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lunedì 19 luglio 2010

Giulio

Monza, primo pomeriggio del 20 giugno 2001

Ogni giorno a quest'ora Giulio apriva la porta di casa. Raramente tale abitudine subiva variazioni. Il suo rientro rappresentava una certezza: poteva diluviare come in una foresta pluviale o il sole infiammare rabbiosamente le carrozzerie delle auto; le nubi potevano essere basse e pesanti come l'uggioso autunno londinese, oppure la neve adagiarsi morbida e lenta sulla città come lo zucchero a velo accoccolato sulle chiacchiere di carnevale. Giulio ogni giorno compariva sulla soglia di casa spettinato, col casco in mano e il giubbotto da motociclista già aperto sul davanti per guadagnare tempo. A volte era zuppo di pioggia, altre infreddolito, altre ancora accaldato come se fosse appena uscito da un bagno turco. Però era sempre lui invariabilmente.
Dopo pochi passi in casa, Giulio appoggiava le chiavi della moto nel vuota tasche e lasciava il moderno elmo sulla sedia dell'ingresso, spesso asciugandolo con una pezza. Tintinnio scoccato da incontri metallici seguito dal tonfo ovattato sulla seduta di legno, fruscio del cotone sulla fibra di carbonio.
Piccole azioni meccaniche, rumori consueti, profumi e odori familiari: tanti minuscoli dettagli che, messi assieme o pescati dalla memoria uno alla volta, compongono l'essenza di una presenza indispensabile, divenuta mancanza straziante di una persona che ora non è più.
Quando la consuetudine del rito quotidiano semplice ma costante cessa all'improvviso per una fatalità, lascia un vuoto paragonabile all'amputazione di un arto. La sensazione è quella: come se la vita diventasse monca. Dopo accade che sempre, in ogni istante della giornata, in ciascuna azione e persino in tutti i pensieri si faccia largo la sensazione tattile dell'assoluta mancanza di una parte di sé creduta essenziale eppure data per scontata. Chi mai si accorge della preziosità della mano mancina finché questa non viene a mancare? Fino a un attimo prima era al suo posto, pronta a funzionare a dovere ogni qual volta ve n'era la necessità, senza mai apparire in primo piano, eppure essenziale nella sua compresenza da attrice non protagonista. Eppure basta una piccola ferita, una storta, una slogatura per accorgersi che quella consuetudine data per scontata si trasforma in mancanza insostituibile. E non solo fisica, soprattutto psicologica. E Giulio non era l'arto sinistro, per Flora era ed è molto di più: è entrambe le mani, l'intero cuore e persino il centro propulsore delle sue idee. L'assenza del suo uomo le ha portato via arti, sentimenti e neuroni. Ora le resta quel poco che basta per proseguire una vita dignitosa e occuparsi di loro figlia. E sperare sempre e comunque che qualcosa accada per cambiare la sorte o almeno per colmare quell'abisso in cui si sente precipitata.

Nadia apparecchia la tavola sulla terrazza ombreggiata mentre Flora si adombra di ricordi. Fantastica che alle loro risa spensierate si possa aggiungere proprio in quel momento la calda presenza di Giulio. Forse lui avrebbe provato fitte acute di dolorosa gelosia notando il bel rapporto di amicizia instaurato di nuovo tra le ex compagne di liceo. Flora gli avrebbe spiegato che si tratta solo di un appiglio prezioso a cui si è aggrappata per non sprofondare nella solitudine disperata.
Conoscendolo, Flora sa che a lei avrebbe accordato piena fiducia, ma non a Nadia, dichiaratamente lesbica. Giulio ha sempre desiderato Flora tutta per sé: compagna, amica, amante senza interferenze esterne. Il suo desiderio per lei è stato talmente totalizzante da avergli impedito di avere altre donne. Non gli sono mancate le occasioni, bensì la volontà: Flora era il centro propulsore e accentratore dei suoi desideri. Mai alcuna sbandata, nessuna avventura extra coniugale. Una fedeltà non ricercata, ma semplicemente vissuta profondamente, al punto da sentirsi quasi imbarazzato durante le bevute di birra con i colleghi quando tutti raccontavano le proprie scappatelle mentre lui non aveva alcuna trasgressione da condividere.
Una volta Giulio partecipò a una festa di addio al celibato di un collega. Nel privèe si materializzò una strepitosa bionda fasciata in una tuta leopardata, con orecchie a punta ed evocativi stivali di vernice nera alti fin sopra al ginocchio. A ritmo di musica assordante la sexy gattona, con studiate movenze sinuose e ammalianti, cominciò una danza strusciandosi prima sul palo lucido, poi facendo le fusa con il pubblico maschile: a cavalcioni sopra uno, baciando un altro, sbottonando la camicia di un altro ancora. L'atmosfera surriscaldata da birra e super alcolici e la voglia di trasgressione trasformarono i più esagitati in irrefrenabili lupi bramosi di sesso. La ragazza ci sapeva fare: riusciva a dosare perfettamente la provocazione bloccando con fermezza gli atteggiamenti eccessivi.
Sotto lo sguardo vigile di un paio di buttafuori, la pantera salì sul tavolo e iniziò un rapido spogliarello salvando solo un minuscolo duepezzi e gli stivali. Si mise carponi e invitò il festeggiato a raggiungerla. Il giovane, ubriaco, si posizionò dietro di lei e simulò un amplesso tenendola ai fianchi. La ragazza sembrava gradire, così lui le tolse il reggiseno, lanciandolo agli amici come un trofeo di caccia. Il caldo spinse molti a mettersi a torso nudo e a roteare la camicia in aria. Cori da branchi famelici soverchiavano la musica già ad alto volume.
Giulio gustava la scena con divertente distacco, valutando i comportamenti dei colleghi con cui lavorava gomito a gomito. Constatava quanto il lato animalesco di un uomo soggiaccia sotto un sottile strato di apparente autocontrollo, pronto a esplodere in tutta la sua potente virilità non appena può togliere la maschera perbenista.
Alla fine giunse anche il suo turno: la sensuale felina gli si accomodò sulle ginocchia, porgendogli un piccolo fallo di gomma azzurro. Tra i presenti si levò un'ovazione e cominciò un martellante incitamento affinché il fortunato seguisse l'esplicito invito della ragazza. Nonostante la vampata di calore che gli fece grondare sudore dalla fronte, Giulio rifiutò con un sorriso imbarazzato, passando il testimone a qualcuno più audace di lui.
Al ritorno, raccontò a Flora l'esito della serata senza omettere alcun particolare. Alla precisa domanda negò di aver avuto un'erezione durante la stretta vicinanza con la provocatrice. Disse la pura verità.

