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venerdì 14 maggio 2010

Sogno o realtà?

Aver riascoltato al telefono la voce cristallina di Dora è stato un toccasana per Flora. Nabe l'aveva più volte rassicurata sulla salute della bambina beatamente addormentata, ma alla mamma non poteva bastare quell'apparenza. Aveva chiesto alla baby sitter di svegliarla dal sonnellino pomeridiano e poter sentire le paroline della bambina. Come un viandante perduto nel deserto, Flora aveva assaporato ogni suono emesso dalla bocca infantile come se fossero gocce sorgive sgorgate in un'oasi.
Solo adesso riesce a placare la terribile ansia che l'ha tenuta in pugno come un esercito che assedia una città medievale ormai senza più cibo né acqua. Nell'istante stesso in cui ha visto la carta che svela l'arcano mutarsi nella raffigurazione di sua figlia, Flora ha pensato davvero che il suo cuore avrebbe ceduto di schianto.
"Magia o realtà? Sortilegio o autosuggestione? Vinicio Amaranto è un abile stregone o solo un ex psichiatra esperto di tecniche ipnotiche?" Impossibile rispondere adesso: è intontita e l'ennesima giornata afosa acuisce gli effetti della febbre che a tratti le scalda il ventre come se avesse un fuoco acceso o le inonda di brividi la schiena come se fosse irrorata da un getto d'acqua gelida.
Seduta sul divano avvolta in una coperta leggera che a tratti allontana da sé per poi correre e rimboccarla fin sotto al mento, ode i rumori provenienti dal tecnologico angolo cottura dove Nadia sta preparando una tisana ristoratrice. Il suo desiderio principale sarebbe quello di precipitarsi a casa dalla bambina per abbracciarla forte. Il senso di colpa di essere altrove invece che accanto alla propria creatura è prepotente. Ma deve prevalere la ragione: Dora sta bene ed è in mani sicure con Nabe. Flora deve quindi prima dedicarsi a un'altra priorità: le resta tempo sufficiente per riallacciare i fili di quanto accaduto e pensare a come recuperare il prezioso taccuino rosso.
- Quel bastardo di Amaranto ha messo in piedi un'illusione ottica o ha architettato chissà quale altro dannato trucco per disorientarmi e sottrarmi gli appunti.
- Perché, che cosa cerca? - le domanda l'amica mentre fischia il bollitore sulla piastra incandescente.
- Non lo so. Però tutto questo significa che lo scopo della ricerca va ben oltre la comprensione della vera natura del rapporto amoroso tra Gian Paolo Osio e Marianna De' Leyva.
- In che senso?
- Il committente, la cui identità mi è stata volutamente tenuta nascosta, ha in mente di scoprire un segreto rimasto tale per secoli. E forse Amaranto si è ingolosito di qualcosa e vuole trovarlo per primo.
- Non capisco Flora, che vuoi dire?
- I casi sono due: o il committente gli ha promesso di ricoprirlo d'oro se Amaranto gli consegna quel qualcosa e adesso l'antiquario teme che io possa arrivare allo scopo scavalcandolo per intascarmi il generoso compenso... oppure l'albino ha intuito che quel qualcosa è talmente prezioso da voler metterci gli artigli sopra tagliando fuori il misterioso uomo. In ogni caso io sono il terzo incomodo.
Flora si asciuga il sudore dalla fronte con un lembo della coperta e un attimo dopo il freddo è tale da convincerla a raggomitolarsi sul divano come un gattino che cerca il tepore sul cofano di un'auto parcheggiata.
- Ma che cosa può essere così allettante da spingere un uomo a investire tanto denaro per portarlo a galla? Un tesoro nascosto? Un'eredità andata perduta? O un segreto di tale portata che possa cambiare il corso della storia?
Arriva Nadia con andatura morbida. Regge un vassoio balinese con due grandi tazze di terracotta nera giapponese. La teiera scura fuma. La mora, sfoderando il suo bel sorriso, versa l'infuso nei recipienti.


*****


Quella mattina, dopo aver visto l'immagine di Dora incredibilmente rappresentata nell'ultimo tarocco voltato sul tavolo di cristallo dall'albino, Flora era riuscita finalmente a riprendere il controllo del proprio corpo. Spinta dalla forza di volontà di assicurarsi della salute di sua figlia, per afferrare la decima carta aveva sollevato le braccia, che penzolavano lungo il corpo e sembravano pesare decine e decine di chili.
Era bastato questo movimento spinto da una straordinaria forza di volontà a fare in modo che, come d'incanto, tutte le raffigurazioni dei Tarocchi scomparissero. Niente più monache o preti, visioni sanguinolente e castelli medievali: tutte le lame erano completamente bianche. Ciascuna raffigurazione era svanita e ne restava solo il ricordo vivo nella memoria sconvolta della donna.
Flora aveva distolto lo sguardo e puntato dritto verso l'albino, immerso nella quasi totale tenebra. Solo in quel momento l'illuminazione nella stanza era tornata normale, come se qualcuno avesse improvvisamente acceso la luce del sole che riprendeva a filtrare violenta dalle coltri grigie dell'ampia finestra.
Dopo il bagliore, Flora si era ritrovata sdraiata sul lettino di pelle nera da psicanalista. Le gambe distese, le mani giunte all'altezza del pube.
Gli occhi da coniglio di Vinicio Amaranto la guardavano tranquilli e un timido sorriso era dipinto sulla sua bocca carnosa. I capelli bianchi erano ben pettinati e la pelle grinzosa formava tante piegoline attorno agli occhi. Delle sembianze di giovane stregone non v'era più alcuna traccia. Lo sgomento di Flora lasciò posto per qualche minuto a una grande incredulità. Faticava a capire dove finisse la realtà e dove iniziasse l'illusione. Aveva sognato prima, durante la lettura dei Tarocchi, o il sogno stava cominciando in quel preciso istante?
- Cos'è successo? - chiese Flora mentre si sentiva assalita dal mal di testa, come se fosse caduta nuovamente urtando con violenza contro il pavimento.
- Ti ho ipnotizzata, Flora Leth. - l'ex psichiatra le prese con dolcezza una mano, stringendola.
- Mi hai parlato a lungo di te, mia cara e ora ti sentirai più tranquilla. - disse, mentre un sorriso malizioso si allargava mostrando i denti ingrigiti dal tabacco.
Flora sentì avvamparsi le guance mentre i succhi gastrici le ribollivano nello stomaco. "Probabilmente adesso Amaranto è al corrente del mio passato e delle vicende scabrose con il prete" pensò. Si sentì pervadere dalla vergogna. Avrebbe voluto scappare via come se fosse tornata ragazzina. "Aveva bisogno di carpirmi qualche segreto per potermi ricattare moralmente e avermi in pugno".
Flora si issò fino a sedersi e notò l'abitino di seta blu abbottonato male. Le asole non combaciavano e un occhiello era senza bottone. "Possibile che sia uscita di casa per un appuntamento di lavoro vestita in maniera così trasandata?" pensò.
Intanto il tarlo del dubbio scavava tra le sue sinapsi. Mentre era ipnotizzata Amaranto poteva averle chiesto quale fosse il ricordo più brutto della sua vita e lei sicuramente ne aveva tanti, tutti legati alla stessa terribile, lunga esperienza con il prete dei suoi incubi. Così ora lui aveva una potente arma da usare contro di lei. "Ma con quale scopo?" si domandò.
Oppure l'albino mentiva; non l'aveva affatto ipnotizzata e davvero lei aveva visto mutare le immagini dei Tarocchi. In quel caso, il collezionista era davvero un potente stregone, riuscito a carpire i suoi segreti, di questa e di altre vite. E non solo quelli appartenenti al suo passato, ma anche agli avvenimenti futuri. "Forse il divinatore è talmente abile da riuscire a cancellare ogni prova della lettura delle carte dandomi l'illusione di avermi solamente addormentata per qualche minuto, con la tecnica usata da Freud e perfezionata da Jung e i suoi seguaci".
Senza parlare Amaranto l'aiutò a scendere dal lettino di pelle e rimase in piedi.
Flora era ancora frastornata ma decisa a uscire dallo studio il più presto possibile in silenzio. Quando si chinò a raccogliere la borsetta ancora abbandonata sul pavimento, notò qualcosa sotto la scrivania di cristallo. Guardò meglio: era una carta dal dorso rosso e il pentagono dorato. Le si bloccò la salivazione. Sperando di non essere vista, finse di sistemarsi l'allacciatura di un sandalo. Allungò il braccio per afferrarla ma un colpo violento schioccò alle sue spalle, come se l'estremità di una frusta di cuoio avesse battuto con violenza contro al pavimento.
Flora ritirò la mano vuota e si alzò di scatto in piedi, voltandosi. A pochi centimetri da lei riconobbe la figura alta di don Angelo Scaraffi, che la scrutava con desiderio.
Era precipitata indietro nel tempo e ora si trovava nello studio al quarto piano del liceo e aveva quindici anni.


