Monza, 11 giugno 2001
Il cielo è incolore. Ha perduto l'azzurro per lasciare posto al grigio accecante del fitto strato di umidità. Nonostante sia mattino presto si preannuncia una giornata molto calda e afosa. Flora cammina rapidamente per raggiungere il ventre antico della città. L'aspetta suor Angela Barni per accompagnarla nella visita della chiesa di San Maurizio e del convento, quel poco che resta del monastero di santa Margherita, dove visse Gertrude, la Monaca di Monza. La suora è laureata in storia dell'arte e ha approfondito lo studio dell'architettura lombarda negli anni in cui si è dedicata all'insegnamento nel liceo artistico di Monza.
Flora imbocca la strada che conduce al grande portale di legno di san Maurizio. La chiesa di mattoni rossi si erge sulla sinistra, in fondo alla via. Finché non le si è di fronte, resta nascosta allo sguardo: non ha sagrato e la strada curva è ingombra di auto parcheggiate che luccicano al sole. Soffocate dai palazzi circostanti, convento e chiesa sono inglobate da architetture che annientano lo splendore delle scarne decorazioni esterne.
Quattrocento anni fa poco distante sorgeva la nobile e vasta proprietà di Gian Paolo Osio, l'Egidio descritto da Alessandro Manzoni, l'amante della Monaca di Monza. Era separata dal convento da quella che oggi si chiama "via della Signora". La dimora fu rasa al suolo quando Osio fu condannato a morte per i suoi terribili reati compiuti ai danni delle monache del convento.
Davanti al portale della chiesa Flora scorge suor Angela Barni fasciata nell'abito bianco. Difficile darle un'età: forse cinquant'anni, forse meno. Ha la pelle liscia e senza solchi come una pesca maturata al sole. Dietro le spesse lenti le sopracciglia scure evidenziano occhi sereni, che comunicano una quotidianità tranquilla senza affanni.
- Buongiorno signora Leth, la stavo aspettando.
Si passa una mano sulla cuffia e sistema il velo bianco che lascia visibili solo l'attaccatura dei capelli alle tempie.
- Buongiorno, spero che non mi stia attendendo da troppo tempo. - Risponde Flora sollevando appena gli occhiali da sole per non sembrare maleducata - Scusi, ma questa luce grigia mi dà un fastidio terribile.
Flora si gira per evitare i raggi diretti del sole. Così nota i particolari della bella facciata di mattoni rossi della chiesa.
- Conosceva già la nostra chiesa?
- Sì certo, l'ho già visitata, ma ho bisogno di rivederla con occhio diverso.
- Sta facendo una ricerca sulla Monaca di Monza. Intanto le dico ciò che ho studiato sulla chiesa e il nostro convento. Spesso riceviamo studiosi che partono da qui per farsi un'idea più precisa su quell'oscura vicenda.
Estrae da una tasca nascosta un fazzoletto bianco con cui si deterge il sudore dalla fronte.
Flora si volta e nota improvvisamente il crocifisso smaltato di rosso appeso al collo della suora. Forse la distrazione o il sole negli occhi, ma prima le era sfuggito. Guardando il simbolo sacro che si staglia sulla veste bianca un brivido le percorre la schiena. Distoglie immediatamente lo sguardo ma non basta: sente pulsare il sangue alle tempie e teme che da un momento all'altro le si annebbi completamente la vista. Deve reagire: tenta di focalizzare l'attenzione sulla decorazione che sovrastra il portale. È difficile concentrarsi: il pensiero guizza fulmineo a tanti anni prima, quando un incontro con un altro crocifisso le stravolse la vita. Ma ora deve assolutamente sigillare quel pensiero con la ceralacca della rimozione. Si morde più che può la punta della lingua. Trattiene a stento il dolore: il sapore del sangue tiepido le può ridonare la lucidità necessaria.
- Abbiamo da poco restaurato la facciata di questa splendida chiesa - spiega con orgoglio la monaca incurante del comportamento di Flora - poiché nel tempo i mattoni a vista avevano subito diversi interventi e tutte le scultore erano molto danneggiate dall'inquinamento.
Flora lotta ancora per annientare il ricordo doloroso. Le tremano le mani e fatica a recuperare la concentrazione.
