse improvvisamente acceso la luce del sole che riprendeva a filtrare violenta dalle coltri grigie dell'ampia finestra.
Dopo il bagliore, Flora si era ritrovata sdraiata sul lettino di pelle nera da psicanalista. Le gambe distese, le mani giunte all'altezza del pube.
Gli occhi da coniglio di Vinicio Amaranto la guardavano tranquilli e un timido sorriso era dipinto sulla sua bocca carnosa. I capelli bianchi erano ben pettinati e la pelle grinzosa formava tante piegoline attorno agli occhi. Delle sembianze di giovane stregone non v'era più alcuna traccia. Lo sgomento di Flora lasciò posto per qualche minuto a una grande incredulità. Faticava a capire dove finisse la realtà e dove iniziasse l'illusione. Aveva sognato prima, durante la lettura dei Tarocchi, o il sogno stava cominciando in quel preciso istante?
- Cos'è successo? - chiese Flora mentre si sentiva assalita dal mal di testa, come se fosse caduta nuovamente urtando con violenza contro il pavimento.
- Ti ho ipnotizzata, Flora Leth. - l'ex psichiatra le prese con dolcezza una mano, stringendola.
- Mi hai parlato a lungo di te, mia cara e ora ti sentirai più tranquilla. - disse, mentre un sorriso malizioso si allargava mostrando i denti ingrigiti dal tabacco.
Flora sentì avvamparsi le guance mentre i succhi gastrici le ribollivano nello stomaco. "Probabilmente adesso Amaranto è al corrente del mio passato e delle vicende scabrose con il prete" pensò. Si sentì pervadere dalla vergogna. Avrebbe voluto scappare via come se fosse tornata ragazzina. "Aveva bisogno di carpirmi qualche segreto per potermi ricattare moralmente e avermi in pugno".
Flora si issò fino a sedersi e notò l'abitino di seta blu abbottonato male. Le asole non combaciavano e un occhiello era senza bottone. "Possibile che sia uscita di casa per un appuntamento di lavoro vestita in maniera così trasandata?" pensò.
Intanto il tarlo del dubbio scavava tra le sue sinapsi. Mentre era ipnotizzata Amaranto poteva averle chiesto quale fosse il ricordo più brutto della sua vita e lei sicuramente ne aveva tanti, tutti legati alla stessa terribile, lunga esperienza con il prete dei suoi incubi. Così ora lui aveva una potente arma da usare contro di lei. "Ma con quale scopo?" si domandò.
Oppure l'albino mentiva; non l'aveva affatto ipnotizzata e davvero lei aveva visto mutare le immagini dei Tarocchi. In quel caso, il collezionista era davvero un potente stregone, riuscito a carpire i suoi segreti, di questa e di altre vite. E non solo quelli appartenenti al suo passato, ma anche agli avvenimenti futuri. "Forse il divinatore è talmente abile da riuscire a cancellare ogni prova della lettura delle carte dandomi l'illusione di avermi solamente addormentata per qualche minuto, con la tecnica usata da Freud e perfezionata da Jung e i suoi seguaci".
Senza parlare Amaranto l'aiutò a scendere dal lettino di pelle e rimase in piedi.
Flora era ancora frastornata ma decisa a uscire dallo studio il più presto possibile in silenzio. Quando si chinò a raccogliere la borsetta ancora abbandonata sul pavimento, notò qualcosa sotto la scrivania di cristallo. Guardò meglio: era una carta dal dorso rosso e il pentagono dorato. Le si bloccò la salivazione. Sperando di non essere vista, finse di sistemarsi l'allacciatura di un sandalo. Allungò il braccio per afferrarla ma un colpo violento schioccò alle sue spalle, come se l'estremità di una frusta di cuoio avesse battuto con violenza contro al pavimento.
Flora ritirò la mano vuota e si alzò di scatto in piedi, voltandosi. A pochi centimetri da lei riconobbe la figura alta di don Angelo Scaraffi, che la scrutava con desiderio.
Era precipitata indietro nel tempo e ora si trovava nello studio al quarto piano del liceo e aveva quindici anni.
*****
Gli occhi di Flora adolescente fissavano le lastre di marmo regolari tirate a lucido come specchi. Si vedeva riflessa: i capelli sciolti lungo le spalle, il grembiule blu, le mani giunte. A capo chino, era inginocchiata di fronte al prete, in attesa che l'uomo le ordinasse una nuova nefandezza. Sentì la calda mano, col palmo aperto, appoggiarsi sulla sua nuca. La ragazza pensò che la volesse accarezzare o forse colpire, invece la tirò a sé, lentamente. Flora non osò guardare e strinse gli occhi con forza. Di certo non voleva guardare quel suo membro vermiglio che si stagliava vistosamente sulla veste nera.
Qualcosa batté contro le sue labbra. "Mi sta baciando?" pensò in un lampo. Flora ritrasse la testa d'istinto e aprì gli occhi. Si ritrovò quasi a contatto col membro eretto dell'uomo; poteva quasi sentirne il calore. Cercò di ritrarsi in fretta alzandosi in piedi, ma la mano dell'uomo prontamente l'arrestò, rimettendola con forza in ginocchio.