*****

Gli occhi di Flora adolescente fissavano le lastre di marmo regolari tirate a lucido come specchi. Si vedeva riflessa: i capelli sciolti lungo le spalle, il grembiule blu, le mani giunte. A capo chino, era inginocchiata di fronte al prete, in attesa che l'uomo le ordinasse una nuova nefandezza. Sentì la calda mano, col palmo aperto, appoggiarsi sulla sua nuca. La ragazza pensò che la volesse accarezzare o forse colpire, invece la tirò a sé, lentamente. Flora non osò guardare e strinse gli occhi con forza. Di certo non voleva guardare quel suo membro vermiglio che si stagliava vistosamente sulla veste nera.
Qualcosa batté contro le sue labbra. "Mi sta baciando?" pensò in un lampo. Flora ritrasse la testa d'istinto e aprì gli occhi. Si ritrovò quasi a contatto col membro eretto dell'uomo; poteva quasi sentirne il calore. Cercò di ritrarsi in fretta alzandosi in piedi, ma la mano dell'uomo prontamente l'arrestò, rimettendola con forza in ginocchio.
Poi le parlò con tono duro: - Non scappare, bambina mia. Ora ti mostrerò la punizione che ti infliggerò dopo ogni confessione in cui mi racconterai tutte le sconcerie che combini con i ragazzini della tua età.
Flora era impaurita, non sapeva a cosa pensare, era bloccata dalla vergogna. Tacque.
Il prete le cinse la nuca con entrambe le mani. La ragazza capì e cercò di divincolarsi, non voleva avvicinarsi oltre.
Con una forza mai usata prima, l'uomo le diede un violento schiaffo sulla guancia, che le fece voltare la testa dall'altra parte. La gota bruciava e nemmeno le lacrime che scendevano copiose riuscivano a darle sollievo. Tornò a fissare il pavimento come inebetita, accantonando ogni impeto e volontà di scappare.
Con voce greve e molto irritata, egli aggiunse: - Se cerchi un'altra volta di rifiutare un mio insegnamento, bambina sciocca, non esiterò a infliggerti punizioni corporali che ti lasceranno segni indelebili.
Non disse altro. Non fu necessario: Flora accettò passivamente, conscia ormai di essere sulla strada del non ritorno.
L'uomo intrecciò le dita dietro la nuca della giovane. Strinse il suo viso e lentamente l'avvicinò.
Flora serrò gli occhi. Avvertì distintamente l'attimo in cui il culmine del membro urtò nuovamente contro la sua bocca. Strinse le labbra per impedirne l'ingresso. L'uomo serrò le braccia, premendole il viso all'altezza dei condili, obbligandola a dischiudere la bocca. La ragazza percepì il sapore acre della pelle, la superficie liscia e tesa, la forma solida. In testa le rimbombava un ronzio senza fine.
Quando l'uomo ebbe finito, commentò rasserenato: - Piccola strega, questa è la tua punizione. Io comando e tu ubbidisci. Io insegno e tu impari. Io sono il bene e tu sei il male. Ricondurrò la tua anima sporca sulla via maestra verso la luce eterna. E mi sarai grata per l'eternità.
Dopo essersi sistemato l'abito talare, riprese a parlare, lasciando Flora inginocchiata ai suoi piedi.
- Ricorda! Dalla prossima settimana verrai da me a confessarti e mi racconterai tutto quello che fai con i ragazzi. Io soffrirò per te e per lavarti l'anima dovrò infliggerti una punizione severa. Le preghiere non bastano. Attenta però - aggiunse dopo una breve pausa - io leggo negli occhi delle bambine cattive: se menti e scappi, sarò costretto a cogliere il tuo fiore più intimo e la tua anima dannata sarà perduta per sempre. Capisci quanto ti amo, bambina mia?.
Mentre pronunciava queste ultime parole, prese la ragazza da sotto le ascelle, mettendola in piedi come se fosse una bambola di pezza. Con un movimento fulmineo, il prete lasciò scivolare la mano lungo la schiena di Flora, la infilò dentro la cintura dei pantaloni, scese fino agli slip, passò sotto l'elastico e le introdusse repentinamente un dito nell'ano.
- Capito, bambina mia?
Flora tentò di divincolarsi, si girò di scatto per liberarsi dalla presa dell'uomo e afferrò la maniglia della porta. Questa volta doveva assolutamente scappare dallo studio del prete. Il pomolo mutò aspetto mentre lei lo impugnava. Non era più d'ottone, era diventato il dorso della mano orribilmente pallida di Vinicio Amaranto, che la scrutava con serietà. Le unghie di Flora erano ben piantate nella sua carne.
- Flora, sei improvvisamente ricaduta nell'ipnosi. Non mi era mai successo prima con altri pazienti, ma forse non ti avevo svegliato completamente.
La ricercatrice mollò la presa e si guardò le mani. Erano quelle di una donna adulta. Era nuovamente nello studio dell'antiquario e il suo abitino blu adesso aveva ogni bottone al suo posto. Aveva sognato o rivissuto un nuovo flash back faticosamente rintuzzato nella soffitta dei suoi ricordi?
Uscì dallo studio senza proferire parola. Una volta in strada, si allontanò un centinaio di metri, poi prese il telefono cellulare e chiamò immediatamente prima Nabe, poi l'amica Nadia.


*****


Nadia porge a Flora un bicchiere con acqua biancastra che ribolle.
- È un'aspirina. Bevila.
- Ho già preso le pastiglie per abbassare la temperatura. Non voglio esagerare. Dopo tutto in questi giorni continuo a sentirmi male e non capisco se sto impazzendo oppure ho un tumore al cervello. Tornerò dal medico.
- Flora, Flora, - Nadia le accarezza una guancia meno cocente di prima - sei solo sotto stress per tutto questo lavoro. Studi troppo e la testa ogni tanto ti scoppia.
La ricercatrice ingolla la medicina sciolta nell'acqua. Deve pensare a come fare per recuperare il prezioso taccuino con la copertina di pelle rossa. Certamente ora Vinicio Amaranto ha un'arma in più. Merito dell'ipnosi o della magia nera, conosce il suo segreto.
Prima di congedarla, quella mattina le ha sussurrato: - Flora Leth, io sono lì, in ginocchio di fianco a te, mentre prendi in bocca ogni disillusione di affettività legata al corpo e ai piaceri che può dare.

martedì 27 aprile 2010

Le carte

La porta dell'ingresso del loft di Nadia si spalanca all'improvviso sbattendo contro la parete con un boato, come spinta da una potentissima raffica confluita a folle velocità nella galleria del vento. Flora appare sulla soglia come una visione demoniaca e subito entra come una furia scatenata. Sembra essere stata trasportata alla velocità del vento, aggrappata al collo di un drago argentato dalle squame dure come corno, dopo aver solcato le vette più alte, il dorso dei fiumi e il ventre degli oceani.
I lunghi capelli scarmigliati ricadono scomposti sull'abito blu sgualcito. Ma è soprattutto la sua espressione sconvolta a preoccupare Nadia: il è viso avvampato come se fosse stato vicino al magma in eruzione. Gli occhi sono atterriti, come se avessero incrociato lo sguardo di uno spirito a caccia di vendetta ultraterrena, ma anche furenti, come se l'ira funesta di Achille fosse stata assorbita dalle pupille di Flora.
- Flora che ti è successo? - Nadia cerca di sdrammatizzare - Sembra che un vampiro ti abbia stuprata nell'androne del palazzo...
Nonostante l'arrivo inaspettato di Flora come un ciclone che si abbatte sulla costa Atlantica, l'aria che si respira nell'ampio salone è ancora impregnata dal profumo dolce dell'incenso che, assieme alle piccole bolle luminose formate dalle candele tonde che giacciono sparse sul pavimento, sono i resti tangibili di un ardente incontro di passione tra due donne che si amano alla follia: Nadia e Grazia.
Nadia ha ancora un istante di tempo per leccarsi le labbra e assaporare il dolce aroma della donna appassionata che le ha lasciato tatuato nell'anima l'estatico piacere del suo corpo.
- Grazia è uscita dall'appartamento da una manciata di secondi. Strano che non vi siate scontrate, mi pare che tu neanche faccia attenzione a dove metti i piedi...
Nadia quasi balbetta, si rende conto di pronunciare frasi insensate, senza riflettere, quasi tentasse di accatastare le parole una di seguito all'altra giusto per emettere suoni e non restare in un silenzio d'imbarazzo. Osserva stupita la ricercatrice che attraversa la stanza avanti e indietro senza neppure farle un cenno di qualsiasi genere. L'alone del ricordo dell'amplesso con la sua compagna deve ora lasciare il posto alla realtà di un'altra donna molto importante della sua vita.
Flora cammina avanti e indietro come un padre che nervosamente attende in corridoio l'esito del primo parto della moglie, temendo che il travaglio stia avendo un epilogo mortale. Si rosicchia un'unghia e guarda a terra pensierosa senza fissare nessun punto in particolare.
Un attimo dopo, con un movimento deciso del braccio, la ricercatrice spalanca le tende color avorio. La luce violenta del primo pomeriggio invade l'ambiente vanificando l'effetto tremolante delle fiammelle che sfumano come lucciole al chiarore dell'alba. L'ampia sala arredata con gusto minimalista si rivela in tutto il suo splendore, ma Flora non muta l'atteggiamento di un millimetro, come se fosse cieca agli stimoli esterni. In perpetuo movimento come una trottola in assenza di attrito, dopo qualche minuto di attesa, finalmente la ricercatrice si rivolge a Nadia con tono imperioso avvicinadola in pochi passi.
- Ora siediti e ascoltami senza fare domande!
Afferra i polsi di Nadia e la spinge fino a farla cadere all'indietro, seduta sul divano color corda, quasi schiacciata sotto al suo peso. La distanza tra i loro visi è ridotta a pochi millimetri. Il respiro affannato di Flora riscalda le labbra carnose della mora, il cui battito cardiaco subisce un'impennata.
- Flora che hai? Ti sembra il modo di piombare in casa mia?
- Taci, poi capirai.
- Ti dà di volta il cervello? Sei sdraiata sopra di me...
Sono anni che la mora non vede l'amica così agitata. Sa che deve essere successo qualcosa di veramente particolare e in fondo teme di essere coinvolta in avvenimenti superiori alle proprie capacità. Ama Flora di un sentimento unico e profondo, ma ha il terrore di essere testimone di eventi che hanno dell'incredibile. Ha già assistito a molto e saputo particolari che l'hanno turbata parecchio.
- Niente domande. Ho bisogno che mi ascolti fino in fondo ma stai zitta e buona.
Flora lascia i polsi dell'amica, si ritrae e le siede di fronte. Sfila i sandali liberando i piedi gonfi per la lunga camminata sull'asfalto bollente e incrocia le gambe mostrando involontariamente pelle nuda fino all'inguine. Si passa le mani tra i capelli massaggiandosi alla base dell'ipotalamo, sistema due ciocche dietro le orecchie e guarda dritto gli occhi ansiosi dell'amica. Prende un profondo respiro come se dovesse tentare un'apnea lunga otto minuti.
- Sono stata da Vinicio Amaranto, il collezionista d'arte, nonché antiquario, mercante di opere, ex psichiatra ma soprattutto accusato un tempo di magia nera.
- Di chi diamine stai parlando? Non è l'uomo per cui lavori da tre anni?
- Sì. Sapevo che anni fa l'avevano accusato di maneggi con la magia nera, ma credevo fossero balle montate dai giornali per screditarlo. Invece poco fa è successa una cosa che ha dell'incredibile. - fa una pausa per sistemare gli occhiali - Sai, vero, che mia nonna Leila mi ha trasmesso un po' del suo vasto sapere dell'arte della divinazione...
Nadia ha un sussulto che le ricorda la puntura di un gigantesco spillone alla radice della colonna vertebrale.
- Come dimenticare tua nonna...
Dedicatasi allo studio dell'Alchimia, della Cabala e dei Tarocchi, conscia del valore universale dei simbolo, l'anziana strega riteneva di poter ricondurre le varie correnti esoteriche a una matrice comune, attraverso l'impiego di una simbologia derivata direttamente dai concetti archetipici del pensiero magico. Con movimenti sapienti delle lunghe dita nodose come lunghi rami rinsecchiti dal gelo dell'inverno, nonna Leila stendeva le carte sulla tavola della cucina per la divinazione. Di nascosto dalla figlia Dafne che tentava di proteggere la bambina dalla maledizione che accompagna la vita di ogni strega, Leila aveva instillato nell'anima di Flora goccia dopo goccia, giorno dopo giorno, tutto ciò che poteva sulle antiche tradizioni ancestrali. Finché un giorno, per proteggere la nipote da un terribile attacco di una forza maligna esterna, aveva fatto in modo che tutto il sapere cadesse in una specie di sonno latente. Quando Flora si era risvegliata dal torpore indotto, tutto il sapere di Leila era esploso più potente che mai nella nipote predestinata.