"Care signore, sono qui davanti a voi!" avrebbe detto Giulio entrando dalla porta, mal celando l'imbarazzo. Flora e Nadia si sarebbero voltate accogliendolo con entusiasmo.
- Ma queste sono solo fantasie... - commenta Flora a voce alta, poi aggiunge: - Nadia, ho preparato un piatto di pasta fredda veloce, con mozzarelle di bufala freschissime, olive nere, pomodorini Pachino maturi e foglie di basilico innevate da pepe rosa... hai fame?
Nadia siede contenta. Flora rivede Giulio mentre annusa il basilico che adorava. Gli ricordava i profumi della campagna veneta che frequentava quand'era bambino, dove gli zii coltivavano ortaggi dal sapore unico, indimenticato.
- Sarà una pausa veloce - prosegue Flora - perché ho fretta.
- Come sempre... riassumiamo tutto.
Flora annuisce e inizia il racconto.
- Marianna De' Leyva, futura Signora di Monza, era figlia del conte don Martino De' Leyva e di donna Virginia Maria Marino, giovane vedova con cinque figli. Nel 1575 nacque Marianna che, dopo la morte della madre durante la peste del 1576, fu allevata da una zia affetta da grave mania religiosa. Don Martino si risposò in Spagna, mentre Marianna quindicenne entrò nel convento delle Umiliate Benedettine a Monza, dopo che il padre le aveva sottratto quasi tre quarti della cospicua eredità materna. Accanto al convento sorgeva la casa degli Osio, una famiglia di possidenti originaria del Bergamasco che, nonostante vantasse relazioni con l'aristocrazia lombarda, era anche famosa per le sue sopraffazioni. La vicinanza degli edifici favorì la tresca tra la monaca e Gian Paolo Osio.
Flora mangia rapidamente un paio di forchettate di pasta, senza quasi masticare: ha fretta di proseguire il racconto. La precede Nadia, che ha già metà piatto vuoto.
- Questa vicenda di amore e morte iniziò con un delitto. Gian Paolo, infatti, severamente rimproverato dalla monaca per una relazione sessuale con un'educanda, fu accusato dell'omicidio per vendetta di Giuseppe Molteno, agente dei de Leyva per l'amministrazione del feudo di Monza. La feudataria diede quindi ordine di arrestarlo.
Ora è il turno di Flora, che ha approfittato per vuotare il piatto.
- L'ordine di cattura fu revocato soltanto dopo l'intervento della superiora del convento che, cedendo alle pressioni della madre di Osio, impose a suor Virginia il provvedimento in nome dell'obbedienza. Nella primavera del 1598 Gian Paolo andò quindi al convento per ringraziare suor Virginia per l'atto di clemenza. Qui entrò in scena don Paolo Arrigone, curato della vicina chiesa di san Maurizio, che da tempo rivolgeva senza successo le sue attenzioni morbose alla potente monaca.
Mentre si alternano nel racconto, le amiche sono talmente affiatate da sembrare entrambe le ricercatrici.
- Questo prete - prosegue Flora - durante l'inizio della relazione scrisse per Osio lettere d'amore inviate alla donna. In una notte di giugno Virginia accettò di incontrare il giovane nel parlatorio del convento, alla presenza di altre due suore: Benedetta e Ottavia. Da quel momento Gian Paolo iniziò a inviarle doni e talismani magici, tanto che la monaca si convinse di essere vittima di un maleficio architettato dal parroco Arrigone. Ricorse persino a pratiche esorcistiche. Finché una notte di settembre, con la complicità di suor Benedetta e suor Ottavia, incontrò di nuovo Osio che la violentò. Non si videro per qualche tempo, poi gli incontri ripresero e la relazione durò ben nove anni. Nel convento le incursioni notturne di Gian Paolo vestito da monaca si alternarono a quelle di Virginia in casa Osio, aiutati dalla complicità di altre consorelle. I movimenti nel cuore della notte si complicarono col trascorrere del tempo. Osio intratteneva ogni tanto rapporti sessuali anche con suor Benedetta e suor Ottavia, mentre il prete Arrigone dedicava le sue turpi attenzioni a un'altra suora, Candida.
- Era un bordello, non un monastero! - esclama Nadia.
Le donne ridono e l'atmosfera torna completamente rilassata.
- Nel 1602 suor Virginia diede alla luce un bambino morto e due anni più tardi, nonostante i tentativi di abortire, partorì una bambina, chiamata Alma Francesca Margherita.
- Non è vera la leggenda della Monaca di Monza che gettava nel pozzo i bambini di Egidio? - domanda Nadia.
- No, anch'io da bambina avevo più volte sentito questa storia, ma è una menzogna popolare. La bambina sopravvisse e fu allevata dal padre, che la riconobbe legalmente come sua. Fu anche portata più volte in convento dalla madre, ma era tanto brutta che la monaca, vedendola, piangeva lacrime di sconforto.
Flora fa una smorfia. "È impossibile" pensa, "che una mamma possa provare tanto disgusto per la sua stessa bambina. Il pensiero corre ai capelli biondi di Dora, al suo sguardo infinitamente dolce e innocente, alle sue espressioni infantili che le inondano il cuore di tenerezza.
- Che successe? - domanda Nadia sbucciando una pesca matura.
- La situazione precipitò quando la giovane conversa Caterina, figlia di un contadino di Meda, litigò con suor Virginia. Era addetta al suo servizio e sapeva tante cose. Così, pochi giorni prima del capitolare del 1606, minacciò di riferire a monsignor Pietro Barca della curia milanese quanto parecchi ormai sapevano, dentro e fuori le mura del convento.
- Uhm... spiegati meglio. Cos'è un capitolare e chi era questo Barca?
- Nel corso del capitolare si sarebbe dovuta eleggere la nuova superiora, carica alla quale suor Virginia aspirava. Pietro Barca era atteso al monastero per quella circostanza.
- Così va meglio - commenta Nadia - quindi sarebbe arrivato in convento un alto prelato esterno al feudo... e quale occasione migliore per sputtanare la bella monaca? Quindi un ricatto bello e buono.
- Sì, ma suor Virginia non era stupida e corse ai ripari in anticipo. Caterina fu imprigionata con il consenso del confessore del convento dopo una scenata a una monaca di famiglia aristocratica. La notte tra il 28 e il 29 luglio la conversa ventitreenne fu uccisa da Osio con un piede di bicocca.
- Cos'è la bicocca? - domanda Nadia mentre finisce di sparecchiare.
- Era il pezzo di legno e ferro che costituiva l'asse centrale dell'arcolaio. L'omicidio avvenne alla presenza di cinque monache. Il cadavere fu prima occultato in un pollaio e, la notte seguente, trasportato in casa Osio, dove fu decapitato. La testa fu ritrovata solamente a processo iniziato in un pozzo nei pressi di Velate e sepolta nella proprietà di Gian Paolo.
- Porca miseria! Un assassino, cinque testimoni suore e la complicità della feudataria. Ma come hanno fatto a portare fuori dal convento il cadavere di Caterina? - domanda incredula Nadia. Ha iniziato a prendere appunti con la biro sul tovagliolo di carta.
Flora le sorride, sembra una giornalista all'opera. È meraviglioso vedere Nadia così coinvolta nella discussione.
- Avevano aperto una breccia nel muro per far credere che la conversa, nota per la sua scarsa vocazione, fosse fuggita.
- Ma le voci continuarono... - commenta Nadia preparando la caffettiera.
- Osio - prosegue Flora rimanendo seduta a tavola - temendo di essere stato visto mentre, con l'aiuto di suor Benedetta, trasportava il cadavere di Caterina in casa propria, diede ordine a un bravo di uccidere il fabbro Cesare Ferrari, che aveva contraffatto per lui le chiavi del convento. Pensa, pare ne avesse fatte cinquanta copie, perché spesso suor Virginia, dopo gli incontri con l'amante, in preda al rimorso le gettava nel pozzo!
- Un altro testimone, quindi, ma stavolta fatto fuori. Che altro successe?
- Il testimone più pericoloso per i due amanti restava lo speziale Rainerio Roncino, fornitore del convento, che aveva preparato svariati intrugli per far abortire suor Virginia. Osio ordinò di ucciderlo, ma l'archibugiata del bravo non raggiunse il bersaglio. Dopo l'attentato cominciarono le indagini da parte dell'autorità civile e don Pedro Enrìquez de Aáevedo conte de Fuentes, governatore spagnolo di Milano, fece arrestare e imprigionare Osio a Pavia durante il carnevale del 1607.
- A Pavia? Che ci faceva là, Osio?
- Pare fosse fuggito. Iniziarono quindi anche le indagini dell'autorità religiosa, intensificate dopo la fuga a ottobre dal carcere di Pavia di Gian Paolo che, ancora grazie alla complicità delle monache, riuscì finalmente a chiudere la bocca allo speziale. Con la scusa di un medicinale per suor Virginia Rainerio Roncino fu convinto ad aprire di notte la porta della sua bottega, cosicché il sicario poté sparargli: stavolta fu un colpo a bruciapelo. Ricercato, Osio si rifugiò nel convento, ma il mattino del 25 novembre suor Virginia fu arrestata dal vicario criminale della curia e trasferita a viva forza nel monastero milanese delle Benedettine di sant'Ulderico, dette monache del Bocchetto, dopo che aveva tentato di scagliarsi armata di spada contro il prelato e i suoi uomini.
