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lunedì 15 marzo 2010

Io sono la Signora

Una brezza immaginaria sembra muovere i capelli di Flora, che cerca invano ombra residua nel cortiletto interno del convento di santa Margherita. Tenta di mantenere il controllo: teme un altro malore e si deve nuovamente sedere a terra, tra i ciuffi d'erba rinsecchiti dall'aridità e la ghiaia appuntita.
- Non mi è mai capitato così. Possibile svenire nuovamente? - è la domanda silente che le riempie la testa.
Sente che qualcosa sta per accadere, eppure questa volta il crocifisso rosso sangue non c'entra: sarà colpa dell'odore di gelsomino in fiore o dei crampi provocati dallo stomaco vuoto. Eppure adesso, che ha poggiato la nuca sulla pietra viva del muretto che unisce le gentili colonnine del chiostro, un formicolio le comincia ad abbracciare le gambe partendo dalle dita dei piedi, come l'edera infestante che si arrampica in cerca di nutrimento.
Nonostante il caldo e il malessere inarrestabile ha bisogno di proseguire il lavoro. È rimasta nel chiostro perché quel luogo ha qualcosa di indefinito che l'attira come una potente calamita cui è impossibile sottrarsi.
Chiude le palpebre e la luce attanaglia ugualmente il suo campo visivo oscurato come una lama di coltello capace di insinuarsi nonostante ogni resistenza da parte della vittima aggredita.
Tenta di concentrarsi e ripensa alle vicende che sfociarono nell'inizio della relazione tra suor Virginia e Gian Paolo.
Accusato di omicidio per vendetta, Osio rischiava una punizione esemplare. Così fuggì da Monza e ne restò lontano per un anno intero. Forse fu ospite di amici facoltosi, nobili milanesi, se non addirittura nascosto in uno dei numerosi conventi disseminati tra Monza e Milano. All'epoca una borsa ben fornita di pezzi d'argento smuoveva le coscienze di molti prelati. Oppure scappò verso Trezzo sull'Adda, importante abitato affacciato sul fiume che era il naturale confine della giurisdizione milanese.
Durante la lunga latitanza, molti tra parenti e amici si mobilitarono in suo favore. Andarono a turno al monastero per tentare di far pressione sulla Signora, affinché perdonasse il giovane e sospendesse la pena inflitta, permettendogli così di ritornare.
Suor Virginia si mostrò inflessibile persino con la stessa madre dell'Osio, Sofia Bernareggi, che andò a supplicarla di perdonare il figlio a suo dire innocente dell'accusa di omicidio dell'esattore fiscale Giuseppe Molteni. Finalmente, dopo molte suppliche, la Signora di Monza concesse a Gian Paolo il perdono, e quindi il permesso di ritornare in città. Secondo i documenti pare che ciò avvenne solamente quando la madre superiora del convento, suor Francesca Imbersaga, molto amica degli Osio, glielo ordinò "sotto pena dell'obbedienza".
- In pratica è come se la superiora fosse complice, o comunque concausa, di quanto avvenne in futuro - commenta Flora sistemandosi gli occhiali da sole scivolati sul naso.
- Col senno di poi si può ritenere galeotto anche chi affidò a suor Virginia quell'ufficio, cioè la superiora che, dopo averle dato il compito di maestra delle educande, la costrinse a perdonare Osio permettendogli così di tornare a vivere vicino al monastero.
Compare un'ombra in piedi, accanto a Flora: lei si volta di soprassalto e guarda in su. La sagoma si staglia in controluce, frapponendosi tra lei e il sole, apparendo quindi irriconoscibile.
La nuova presenza risponde con gentilezza alle parole Flora: - A onor del vero, più che l'imposizione della Madre superiora, a far decidere la Signora furono le pressioni dei De Leyva. Ossia i fratellastri di sor Virginia nonché amici di Gio Paolo.
D'istinto, per non sembrare maleducata, Flora si alza in piedi ma resta bloccata a terra. Meravigliata, si sente ancorata a terra come da una pesantissima zavorra di piombo. Le braccia tremano e la gambe sembrano prive di forza, inerti. Ha i riflessi intontiti: riesce solo a capire che ha di fronte una suora, con voce giovanile e ferma. Potrebbe essere la giovane che due giorni prima le aveva portato la borsa del ghiaccio dopo lo svenimento nello studio di suor Angela Barni.