*****

Il racconto di Flora è durato quasi un'ora. Nadia è ancora spossata ma soprattutto incredula per quanto le ha raccontato l'amica, che ora dorme profondamente con la testa posata sulle sue ginocchia. La mora fatica a raccogliere le idee e ricordare il filo logico degli avvenimenti narrati. I capelli chiari di Flora giacciono sparpagliati sui cuscini color porpora. Nadia le accarezza delicatamente le guance bollenti come pietre del deserto sotto il sole di mezzogiorno.
- Certamente ha di nuovo la febbre alta - pensa a voce alta - Questa può essere la prima spiegazione logica per il racconto assurdo che ho appena udito.
La mora cerca di mettersi più comoda sul divano e si muove lentamente per non disturbare il sonno dell'amica. Trattiene il fiato appena nota un movimento delle palpebre fino a quando tutto torna tranquillo.
- Possibile che sia tutto vero? Meglio credere che lei sia vittima di allucinazioni o abbia fatto uno di quei suoi viaggi di fantasia o folle realtà nel passato o nel futuro o chissà dove... mia piccola, cara strega...
Eppure la conosce troppo bene per dubitare del suo racconto, nonostante i particolari che sembrano scaturiti dalla penna di uno scrittore. Ripensa alle parole di Flora che correvano rapide come folate di bora mentre narravano gli accadimenti di poche ore prima vissuti nello studio di via Meravigli, nell'antro dell'antiquario.
L'amica le aveva raccontato che, dopo aver fatto il punto della situazione sulla ricerca, Vinicio Amaranto aveva posato sul piano di cristallo della scrivania una scatola di legno intarsiata, abbellita da pietre dure, o forse erano solo vetri opalescenti. Sfilato il coperchio con un movimento cerimonioso, ne aveva estratto un mazzo di carte consunte, dall'aspetto antico, col dorso rosso color rubino e un pentagono dorato. Flora riconobbe il mazzo di Tarocchi antichi, il cui odore intenso le ricordò i momenti in cui nonna Leila, mentre Dafne in giardino si occupava delle piante officinali, le aveva insegnato a riconoscere gli Arcani maggiori e minori, e le chiavi per l'interpretazione.
Con un rapido gesto della mano l'albino aveva sgombrata la scrivania dai cumuli di scartoffie, procurandosi lo spazio necessario per disporre le carte gettando tutto a terra alla rinfusa. Mentre muoveva le mani bianche come la luna piena in una notte senza stelle, aveva ripreso a parlare con tono stridulo e fastidioso, simile allo stridore delle unghie sulla lavagna.
- Conosci i Tarocchi? - aveva chiesto alla ricercatrice, che lo fissava perplessa. - Io preferisco chiamarli Ludus Trionphorum, che è il loro nome usato fino al Cinquecento.
Flora aveva scosso il capo, mentendo. Sapeva molto bene che i Tarocchi sono le carte più antiche, la cui origine si perde in Oriente, nella cosidetta "notte dei tempi". Furono utilizzati per primi dai sacerdoti dell'antico Egitto e ripresi nel Medioevo in Francia e Spagna dagli zingari. Tuttavia gli Arcani maggiori sono una creazione italiana: lei stessa ne possedette un mazzo quando visse nel Ducato di Ferrara nella prima metà del Quattrocento.
La giovane scrutava i movimenti accurati di Amaranto riflettendo rapidamente: "I Tarocchi possono rivelare passato, presente e futuro - pensava - però la loro lettura e interpretazione sono soggettive: dipendono da chi ne fa uso e dalle motivazioni addotte. Perché allora un ex psichiatra vorrebbe leggere le carte proprio a me?".
Improvvisamente la stanza in cui erano seduti fu avvolta da una penombra che si fece sempre più cupa, come se stesse calando la notte. Le pesanti armadiature colme di libri antichi e suppellettili di ogni genere sembrarono coprirsi da una coltre grigia. Ogni particolare diventò più nebuloso e sfuggente, quasi stesse perdendo di definizione.
"Forse le nuvole stanno oscurando il sole - pensò Flora - anche la temperatura sembra più bassa e fa decisamente freddo."
I brividi a ondate successive le avvolgevano il corpo, come se fosse percorso dalla spirale mortale di un boa che risale dai piedi fino al collo. Sentiva la gola stringersi e poi dilatarsi e la vista perdere ogni punto di riferimento. Dalla bocca le usciva la condensa tiepida che si perdeva in un ambiente ormai freddo come il fondo oscuro di una caverna senza uscita.
- Bene. - disse l'albino toccando le carte disposte ordinatamente sul piano di cristallo - Facciamo un ripasso perché forse ti sei dimenticata qualcosa.
Flora con una smorfia interrogativa finse di non capire il senso della frase di Amaranto.
- Il mazzo completo dei Tarocchi - proseguì l'antiquario - si suddivide in ventidue lame principali, detti Arcani maggiori, alle quali nel tempo sono state affiancate altre cinquantasei lame, gli Arcani minori, per una più completa lettura degli eventi. Gli Arcani maggiori rispecchiano le cause degli avvenimenti, i minori ne indicano invece le conseguenze. Rammenti ora Flora?
Mentre ascoltava, Flora non perdeva di vista il pentagono dorato disegnato sul dorso di ogni tarocco. Nonostante fossero a faccia in giù, mentre le carte passavano da una mano all'altra di Amaranto, la giovane riusciva a intuire i particolari raffigurati sull'altro lato. Non era difficile per lei: le bastava un minimo di concentrazione e percepiva i simboli di Merlino, quelli tradizionali dei poteri, gli uccelli, le spade che rappresentano l'elemento d'aria, il fuoco e la luce, i serpenti e i dragoni.
- Cominciamo. - sentenziò l'albino. Riprese in mano tutti i tarocchi e poi ricominciò daccapo la disposizione sul piano delle dieci carte. Flora riconobbe il metodo della Croce celtica, che è considerato il più attendibile.
Mentre sistemava i tarocchi uno a uno, Amaranto riprese la spiegazione con voce quasi innaturale. I suoi occhi sembravano più celesti del solito e i capelli erano di un biancore uniforme, più folti e lunghi del solito.
- Questa è il Significatore, e rappresenta te e il tuo attuale stato d'essere. La Carta incrociata identifica invece che cosa si oppone o ti influenza. La Carta della Fondazione richiama l'origine della mia domanda. La quarta è il passato recente. La quinta è la Corona e rappresenta possibili eventi futuri, ma la loro realizzazione dipende da come affronterai il presente. La sesta descrive ciò che c'è nel tuo futuro. La carta delle Emozioni descrive il tuo attuale stato d'animo. L'ottava incarna le Forze esterne. La nona indica speranze e desideri ma è la decima che svela l'arcano, è il risultato, la risposta suprema alla domanda. Ricorda che il futuro non è predeterminato. Sarà un indicatore della strada che stai percorrendo, e non un impedimento a percorrerne altre.
Flora restò in attesa silenziosa guardando i dieci dorsi rubino col pentagono color oro. Sapeva che quando si leggono le carte è fondamentale la domanda posta. Lei non aveva chiesto nulla e, secondo l'antica tradizione, non è chi legge i Tarocchi che può porre l'Interrogativo. Attendeva quindi da un momento all'altro che Amaranto le suggerisse la domanda da porgli.
- Flora Leth - esclamò a un tratto l'albino - vorrei che tu chiedessi ora alle carte di darti il responso sul compito che ti aspetta.
- In che senso? - domandò Flora fingendo nuovamente di non capire.
- Chiedi ai Tarocchi l'esito della ricerca che ti ho commissionato.
La giovane corrucciò la fronte. La propria supposizione era corretta anche se assurda. "Possibile che Amaranto mi stia apertamente suggerendo la domanda da fare alle carte", pensò, "Non ha senso che sia il divinatore a imporre il quesito. Tutto viene stravolto se non si seguono le regole tramandate nel corso dei secoli. O è un pazzo, o è uno stregone più potente di quanto immaginassi".