Poi le parlò con tono duro: - Non scappare, bambina mia. Ora ti mostrerò la punizione che ti infliggerò dopo ogni confessione in cui mi racconterai tutte le sconcerie che combini con i ragazzini della tua età.
Flora era impaurita, non sapeva a cosa pensare, era bloccata dalla vergogna. Tacque.
Il prete le cinse la nuca con entrambe le mani. La ragazza capì e cercò di divincolarsi, non voleva avvicinarsi oltre.
Con una forza mai usata prima, l'uomo le diede un violento schiaffo sulla guancia, che le fece voltare la testa dall'altra parte. La gota bruciava e nemmeno le lacrime che scendevano copiose riuscivano a darle sollievo. Tornò a fissare il pavimento come inebetita, accantonando ogni impeto e volontà di scappare.
Con voce greve e molto irritata, egli aggiunse: - Se cerchi un'altra volta di rifiutare un mio insegnamento, bambina sciocca, non esiterò a infliggerti punizioni corporali che ti lasceranno segni indelebili.
Non disse altro. Non fu necessario: Flora accettò passivamente, conscia ormai di essere sulla strada del non ritorno.
L'uomo intrecciò le dita dietro la nuca della giovane. Strinse il suo viso e lentamente l'avvicinò.
Flora serrò gli occhi. Avvertì distintamente l'attimo in cui il culmine del membro urtò nuovamente contro la sua bocca. Strinse le labbra per impedirne l'ingresso. L'uomo serrò le braccia, premendole il viso all'altezza dei condili, obbligandola a dischiudere la bocca. La ragazza percepì il sapore acre della pelle, la superficie liscia e tesa, la forma solida. In testa le rimbombava un ronzio senza fine.
Quando l'uomo ebbe finito, commentò rasserenato: - Piccola strega, questa è la tua punizione. Io comando e tu ubbidisci. Io insegno e tu impari. Io sono il bene e tu sei il male. Ricondurrò la tua anima sporca sulla via maestra verso la luce eterna. E mi sarai grata per l'eternità.
Dopo essersi sistemato l'abito talare, riprese a parlare, lasciando Flora inginocchiata ai suoi piedi.
- Ricorda! Dalla prossima settimana verrai da me a confessarti e mi racconterai tutto quello che fai con i ragazzi. Io soffrirò per te e per lavarti l'anima dovrò infliggerti una punizione severa. Le preghiere non bastano. Attenta però - aggiunse dopo una breve pausa - io leggo negli occhi delle bambine cattive: se menti e scappi, sarò costretto a cogliere il tuo fiore più intimo e la tua anima dannata sarà perduta per sempre. Capisci quanto ti amo, bambina mia?.
Mentre pronunciava queste ultime parole, prese la ragazza da sotto le ascelle, mettendola in piedi come se fosse una bambola di pezza. Con un movimento fulmineo, il prete lasciò scivolare la mano lungo la schiena di Flora, la infilò dentro la cintura dei pantaloni, scese fino agli slip, passò sotto l'elastico e le introdusse repentinamente un dito nell'ano.
- Capito, bambina mia?
Flora tentò di divincolarsi, si girò di scatto per liberarsi dalla presa dell'uomo e afferrò la maniglia della porta. Questa volta doveva assolutamente scappare dallo studio del prete. Il pomolo mutò aspetto mentre lei lo impugnava. Non era più d'ottone, era diventato il dorso della mano orribilmente pallida di Vinicio Amaranto, che la scrutava con serietà. Le unghie di Flora erano ben piantate nella sua carne.
- Flora, sei improvvisamente ricaduta nell'ipnosi. Non mi era mai successo prima con altri pazienti, ma forse non ti avevo svegliato completamente.
La ricercatrice mollò la presa e si guardò le mani. Erano quelle di una donna adulta. Era nuovamente nello studio dell'antiquario e il suo abitino blu adesso aveva ogni bottone al suo posto. Aveva sognato o rivissuto un nuovo flash back faticosamente rintuzzato nella soffitta dei suoi ricordi?
Uscì dallo studio senza proferire parola. Una volta in strada, si allontanò un centinaio di metri, poi prese il telefono cellulare e chiamò immediatamente prima Nabe, poi l'amica Nadia.
*****
Nadia porge a Flora un bicchiere con acqua biancastra che ribolle.
- È un'aspirina. Bevila.
- Ho già preso le pastiglie per abbassare la temperatura. Non voglio esagerare. Dopo tutto in questi giorni continuo a sentirmi male e non capisco se sto impazzendo oppure ho un tumore al cervello. Tornerò dal medico.
- Flora, Flora, - Nadia le accarezza una guancia meno cocente di prima - sei solo sotto stress per tutto questo lavoro. Studi troppo e la testa ogni tanto ti scoppia.
La ricercatrice ingolla la medicina sciolta nell'acqua. Deve pensare a come fare per recuperare il prezioso taccuino con la copertina di pelle rossa. Certamente ora Vinicio Amaranto ha un'arma in più. Merito dell'ipnosi o della magia nera, conosce il suo segreto.
Prima di congedarla, quella mattina le ha sussurrato: - Flora Leth, io sono lì, in ginocchio di fianco a te, mentre prendi in bocca ogni disillusione di affettività legata al corpo e ai piaceri che può dare.
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