- Abbiamo ingaggiato un architetto di Como davvero bravo - prosegue suor Angela con tono calmo, passandosi nuovamente il fazzoletto sulla fronte. - La facciata oggi presenta l'antica grazia.
Flora sta meglio, ma non vuole staccare gli occhi dal fregio di marmo bianco dove spicca il bassorilievo della Madonna. Incolla gli occhi sul volto elegante della decorazione. Fingendo di volerla ammirare meglio, indietreggia di qualche passo in strada. Il sole è nascosto dietro la facciata della chiesa, lasciandola in ombra. Intravede la sagoma bianca della suora, ma quel punto rosso sul petto le impedisce di guardarla nuovamente in viso. Ha bisogno ancora di qualche minuto di decompressione.
Suor Angela sembra una guida turistica esperta: - La chiesa sorge dal 1469 sul luogo ove un tempo era il monastero di santa Margherita, fondato nel Duecento dagli Umiliati con il nome di Puteo Vaghetto. Inizialmente era misto ma, dalla fine del Trecento, fu occupato solo dalle monache dell’ordine. Col tempo, vi confluirono anche altre comunità umiliate monzesi.
Flora è quasi ritornata in sé. Estrae dalla borsetta il taccuino con la copertina rossa. Prova a prendere appunti per tenere a bada lo stato d'ansia.
- Nel Cinquecento, per volere dell'arcivescovo Carlo Borromeo, entrarono a far parte della comunità anche le monache di santa Maria Maddalena in Monza, che vi rimasero sino alla morte del santo.
La suora fa una breve pausa. Asciuga il sudore che ora le scende anche lungo le tempie. Ricomincia a parlare più lentamente.
- Nel 1469 fu costruita una nuova chiesa dedicata alle sante Margherita e Caterina al posto dell'oratorio medievale. Come avrà notato, la facciata ha il profilo a capanna ed è divisa in due ordini sovrapposti. Il secondo ordine ha il timpano sormontato da quelle tre statue.
Flora adesso è una sola. A parte un po' di affanno, può ritornare a essere se stessa. Può alternare sguardi col naso all'insù a rapidi movimenti per scrivere rapidamente parole chiave per ricostruire poi un discorso più articolato. Si sente più calma.
- Sopra il portale c'è il timpano di marmo bianco, dove spicca al centro un medaglione con il busto della Madonna.
È il fregio che ha colpito Flora poco prima.
- È davvero splendido - commenta Flora ammirata dalla delicatezza dei tratti della Vergine.
- Le due figure allegoriche adagiate sopra i salienti sono la Speranza e la Fede. Sul culmine della facciata si erge la statua di santa Margherita, contraddistinta dalla croce e dal drago.
- Da qui non vedo le statue - Flora interrompe per indietreggiare di una decina di metri tenendo lo sguardo puntato verso l'alto. Bisognerebbe andare in fondo alla via, pensa.
Mentre si allontana, Flora ricorda Margherita di Antiochia, la più bella fanciulla dell'antica città di Siria, sulle rive del fiume Oronte, nell'odierna Turchia. Secondo la leggenda scritta in greco da Teotimo, Margherita nacque nel 275 dopo Cristo. Figlia di un sacerdote pagano, dopo la morte della giovane madre che non sopravvisse al doloroso primo parto, fu affidata alla balia Mirta, che praticava clandestinamente il cristianesimo durante la persecuzione dell'imperatore romano Diocleziano. Senza dire nulla al padre legittimo, Mirta allevò la bambina nella sua religione. Gli anni trascorsero e il sacerdote pagano si rifece una famiglia. Ormai cresciuta e in età da marito, Margherita tornò nella casa del padre, dichiarando la sua fede e la volontà di voler restare vergine. Il buon padre si spaventò a morte. Ben conosceva i supplizi cui erano sottoposti i cristiani e chi li proteggeva. L'uomo la cacciò: temeva il pericolo che la figlia avrebbe fatto abbattere sulla sue proprietà e la sua nuova figliolanza.
Ripudiata dal padre, la giovinetta tornò quindi dalla balia, che la adottò e le affidò la cura del suo gregge.