Si impose però di non obiettare: voleva tentare di reggere la parte della ricercatrice razionale che non conosce e, soprattutto, non crede all'arte della divinazione. Anche se a questo punto sapeva che l'albino era più astuto e preparato del previsto.
- Maestro, sono molto scettica. Non s'offenda, ma non credo a queste cose... vorrei andare... - aggiunse fingendo un contegno il più possibile tranquillo.
L'albino distese le grinze della pelle bianchiccia in un ampio sorriso, mostrando i piccoli denti ingrigiti dal fumo: - Fermati ancora un po'. Non c'è nulla di male, cara. Ma ora devi fare un piccolo sforzo...
Flora decise di averne avuto abbastanza: temeva il mutare del comportamento dell'uomo visto tutti i cambiamenti dell'ambiente circostante. Di certo l'albino aveva intuito in lei qualcosa di più e non si sarebbe fidato della sua ammissione di scetticismo nei confronti della lettura dei Tarocchi.
Tentò quindi la strada della fuga. Si mosse per afferrare la borsetta e andarsene, aggiungendo: - Mi spiace ma devo andare. Piuttosto che deluderla con la mia mancanza di fede in questo genere di pratiche...
- Fai la domanda! - tuonò all'improvviso Amaranto diventando imperativo e spaventoso. I suoi piccoli occhi da coniglio sembravano diversi, più grandi e azzurri. I capelli bianchi prima ben pettinati ora erano arruffati, quasi rizzati sulla testa come gli aculei di un istrice pronto alla difesa estrema. Flora notò la luminescenza che adesso incoronava la capigliatura color neve e la vena che gli pulsava sulla fronte liscia e ringiovanita.
Alla donna si accapponò la pelle: le sembrava di aver già vissuto un'esperienza simile almeno un'altra volta, ma non riusciva ora a ricordare il contesto né altri dettagli. Non c'era tempo per rammentare: era il momento di agire per non essere sopraffatta.
Ma non riuscì a fare nulla. Suo malgrado Flora si accasciò sulla sedia come una bambola abbandonata dalla mano dispettosa di una bambina. La borsetta finì a terra in un tonfo sordo. Molti oggetti fuoriuscirono e il taccuino di cuoio rosso rotolò sotto la scrivania. Quasi ipnotizzata, poté udire la propria voce pronunciare parole sgorgate dalla bocca senza averle pensate prima.
- Troverò la chiave del mistero? - sussurrò appena, con gli occhi sbarrati, senza battere le palpebre.
Non riusciva a muovere alcuna parte del corpo. La stanza divenne ancora più gelida e immersa nell'oscurità. Vedeva solamente il diavolo bianco di fronte a lei e i movimenti lenti e sapienti delle sua mani candide, intente a voltare una a una le dieci carte scelte.
Quando girò la prima carta, detta della Fondazione, Flora vide la raffigurazione di un principe biondo, con scettro e corona con diadema a forma di stella a otto punte; addosso l'armatura e la cintura con pietre preziose. Il principe è in piedi sotto a un baldacchino coperto da una stoffa impreziosita da stelle e lune argentate, su cui spicca lo stemma a forma di scudo bianco con un cuore trafitto da una freccia e due ali azzurre. Ai piedi del baldacchino, due sfingi, metà donne e metà leoni, una nera, l'altra bianca. Sullo sfondo, una città fortificata con torri e il mastio di un castello.
- Questa è l'origine della tua domanda - biascicò l'albino. - Ora volto la carta Incrociata, che identifica che cosa si opporrà alla tua ricerca.
Flora vide l'immagine di un eremita dalla lunga barba. In una mano regge la lanterna, nell'altra il bastone. La testa è incappucciata nel lungo saio bianco.
- Ora la Carta della Fondazione, che richiama l'origine della tua domanda. - proseguì l'uomo scoprendo il terzo tarocco.
La giovane notò un grande ramo impugnato come un bastone da una gigantesca mano bianca che spunta da una nuvola. Dal bastone si staccano alcune foglioline verdi, mentre altre restano attaccate. Sullo sfondo, un paesaggio agreste solcato da un corso d'acqua tranquillo.
- La quarta ci informerà sul tuo passato recente.
Flora udiva lo schiocco di ciascuna carta voltata. Il muscolo cardiaco pompava a ritmo crescente, anche se finora le carte non avevano rivelato nulla che la turbassero in particolare. Sentiva però crescere l'inquietudine.
La nuova carta raffigurava tre uomini all'interno di una chiesa gotica, sotto una volta a ogiva retta da una colonna con capitello decorato da tre stelle a cinque punte. I tre uomini sono un frate in saio con la chierica, un viandante con mantello giallo e arancione che regge una pergamena, e un alchimista, con grembiule sopra al camicione, salito in piedi a una panca mentre regge un'ampolla da cui sgorga un liquido misterioso.
- La quinta è la Corona e rappresenta possibili eventi futuri.
Flora vide una regina in trono dal lungo abito celeste con maniche ampie, il mantello blu chiuso da un fermaglio prezioso. Capelli biondi, una grande corona con gemme, regge con entrambe le mani un'urna dorata per le reliquie. Il trono è decorato con tre putti con coda da sirena e i piedi della regnante sono lambiti dalla acque tranquille di un lago.
Gli occhi di Amaranto si facevano sempre più torvi. Pareva che stesse aumentando la concentrazione e il suo corpo sembrava leggermente sollevato dalla seduta della sedia. La sorta di aureola dietro alla sua testa parva farsi più intensa tanto da diventare la più forte fonte di illuminazione dell'intera stanza orami sprofondata nell'oscurità delle tenebre.
- La sesta carta descrive ciò che c'è nel tuo futuro.
La donna fissò con interesse la nuova raffigurazione. È il giovane popolano, con calzamaglia e camicione verde sopra a una camicia bianca, intento a farsi largo in una palude dove i fusti delle canne gli impediscono l'avanzata.
- La carta delle Emozioni descrive il tuo attuale stato d'animo, Flora Leth.
Il respiro di Flora si interruppe per qualche istante. Aveva riconosciuto la carta dell'impiccato. La raffigurazione del giovane biondo con camicia azzurra e calzamaglia rossa che penzola a testa in giù, appeso per un piede da un albero frondoso. La testa è incorniciata dalla luce della ragione.
A questo punto la ricercatrice cominciò a temere che Amaranto fosse davvero in grado di leggere le carte con una profondità superiore a quella di uno studioso qualunque. Il suo timore era che l'uomo svelasse i suoi segreti e li usasse per un oscuro ricatto.
L'albino sembrò non fare caso allo stupore di Flora. Era molto concentrato. Proseguì nella rapida rivelazione dei Tarocchi.
- L'ottava carta incarna le Forze esterne.
Era l'immagine dello scudiero che, muovendosi a passo di danza, regge cinque spade tenendole per l'elsa. Altre due spade sono infilzate nel terreno. Alle sue spalle, un accampamento militare, con tende variopinte e un gruppo di uomini lontani intento a discutere piani d'attacco.
- La nona - proseguì Amaranto - indica le tue speranze e i desideri.
Voltò la carta del cavaliere di coppe. Bardato in un'armatura lucida, coperta da un mantello decorato con pesci e onde, indossa l'elmo alato. Regge la coppa dorata della saggezza e il suo destriero bianco ha la zampa sollevata pronta per spiccare il balzo che lo condurrà dall'altra parte del fiume agitato. Flora pensò al suo amato Giulio, il cavaliere di questa vita con cui avrebbe voluto spiccare il volo di una realtà completamente diversa.
- Ma è la decima che svela l'arcano! - gridò fuori di sé l'albino.
Flora intravide un bagliore rapido nei suoi occhi azzurri diventati più grandi e luminosi. Una nuova ondata di paura le percorse le membra immobilizzate.
La carta fu voltata. Apparve l'imperatore: l'immagine di un uomo anziano con barba e capelli lunghi e candidi, seduto sopra al trono di pietra decorato dalla testa di quattro arieti. Il capo incoronato, lo scettro impugnato con la destra, nella mano sinistra la sfera della sapienza. Dalla veste porpora spuntano i gambali di metallo dell'armatura. Sullo sfondo si stagliano lingue di fuoco.