- Che bel temperamento da virago! - esclama Nadia ridendo. Ha reclinato il capo da un lato e la cascata di ricci scuri le copre parte del petto pieno e sodo.
Flora fa l'occhiolino all'amica e riprende il racconto.
- Il 27 novembre iniziò l'istruttoria con l'interrogatorio delle monache del convento di santa Margherita da parte del vicario criminale Gerolamo Saracino.
- Quindi erano trascorsi quattro mesi dall'omicidio della conversa Caterina e ancora non era stata ritrovata la testa decapitata di Caterina... - commenta l'amica.
La ricercatrice annuisce: - Neppure il cadavere! Intanto iniziò l'interrogatorio dei primi testimoni. Il 29 novembre suor Benedetta e suor Ottavia furono convinte da Osio, uscito dal convento col loro aiuto dopo l'arresto di suor Virginia, a fuggire con lui. Ma la faccenda sfuggì letteralmente di mano.
Flora cambia tono. L'entusiasmo che fino a poco prima aveva arricchito l'enfasi del suo racconto, lascia ora spazio a una certa malinconia, quasi le dispiacesse che la vicenda avesse preso una brutta piega davvero irrecuperabile. Ripensa solo per un attimo allo straordinario incontro avuto con suor Virginia Maria nel convento di santa Margherita. Non aveva potuto vederla in volto, ma lo immaginava ancora bello, con uno sguardo intenso, fiero nonostante tutto, eppure duramente provato dalla tragedia che travolse la sua esistenza.
Riprende il racconto: - Durante la fuga Osio buttò suor Ottavia nel Lambro e cercò di finirla colpendola alla testa con il calcio dell'archibugio che, per la violenza dei colpi, si staccò dalla canna. La donna, che riportò gravissime ferite, per salvarsi si finse morta e poche ore dopo fu soccorsa da un contadino sulle rive del fiume. Ottavia fece appena in tempo a deporre prima di morire il 26 dicembre 1607.
- Mio Dio! - esclama stupita Nadia, che ancora non conosceva l'epilogo dei personaggi - ma era necessario quel massacro? E l'altra suora, fu uccisa anche lei?
- No, le andò meglio. Il 2 dicembre suor Benedetta fu ritrovata viva, anche se aveva una gamba fratturata. Giaceva in un pozzo vicino a Velate, dove era stata gettata due giorni prima dall'Osio che aveva cercato poi di finirla a colpi di pietra. Questo fu un altro imperdonabile errore. Pochi giorni dopo nello stesso pozzo le autorità civili impegnate nella caccia all'assassino ritrovarono il cranio della conversa.
- Manca un altro testimone chiave: il prete Paolo Arrigone. Lo arrestarono, no? - chiede Nadia servendo il caffè nero nelle ampie tazze colorate.
- Sì, il 7 dicembre per iniziativa di Teodoro Osio, fratello di Gian Paolo, probabilmente nella speranza di alleggerire la sua posizione. Il 13 dicembre furono ritrovati i resti della conversa nella proprietà di Monza degli Osio. Il 19 dicembre il senato di Milano ordinò la confisca dei beni della famiglia bergamasca. Fu anche una mossa per costringere Gian Paolo, che era latitante, a tornare nel Milanese. La proprietà vicina al convento fu messa al sacco dai soldati spagnoli e il 20 Gian Paolo scrisse al cardinale Federigo Borromeo, cercando di dare la colpa dell'accaduto alle due suore che aveva cercato di uccidere e ai sacerdoti che, in quegli anni, avevano avuto rapporti con il convento.
- Una serie impressionante di colpi di scena, mia cara, - commenta Nadia mescolando un cucchiaino raso di zucchero di canna nel caffè.
Flora vuota in un sorso la sua tazzina arancione.
- Il 22 dicembre iniziò l'interrogatorio della Signora di Monza.
- Il 22 dicembre? - domanda l'amica - Ma non l'avevano arrestata un mese prima? La macchina giudiziaria andava già così a rilento?
- Hai ragione, suor Virginia fu arrestata il 25 novembre. Pare che il ritardo fosse dovuto al suo atteggiamento: nei primi giorni di prigionia aveva tentato più volte il suicidio. E poi il cardinale Federigo Borromeo fu costretto a procedere con estrema cautela nei confronti di un membro di una potentissima famiglia aristocratica, pur essendo pungolato dalle autorità spagnole impegnate nella caccia a Gian Paolo.
Nadia annuisce: - Ora ci vuole un ammazzacaffè per far fronte a questa storia. Mentre racconti, Flora, preparo per tutti una bella coppa di gelato fragola, cocco e cioccolato.
Quando Nadia torna sul terrazzo, Flora riprende il racconto.
- Per evitare inquinamenti e pressioni Federigo Borromeo nominò un nuovo vicario criminale estraneo all'ambiente milanese. Scelse lo spoletino Mamurio Lancilotto. Poi, prima di concludere il processo contro la Signora di Monza, aspettò che fosse emessa la sentenza del tribunale civile contro Osio, per evitare incidenti con i De Leyva. La sentenza di condanna nei confronti del latitante e dei suoi complici arrivò il 25 febbraio 1608: Gian Paolo fu condannato alla pena della forca e alla confisca di tutti i suoi beni.
- Come si potevano confiscare all'epoca i beni di una persona? Non c'erano conti correnti bancari o cose simili... - domanda Nadia mentre lecca con passione una goccia di cioccolato scivolata sul manico lucente del cucchiaino d'acciaio.
- Erano molto più sbrigativi e teatrali - risponde Flora - la dimora monzese del condannato fu rasa al suolo e sull'area dove sorgeva l'estate successiva fu eretta una "colonna infame" a perpetua memoria dei misfatti lì consumati.
- Ho capito, - interrompe Nadia - una di quelle descritte da Alessandro Manzoni nel libro "La colonna infame".
- Sì. - risponde Flora.
- Ma ora non c'è più... - esclama Nadia ricordando le tante volte in cui è passata davanti a ciò che resta del convento a Monza, mentre raggiungeva il liceo.
- Infatti, - riprende Flora - fu poi rimossa cinque anni dopo, in seguito alle richieste delle monache di santa Margherita, della famiglia De Leyva e della stessa opinione pubblica, tutti contrari alla presenza screditante di quell'orribile simbolo di giustizia. Solamente nel 1629 il senato di Milano restituì l'area dove sorgeva la casa alla famiglia Osio.
- Durante l'interrogatorio la Monaca di Monza e le suore furono torturate?
- Certo. Il vicario criminale sottopose le imputate alla tortura dei "sibilli", che consisteva nello schiacciamento delle dita ed era un tipo di tortura di solito riservata alle donne. Lo scopo era che confermassero la precedente deposizione. Quindi, avvalendosi della consulenza di giuristi lombardi e romani, il vicario criminale Mamurio Lancilotto emise il 17 ottobre 1608 la sentenza. Suor Virginia fu condannata al carcere perpetuo da scontare murata in una piccola cella nella Casa delle convertite di santa Valeria a Milano, vicino a sant'Ambrogio, dove erano accolte e sottoposte a disciplina carceraria le prostitute pentite del Milanese.
- Che scotto, finire con le puttane... - commenta a voce alta Nadia. Poi si scusa. Non ama certe scurrilità nel linguaggio.
Flora riprende il filo del discorso: - Condanne simili da scontare nel monastero di santa Margherita furono comminate l'anno seguente, ovvero il 27 luglio 1609, contro le tre complici. Sai già che il prete Arrigone durante il processo negò ogni responsabilità. Però il 24 gennaio 1609 fu condannato a un triennio di remo sulle galere spagnole.
- Manca l'altro protagonista. Il bell'Osio, la fece franca?
- No. Pagò ogni suo debito con la giustizia terrena. Nell'inverno del 1609-1610 Gian Paolo rientrò segretamente a Milano e chiese asilo nella casa dell'amico conte Lodovico Taverna, fratello di un cardinale e altissimo funzionario del re di Spagna. Taverna, rinunciando al privilegio di asilo, decise di liberarsi dello scomodo ospite...
- Dimmi di Virginia, raccontami come fece a venir fuori dal convento per prostitute pentite!
Flora si volta verso l'amica sorridendo: - Suor Virginia fu graziata dal cardinale Borromeo e liberata, assieme alle due complici sopravvissute, il 25 settembre 1622. Erano trascorsi la bellezza di tredici anni di reclusione in una sordida cella di un metro e ottanta per tre.
- Vuoi dire che ne uscirono vive e sane di mente tutte e tre?
- Sane di mente non lo so, ma di certo vive. Da all'ora in poi la vita di suor Virginia si svolse all'ombra del cardinale, che, convinto del pentimento della monaca, nel 1626 le conferì addirittura l'incarico di confortare, per iscritto, con massime e precetti morali e religiosi, alcune monache in crisi, mentre approfondiva la propria cultura religiosa. Anzi, il cardinale lasciò una serie di appunti sulla vicenda di questa pecorella smarrita e ritrovata sulla via del Signore da utilizzare per una nuova edizione del suo trattato "Philagios". Dopo la morte del cardinale, avvenuta il 21 settembre 1631, la vicenda della Signora rientrò nell'oblio. Marianna De Leyva morì il 7 gennaio 1650 nel reclusorio di santa Valeria. Aveva settantacinque anni.

