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martedì 15 giugno 2010

Osio e Ludovico

Milano, Anno Domini 1610

Il senatore conte Ludovico Taverna cammina nervosamente avanti e indietro trascinando i piedi sul tappeto francese che copre l'elegante pavimento di cotto del salone centrale della sua villa di Milano. È l'alba di un giorno decisivo per lui: agire secondo coscienza, tendendo la mano all'amico d'un tempo, seppur macchiatosi di crimini e nefandezze estreme, oppure agire da uomo politico retto e rispettato, avvertendo le autorità di quella odiosa presenza in casa sua, per assicurarla alla giustizia che lo ha già condannato a morte.
Il viso rosso di rabbia, una mano appoggiata al panciotto nero, i suoi passi nemmeno si sentono, attutiti dal fruscio del mantello di velluto scuro appoggiato su una spalla, che ricade a terra disegnando onde ad ogni passo. Il nobil'uomo non si dà pace che quell'ospite inatteso abbia scelto proprio la sua villa di delizie per cercare rifugio.
- E non la dimora di Triuggio, quella in cui solevamo incontrarci e fare bisboccia bevendo vino e assaporando cacciagione fresca. Bensì questa di Milano, ove gli occhi di tutti son puntati in attesa che io stesso cada in fallo.
Si ferma un attimo e guarda dalla vetrata la corte d'onore che si apre magnifica verso la strada maestra.
- Quanto vorrei allontanarmi e fuggire da qui, togliermi d'impiccio... magari correre nel mio palazzo che sorge accanto a la residenza che fu dei Marino... avrei modo così di prender tempo e pensare. Forse ho isbagliato a non voler consegnare Gio Paolo Osio dritto dritto nelle mani dello Tribunale criminale de la Curia Regia. Ormai è fatta: tra poco lo porteranno allo mio cospetto e dovrò decider che farne.
Bussano alla grande porta di legno intarsiato. Ludovico Taverna sobbalza: le mani gli sudano ma deve darsi un contegno immediato. Lui è il senatore, il conte, non un villano qualunque.
- Entrate! - ordina con tono imperioso.
Si aprono entrambe le ante di legno abbastanza ampie da consentire l'ingresso contemporaneo delle due guardie che trascinano dietro di loro un uomo in catene.
- Eccolo, Signore. - risponde la guardia più alta spingendo avanti a sé Osio che barcolla, ma riesce tenacemente a mantenersi ritto in piedi.
Taverna sgrana gli occhi incredulo. Possibile che quell'uomo così malridotto sia Gio Paolo? "Smagrito, emaciato, vestito di stracci lerci e puzzolenti, sembra il peggior dei pulciosi che si possano raccattare per strada all'angolo a chiedere la questua" pensa.
- Che gli avete fatto senza un mio ordine preciso? - domanda severo il conte notando la ferita alla testa e la camicia imbrattata di sangue.
- Nulla, Signore! - si affrettano a rispondere i due uomini.
- L'abbiam solo messo ai ceppi ma senza percuoterlo mai. Le ferite se l'è fatte da sé e lo sangue è anche lo sputo dalla bocca perché è tisico...
- Basta! Tacete! - interrompe Taverna impressionato dallo stato dell'antico amico ora al suo cospetto, - Via! Andate e lasciateci soli. Ma non distanziatevi troppo, voglio che restiate subitamente fuori dalla porta, che se succedesse qualche cosa voi possiate subito accorrere al mio servizio!
Le guardie si inchinano ed escono, chiudendo rumorosamente la doppia porta alle loro spalle.
- Che volete che vi faccia? Incatenato così come uno schiavo negro dei Portoghesi... - commenta sarcastico Osio - potrei solo tossire sì forte da passar lo maleficio della mia malattia mortale al vostro petto sano, riccamente agghindato...
Ludovico tace osservando Gio Paolo, ritto in piedi a tre metri da lui, coi polsi incatenati dietro la schiena, scarmigliato, pallido. "Non è neppure l'ombra del bell'uomo che rammentavo".
- Non mi riconoscete più, Ludovico? - chiede a un tratto Gian Paolo piantandogli in faccia quegli occhi fieri da animale in cattività sempre pronto ad azzannare alla gola.
- Vi riconosco Gio Paolo, vi riconosco. Non credevo aveste l'ardire di venire qui, nella mia dimora, a cercar asilo con la pena capitale sulla testa!