*****

Lo squillo del cellulare di Flora fa sobbalzare Nadia, che è ancora seduta sul divano con la testa dell'amica addormentata, abbandonata sulle sue ginocchia. La borsetta vermiglia è poco distante e la mora allungandosi un po' riesce ad afferrare il portatile e rispondere. È Nabe, che cerca la signora. Nadia la tranquillizza, evitando di raccontarle i particolari più assurdi della narrazione udita poco fa da Flora.
Le dice solamente che la donna ha nuovamente la febbre, nulla di grave. Un'aspirina e la rimanda a casa in tempo per l'orario del bagnetto della bambina.
Nadia conclude la telefonata e attorciglia le dita tra i capelli chiari dell'amica che ha la fronte ancora cocente. Ripensa al racconto di Flora, che da strano si è trasformato in pazzesco.
La giovane ha detto che improvvisamente, quando il collezionista Vinicio Amaranto, trasfigurato nell'aspetto, ha terminato di voltare uno a uno i dieci Tarocchi, le raffigurazioni hanno iniziato a mutare aspetto.
Dapprima impietrita per colpa di un misterioso potere emanato dall'albino stesso, poi completamente terrorizzata da ciò che stava accadendo sotto il suo sguardo allibito, Flora ha assistito alla metamorfosi di alcune carte che la sua esperienza le faceva ritenere innocue.
Nadia non ricorda più quali carte abbiano cambiato magicamente il disegno, ma sa che Flora in particolare era colpita dalla trasformazione di cinque, che avevano a che fare con una croce, un pozzo, un prete e una suora.
- Tutto qui? Non è possibile - pensa - Flora mi ha detto altro.
In quel momento gli occhi da cerbiatta di Flora si aprono. Solleva la testa lentamente, con l'aria di chi non sa dove abbia dormito. Appena riconosce il loft di Nadia, si rizza a sedere.
- Devo subito chiamare Nabe per sapere come sta Dora! - esclama cercando il cellulare nella borsetta.
- Ho parlato con lei un minuto fa, - interrompe Nadia - le ho detto che hai la febbre ma che torni a casa in orario.
Flora fruga nella borsetta con aria preoccupata.
- Grazie. Ma non trovo...
- Scusa! - interviene ancora l'amica - è sul divano il tuo cellulare. - Indicandole il Nokia lì accanto.
- L'ho visto, ma non cerco quello... dove diavolo è finito il mio taccuino degli appunti?
- Cerca meglio, hai un tale marasma in quella borsetta...
- Non dire sciocchezze, il taccuino è sempre al suo posto...
- Non so, sarà caduto, proviamo a cercare sul tappeto o sotto al divano. Sei entrata in questa casa agitata come una pazza, ti sarà finito per terra...
Entrambe si inginocchiano sul pavimento, ma non c'è nulla. Flora, agitata, rovescia tutto il contenuto della borsetta a terra: ecco chiavi, portafogli, fazzoletti di carta, biro, monetine, biglietti della metropolitana e altre inutilità. Flora è pallida come una candela.
- Me l'ha preso Amaranto! - grida all'improvviso balzando in piedi.
- Sei sicura? Ti sarà caduto da qualche parte...
Nadia cerca di tranquillizzare l'amica che è scattata come un gatto spaventato dalla vista della propria immagine allo specchio.
- Adesso ho capito a che cosa è servita tutta quella messa in scena della lettura dei Tarocchi...
- In che senso? Cosa vuoi dire Flora?
- Con non so quale sortilegio mi ha distratto, intorpidendo i miei movimenti e facendomi perdere di vista l'unico oggetto importante che avevo con me...
- Dici che Amaranto ti ha preso il taccuino?
- Certo che sì! Ha organizzato tutto perché voleva prendermelo... forse perché non si fidava di ciò che gli avevo detto e neppure del responso delle carte...
- Che responso è stato? - domanda Nadia.
- Ora non posso, devo tornare subito da quel dannato albino.
La giovane infila rapida tutti gli oggetti nella borsa e raggiunge di corsa la porta. Nadia la insegue e fa in tempo ad afferrarla per un braccio.
- Calmati, Flora. Non stai bene, ragiona. Non puoi precipitarti nell'ufficio di quell'uomo accusandolo di averti sottratto gli appunti.
Flora guarda Nadia e l'ascolta in silenzio.
- Pensaci: se quello che dici non fosse vero, faresti una pessima figura e rischieresti di essere licenziata all'istante. Carte o non carte, potrebbe dire che ti sei sognata tutto!
- È tutto vero! - protesta l'amica.
- Lo so, mia cara. Ma se invece è stato tutto un piano orchestrato per prenderti il taccuino... insomma, se fosse vero e hai ragione, allora devi agire con astuzia, non puoi mica prenderlo di petto.
- Non posso lasciargli in mano i miei appunti! Potrebbe trovare da solo ciò che cerca...
- Se è vero quello che mi hai raccontato devi stare attenta! Quello è un uomo pericoloso...
- È tutto vero! - grida Flora sbarrando gli occhi. Nadia si pente di aver dubitato delle sue parole.
- Flora, allora siediti e ripetimi cos'è successo, perché alcuni particolari mi sfuggono. Magari pensiamo a qualcosa assieme.
Flora sembra più tranquilla e il rossore delle guance ha lasciato il posto a un nuovo pallore. Le amiche si rimettono sedute.
- Deve avermelo preso mentre le immagini della carte si stavano trasfigurando!
Flora raccontò che quando le dieci carte furono scoperte la stanza cadde nella totale oscurità e un vento gelido e sibilante le sferzava il corpo e il volto. Le uniche fonti di luce erano emanate dall'aureola dei capelli bianchi di Amaranto e dal dorso di ciascun tarocco, come se ogni pentagono dorato fosse alimentato da una piccola fiammella invisibile. L'albino sembrava essersi trasformato in un giovane stregone. La pelle grinzosa e biancastra dell'ex psichiatra aveva lasciato il posto a una carnagione più olivastra e liscia come quella di un ragazzo.
- Quell'uomo conosce a fondo l'arte della divinazione arcaica. - sentenzia Flora - Non ho tentato più di muovermi dalla sedia. Sapevo che fino a che tutto non fosse terminato e Amaranto avesse carpito i miei segreti leggendo le carte, nulla avrei potuto fare per allontanarmi da lì. La prima carta, quella della Fondazione, iniziò la lenta metamorfosi. I contorni della figura cambiavano lentamente e dapprima ne notai la rappresentazione principale, poi anche i dettagli secondari. Il principe biondo, con scettro, corona e armatura si trasformò in giovane moro abbigliato secondo lo stile spagnolo. Ritto in piedi, era brutalmente ferito: aveva il petto trafitto da una freccia e il sangue sgorgava copiosamente dal cuore. Il volto era pallido e gli occhi stralunati si voltarono indietro.
- Non credevo ai miei occhi... - aggiunge Flora.
- Di quale sortilegio è capace Amaranto? - domanda Nadia spaventata - Sa modificare le figure disegnate sui Tarocchi?
- È capace di dare quell'illusione. Si tratta comunque di un potere di cui pochi sono capaci. Leila non mi aveva mai parlato di nulla di simile...
- Se ci fosse ancora Leila potremmo chiedere a lei...
- Aspetta. - riprende Flora - È stato poi il turno della carta Incrociata, quella che identifica cosa si opporrà alla ricerca. Ho visto che l'eremita dalla lunga barba e il saio bianco si trasformava in prete moderno, con la veste nera e il crocifisso smaltato di rosso.
Nadia corruccia la fronte intuendo i pensieri di Flora.
- Per un istante il mio cuore si è fermato. Nadia credimi, quella era l'immagine precisa al millimetro di don Angelo Scaraffi, l'orco della mia adolescenza.
- Non posso crederci...
- Il prete guardava verso di me con un sorriso beffardo che ben conosco...
Una sensazione mista di ripulsa e desiderio sbiadito sfociato in odio intrappola come un vortice senza uscita le sensazioni che pervadono i pensieri di Flora. I rapporti sessuali forzati, gli incontri proibiti, l'intimità della carne imparata e subita, l'odio estremo e il desiderio folle per il suo carnefice. Tutto ruota turbinosamente.
Nadia dà un buffetto sulla guancia dell'amica: - Flora! Flora che hai? Riprenditi, vai avanti nel racconto e non pensare a quella bestia pedofila...
- Sì, scusa, va tutto bene. - Flora si passa entrambe le mani sugli occhi, stira le braccia e fa schioccare il collo a destra e a sinistra, come per scaricare una forte tensione anche fisica accumulata.
- Anche gli altri Tarocchi iniziarono a mutare disegno. La carta della Corona, che rappresenta gli eventi futuri, poco prima rappresentava una regina in trono decorato da tre putti. Mentre la guardavo, la regnante mutò lentamente in una vecchia monaca, dal viso stanco ed emaciato, con indosso un saio scuro lungo fino ai talloni, i piedi scalzi. Guardando meglio, ho notato che la povera donna doveva aver subito delle torture atroci, perché dalle maniche colavano rivoli di sangue e, osservando con maggiore attenzione, ho visto con orrore che gli occhi le erano stati strappati e giacevano a terra, accanto a un forziere colmo di antiche pergamene. Attorno alla monaca, alte mura di mattoni a spina di pesce le impedivano ogni via d'uscita.
- Flora... la Monaca di Monza...
- Poi è iniziata a cambiare anche la carta delle Emozioni. La corda che sorreggeva l'impiccato, penzolante a testa in giù appeso per un piede, ha iniziato a sfilacciarsi e il giovane stava per essere risucchiato in un pozzo dall'ampia imboccatura.
Flora chiude gli occhi per riprendere un po' di energie residue.
- Nadia credimi: potevo sentiva il rumore della corda che cedeva un istante dopo l'altro e mi sembrava di riuscire a condividere il terrore provato dal condannato a una morte terribile.
- Miodio, vai avanti, anche se ho paura di sentire la fine del racconto.
- E infatti è stata la decima carta, quella che svela l'arcano, a colpirmi l'immaginario come un fendente violento inferto alla gola. Sotto al mio sguardo pietrificato la raffigurazione dell'anziano imperatore seduto sul trono di pietra veniva lentamente divorata dalle lingue di fuoco, che prima si intravedevano sullo sfondo. Ho guardato sgomenta ogni attimo del rogo che avvolgeva il suo corpo.
- Il fuoco ha ucciso l'imperatore? Che cosa vuol dire tutto ciò, Flora?
L'amica scuote la testa senza saper rispondere.
- Prima i fatti, poi le interpretazioni.
- D'accordo. - acconsente Nadia.
- Quando le fiamme si sono placate, al posto dei resti anneriti del vecchio imperatore è comparsa una bambina bionda con gli occhi celesti. Seduta con sguardo compito sullo scranno imperiale, reggeva tra le braccia un pupazzo...
Nadia fissa Flora con gli occhi fuori dalle orbite e la bocca spalancata in un grido muto...
- Proprio così amica mia. In quell'immagine ho riconosciuto mia figlia Dora.