lunedì 15 marzo 2010

Io sono la Signora

Una brezza immaginaria sembra muovere i capelli di Flora, che cerca invano ombra residua nel cortiletto interno del convento di santa Margherita. Tenta di mantenere il controllo: teme un altro malore e si deve nuovamente sedere a terra, tra i ciuffi d'erba rinsecchiti dall'aridità e la ghiaia appuntita.
- Non mi è mai capitato così. Possibile svenire nuovamente? - è la domanda silente che le riempie la testa.
Sente che qualcosa sta per accadere, eppure questa volta il crocifisso rosso sangue non c'entra: sarà colpa dell'odore di gelsomino in fiore o dei crampi provocati dallo stomaco vuoto. Eppure adesso, che ha poggiato la nuca sulla pietra viva del muretto che unisce le gentili colonnine del chiostro, un formicolio le comincia ad abbracciare le gambe partendo dalle dita dei piedi, come l'edera infestante che si arrampica in cerca di nutrimento.
Nonostante il caldo e il malessere inarrestabile ha bisogno di proseguire il lavoro. È rimasta nel chiostro perché quel luogo ha qualcosa di indefinito che l'attira come una potente calamita cui è impossibile sottrarsi.
Chiude le palpebre e la luce attanaglia ugualmente il suo campo visivo oscurato come una lama di coltello capace di insinuarsi nonostante ogni resistenza da parte della vittima aggredita.
Tenta di concentrarsi e ripensa alle vicende che sfociarono nell'inizio della relazione tra suor Virginia e Gian Paolo.
Accusato di omicidio per vendetta, Osio rischiava una punizione esemplare. Così fuggì da Monza e ne restò lontano per un anno intero. Forse fu ospite di amici facoltosi, nobili milanesi, se non addirittura nascosto in uno dei numerosi conventi disseminati tra Monza e Milano. All'epoca una borsa ben fornita di pezzi d'argento smuoveva le coscienze di molti prelati. Oppure scappò verso Trezzo sull'Adda, importante abitato affacciato sul fiume che era il naturale confine della giurisdizione milanese.
Durante la lunga latitanza, molti tra parenti e amici si mobilitarono in suo favore. Andarono a turno al monastero per tentare di far pressione sulla Signora, affinché perdonasse il giovane e sospendesse la pena inflitta, permettendogli così di ritornare.
Suor Virginia si mostrò inflessibile persino con la stessa madre dell'Osio, Sofia Bernareggi, che andò a supplicarla di perdonare il figlio a suo dire innocente dell'accusa di omicidio dell'esattore fiscale Giuseppe Molteni. Finalmente, dopo molte suppliche, la Signora di Monza concesse a Gian Paolo il perdono, e quindi il permesso di ritornare in città. Secondo i documenti pare che ciò avvenne solamente quando la madre superiora del convento, suor Francesca Imbersaga, molto amica degli Osio, glielo ordinò "sotto pena dell'obbedienza".
- In pratica è come se la superiora fosse complice, o comunque concausa, di quanto avvenne in futuro - commenta Flora sistemandosi gli occhiali da sole scivolati sul naso.
- Col senno di poi si può ritenere galeotto anche chi affidò a suor Virginia quell'ufficio, cioè la superiora che, dopo averle dato il compito di maestra delle educande, la costrinse a perdonare Osio permettendogli così di tornare a vivere vicino al monastero.
Compare un'ombra in piedi, accanto a Flora: lei si volta di soprassalto e guarda in su. La sagoma si staglia in controluce, frapponendosi tra lei e il sole, apparendo quindi irriconoscibile.
La nuova presenza risponde con gentilezza alle parole Flora: - A onor del vero, più che l'imposizione della Madre superiora, a far decidere la Signora furono le pressioni dei De Leyva. Ossia i fratellastri di sor Virginia nonché amici di Gio Paolo.
D'istinto, per non sembrare maleducata, Flora si alza in piedi ma resta bloccata a terra. Meravigliata, si sente ancorata a terra come da una pesantissima zavorra di piombo. Le braccia tremano e la gambe sembrano prive di forza, inerti. Ha i riflessi intontiti: riesce solo a capire che ha di fronte una suora, con voce giovanile e ferma. Potrebbe essere la giovane che due giorni prima le aveva portato la borsa del ghiaccio dopo lo svenimento nello studio di suor Angela Barni.
Nonostante lo stupore, Flora si fa forza e ribatte: - Comunque siano andate le cose, il perdono fu accordato e Osio tornò nella sua proprietà monzese. Era l'anno del Signore 1598. Gian Paolo andò al convento per ringraziare suor Virginia per l'atto di clemenza. Non solo, dal suo giardino confinante col monastero riprese a spiare la bella Signora, che iniziò a mostrarsi sensibile a tali attenzioni.
- Davvero voi dite che suor Virginia apprezzò l'interesse dell'Osio? - La voce della donna in ombra pare meravigliata.
Flora strizza gli occhi per tentare di mettere a fuoco i suoi lineamenti, ma la visione della figura in ombra non migliora.
- Ho letto gli atti del processo. Suor Ottavia testimoniò che suor Virginia, vedendo dalla finestra della sua camera Gio Paolo passeggiare nel giardino, esclamò: "Si potria mai vedere la più bella cosa".
- Lo complimento forse non era per Gio Paolo. Forse la Signora parlava di altro e sor Ottavia intendette male.
Il battito cardiaco di Flora improvvisamente accelera come se si trovasse di fronte alla scoperta del secolo. Un dubbio si fa prepotentemente largo.
- Come ricercatrice devo attenermi ai documenti che ho trovato - prosegue cercando di mantenere la calma e non manifestare la propria agitazione - suor Virginia accettò di ricevere una lettera che Osio dal suo giardino gettò in quello del monastero. Ma la missiva ebbe un esito disastroso: Osio aveva scritto una lettera focosa, a cui Virginia rispose in modo altrettanto deciso e sdegnato.
- Voi conoscete le parole scritte nelle due missive? - Il tono della monaca è allarmato.
- No, purtroppo sono andate perdute.
Di nuovo Flora fa un tentativo vano di alzarsi. Ha gli arti molli come i tentacoli di una medusa gettata sulla spiaggia da una mareggiata. Può solo muovere gli occhi, mentre il capo resta inesorabilmente incollato alla pietra all'altezza dell'occipite.
- A questo punto della vicenda entrò in scena un altro personaggio fondamentale: il prete Paolo Arrigone.
- Ah quello! Era un essere abbietto, il curato della vicina chiesa di san Maurizio. Era amico e confidente dell'Osio. Non disdegnò mai la compagnia delle monachelle, il vile, ma puntava anch'egli ad avere la Signora!
Flora annuisce lentamente e prosegue: ormai il dubbio ha lasciato il posto alla certezza. Non toglie gli occhi di dosso alla figura in ombra della suora che si staglia di fronte a lei.
- Padre Arrigone da tempo aveva rivolto, senza successo, la propria attenzione alla bella e potente monaca. Certamente non era di bell'aspetto come Osio. Così il prete suggerì a Gian Paolo una strategia infallibile. Gli disse che per conquistare la Signora doveva attuare tutt'altra tattica. I due si accordarono e il curato scrisse a nome di Osio una lettera in cui, dopo aver chiesto scusa per il precedente ardire, si mostrò ossequioso e deferente. Suor Virginia cadde nel tranello. Iniziò così uno scambio di missive pure e caste e persino alcuni doni altrettanto innocenti, ma che inevitabilmente allargarono il cerchio delle persone implicate. Fogli vergati a mano e oggetti passavano di mano in mano di giorno e di notte. I due giovani, forse spinti dalla passione, si fecero audaci e si spinsero troppo oltre.
La monaca dal volto in ombra si abbandona a un lungo sospiro. Non fa alcun movimento, le braccia sembrano penzolare lungo il corpo svuotate da ogni capacità di azione, i piedi immobili sono nascosti dalla veste lunga fino a terra.
- Si necessitava dell'aiuto e del silenzio di altre monache e servitori. E poiché certe manovre non potevano passare inosservate, né all'interno delle mura claustrali né all'esterno, iniziarono a sorgere alcune dicerie e mormorazioni sussurrate.
Adesso Flora ha la certezza in pugno. Il battito cardiaco è talmente forte da rimbombarle sordo nelle orecchie. Le mani tremano e a stento riesce a deglutire la saliva per proseguire nel dialogo. La tentazione di andare oltre è folle al punto da schiacciare ogni paura dell'ignoto.
- La storia di una relazione in monastero diventò una notizia troppo scottante, oltre che intrigante, per poter passare sotto silenzio. Soprattutto se si tiene presente chi erano i protagonisti: la bella feudataria e il giovane conte Osio, che, per di più, aveva la fama di incorreggibile scavezzacollo e infaticabile rubacuori.
Dopo queste affermazioni la monaca tace. Sembra svuotata, senza vitalità: ha l'apparenza di un drappo senza profondità appeso alla parete della disillusione. Rompe il silenzio usando un tono di voce nuovo, pieno di rancore: - Si tentò di smorzare le dicerie, mettendo in giro la voce che Gio Paolo intendesse farsi religioso e che quindi quella con la Signora fosse un'amicizia spirituale, generata dal comune desiderio di tendere a Dio.
Flora ne approfitta per farsi coraggio, incalzare il discorso e sferrare l'ultimo attacco verbale.
- Nessuno però ci credette. Osio aveva fama di cacciatore di fanciulle, novizie e monache. Come poteva farsi frate cappuccino? Non era certo l'amore a guidare i suoi gesti...
La sagoma della suora si staglia nuovamente immobile tra la luce violenta del sole estivo e Flora, che invece è ancora seduta a terra, incapace di muovere le gambe come se fosse completamente paralizzata.
Ora la voce della religiosa vibra di ritrovata passione: - Costanza! Lei fu sempre presente negli incontri in parlatorijo. L'Osio parlava molto modestamente e diceva parole di compimento. Pareva che avesse un gran rispetto per noi tutte. Vero è che la Signora in cuor suo sapeva che ciò che stava facendo era male, sapeva di essere sulla via dell'errore...
- Nonostante ciò suor Virginia pareva folle: non riuscì più a fare a meno di spiare segretamente Osio quando si trovava nel suo giardino e di intrattenere con lui una tenera amicizia fatta di affettuose lettere e doni scambiati. Forse la Signora tentò di reprimere questa amicizia, ma ogni sforzo sembrò cadere nel vuoto.
La voce della sagoma in ombra aumenta d'intensità, spaventando Flora: - Essendomi detto che l'Osio stava nel giardino, io mi sentij venire uno desiderio di vederlo e perché feci forza a me stessa, venni manco sopra una cassa e questa cosa più e più volte mi è intervenuto.
Il cuore di Flora improvvisamente pare bloccarsi. La bocca si spalanca come per dire qualcosa, ma la voce non esce. Ora ne è certa. Sa chi è di fronte a lei. Non vuole sbagliare qualcosa e compromettere quella visione così importante. Deve controllarsi e misurare con attenzione le parole. Deglutisce lentamente, riordina le idee e ricomincia lentamente a parlare.
- Tra i due seguirono altri scambi di doni, tra cui un crocifisso d'argento.
- Inizialmente lo rimandai al mittente, assieme a quella calamita battezzata.
Il colloquio si fa serrato: - Vi scriveste molte lettere...
- Eran missive che trattavano di santità et purità e dell'amore et intenzione sua che era pura e netta e negli incontri in parlatorio in cui l'Osio mostrò quella maggiore modestia che si potesse più immaginare.
- Era il mese di giugno del 1599 e Marianna aveva 25 o 26 anni. Nel frattempo Osio chiese e ottenne un primo incontro, notturno e segreto, nel parlatoio. Come fece ad entrare?
Il corpo della Signora ora pare scosso da un fremito lieve ma inarrestabile. Eppure risponde senza esitazione: - Nel parlatorijno del confessore, ottenendo la chiave per accedervi da suor Ottavia, mia amica et confidente, la quale la buttò dal giardino delle monache per di sopra del muro in strada all'Osio e così esso entrò.
- Che successe?
- Niente! Con noi eran altre due suore: Benedetta Homati e Ottavia Ricci. L'Osio m'avea stregata. Con talismani magici m'avea fatto un malefitio e io non riuscia più a dimenticarlo. Parlammo di cose di creanza et basta.
- Poi suor Virginia accettò di incontrarlo ancora nel parlatorio del convento. Forse perché in agosto si era liberata dagli ultimi scrupoli di coscienza, essendo morto il padre?
Flora incalza ancora: - Era una notte di settembre. So che in seguito a quest'incontro notturno, suor Virginia si ammalò. Fu forse per gli angoscianti rimorsi che devono averla presa dopo l'accaduto?
Una luce improvvisa e violenta acceca per un istante Flora, che è costretta a voltare il viso da una parte per proteggere gli occhi. Non riesce a vedere più niente. Anche a occhi aperti, una macchia viola vela ogni cosa, come se avesse fissato il sole troppo a lungo.
Quando riacquista la vista è troppo tardi. Volge lo sguardo verso la sagoma della monaca, ma sa già che è scomparsa. Al suo posto è suor Angela Barni, bassa e tonda, che la guarda sorridendo. Marianna De Leyva, la Signora, è tornata nel limbo.