- L'ho fatto nel nome di quell'antica amicizia fraterna che ci lega! Ludovico! Come fate ora a fingere tanto distacco?
- Li tempi son cambiati! Lo boia bussa alla porta. Non capite in che posizione grave mi avete messo venendo in codesta villa? Siete sempre stato un impetuoso incurante de la legge!
- Ma voi siete senatore, vi si stima e potreste mettere una buona parola per me col Fuentes, quel lurido cane schifoso che ammazzerei se solo potessi avvicinarmi a lui...
- Gio Paolo, che dite! Son senatore sì, e anche ricco conte, ma non ho potere di cancellare la legge! Hai osato troppo questa volta! Due monache ammazzate, la Signora di Monza condannata a una vita di prigionia... e tutto per causa vostra! Vergogna! Fuentes ha fatto solo il dover suo...
- Il mio fu solo per disperato amore... e solo per disperato amore sono tornato rischiando la pelle...
- Amore per cosa? Voi? - scoppia a ridere - Chi mai avete amato se non tutte le sottane che vi son capitate a tiro? Chi mai avete amato se non i denari vinti ai dadi o le bravate a cavallo con l'archibugio sotto braccio a sparar a quaglie o ai cristiani? Chi mai avete amato se non voi stesso e li mille vostri divertimenti?
- Due donne ho amato e amo ancor oggi per l'eternità.
- Due donne? Chi sono esse?
- Marianna e Alma Maria. Madre e figlia, signora del mio cuore l'una, anima della mia vita l'altra. Sol per loro io vivo questi ultimi giorni da prigioniero infame. Sol per loro son tornato in Milano dopo aver vissuto da cane braccato.
- Siete rimasto sempre nel ducato?
- No, fuggiasco sì, pazzo no.
- Essendo ormai in salvo oltre confine, era nel vostro completo interesse serbare l’anonimato e il silenzio più assoluti, onde farvi dimenticare da tutti e poter, così, sperare di salvarvi la pelle. Dato che, sulla vostra testa, oltre che una condanna a morte, pende la favolosa taglia di 1000 scudi, la quale avrebbe potuto “ingolosire” molti, inducendoli a mettersi sulle vostre tracce.
- Anche a voi ingolosisce?
- Giammai! Che nessuno osi dire che il conte Taverna sia mosso da pecunia...
- Ho dovuto tornare in Milano.
- Perché? Ella è ormai condannata. Non v'è più possibilità di liberarla ormai.
- Mi sono arrischiato pur di tentar di alleggerire la gravità delle imputazioni gravanti su suor Virginia. Scrissi anche una missiva, perché li miei sentimenti son sinceri.
- Dov'eravate fuggiasco?
- Come i miei bravi colpiti da simili sentenze andai oltre l’Adda, fuori dalla giurisdizione del Ducato milanese.
- Quando siete rientrato? Il vostro nome da due anni figura ancora tra i ricercati.
- Ludovico, non chiedetemi altro. Ve lo domando in nome di un sentimento d'amicizia che credo non sia svanito ma affievolito dalli fatti contingenti. Aiutate questo uomo... aiutatemi a parlar con chi di dovere...
- Osio siete pazzo sì! Con chi vorreste dialogare?
- Con chi ha ingiustamente imprigionato Marianna!
- Ingiustamente! Che dite? Una monaca e non una qualunque, per giunta feudataria, la badessa dello convento di Monza che fu complice di omicidi, che uccise infanti innocenti...
- Nessun assassinio di infanti! Lo primo nacque morto e la seconda è viva e vegeta!
- Non è questo che disse il giudice e tutti li testimoni! Voi fuggiste, lasciaste Monza e al processo la monaca fu sola, da tutti accusata. Ella è colpevole del più ripugnante delli delitti! Ammazzare la propria creatura appena venuta alla luce... e voi! Voi! Osio, non posso portarvi da nessuno! Sarei lo complice vostro...
- No Ludovico, portatemi dal giudice! Potrò raccontar la verità, spiegherò che io solo son lo colpevole, solo io ammazzai le monache per paura che rivelassero li segreti... ella, la mia Marianna, non ha colpa alcuna se non quella di esser caduta nel mio inganno amoroso... ella merita di viver serena nello convento suo. Io poi andrò a morire come il Fuentes vorrà, son pronto. Ma aiutatami a salvar il corpo terreno e l'anima della mia Signora di Monza.

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