lunedì 19 aprile 2010

Nadia e Grazia

L'aria dell'angolo del loft nel quale è ricavata la camera di Nadia è una sinfonia di profumi di incenso dolce. Ha voluto un letto ricavato dal tronco di un ulivo in memoria di Ulisse e del suo talamo d'amore con Penelope, della quale ammirava l'amore totale sopravvissuto nonostante i vent'anni di separazione.
Decine di candele bianche e tonde sono sparse ovunque: sui mobili di legno vengué, sul tappeto di corda indiano, sul davanzale interno della finestra serrata dai tendaggi morbidi.
- Io credo che quando nasce un poeta al cielo si aggiunge una stella in più. La Via Lattea è così ricca di astri perché si è premunita di annotare visivamente, tutte le nascite di questi individui speciali. Ecco cos'è il firmamento, Nadia: sono appunti brillanti nel buio che annotano il primo vagito di tutti i poeti delle civiltà umane, del passato e del presente, come se...
Grazia è una ventisettenne dall'ovale perfetto e il corpo asciutto e tonico. Ha lunghi capelli folti di un rosso Tiziano ravvivato da una fiala colorante suggerita da un abile parrucchiere. Grandi occhi verdi, carnagione candida, il naso piccolo e una spruzzata di lentiggini le donano un aspetto sbarazzino.
Nadia non la sta ascoltando. È in preda all'agitazione da quando, pochi minuti prima, ha ricevuto la telefonata allarmata di Flora. Il suo straordinario micro villaggio paradisiaco, abitato solo da lei e dalla donna che parla di poeti e stelle, è stato raggiunto da un avamposto di Barbari, che preannunciano le intenzioni bellicose del resto dell'esercito che si avvicina a passo di marcia. "È solo questione di mezz'ora e poi Flora scatenerà la battaglia nella mia vita" pensa, "un'altra volta".
Al telefono Flora gridava talmente tanto che per riuscire a capire il senso di qualche frase in più Nadia aveva allontanato il ricevitore dall'orecchio. E con un misero risultato. La ricercatrice in quel momento si stava dirigendo da lei. A breve l'uragano Flora avrebbe devastato il suo pomeriggio.
- Quella benedetta ragazza a volte ce la mette tutta per complicare le cose... - sussurra la mora mentre libera i riccioli impigliati in un orecchino.
- Di chi parli? Non mi stai ascoltando, amore? - domanda con voce piagnucolosa Grazia, che la osserva imbronciata come una bambina.
La sua compagna non risponde, assorbita dalle congetture su Flora. Non era riuscita a calmarla mentre farfugliava qualcosa a proposito di una visione magica durante la lettura dei Tarocchi. O di chissà quale altra diavoleria.
Nadia lascia cadere la testa in avanti e raccoglie i riccioli dietro la nuca, arrotolandoli in una crocchia.
- Flora non finisce mai di stupirmi. Da quando la conosco è sempre fonte di novità incredibili. E ora siamo alle visioni...
- Flora? - chiede Grazia accentuando la smorfia infantile - Io sono qui con te e tu pensi a lei?
Nadia sbuffa mentre si lascia ricadere indietro sul cuscino soffice, le mani dietro la nuca. Fissa il soffitto e si abbandona a un po' di sconforto.
- Piccola mia, proprio oggi che avrei voluto regalarmi e regalarti una giornata di assoluto relax dopo tre giorni di lavoro convulso per terminare quel progetto...
- Che succede con Flora? Cosa ti ha detto quella?
- Amore, la telefonata è terminata con lei che mi ha supplicato di incontrarla il più presto possibile perché deve assolutamente raccontarmi quanto è successo... Tra frasi senza senso e parole ripetute, alla fine ho capito solo che è a Milano e che dal suo capo Amaranto è successo qualcosa che l'ha davvero sconvolta.
- Non è vero! - protesta Grazia - Le hai detto tu di venire qui! Mi dici bugie...
Grazia si volta dall'altra parte dandole di proposito le spalle. A Nadia non piace quando si comporta come una ragazzina viziata, ma d'altra parte è colpa sua, l'ha abituata così. Non è mai stata capace di dire di no: né a Flora, né a Grazia. Due donne troppo importanti per rischiare di ferirle o peggio ancora perderle. Così diverse e complementari da poter essere fuse in un'unica super donna, una dea del passato unica e invincibile, che vive nel presente divisa in due metà come la celebre mela descritta da Platone. Ama entrambe alla follia, anche se con sfumature sentimentali diverse. Le vorrebbe per sé tutte e due ma, essendo modesta e umile di carattere, Nadia è convinta di dover già ringraziare il buon Dio se le ha concesso di avere l'amore di una e l'amicizia dell'altra.
Ora però non sa come spiegare alla ragazza stesa accanto a lei di dover sgusciare dalle lenzuola di raso, rivestirsi e lasciare in fretta l'abitazione. Non vuole coinvolgere Grazia in questa vicenda poco chiara. Deve proteggere la sua ingenuità e soprattutto Flora è solo sua. È convinta che Grazia non capirebbe molte cose, o forse la sottovaluta. Ma tant'è: deve andarsene e lasciarle il campo libero con l'amica di sempre.
Mentre Grazia si è nuovamente voltata e ora le accarezza la schiena per fare pace, Nadia riflette sull'affetto che la lega a Flora. Il loro è un rapporto davvero speciale. Una lunga amicizia sbocciata al liceo, tanti anni prima. Una relazione presto condita da tenerezza e reciproche scoperte sessuali.
Eppure, dopo molte esperienze vissute assieme, era avvenuta l'interruzione durata dieci anni; in parte perché altri incontri e nuove amicizie avevano lentamente sfaldato il loro legame prima così esclusivo. Quando Flora si innamorò per la prima volta di un ragazzo, smise di frequentare assiduamente Nadia. La mora, nonostante il dispiacere acuto, capì: era giunto il momento di mettersi da parte e lasciar spiccare il volo all'amata amica, che sicuramente era molto diversa da lei e aveva bisogno d'altro.
Era però anche emersa un'altra questione che aveva allontanato le due ragazze invece che unirle: Flora per anni le aveva nascosto un terribile segreto, che Nadia riuscì a farle confessare solamente dopo l'epilogo drammatico. Quando seppe la verità, si sentì doppiamente tradita per non essere stata considerata un valido supporto, una confidente a cui narrare gli obbrobriosi incontri cui era costretta.
Prima di scoprire la verità aveva intuito che qualcuno turbava profondamente la compagna, che però si ostinava a negare e a minimizzare certi atteggiamenti: ferite sul corpo, paura ad aggirarsi da sola nell'edificio scolastico, strani comportamenti quando entrava in aula il prete che insegnava loro religione e canto... eppure Flora le aveva sempre detto che tutto procedeva per il meglio.
Quel segreto non confidato alla lunga iniziò a pesare troppo, come una lastra di marmo appoggiata sul petto di un condannato a morte. Quando fu rivelato, Nadia crollò. Per un po' mascherò la delusione, poi accusò il colpo e cercò inconsciamente una scusa valida per allontarsi da lei.
La gelosia nutrita nei confronti di ogni maschio visto come possibile usurpatore del suo ruolo di amica e confidente, oltre che di amante, unita al pensiero che qualcun altro fosse più un più abile confidente, fecero maturare in Nadia il desiderio di prendere una strada tutta sua.
Quando si iscrissero a facoltà universitarie in due città distanti, Nadia colse l'occasione per sentirsi libera. Ma la libertà provata fu molto simile a quella di un canarino nato e vissuto in una voliera che riesce a fuggire ma poi, pentito, non sa più come tornare al nido sicuro.
Fu dolorosissimo dire addio all'amica. Fu ancora peggio giustificare l'allontanamento con se stessa. Molti ricordi ed esperienze le avevano unite in quei cinque anni. E le sarebbe mancato quel bocciolo di rosa che in più occasioni si era mostrato pronto a donarsi alle sue carezze più profonde.
Per dieci anni non seppe più nulla di Flora. All'inizio la pensò spesso, poi sempre meno. Senza però dimenticarla mai.
Non appena la rivide quel giorno in metropolitana, per Nadia fu come riannodare un filo rosso appena sfilacciato.
Nadia ha un moto di tenerezza nei confronti di Grazie. Si volta e il suo sguardo plana sull'affascinante rossa stesa accanto a lei. Ha il capo posato sul cuscino e la guarda con occhi languidi. Giace morbida, velata in un baby doll verde impreziosito da fiorellini bianchi. Un braccio nudo fa capolino dalle lenzuola color avorio, la bocca sottile schiusa in un sorriso appena accennato. I capelli scarmigliati formano un nido fulvo per il suo viso infantile.
La ragazza corruccia la fronte. Ha intuito il pensiero che ha attraversato come un lampo la mente di Nadia. Ha ora la certezza che Flora le impedirà di stare tutto il pomeriggio tra le braccia della sua compagna.
Nadia cerca le parole giuste per non offenderla. "Sembra una bambina", pensa. Guardandola ora stenta a credere che poco prima si sia lasciata catturare dalle sue mani. Movimenti sapienti, ritmati da parole d'amore appena sussurrate, Nadia è un'artista dell'amore saffico. Le sue dita sono scomparse nell'anfratto più dolce, incorniciato da sottili peli rossicci. Toccare quell'orchidea magnifica, tastarne il centro, titillarne ogni petalo vellutato e poi accogliere sulla mano il succo sgorgato dalle viscere del suo piacere. Impossibile resistere: solo assaporando il gusto di quegli umori il desiderio di Nadia si appaga ed è pronto per essere corrisposto.