sabato 13 febbraio 2010

Il sogno di Flora

È sera e Dora si è addormentata nonostante il caldo opprimente. Così adagiata nel lettino ricorda a Flora la bambola di ceramica dai tratti perfetti con cui giocava forse nella vita precedente. Completamente abbandonata nel sonno, i capelli scompigliati imperlati di sudore, la bambina sembra animata solo dal lento respiro che gonfia il petto e le increspa le labbra a forma di spicchi d'agrume. A ogni carezza ricevuta alle guance tese come mele mature fa seguire inconsciamente un piccolo sussulto, quasi fosse infastidita da tante tenerezze materne.
Flora ha un bisogno estremo di fisicità e stampa un bacio sulle labbra della piccola, che si ritrae da una parte mugolando come un gattino appena nato. La mamma sorride e l'accarezza di nuovo. È difficile vivere la notte in solitudine, quando gli impegni della giornata sfumano come colori diluiti nell'acqua e lasciano il posto all'irruzione prepotente dei ricordi della sua ultima appassionata storia d'amore. Le manca Giulio in maniera dolorosa e quando cala l'oscurità sopraggiungono i momenti peggiori e talvolta la disperazione prende il sopravvento. Con l'ispessirsi delle tenebre Flora indossa suo malgrado il velo nero di una vedova senza dignità, perché lui è ancora in vita, tecnicamente, e non può piangerlo sulla tomba. Eppure non è né vivo, né morto: è nel limbo, rinchiuso in una capsula grigia di esistenza dalla quale solo chi crede nei miracoli si attende un ritorno completo. Chi confida in Dio e nell'anima degli uomini si accontenterebbe di un semplice cenno di vita, una palpebra che si muove, una smorfia della bocca. Ma Flora desidera di più, desidera il suo uomo nella sua interezza.
Il cuore di Giulio batte e il sangue circola, le sue cellule si riproducono e respira, ma solo perché è assistito da un polmone d'acciaio. Persino le sue unghie, i capelli e la barba crescono: però non è più in grado di alimentarsi né di dissetarsi, non sa controllare gli sfinteri e soprattutto non è più. I suoi pensieri, le sue idee, i suoi sentimenti e la sua anima, semmai esista, tutto è interrotto da neuroni che non si connettono più tra loro.
- Che differenza c'è tra lui e una pianta? - pensa.
Quante volte ha desiderato avere il coraggio di staccare quella spina che lo lega a una sopravvivenza fittizia. Quante volte si è chiesta se Giulio, potendo scegliere, vorrebbe proseguire questo calvario senza fine né via d'uscita.
- No, Giulio non avrebbe mai accettato questo compromesso di esistenza vegetale. Si dovrà trovare una soluzione.


*****

Dopo molta resistenza da parte di Flora che masochisticamente si tortura pensando a Giulio, Morfeo riesce a stringerla dolcemente nelle sue spire e le insuffla un sogno ispirato dalle tre sante ammirate la mattina nelle pitture della chiesa di san Maurizio a Monza.
Caterina, Cecilia e Barbara, tenendosi a braccetto, ridono e si prendono gioco dei numerosi devoti inginocchiati al loro cospetto. Le fanciulle scherzano e improvvisano movimenti ancheggianti, che ricordano una primitiva danza del ventre. La musica invade lo spazio indefinito e le tre giovani si separano. Iniziano a spogliarsi mostrando corpi acerbi ma già conturbanti. Lunghi capelli lungo la schiena e la pelle nuda delle braccia, dita sinuose che reggono i lembi di lunghi veli variopinti, ondeggiamenti di ventri piatti, giochi di reciproci sguardi maliziosi. Nonostante il palese invito alla perdizione, i devoti restano solidamente impermeabili allo spettacolo, immersi in preghiere cieche.
Flora si sveglia all'improvviso in uno stato di eccitazione. Madida di sudore, avverte di nuovo il forte dolore alla tempia destra, battuta violentemente durante lo svenimento nello studio di suor Angela Barni. Si tocca la parte dolente, ancora tumefatta.
- Possibile che mi basti rivedere un crocifisso identico a quello del dannato prete per sentirmi così male fino allo svenimento?
Si alza per prepararsi una borsa del ghiaccio con cui lenire il gonfiore. Torna al giaciglio tristemente solitario, ma il sonno sembra svanito come l'arcobaleno illuminato dai raggi di sole.
È notte fonda e un nuovo tarlo le arrovella i pensieri. Vorrebbe alzarsi, ma l'abbraccio ancora potente di Morfeo le impedisce ogni movimento. Si abbandona allora al flusso di pensieri e in poco tempo piomba nel dormiveglia.
A metà strada tra sogno e ricordo, le sembra di tornare indietro all'epoca in cui conobbe la dolce Caterina d'Alessandria. Flora ne ricorda la straordinaria bellezza, i lunghi capelli corvini, gli occhi rimarcati dall'hennè e la passione per la magia ereditata dalla madre. Di stirpe reale, era la figlia del re di Cipro. Avrebbe potuto godere di una vita serena e agiata, ma era ambiziosa e si lasciò sedurre dal nuovo culto cristiano, in quel periodo già represso duramente.
Un giorno Caterina in gran segreto andò in visita da un vecchio eremita nel deserto. Quella stessa notte sognò Gesù bambino che la rifiutava come sposa perché non era abbastanza bella.
Al risveglio la vanitosa fanciulla quasi impazzì di rabbia: nel sogno i suoi poteri incantatori non avevano potuto nulla. Corse nell'antro di Flora e le chiese una pozione per accrescere il proprio fascino anche durante nel sonno. La richiesta era insensata, ma la giovane principessa fu irremovibile e Flora le propinò un intruglio a base di erbe officinali dall'odore nauseabondo. Caterina la ripagò con un rubino. Bevve la falsa pozione, ma l'esito non fu soddisfacente: non le appariva più in sogno il Bambino sacro.
Dopo qualche giorno la fanciulla delusa tornò in lacrime dall'eremita, che la convinse che Cristo l'avrebbe voluta solo se convertita e lei capitolò.
In seguito al battesimo, Caterina sognò di nuovo Gesù, il quale finalmente le infilava l'anello nuziale. L'indomani, travolta dall'entusiasmo, la giovane decise di andare al cospetto del governatore Massimino Daia, appena insediato ad Alessandria d'Egitto, per persuaderlo ad abbracciare il cristianesimo.
Con andatura nobile e fiera la diciottenne ebbe l'ardire di presentarsi nello scintillante palazzo del governatore nel bel mezzo dei festeggiamenti. Il potente Massimino e i suoi invitati, aiutati dai sacerdoti, stavano celebrando un baccanale, condito da sacrifici di animali per propiziarsi il favore degli dei.
Caterina indossava un abito di seta bianca coi profili dorati, che le fasciava morbidamente le forme delicate. La sua pelle ambrata profumava di essenze pregiate. Giunta nel vasto salone vide i partecipanti: decine di uomini e donne che giacevano a terra su montagne di cuscini finemente tessuti, altri appoggiati ai lunghi tavoli imbanditi con frutta matura e carne speziata. Alcuni si accoppiavano, altri ridevano sguaiatamente bevendo da coppe dorate.
Nell'aria aleggiava un odore intenso di carne appena macellata. Un gruppo ammirava eccitato il taglio della gola di un capretto con le zampe legate che belava terrorizzato. Poco più in là due servitori portavano sulle spalle i cadaveri di tre agnelli esanimi. Sul pavimento a mosaico erano sparse pozze di sangue e le colonne di marmo ocra erano imbrattate da schizzi rossi qua e là già coagulati. L'atmosfera di guaiti e morte eccitava la platea.
Un uomo invitò Caterina a partecipare all'orgia, un altro le prese un braccio per avvicinarla al luogo dei sanguinosi sacrifici di animali. La giovane, nonostante le insistenze, si divincolò e rifiutò ogni invito a partecipare.
Raggiunse il governatore Massimino che sedeva sul trono attorniato dalle favorite e gli chiese di riconoscere Gesù Cristo come redentore dell'umanità. Si udì un boato di risate. Qualcuno pensò che la sfrontata scherzasse.
Massimino invece capì immediatamente la pericolosità dell'intrusa. Doveva porre rimedio subito. Si alzò dallo scranno e chiamò un servitore di fiducia. In breve, in una stanza attigua, fece convocare un gruppo di retori, affinché convincessero pubblicamente Caterina a onorare gli dei.
Ma non andò come previsto. Il governatore rimase a bocca aperta osservando la terribile figura di impotenza che fecero quegli oratori, ritenuti i massimi sapienti d'Egitto, di fronte alle semplici, eppur conturbanti parole della fanciulla.
Secondo l'agiografia, fu lo spirito divino a illuminare Caterina, in odore di santità, donandole la capacità di convincere i sapienti portando la parola di Dio.
Per Flora la spiegazione del dono dell'eloquenza è un'altra. Caterina non solo conosceva le arti magiche, imparate dalla madre esperta nell'uso di erbe guaritrici, ma l'eremita che la convertì nel deserto altro non era che un demonio molto astuto che, facendo leva sulla sua vanità, le aveva carpito l'anima per l'eternità.
I vecchi saggi non ebbero abbastanza argomentazioni per confutare le parole della giovane egiziana. Non solo non la convinsero, ma essi stessi furono prontamente convertiti al cristianesimo. Caterina era divenuta molto potente.
Il governatore d'Egitto e Siria tremò. Il suo ruolo e il suo stesso potere erano vivamente messi in pericolo dall'azione semplice e devastante della piccola sciagurata.
Massimino ordinò l'immediata condanna a morte di tutti i retori così incapaci. Voleva la testa anche di Caterina ma, stregato dal suo splendore, le propose di salvarsi sposandolo. La giovane rifiutò: gli disse di essere già sposata con Gesù Cristo. Il governatore la condannò allora a morire su una ruota dentata, ma prima la fece flagellare a sangue per mortificare quelle carni così perfette ed eccitanti.
Caterina non era una donna come tutte le altre. Secondo la leggenda fu protetta dalla mano di Dio. Secondo Flora fu un'abile stregoneria: la giovane usò nuovamente il potere di incantare chiunque fosse al suo cospetto. Lo strumento di tortura si ruppe: la ruota dentata cadde a pezzi davanti agli occhi dei carnefici che, sconvolti dall'accaduto, corsero a informare Massimino. Terrorizzato, il governatore dovette agire in fretta. Decise di farla decapitare. Un uomo a dorso nudo impugnò una lunga sciabola e le staccò il capo dal collo con un movimento rapido e netto. La sua bella testa fu raccolta e gettata in un pozzo, lontano dal corpo che fu seppellito in una fossa comune.
Caterina morì da vincitrice e diventò santa. La leggenda narra che il suo corpo fu trasportato dagli angeli sul monte Sinai. Molti anni dopo in quel luogo l'imperatore Giustiniano fondò il monastero che porta il nome della santa.
Forse non furono angeli a trasportare i resti mortali della strega santificata. Qualche testimone dell'epoca parlò di un avvistamento notturno di corvi in volo.