Nonostante lo stupore, Flora si fa forza e ribatte: - Comunque siano andate le cose, il perdono fu accordato e Osio tornò nella sua proprietà monzese. Era l'anno del Signore 1598. Gian Paolo andò al convento per ringraziare suor Virginia per l'atto di clemenza. Non solo, dal suo giardino confinante col monastero riprese a spiare la bella Signora, che iniziò a mostrarsi sensibile a tali attenzioni.
- Davvero voi dite che suor Virginia apprezzò l'interesse dell'Osio? - La voce della donna in ombra pare meravigliata.
Flora strizza gli occhi per tentare di mettere a fuoco i suoi lineamenti, ma la visione della figura in ombra non migliora.
- Ho letto gli atti del processo. Suor Ottavia testimoniò che suor Virginia, vedendo dalla finestra della sua camera Gio Paolo passeggiare nel giardino, esclamò: "Si potria mai vedere la più bella cosa".
- Lo complimento forse non era per Gio Paolo. Forse la Signora parlava di altro e sor Ottavia intendette male.
Il battito cardiaco di Flora improvvisamente accelera come se si trovasse di fronte alla scoperta del secolo. Un dubbio si fa prepotentemente largo.
- Come ricercatrice devo attenermi ai documenti che ho trovato - prosegue cercando di mantenere la calma e non manifestare la propria agitazione - suor Virginia accettò di ricevere una lettera che Osio dal suo giardino gettò in quello del monastero. Ma la missiva ebbe un esito disastroso: Osio aveva scritto una lettera focosa, a cui Virginia rispose in modo altrettanto deciso e sdegnato.
- Voi conoscete le parole scritte nelle due missive? - Il tono della monaca è allarmato.
- No, purtroppo sono andate perdute.
Di nuovo Flora fa un tentativo vano di alzarsi. Ha gli arti molli come i tentacoli di una medusa gettata sulla spiaggia da una mareggiata. Può solo muovere gli occhi, mentre il capo resta inesorabilmente incollato alla pietra all'altezza dell'occipite.
- A questo punto della vicenda entrò in scena un altro personaggio fondamentale: il prete Paolo Arrigone.
- Ah quello! Era un essere abbietto, il curato della vicina chiesa di san Maurizio. Era amico e confidente dell'Osio. Non disdegnò mai la compagnia delle monachelle, il vile, ma puntava anch'egli ad avere la Signora!
Flora annuisce lentamente e prosegue: ormai il dubbio ha lasciato il posto alla certezza. Non toglie gli occhi di dosso alla figura in ombra della suora che si staglia di fronte a lei.
- Padre Arrigone da tempo aveva rivolto, senza successo, la propria attenzione alla bella e potente monaca. Certamente non era di bell'aspetto come Osio. Così il prete suggerì a Gian Paolo una strategia infallibile. Gli disse che per conquistare la Signora doveva attuare tutt'altra tattica. I due si accordarono e il curato scrisse a nome di Osio una lettera in cui, dopo aver chiesto scusa per il precedente ardire, si mostrò ossequioso e deferente. Suor Virginia cadde nel tranello. Iniziò così uno scambio di missive pure e caste e persino alcuni doni altrettanto innocenti, ma che inevitabilmente allargarono il cerchio delle persone implicate. Fogli vergati a mano e oggetti passavano di mano in mano di giorno e di notte. I due giovani, forse spinti dalla passione, si fecero audaci e si spinsero troppo oltre.
La monaca dal volto in ombra si abbandona a un lungo sospiro. Non fa alcun movimento, le braccia sembrano penzolare lungo il corpo svuotate da ogni capacità di azione, i piedi immobili sono nascosti dalla veste lunga fino a terra.
- Si necessitava dell'aiuto e del silenzio di altre monache e servitori. E poiché certe manovre non potevano passare inosservate, né all'interno delle mura claustrali né all'esterno, iniziarono a sorgere alcune dicerie e mormorazioni sussurrate.
Adesso Flora ha la certezza in pugno. Il battito cardiaco è talmente forte da rimbombarle sordo nelle orecchie. Le mani tremano e a stento riesce a deglutire la saliva per proseguire nel dialogo. La tentazione di andare oltre è folle al punto da schiacciare ogni paura dell'ignoto.
- La storia di una relazione in monastero diventò una notizia troppo scottante, oltre che intrigante, per poter passare sotto silenzio. Soprattutto se si tiene presente chi erano i protagonisti: la bella feudataria e il giovane conte Osio, che, per di più, aveva la fama di incorreggibile scavezzacollo e infaticabile rubacuori.