*****

Fin da bambina Grazia era stata rigidamente educata dalla famiglia al culto estremo della verginità. Quando conobbe e poi si innamorò di Giacomo, fu estremamente chiara e gli spiegò quanto fosse importante per lei attendere la prima notte di matrimonio. Il giovane, nonostante la dura prova, accettò, parzialmente convinto di riuscire a far cambiare idea alla bella fidanzata. Lei fu invece irremovibile. Giacomo non era casto, ma lo divenne per amore e rispetto, nonostante le prese in giro degli amici e i racconti delle loro prodezze sessuali.
Trascorsi i cinque lunghi anni di fidanzamento, finalmente giunsero le attese nozze. Mentre Grazia, aiutata dalla madre e dalle amiche, aveva studiato per un lustro intero, fin nei minimi dettagli, quella magnifica giornata - scegliendo l'abito e l'acconciatura, i fiori e le bomboniere, il menù del ristorante e le tovaglie in tinta col centro tavola - Giacomo si era concentrato su un unico pensiero: quanto sarebbe stata piacevole la lunga nottata da trascorrere in totale intimità con la sua donna. L'amava, era felice di infilarle la fede al dito, era eccitato per l'inizio della nuova vita, era contento di partire per la luna di miele, ma in tutta sincerità l'unico pensiero che gli dava la sensazione reale che il sangue gli scorresse fluido nelle vene era quello di sua moglie in guepierre bianca che l'attendeva stesa sul letto in posizione inequivocabile.
Durante il matrimonio e il ricevimento gli amici notarono quante volte il neo sposo controllasse l'ora. Se avesse potuto, avrebbe afferrato il sole con entrambe le mani e l'avrebbe abbassato con forza, spinto in basso, fino a farlo sparire dietro le montagne, per agevolare l'arrivo della sera. Grazia era invece tranquilla e serena, chiacchierava amabilmente con gli ospiti e sembrava a suo agio in quella giornata così tumultuosa.
Il termine della festa arrivò, anche se a Giacomo parve aver perso troppo tempo in saluti e convenevoli. Prese per una mano la moglie e la strattonò all'auto. Montò alla guida e si lanciò in una corsa folle verso la nuova casa, sfrecciando tra le auto incolonnate come se dovesse raggiungere il pronto soccorso, incurante delle proteste degli automobilisti e persino di un semaforo rosso. Era giunto al limite fisico dell'attesa: finalmente per lui iniziava una nuova, sospirata, vita da uomo.
La prima notte di nozze fu un disastro e accadde ciò che Giacomo non avrebbe mai potuto aspettarsi in cinque anni di sogni erotici. L'attesa durata tutti quegli anni fu letale. Quando il neo sposo cercò di cogliere il primo fiore, Grazia fu presa dal panico e non riuscì nemmeno a lasciarsi spogliare. Colta da sensi di colpa ingiustificati e tremore, gli impedì persino di sbottonarle l'abito bianco. Tolse solamente il velo leggero come una nuvola di piume e le scarpe immacolate come neve appena caduta. Nulla più.
La giovane si addormentò bagnata di lacrime, col trucco sfatto e i riccioli rossi abbandonati sul guanciale. Indossava ancora il vestito nuziale. Il neo sposo passò una notte bianca furente come il leone che ha fallito l'agguato alla gazzella dopo ore di pazienti appostamenti. Verso l'alba l'umore di Giacomo era mutato: la rabbia, stemperata dal sole giallo oro del nuovo giorno, si era trasformata in volontà di cambiare le cose in maniera graduale. Però non sapeva davvero cosa fare per aiutarla. Il miscuglio di rancore e desiderio represso furono gli ingredienti di un primo giorno di nozze da incubo da non raccontare mai agli amici.
Nelle settimane successive seguirono parecchi tentativi di approcci amorosi, tutti miseramente falliti e sfociati nei pianti di lei e nella disperazione crescente di lui. Poi fu chiaro che Grazia soffriva di un blocco psicologico. I sensi di colpa nei confronti del marito deluso e i pianti isterici sempre più frequenti fecero il resto. Il matrimonio appena celebrato rischiava già il collasso.
Nonostante la giovane età Giacomo dimostrò grande tenacia e amore. Piano piano, tentativo dopo tentativo, la giovane riuscì a togliersi completamente gli abiti. Giunse a farsi toccare e ad accettare qualche cauto contatto fisico. Ma mai penetrazioni.
Ogni volta che il marito cercava di farla sua, Grazia si bloccava, si ritraeva chiudendosi a riccio e le calde lacrime ricominciavano a rigarle il bel viso.
Giacomo pazientò quasi un anno, senza raccontare nulla nemmeno agli amici più cari. Lo avevano già abbondantemente deriso per la sua castità durante il fidanzamento, figuriamoci quanto lo avrebbero biasimato per la sua paradossale vita matrimoniale.
In occasione del primo anniversario, il marito passò la notte insonne. Era esasperato. Pensò di prendere la moglie con un po' di violenza, senza esagerare, ma ebbe paura di rovinare del tutto il loro rapporto condito solo da coccole. Non voleva però condannarsi a una vita di autoerotismo per convivere con colei che si comportava come una sorella. Per sfogare gli istinti più bassi avrebbe potuto pagare una prostituta, ma la sua auto stima sarebbe definitivamente crollata.
Come un lampo che attraversa improvviso il cielo cupo rischiarando il paesaggio e conferendo una luce completamente diversa, Giacomo escogitò una soluzione. Il giorno seguente convinse Grazia ad andare assieme a lui da uno psicologo coniugale. Forse avrebbe dovuto farlo prima, pensò, ma l'orgoglio gli aveva impedito di chiedere un aiuto esterno. La giovane accettò di buon grado la proposta e iniziarono una terapia di coppia con uno specialista. Gli incontri funzionarono, anche se i primi risultati arrivarono dopo altri sei mesi, parecchie sedute dal terapeuta e un conto salato da saldare.
Finalmente giunse il gran giorno: Grazia si concesse. Il rapporto fu molto difficoltoso: la giovane restò immobile, come se fosse in attesa di provare un dolore lacerante provocato da un pugnale acuminato. Il matrimonio fu consumato, ma l'esperienza non le piacque e pianse una volta ancora.
Giacomo era però determinato a non mollare. Sapeva di essere sulla strada giusta. La coppia proseguì con le sedute e i tentativi in nome dell'amore che li univa. Molto lentamente le cose si normalizzarono in una dignitosa intimità sessuale, senza alcuna variante: baci, carezze ma mai nulla di più.


*****


Mentre abbandona lentamente il grande letto intagliato nel grande ulivo Grazia ha afferrato un cuscino per nascondersi, fingendo timidezza. Nadia osserva malinconicamente le movenze di quella meravigliosa creatura ricoperta da una cascata di capelli rossi: spalle esili, seno piccolo e sodo, fianchi stretti che si appoggiano su un fondoschiena a forma di cuore. Ogni parte di quel corpo è stata sua.
Una vampata di desiderio assale la mora, che avverte il calore salirle dalla schiena, raggiungere e avvilupparle la testa e da lì piombare come una goccia di piombo fuso nel ventre. L'assale l'istinto improvviso di mandare al diavolo Flora e riportare nel letto l'amica... ma sa che non può.
Grazia lascia cadere sul parquet scuro il cuscino: è un ultimo tentativo per convincere l'amica a farla restare.
- Sembri una dea pronta a compiacere la tua adoratrice. - sospira Nadia; Grazia le sorride speranzosa.
"Devo chiederle di rivestirsi subito e uscire" pensa, ma le muore la voce in gola.
Avverte l'irresistibile richiamo del ventre mentre segue le pieghe del baby doll con un dito immaginario. Dagli slip trasparenti affiora il morbido rigonfiamento del monte di Venere.
Nadia le fa cenno di avvicinarsi. Seduta sul letto, si sporge e afferra le gambe di Grazia, che si ferma in piedi, davanti a lei. Le abbondanti mammelle della mora aderiscono alle cosce della rossa, che prende con entrambe le mani la nuca della compagna. Le insinua le dita tra i ricci e chiude gli occhi per un attimo. Poi ruota in avanti il pube fino a incollarlo alla bocca di Nadia. Riapre le palpebre e le due donne si guardano intensamente. Occhi verdi e occhi neri: un unico desiderio le avviluppa come le spire di un serpente costrittore che vuole divorare due prede in un solo boccone. Le parole non servono.
La mora assaggia quell'ostrica fresca e profumata, coi denti ne mordicchia la perla rosa. Insinua la punta della lingua oltre la soglia, appagata dai gemiti di Grazia, che le pianta le unghie alla base del collo. Un brivido inesauribile le corre lungo la schiena. La rossa reclina la testa indietro abbandonandosi alle sensazioni sublimi. I capelli fulvi le sfiorano le natiche. Nadia sorride compiaciuta e termina il suo dono d'amore.
Grazia è appagata e il broncio pare scomparso. Mentre si riveste, la mora guarda a capo chino il baby doll verde abbandonato sul tappeto di corda indiano. Con movimenti rapidi, la rossa infila un abitino fiorato. Le ha chiesto scusa per l'imprevisto e Grazia sembra meno contrariata.
- Che pazzia doverti cacciare per accogliere Flora e i suoi racconti folli.
La rossa infila i piedi sottili dalle unghie laccate di rosso nei sandali bianchi.
- Come sei diversa ora rispetto a quando abbiamo iniziato a frequentarci. La ragazzina timida e innocente si è trasformata in una tigre che artiglia quando è contrariata.