mercoledì 10 febbraio 2010

Il convento e il segreto

Il sole non è ancora alto ma l'umidità avvolge i corpi come un rivestimento appiccicoso impossibile da staccare. Flora e Angela Barni sono davanti alla chiesa di san Maurizio a Monza.
- La facciata è del Settecento? - domanda Flora.
- Sì, barocchetto lombardo - risponde la suora. Poi indica a sinistra: - Guardi, laggiù si intravede ancora il portico d'ingresso dell'antico convento, con il vano che ospitava la ruota dove depositare i bambini abbandonati. Ora andiamo a vedere l'interno.
Si asciuga la fronte e apre il portale con una grossa chiave in ferro battuto. Dall'interno della chiesa esce l'aria fresca che per un istante dà sollievo alle donne. Lo scatto della serratura, il cigolio del vecchio legno e l'odore dell'incenso avviluppa l'olfatto di Flora provocandole nausea. I loro passi rimbombano nel silenzio assoluto della navata.
- L’interno anticamente era diviso da un muro trasversale per separare lo spazio riservato alle monache da quello pubblico, mentre il presbiterio era delimitato da una balaustra. Questa era la tipologia diffusa nelle chiese monastiche del tempo della Controriforma. Dopo la soppressione del 1785 il muro trasversale fu demolito.
Flora si guarda attorno. Adesso è tranquilla e può ammirare le decorazioni della chiesa avvolte nella penombra.
- Vi sono due altari laterali realizzati in occasione della ripresa del culto nell'Ottocento. Quello di sinistra è dedicato alla Madonna e la pala è un affresco quattrocentesco staccato dalla chiesa distrutta di san Maurizio. Quello di destra proviene dall’originaria chiesa di santa Margherita.
Flora osserva e scrive qualche parola sul taccuino. La poca luce non aiuta, ma il luogo è davvero suggestivo.
- Gli autori dei dipinti - prosegue la religiosa - sono Carlo Innocenzo Carloni, Carlo Perrucchetti e Giuseppe Castelli Juniore, che vi lavorarono attorno al 1740. Altre pitture sono attribuite a Francesco Antonio Bonacina, un quadraturista.
Flora osserva il dipinto del Bonacina, che ha realizzato al centro della volta un medaglione con una Gloria angelica e nelle volte a botte piccoli busti di sante: Caterina d'Alessandria con l'attributo della ruota, Margherita d'Antiochia, Cecilia con canne d'organo, Barbara con la torre.
- Qui non c'è altro da vedere. Ora andiamo nel convento - conclude suor Angela uscendo.
Chiude con cura le ampie ante di legno, fa scomparire in tasca la chiave di ferro battuto, sorride e si incammina nel convento, ultima vestigia del monastero che fu della badessa di Monza. Entrano dalla porta principale.
Flora ascolta le parole di suor Angela mentre avanzano nell'edificio.
- Al tempo di suor Virginia Maria De Leyva il monastero di santa Margherita si allungava lungo lo Spalto di Porta de' Grandi, oggi via Azzone Visconi, che costeggia il Lambretto. Vi si accedeva da un vicolo che adesso si chiama in sua memoria "via della Signora". Il monastero era stato un tempo delle Umiliate per passare poi all’ordine benedettino. Nel 1588 ospitava circa venti monache. Il convento da parecchi anni ospita una scuola dell'infanzia.
Si odono le voci allegre dei bambini.
- Andiamo in un posto più tranquillo.
Ancora pochi passi lungo il corridoio che un tempo era il portico del chiostro e suor Angela apre una porta: entra in un piccolo studiolo semplice, con una scrivania e qualche elemento di arredamento. La donna si siede sistemando la veste e il velo. Flora non vorrebbe sederle di fronte per evitare di trovarsi di nuovo faccia a faccia con quel crocifisso rosso sangue così simile a quello odiato per anni, ma non ha scelta. Si accomoda di fronte a lei, sulla sedia di legno.
- Le dirò quello che so sulla Monaca di Monza, ma non è molto.
Flora è nervosa ma deve agire in fretta. Ha una sola opportunità: tentare di fissare negli occhi la suora mentre parla per non guardare il suo sacro monile. Quasi non batte le palpebre mentre respira lentamente per aumentare l'autocontrollo. Ma i ricordi per affiorare non hanno bisogno dello stimolo visivo e nonostante la sua tenace lotta interiore, si fa largo prepotente il doloroso turbamento.
- Come sa il monastero è famoso per la vicenda di Marianna de Leyva, la Gertrude dei Promessi Sposi del Manzoni.
Basta un istante di esitazione e uno sguardo fulmineo un po' più in basso: ecco stagliarsi l'orripilante simbolo del suo personale orrore. Al centro della croce si staglia la figura del Cristo in posizione sofferente. Penzola trionfante al collo della religiosa: rosso lucido, di una tonalità intensa e piena, simile al colore del sangue che sgorga abbondante da una ferita. Flora avverte un primo lieve capogiro e teme che possa in breve invadere ogni ambito della sua mente, correre veloce lungo le sue membra e condurla fino allo svenimento. Deve resistere e ritrovare il controllo per scacciare i ricordi che sembrano voler esplodere come una detonazione violenta. Meglio concentrarsi solo sulle parole. Socchiude le palpebre, deglutisce la saliva divenuta amara e il capogiro pare allontanarsi un poco. Suor Angela non si è accorta del pallore di Flora.
- Marianna de Leyva era nata a Milano nel 1575. A quattordici anni fu rinchiusa nel convento e a sedici diventò monaca benedettina col nome di battesimo della madre, Virginia Maria. Nel 1597 incontrò per la prima volta Gian Paolo Osio, diventato famoso come l'Egidio manzoniano, che apparteneva a una famiglia di ricchi possidenti di origine bergamasca. La relazione durò dieci anni e si concluse nel 1608 con la condanna a morte dell'Osio e la reclusione di suor Virginia, che trascorse tredici anni nel ritiro delle prostitute pentite di Milano, dove morì nel 1652.
Flora tenta di scrivere qualche appunto. Conosce già i dettagli, però le serve uno spunto per aggrapparsi ad azioni concrete e tenere impegnata la mente lontana dal flusso dei ricordi.
- Agli inizi del Settecento - prosegue la monaca - la chiesa era in condizioni tanto precarie che nel 1736 si rese necessario il rifacimento totale. Nel 1785, soppresso il monastero e sconsacrata la chiesa, vari edifici del complesso furono venduti. Quelli del convento a meridione furono ceduti alle suore dell'ordine del Preziosissimo sangue di Cristo, di cui faccio parte anche io, e che vi risiedono tuttora.
Lo stato di Flora peggiora di secondo in secondo e ora sente di essere vicina allo svenimento. Le parole della suora si fanno lontane e la vista si perde nel grigiore avvolto da un ronzio fastidioso che le intrappola i pensieri. Sente le gocce di sudore rotolarle lungo il corpo. Deve resistere.
- Il chiostro fu demolito e sopra, dal 1956, sorge un condominio.
La suora continua a parlare, ma ormai Flora è lontana, il processo di svenimento prosegue. La sagoma bianca della donna sfuma, ma cerca di fissare la sua penna che non ha più la punta appoggiata sul foglio che è quasi completamente bianco. Il ronzio è diventato un rombo. La sua maglietta bianca è intrisa di sudore e lo stomaco si stringe con violenza. La testa duole e la vista è completamente annebbiata. Suor Angela prosegue, non si accorge del malore che ha colpito Flora.
- Dal 1881 la chiesa appartiene al Duomo di Monza che vi ha ripreso il culto trasferendovi il titolo dell’antica vicina chiesa di san Maurizio, che era stata abbattuta per far posto alla via Ferdinandea, che oggi è via Vittorio Emanuele...
Un tonfo sordo e poi più nulla. Flora giace a terra e i ricordi le invadono come un veleno a effetto rapido ogni sinapsi del cervello.