Fu in questo periodo che la conobbe Flora. Si incontravano alla fonte e chiacchieravano spensieratamente. Margherita era poco più che una bambina, ma a quell'epoca si diventava donne in fretta. Lunghi capelli neri, una leggera tunica lungo i fianchi, occhi ampi e languidi. Un giorno, mentre pascolava le pecore fu notata dal viscido prefetto Ollario che tentò di sedurla. L'approcciò con qualche parola dolce, ma passò subito alle vie di fatto. Complice la tranquillità dei campi, voleva farla sua. Sapeva che la fanciulla non aveva né padre né fratelli, per cui l'avrebbe fatta franca senza problemi. Ma la dolce Margherita fu irremovibile. Trovò in sé una forza impensata. Aveva consacrato la sua verginità a Dio, così restò impassibile mentre Olliaro le infilava le mani lerce sotto la tunica e non ebbe paura di confessargli la sua fede proibita. La leggenda del greco Teotimo narra che bastarono le parole «Solo Dio sarà il mio sposo» per far desistere l'aggressore. Flora invece ricorda che dovette intervenire con un bakudò, un incantesimo di immobilizzazione. Disegnò un cerchio sul terreno, lo divise in quattro parti. La magia incantò il cerchio, causando una fuoriuscita di energia. L'uomo si bloccò, era un debole e vigliacco. Margherita radunò le sue pecore e scappò a casa, sicura che la mano di Dio fosse calata sulla sua testa per proteggerla. Raccontò tutto alla balia Mirta, che l'abbracciò stretta, consapevole dell'ineluttabilità del loro destino.
Nel frattempo, umiliato, il bieco prefetto maturò la sua vendetta: corse a denunciare la fanciulla come cristiana e Flora come strega. Due delitti ritenuti peggiori dell'omicidio. Il giorno stesso Margherita e Flora furono incarcerate separatamente. Mirta fu gettata in una cella non lontana, ma le tre donne non potevano neppure sentire in lontananza le grida reciproche.
Quella notte il demonio in persona visitò Margherita: voleva convincerla a entrare nella vasta schiera delle sue adepte. Le apparve sotto forma di drago e, al suo rifiuto, la inghiottì in un solo boccone. Margherita, secondo Teotimo, armata della croce, squarciò il ventre del drago dall'interno e ne uscì vittoriosa. Per questo motivo la dolce quanto sanguinaria piccola santa è tutt'oggi invocata per ottenere un parto facile. Ma Flora sa che Teotimo documentò il falso. Il demonio non commise uno sbaglio del genere e Margherita non poteva avere con sé una croce in cella. La fanciulla accettò il corteggiamento del potente diavolo dal viso d'angelo che l'affascinò catturandone l'anima per l'eternità.
Il giorno successivo la fanciulla fu nuovamente interrogata e torturata per convincerla ad abiurare, ma continuò a dichiararsi cristiana. Improvvisamente, la terra fu sconvolta da una potente scossa di terremoto. Niente magia, nessun miracolo: fu un sisma naturale che aprì profonde fenditure e inghiottì abitazioni e persone.
Mentre il panico colse l'intera popolazione, Margherita non si scompose e rimase immobile davanti ai suoi carnefici terrorizzati. Secondo la leggenda, quando la terra si fermò, una colomba scese dal cielo e le pose una corona sul capo. Flora ancora sorride pensando a come sia riuscita a incantarli con un trucco così semplice.
Ma neppure questo secondo "miracolo" servì a redimere i tenaci aguzzini. La loro condanna era stata decisa. Dopo aver resistito a vari tormenti, furono infine decapitate. La bella testa di Margherita rotolò dal patibolo, mentre l'anima dannata prese la via degli inferi. Era il 290 dopo Cristo e lei aveva quindici anni.
La sua storia nei secoli non finì qui. La santa e strega Giovanna D'Arco dichiarò che una delle voci celesti che udiva era proprio quella di santa Margherita, che le appariva insieme all'arcangelo Michele e a santa Caterina di Alessandria. Flora sa che Margherita fu più strega che santa, ma questa sottile differenza è stata cancellata nel corso dei secoli.
Assieme a Margherita una schiera di altre fanciulle passò alla storia per la presunta santità, invece che essere incriminate per i sortilegi che usarono. Flora ne ha incontrate tante nelle sue vite passate.
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