Dopo queste affermazioni la monaca tace. Sembra svuotata, senza vitalità: ha l'apparenza di un drappo senza profondità appeso alla parete della disillusione. Rompe il silenzio usando un tono di voce nuovo, pieno di rancore: - Si tentò di smorzare le dicerie, mettendo in giro la voce che Gio Paolo intendesse farsi religioso e che quindi quella con la Signora fosse un'amicizia spirituale, generata dal comune desiderio di tendere a Dio.
Flora ne approfitta per farsi coraggio, incalzare il discorso e sferrare l'ultimo attacco verbale.
- Nessuno però ci credette. Osio aveva fama di cacciatore di fanciulle, novizie e monache. Come poteva farsi frate cappuccino? Non era certo l'amore a guidare i suoi gesti...
La sagoma della suora si staglia nuovamente immobile tra la luce violenta del sole estivo e Flora, che invece è ancora seduta a terra, incapace di muovere le gambe come se fosse completamente paralizzata.
Ora la voce della religiosa vibra di ritrovata passione: - Costanza! Lei fu sempre presente negli incontri in parlatorijo. L'Osio parlava molto modestamente e diceva parole di compimento. Pareva che avesse un gran rispetto per noi tutte. Vero è che la Signora in cuor suo sapeva che ciò che stava facendo era male, sapeva di essere sulla via dell'errore...
- Nonostante ciò suor Virginia pareva folle: non riuscì più a fare a meno di spiare segretamente Osio quando si trovava nel suo giardino e di intrattenere con lui una tenera amicizia fatta di affettuose lettere e doni scambiati. Forse la Signora tentò di reprimere questa amicizia, ma ogni sforzo sembrò cadere nel vuoto.
La voce della sagoma in ombra aumenta d'intensità, spaventando Flora: - Essendomi detto che l'Osio stava nel giardino, io mi sentij venire uno desiderio di vederlo e perché feci forza a me stessa, venni manco sopra una cassa e questa cosa più e più volte mi è intervenuto.
Il cuore di Flora improvvisamente pare bloccarsi. La bocca si spalanca come per dire qualcosa, ma la voce non esce. Ora ne è certa. Sa chi è di fronte a lei. Non vuole sbagliare qualcosa e compromettere quella visione così importante. Deve controllarsi e misurare con attenzione le parole. Deglutisce lentamente, riordina le idee e ricomincia lentamente a parlare.
- Tra i due seguirono altri scambi di doni, tra cui un crocifisso d'argento.
- Inizialmente lo rimandai al mittente, assieme a quella calamita battezzata.
Il colloquio si fa serrato: - Vi scriveste molte lettere...
- Eran missive che trattavano di santità et purità e dell'amore et intenzione sua che era pura e netta e negli incontri in parlatorio in cui l'Osio mostrò quella maggiore modestia che si potesse più immaginare.
- Era il mese di giugno del 1599 e Marianna aveva 25 o 26 anni. Nel frattempo Osio chiese e ottenne un primo incontro, notturno e segreto, nel parlatoio. Come fece ad entrare?
Il corpo della Signora ora pare scosso da un fremito lieve ma inarrestabile. Eppure risponde senza esitazione: - Nel parlatorijno del confessore, ottenendo la chiave per accedervi da suor Ottavia, mia amica et confidente, la quale la buttò dal giardino delle monache per di sopra del muro in strada all'Osio e così esso entrò.
- Che successe?
- Niente! Con noi eran altre due suore: Benedetta Homati e Ottavia Ricci. L'Osio m'avea stregata. Con talismani magici m'avea fatto un malefitio e io non riuscia più a dimenticarlo. Parlammo di cose di creanza et basta.
- Poi suor Virginia accettò di incontrarlo ancora nel parlatorio del convento. Forse perché in agosto si era liberata dagli ultimi scrupoli di coscienza, essendo morto il padre?
Flora incalza ancora: - Era una notte di settembre. So che in seguito a quest'incontro notturno, suor Virginia si ammalò. Fu forse per gli angoscianti rimorsi che devono averla presa dopo l'accaduto?
Una luce improvvisa e violenta acceca per un istante Flora, che è costretta a voltare il viso da una parte per proteggere gli occhi. Non riesce a vedere più niente. Anche a occhi aperti, una macchia viola vela ogni cosa, come se avesse fissato il sole troppo a lungo.
Quando riacquista la vista è troppo tardi. Volge lo sguardo verso la sagoma della monaca, ma sa già che è scomparsa. Al suo posto è suor Angela Barni, bassa e tonda, che la guarda sorridendo. Marianna De Leyva, la Signora, è tornata nel limbo.

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