*****

Un giorno tutto cominciò. Era ottobre, Flora aveva quindici anni e frequentava il secondo anno di liceo. Come le sue compagne, indossava sopra gli abiti un lungo grembiule blu con una lunga fila di bottoni bianchi allacciati davanti.
Ogni mattina, prima dell'inizio delle lezioni, tutte le alunne dovevano essere a scuola mezz'ora prima per recitare le preghiere e intonare canti, guidate da una suora insegnante. Le piaceva cantare e un giorno le proposero di entrare nel coro della scuola. Accettò volentieri, anche se l'impegno avrebbe implicato ore extra di permanenza nell'istituto per partecipare alle prove. Margot, la madre adottiva, era impegnata a tessere una relazione con un nuovo amante: più Flora stava lontano dagli artigli di quella donna travestita da femme fatale, meglio si sentiva.
Il coro era composto da una ventina di ragazze tra i quindici e i diciotto anni, accompagnate con la chitarra da due suorine giovani, dal viso liscio e pallido, incorniciato dal pesante velo grigio scuro, da cui spuntava appena il bordo della cuffietta bianca. Al collo, un crocifisso rosso sangue.
Il maestro di canto era un prete, don Michele Scaraffi, che era anche l'insegnante di greco: uomo molto alto e solido, dal portamento altero, coi capelli appena brizzolati pettinati all'indietro, non doveva avere più di quarant'anni. Indossava sempre la tradizionale veste nera, lunga fino alle caviglie. L'unica nota di colore che spiccava era il suo crocifisso smaltato di rosso che portava sempre al collo e gli scendeva fino al petto. Mentre parlava, si sfregava di continuo le mani. A Flora ricordava il gesto della mosca quando si posa e poi strofina le zampe anteriori una contro l'altra.
- Scaraffi - aveva pensato - si chiama quasi come gli orrendi bacherozzi neri con la corazza lucida, che sbucano all'improvviso, quando meno te l'aspetti.
Dopo qualche settimana di prove, un pomeriggio don Michele fece chiamare Flora nel suo studio, che era al quarto piano dell'istituto, in un'area del liceo in cui la giovane non aveva mai messo piede. Quando furono soli nell'ampia stanza, lui si sedette dietro la grande scrivania di legno antico, e cominciò a scrutarla. Non c'erano altre sedie, così Flora rimase in piedi in silenzio, in attesa. Quell'uomo le metteva molta soggezione e suscitava in lei un fascino particolare. Non le piaceva e sentiva scaturire da lui sensazioni particolari.
Il prete ruppe il silenzio: - Hai una bella voce, ma va educata a dovere.
Le sorrise e chinò il capo in avanti, facendole cenno di avvicinarsi. Flora, senza dire una parola, girò attorno alla scrivania e si mise proprio di fronte a lui. Don Michele scostò la sedia indietro per farle spazio e bloccò la ragazza tra sé e il tavolo.
- Ora sbottonati questo lungo grembiale, e fammi vedere cos'hai sotto. Le mie ragazze devono sempre essere vestite come si deve.
A Flora la richiesta parve insensata. Però ubbidì e aprì uno a uno i bottoni bianchi. Sotto indossava una camicia lilla e una gonna al ginocchio di lana viola.
Il prete la guardò con un mezzo sorriso, poi le prese un polso e la tirò ancora più vicino a sé. Con estrema rapidità le infilò una mano sotto la gonna, la insinuò nelle mutandine e la toccò fino nell'intimo.
Flora era paralizzata dalla situazione inaspettata. Non reagì. Notò solo la smorfia di stupore dell'uomo.
- Questa signorinella non è una brava bambina. Qui vedo che è già entrato qualcuno.
Flora si sentì raggelare il sangue nelle vene. Il suo segreto più intimo era stato scoperto. Non aveva parlato con nessuno di quell'orribile esperienza vissuta. Nella sua ingenuità da quindicenne non capiva come il prete potesse aver scoperto tutto.
Don Michele tolse la mano: - Hai mai raccontato a qualcuno quello che hai fatto?
- No, mai. - rispose la giovane con un filo di voce, senza guardarlo negli occhi, piena di vergogna.
- Guardami mentre ti parlo, bambina - disse l'uomo con tono rilassato.
Flora alzò lo sguardo. Lui le sorrise con benevolenza ma nei suoi occhi brillava una luce inquietante che le faceva paura.
- Mia bella bambina, hai bisogno di essere educata a dovere, altrimenti finirai su una cattiva strada. Mi occuperò io della tua educazione spirituale, perché non voglio che tu diventi una bambina perduta. In nome di Dio mi occuperò della tua anima. Tu però dovrai fidarti completamente di me, perché ti amo come se fossi una mia figlia.
Flora fissava gli occhi scuri e tremolanti di quel prete e si vedeva riflessa nelle sue pupille che parevano buchi nel tempo. Aveva come la certezza di aver già visto uno sguardo simile secoli prima e sentiva di riflesso sensazioni dolorose alle mani e alle gambe, come se i suoi arti fossero stritolati da ceppi di ferro. Lo stomaco si stringeva e il cuore batteva forte.
- Ricorda Flora. Non dovrai mai raccontare ciò che accade qui dentro. O il diavolo ti porterà dritto all'inferno.
Flora annuì con sincerità.
- Ora vai. Mi raccomando. Dio sa se menti.
Flora si girò di scatto, aprì la porta e corse via, attraversando i corridoi più veloce che poteva, col sangue che le pulsava alle tempie e le guance rigate dalle lacrime. L'offesa era stata feroce e la vergogna era un peso che le premeva sullo stomaco.
Quella sera, sdraiata nel suo letto, ripensò a quanto accaduto e volle trovare un lato positivo. Era una parte importante del suo carattere: per sopravvivere alle situazioni più tragiche bisogna sempre aggrapparsi a un appiglio di positività. Pensò di essere quasi contenta di poter finalmente condividere con qualcuno i suoi terribili segreti. Davvero quel prete avrebbe ripulito la sua anima e la vergogna covata intimamente finalmente sarebbe stata cancellata. Quello fu l'inizio. E fu anche la sua fine.

******


Flora riapre gli occhi e tutto intorno a lei è grigio e immerso in una nebbia confusa. La sua prospettiva è dal basso verso l'alto: intuisce di essere stesa sul pavimento e comprende di essere svenuta. Le voci giungono ancora da lontano, come un'eco proveniente da un'altra stanza. Scorge il volto di suor Angela Barni che la guarda preoccupata tenendole una mano.
- Signora Leth! Flora, si svegli! Aiuto, aiuto! C'è una donna che sta male!
Mentre la voce della monaca diventa comprensibile, anche le immagini diventano più nitide. Flora sta rinvenendo e un tremendo mal di testa si fa largo alla tempia destra.
- Sto bene, grazie, ora mi alzo - sussurra per rassicurare la suora.
- All'improvviso l'ho vista cadere dalla sedia e ho avuto paura che si fosse fatta davvero male - commenta la donna asciugandosi il sudore che le scende copiosamente da fronte e tempie.
- Venga che l'aiuto a rimettersi seduta.
La religiosa le prende entrambi i polsi e con forza inaspettata la issa fino alla vicina sedia. Flora si tasta la tempia e riconosce la tumefazione che le duole al solo tatto. Si apre la porta ed entra una giovane monaca alta e snella, che domanda: - Che succede?
- La signora Leth è svenuta - spiega suor Angela con tono più tranquillo, riprendendo il posto dietro la scrivania, mentre sistema un ciuffo di capelli dentro la cuffia
- Ora sto bene, grazie, è passato. Per fortuna ho solo un bernoccolo. Mi è già capitato: una volta nella caduta ho frantumato gli occhiali e una lente mi ha tagliato il sopracciglio.
- Vado a prenderle del ghiaccio - esclama la giovane suora che, senza attendere la risposta, si volta e sparisce chiudendo la porta dietro di sé.
- È in gravidanza?
Domanda a bruciapelo suor Angela.
- Oh no. A volte mi capita, soffro di pressione bassa e questo caldo fa brutti scherzi
- Farebbe meglio a farsi vedere da un medico.
- Ha ragione, più tardi andrò a misurare la pressione - risponde Flora mentendo. È in forte imbarazzo e vorrebbe chiudere in fretta lo spiacevole episodio, cercando di lasciare di sé un'impressione di assoluta normalità.
Si apre nuovamente la porta e rientra la monaca più giovane.
- Ecco la borsa del ghiaccio, le eviterà un brutto mal di testa.
Flora ringrazia, afferra la borsa morbida e l'appoggia alla tempia.
- La prego di continuare a raccontarmi ciò che sa.
Suor Angela esita un istante, poi decide di proseguire: apprezza la determinazione della giovane donna.
- Va bene, le dirò il resto.

giovedì 4 febbraio 2010

Santa Margherita, la strega di Antiochia

Monza, 11 giugno 2001

Il cielo è incolore. Ha perduto l'azzurro per lasciare posto al grigio accecante del fitto strato di umidità. Nonostante sia mattino presto si preannuncia una giornata molto calda e afosa. Flora cammina rapidamente per raggiungere il ventre antico della città. L'aspetta suor Angela Barni per accompagnarla nella visita della chiesa di San Maurizio e del convento, quel poco che resta del monastero di santa Margherita, dove visse Gertrude, la Monaca di Monza. La suora è laureata in storia dell'arte e ha approfondito lo studio dell'architettura lombarda negli anni in cui si è dedicata all'insegnamento nel liceo artistico di Monza.
Flora imbocca la strada che conduce al grande portale di legno di san Maurizio. La chiesa di mattoni rossi si erge sulla sinistra, in fondo alla via. Finché non le si è di fronte, resta nascosta allo sguardo: non ha sagrato e la strada curva è ingombra di auto parcheggiate che luccicano al sole. Soffocate dai palazzi circostanti, convento e chiesa sono inglobate da architetture che annientano lo splendore delle scarne decorazioni esterne.
Quattrocento anni fa poco distante sorgeva la nobile e vasta proprietà di Gian Paolo Osio, l'Egidio descritto da Alessandro Manzoni, l'amante della Monaca di Monza. Era separata dal convento da quella che oggi si chiama "via della Signora". La dimora fu rasa al suolo quando Osio fu condannato a morte per i suoi terribili reati compiuti ai danni delle monache del convento.
Davanti al portale della chiesa Flora scorge suor Angela Barni fasciata nell'abito bianco. Difficile darle un'età: forse cinquant'anni, forse meno. Ha la pelle liscia e senza solchi come una pesca maturata al sole. Dietro le spesse lenti le sopracciglia scure evidenziano occhi sereni, che comunicano una quotidianità tranquilla senza affanni.
- Buongiorno signora Leth, la stavo aspettando.
Si passa una mano sulla cuffia e sistema il velo bianco che lascia visibili solo l'attaccatura dei capelli alle tempie.
- Buongiorno, spero che non mi stia attendendo da troppo tempo. - Risponde Flora sollevando appena gli occhiali da sole per non sembrare maleducata - Scusi, ma questa luce grigia mi dà un fastidio terribile.
Flora si gira per evitare i raggi diretti del sole. Così nota i particolari della bella facciata di mattoni rossi della chiesa.
- Conosceva già la nostra chiesa?
- Sì certo, l'ho già visitata, ma ho bisogno di rivederla con occhio diverso.
- Sta facendo una ricerca sulla Monaca di Monza. Intanto le dico ciò che ho studiato sulla chiesa e il nostro convento. Spesso riceviamo studiosi che partono da qui per farsi un'idea più precisa su quell'oscura vicenda.
Estrae da una tasca nascosta un fazzoletto bianco con cui si deterge il sudore dalla fronte.
Flora si volta e nota improvvisamente il crocifisso smaltato di rosso appeso al collo della suora. Forse la distrazione o il sole negli occhi, ma prima le era sfuggito. Guardando il simbolo sacro che si staglia sulla veste bianca un brivido le percorre la schiena. Distoglie immediatamente lo sguardo ma non basta: sente pulsare il sangue alle tempie e teme che da un momento all'altro le si annebbi completamente la vista. Deve reagire: tenta di focalizzare l'attenzione sulla decorazione che sovrastra il portale. È difficile concentrarsi: il pensiero guizza fulmineo a tanti anni prima, quando un incontro con un altro crocifisso le stravolse la vita. Ma ora deve assolutamente sigillare quel pensiero con la ceralacca della rimozione. Si morde più che può la punta della lingua. Trattiene a stento il dolore: il sapore del sangue tiepido le può ridonare la lucidità necessaria.
- Abbiamo da poco restaurato la facciata di questa splendida chiesa - spiega con orgoglio la monaca incurante del comportamento di Flora - poiché nel tempo i mattoni a vista avevano subito diversi interventi e tutte le scultore erano molto danneggiate dall'inquinamento.
Flora lotta ancora per annientare il ricordo doloroso. Le tremano le mani e fatica a recuperare la concentrazione.
- Abbiamo ingaggiato un architetto di Como davvero bravo - prosegue suor Angela con tono calmo, passandosi nuovamente il fazzoletto sulla fronte. - La facciata oggi presenta l'antica grazia.
Flora sta meglio, ma non vuole staccare gli occhi dal fregio di marmo bianco dove spicca il bassorilievo della Madonna. Incolla gli occhi sul volto elegante della decorazione. Fingendo di volerla ammirare meglio, indietreggia di qualche passo in strada. Il sole è nascosto dietro la facciata della chiesa, lasciandola in ombra. Intravede la sagoma bianca della suora, ma quel punto rosso sul petto le impedisce di guardarla nuovamente in viso. Ha bisogno ancora di qualche minuto di decompressione.
Suor Angela sembra una guida turistica esperta: - La chiesa sorge dal 1469 sul luogo ove un tempo era il monastero di santa Margherita, fondato nel Duecento dagli Umiliati con il nome di Puteo Vaghetto. Inizialmente era misto ma, dalla fine del Trecento, fu occupato solo dalle monache dell’ordine. Col tempo, vi confluirono anche altre comunità umiliate monzesi.
Flora è quasi ritornata in sé. Estrae dalla borsetta il taccuino con la copertina rossa. Prova a prendere appunti per tenere a bada lo stato d'ansia.
- Nel Cinquecento, per volere dell'arcivescovo Carlo Borromeo, entrarono a far parte della comunità anche le monache di santa Maria Maddalena in Monza, che vi rimasero sino alla morte del santo.
La suora fa una breve pausa. Asciuga il sudore che ora le scende anche lungo le tempie. Ricomincia a parlare più lentamente.
- Nel 1469 fu costruita una nuova chiesa dedicata alle sante Margherita e Caterina al posto dell'oratorio medievale. Come avrà notato, la facciata ha il profilo a capanna ed è divisa in due ordini sovrapposti. Il secondo ordine ha il timpano sormontato da quelle tre statue.
Flora adesso è una sola. A parte un po' di affanno, può ritornare a essere se stessa. Può alternare sguardi col naso all'insù a rapidi movimenti per scrivere rapidamente parole chiave per ricostruire poi un discorso più articolato. Si sente più calma.
- Sopra il portale c'è il timpano di marmo bianco, dove spicca al centro un medaglione con il busto della Madonna.
È il fregio che ha colpito Flora poco prima.
- È davvero splendido - commenta Flora ammirata dalla delicatezza dei tratti della Vergine.
- Le due figure allegoriche adagiate sopra i salienti sono la Speranza e la Fede. Sul culmine della facciata si erge la statua di santa Margherita, contraddistinta dalla croce e dal drago.
- Da qui non vedo le statue - Flora interrompe per indietreggiare di una decina di metri tenendo lo sguardo puntato verso l'alto. Bisognerebbe andare in fondo alla via, pensa.

Mentre si allontana, Flora ricorda Margherita di Antiochia, la più bella fanciulla dell'antica città di Siria, sulle rive del fiume Oronte, nell'odierna Turchia. Secondo la leggenda scritta in greco da Teotimo, Margherita nacque nel 275 dopo Cristo. Figlia di un sacerdote pagano, dopo la morte della giovane madre che non sopravvisse al doloroso primo parto, fu affidata alla balia Mirta, che praticava clandestinamente il cristianesimo durante la persecuzione dell'imperatore romano Diocleziano. Senza dire nulla al padre legittimo, Mirta allevò la bambina nella sua religione. Gli anni trascorsero e il sacerdote pagano si rifece una famiglia. Ormai cresciuta e in età da marito, Margherita tornò nella casa del padre, dichiarando la sua fede e la volontà di voler restare vergine. Il buon padre si spaventò a morte. Ben conosceva i supplizi cui erano sottoposti i cristiani e chi li proteggeva. L'uomo la cacciò: temeva il pericolo che la figlia avrebbe fatto abbattere sulla sue proprietà e la sua nuova figliolanza.
Ripudiata dal padre, la giovinetta tornò quindi dalla balia, che la adottò e le affidò la cura del suo gregge.
Fu in questo periodo che la conobbe Flora. Si incontravano alla fonte e chiacchieravano spensieratamente. Margherita era poco più che una bambina, ma a quell'epoca si diventava donne in fretta. Lunghi capelli neri, una leggera tunica lungo i fianchi, occhi ampi e languidi. Un giorno, mentre pascolava le pecore fu notata dal viscido prefetto Ollario che tentò di sedurla. L'approcciò con qualche parola dolce, ma passò subito alle vie di fatto. Complice la tranquillità dei campi, voleva farla sua. Sapeva che la fanciulla non aveva né padre né fratelli, per cui l'avrebbe fatta franca senza problemi. Ma la dolce Margherita fu irremovibile. Trovò in sé una forza impensata. Aveva consacrato la sua verginità a Dio, così restò impassibile mentre Olliaro le infilava le mani lerce sotto la tunica e non ebbe paura di confessargli la sua fede proibita. La leggenda del greco Teotimo narra che bastarono le parole «Solo Dio sarà il mio sposo» per far desistere l'aggressore. Flora invece ricorda che dovette intervenire con un bakudò, un incantesimo di immobilizzazione. Disegnò un cerchio sul terreno, lo divise in quattro parti. La magia incantò il cerchio, causando una fuoriuscita di energia. L'uomo si bloccò, era un debole e vigliacco. Margherita radunò le sue pecore e scappò a casa, sicura che la mano di Dio fosse calata sulla sua testa per proteggerla. Raccontò tutto alla balia Mirta, che l'abbracciò stretta, consapevole dell'ineluttabilità del loro destino.
Nel frattempo, umiliato, il bieco prefetto maturò la sua vendetta: corse a denunciare la fanciulla come cristiana e Flora come strega. Due delitti ritenuti peggiori dell'omicidio. Il giorno stesso Margherita e Flora furono incarcerate separatamente. Mirta fu gettata in una cella non lontana, ma le tre donne non potevano neppure sentire in lontananza le grida reciproche.
Quella notte il demonio in persona visitò Margherita: voleva convincerla a entrare nella vasta schiera delle sue adepte. Le apparve sotto forma di drago e, al suo rifiuto, la inghiottì in un solo boccone. Margherita, secondo Teotimo, armata della croce, squarciò il ventre del drago dall'interno e ne uscì vittoriosa. Per questo motivo la dolce quanto sanguinaria piccola santa è tutt'oggi invocata per ottenere un parto facile. Ma Flora sa che Teotimo documentò il falso. Il demonio non commise uno sbaglio del genere e Margherita non poteva avere con sé una croce in cella. La fanciulla accettò il corteggiamento del potente diavolo dal viso d'angelo che l'affascinò catturandone l'anima per l'eternità.
Il giorno successivo la fanciulla fu nuovamente interrogata e torturata per convincerla ad abiurare, ma continuò a dichiararsi cristiana. Improvvisamente, la terra fu sconvolta da una potente scossa di terremoto. Niente magia, nessun miracolo: fu un sisma naturale che aprì profonde fenditure e inghiottì abitazioni e persone.
Mentre il panico colse l'intera popolazione, Margherita non si scompose e rimase immobile davanti ai suoi carnefici terrorizzati. Secondo la leggenda, quando la terra si fermò, una colomba scese dal cielo e le pose una corona sul capo. Flora ancora sorride pensando a come sia riuscita a incantarli con un trucco così semplice.
Ma neppure questo secondo "miracolo" servì a redimere i tenaci aguzzini. La loro condanna era stata decisa. Dopo aver resistito a vari tormenti, furono infine decapitate. La bella testa di Margherita rotolò dal patibolo, mentre l'anima dannata prese la via degli inferi. Era il 290 dopo Cristo e lei aveva quindici anni.
La sua storia nei secoli non finì qui. La santa e strega Giovanna D'Arco dichiarò che una delle voci celesti che udiva era proprio quella di santa Margherita, che le appariva insieme all'arcangelo Michele e a santa Caterina di Alessandria. Flora sa che Margherita fu più strega che santa, ma questa sottile differenza è stata cancellata nel corso dei secoli.
Assieme a Margherita una schiera di altre fanciulle passò alla storia per la presunta santità, invece che essere incriminate per i sortilegi che usarono. Flora ne ha incontrate tante nelle sue vite passate.