*****

Nadia conobbe Grazia in seguito a una telefonata. Con voce decisa le aveva spiegato di essere alla ricerca di una nuova occupazione. Laureata in architettura, aveva voglia di dedicarsi alla sua carriera in un posto esclusivamente femminile.
Nadia non aveva bisogno di una nuova collaboratrice, ma accettò di incontrarla. Quando quella fantastica rossa varcò la soglia del suo studio di via Solari a Milano, per lo stupore per poco non cancellò un intero file dal mac. Dopo un istante aveva già deciso che lei sarebbe diventata la sua nuova assistente. Quando poi Grazia le si sedette di fronte accavallando le gambe e scoprendo la pelle fino a metà cosce, Nadia decise che avrebbe fatto di tutto pur di infilare la sua lingua appena un po' più in alto.
Il giorno dopo Grazia si presentò puntuale. Nel frattempo la sua nuova datrice di lavoro era andata dal parrucchiere per sistemare i folti ricci.
Nadia impostò il rapporto professionale in modo molto amichevole. Le altre ragazze che lavoravano nello studio conoscevano bene la restauratrice capo: sapevano che tutto quanto faceva parte della sua comprovata tattica d'attacco e conquista.
Pause a base di tisane rinfrescanti, chiacchierate sorseggiando un caffè in tazze grandi, complimenti che sembravano gettati lì per caso erano tutti gli ingredienti di una sapiente avanzata. Ogni giorno Nadia studiava la sua tenera preda, scrutandone le reazioni, per cercare di capire fino a che punto avrebbe potuto spingersi e tentare l'assedio.
La giovane rossa non sospettava affatto che il suo capo fosse interessato a lei. Ancora innocente, non poteva immaginare di essere l'oggetto dei desideri di una donna. Interpretò il comportamento di Nadia come quello di un'amica sincera.
Una mattina di ottobre Milano era immersa in nubi grigie e cupe. Pioveva così tanto che sembrava che la città si sarebbe allagata entro sera. Pozzanghere immense d'acqua gialla invadevano le strade, dove automobilisti maleducati lanciavano a folle velocità le auto incuranti dei passanti condannati a docce indesiderate. Di fronte a due tazze fumanti di tè verde, Grazia non ebbe difficoltà a raccontare tutto il suo calvario sessuale vissuto col marito. Dagli albori a quella che lei considerava la propria emancipazione sessuale, spiegò a Nadia quanto le fosse costato quel viaggio complicato alla scoperta del proprio corpo e di quello del marito.
Nadia ne fu intenerita. Pensò che dietro quei grandi occhi verdi si nascondeva davvero una bambina inesperta del mondo e della vita. Già sentiva di provare un sentimento nuovo e forte per lei. In fondo avevano in comune l'iniziale difficoltà a donarsi a un uomo per mantenere la verginità. Per il resto erano completamente agli antipodi. Grazia era rimasta pura nel cuore e nell'anima. Nadia invece aveva subito aggirato il tabù della verginità abbandonandosi a rapporti alternativi. Nadia aveva però perso la vera verginità, quella mentale, in ampio anticipo rispetto alla deflorazione fisica.
Grazia le raccontò anche che il suo percorso sessuale si era concluso in modo davvero inaspettato. Le sedute dal terapeuta assieme a Giacomo erano proseguite per un po'. Un giorno lo psicologo le spiegò che era ancora troppo limitata e abitudinaria. La convinse che era giunto il momento di abbandonare la crisalide in cui si era ostinatamente rinchiusa e volare via, come se si fosse trasformata in una nuova sfavillante farfalla.
Grazia si licenziò immediatamente dal posto dove lavorava da quando aveva diciotto anni. Partecipò a un colloquio e, sbaragliando la concorrenza, ottenne un incarico come assistente del direttore di uno studio di architettura multinazionale. Aveva voglia di realizzarsi: nella nuova società le offrirono l'occasione che desiderava.
Qualche tempo dopo alla bella rossa fu affidato il compito di ricevere un cliente veneziano. All'apuntamento si presentò un aitante giovanotto biondo dal forte accento. Grazia lo accolse con gentilezza, bevvero un caffè, parlarono di lavoro e poi andarono assieme a colazione. Nel ristorante successe l'evento che stravolse la vita di Grazia: per la prima volta in vita sua elaborò una fantasia sessuale dove l'oggetto del suo improvviso quanto inestinguibile desiderio era proprio il cliente seduto di fronte a lei.
Grazia immaginò di essere sola con quel biondo sconosciuto mentre, abbigliato da gondoliere, con la tradizionale maglia a righe orizzontali bianca e nera e cappello di paglia, la conduceva nei canali più tranquilli e lontani dal flusso dei turisti. Rimasti soli, il giovane virava l'imbarcazione per attraccarla, poi toglieva il cappello che copriva la capigliatura color oro spettinata dalla brezza marina e si spogliava rivelando un torace muscoloso. Mentre il giovane si accingeva a sfilare il foulard rosso dai passanti dei calzoni, Grazia sognava di essere già rimasta vestita solamente di uno splendido sorriso malizioso. Senza dire una parola, lui si avventava su di lei sdraiandola sopra uno dei romantici seggiolini imbottiti color cremisi. I suoi occhi fissavano il lungo remo immaginando una similitudine con le doti mascoline del marinaio. La fantasia di Grazia si spingeva fino a godersi la scena dell'amplesso amplificata dallo sciabordio delle onde contro la caratteristica imbarcazione di Venezia.
Senza entrare nei dettagli con Nadia, Grazia disse solo di aver sperimentato un pensiero osceno, talmente spinto e audace da travolgerla. Per lei tutto ciò rappresentò un peccato vergognoso: un'ignominia, per dirla con le sue parole. Nonostante la confessione in chiesa quella sera stessa, la rossa sentiva di aver commesso il più obbrobrioso dei delitti nei confronti del marito Giacomo.
Mentre spiegava a Nadia la vicenda, scoppiò a piangere e, tra le lacrime, le chiedeva come fosse possibile per una moglie irreprensibile concepire un pensiero così spinto con un perfetto estraneo appena conosciuto.
Asciugandosi i grandi occhi verdi con un fazzoletto di carta, Grazia proseguì il racconto narrando il ritorno a casa dal marito, quando gli confessò il desiderio provato nei confronti del biondo veneziano. Senza nemmeno dare a Giacomo l'opportunità di capire che cosa stesse succedendo davanti ai suoi occhi, la moglie si precipitò in camera da letto e preparò le valigie. Per lui. Lo mise fuori casa e nessuna azione né frase del marito riuscirono a farle cambiare idea.
La spiegazione data lasciò Nadia senza parole: se una donna tradisce col pensiero l'uomo che ama, allora non lo sta amando. Matrimonio finito alla velocità del pensiero.
Per Giacomo gli anni di attesa e dedizione non valsero nulla: Grazia non accettò alcuna spiegazione. Avvilito, ma spinto da amore totale e cieco, Giacomo accettò ancora una volta le condizioni imposte dalla moglie e se ne andò di casa. Trovò un'altra abitazione nella speranza che Grazia cambiasse idea e accettasse di riprenderlo con sé.
Lei non vide mai più quel cliente di Venezia, che alla fine decise di rivolgersi a un altro studio d'architetti e che nemmeno lontanamente poteva supporre di essere stato causo di un tale stravolgimento.
Grazia fu irremovibile nella decisione di separarsi e nella volontà di trovare un altro studio d'architettura in cui lavorare. Fu così che conobbe Nadia.
Terminato il racconto della sua nuova dipendente, in quel lontano giorno di ottobre Nadia pensò che nella vita di Grazia poteva esserci spazio anche per lei. Dopotutto avevano in comune lo stesso tipo di educazione sbagliata. Negli anni aveva dovuto affrontare una drammatica metamorfosi scoprendo di essere lesbica. Questa consapevolezza, che s'era fatta strada in lei lentamente, l'aveva allontanata completamente prima dalla famiglia e poi dalla chiesa. Aveva sofferto molto perché la sua educazione la portava a rifiutare l'omosessualità. Ma ogni volta che si era innamorata, era successo per una ragazza, nonostante si fosse più volte imposta di frequentare maschi.
Poi aveva ceduto le armi e aveva iniziato a frequentare ragazze di cui timidamente si invaghiva. Per un po' era anche riuscita a nascondere la sua vera natura alla famiglia, trovando fidanzati fittizi da presentare in casa per cancellare ogni sospetto. Quando la verità esplose come una mina antiuomo ben nascosta, i genitori l'allontanarono con sdegno. Per Nadia fu un duro colpo e così provò a non frequentare più donne e a tentare nuovamente con gli uomini, ma non funzionò. Era troppo infelice e così lasciò la casa natale. Per la vergogna decise di allontanarsi anche dalla chiesa: smise di confessarsi e non andò più a messa.
Crescendo e confrontandosi con altre persone che vivevano la sua stessa lacerazione aveva imparato molte cose su di sé e sugli altri. Si sentiva spezzata. Aveva rotto con i suoi affetti più cari: i genitori e Dio.
Iniziò un lungo percorso con una psicologa. Il consiglio della professionista fu che per ritrovare la parte di se stessa inutilmente negata era giunto il momento di parlare con un prete. Proprio così: solo un sacerdote sensibile all'argomento avrebbe saputo come confortare la ragazza. Nadia era molto perplessa, ma poi seguì il consiglio e andò dalla persona giusta, che l'aiutò e le ridiede stima di sé e fiducia negli altri.
Oggi sa di essere una persona degna dell'amore di Dio come tutte le altre. Come tutti sbaglia, come tutti è una peccatrice. È vero, in lei ciò che fa sgorgare il mare di passioni emotive ed erotiche è sempre e solo un'appartenente al genere femminile. Sa però che questa differenza non è un abominio, ma semplicemente un modo diverso di amare. Da quando Dio è tornato nella sua vita, Nadia è una persona rinata.
Mentre il ticchettio della pioggia sui vetri dello studio battevano il tempo che trascorreva, quel giorno ottobrino Grazia aveva confessato quello che considerava il proprio peccato più grave mai commesso.
Nadia si era specchiata nei suoi occhi verdi inumiditi dalle lacrime. Le aveva allora confidato che molte persone sperimentano fantasie erotiche anche con sconosciuti. "È naturale" le disse, "come annusare un profumo di una fragranza meravigliosa e abbandonarsi alle sensazioni intense e incontrollabili che si sprigionano nelle sinapsi".
Lì per lì Grazia non le credette. Rispose che anche suo marito aveva detto una cosa simile, ma era una bugia.
La restauratrice si spinse oltre. Affermò che anche tra donne si provano certi desideri. Grazia la guardò seria, con occhi indagatori, ma volle sapere di più. Nadia mentì con viltà. Il desiderio di accarezzare quel bacino sottile la spingeva ad agire con sotterfugi.
Le spiegò che non è un peccato vero e proprio fare l'amore tra donne, perché è una cosa dolce e tenera. "Non si procrea", disse, "quindi non si tradisce". La giovane era perplessa ma ascoltò con attenzione.
Dopo qualche giorno, con la scusa di darle qualche consiglio per migliorare l'arredamento con poca spesa, Nadia si fece invitare a casa di Grazia.
Varcò la soglia di un appartamento pulito e fresco, dalle pareti dipinte con colori accesi: giallo in soggiorno, verde mela in cucina, azzurro ghiaccio in camera da letto.
Giunte vicino al letto matrimoniale, Nadia intuì che Grazia era in silenzio ad attendere che qualcosa succedesse. La rossa indossava pantaloni bianchi di lino e un top azzurro con nastrini bianchi. I capelli le ricadevano morbidi e fluenti sul petto e la schiena.
Nadia osò. Le prese la mano e la fece adagiare sul copriletto azzurro. Non diceva una parola, ma le sorrideva. Ancora non sapeva fino a che punto sarebbe arrivata, ma il gusto sottile di essere così vicina alla possibilità di cogliere quel frutto proibito la stuzzicava infinitamente.
Con delicatezza, iniziò ad abbassarle le spalline sottili del top. Le accarezzò delicatamente il piccolo seno. Nadia sentiva crescere la smania di toccare quel corpo snello ma flessuoso. Le sbottonò i pantaloni e glieli sfilò piano, scoprendo le lunghe gambe depilate.
Nadia si tolse i vestiti rapidamente. Faticava a mantenere la calma necessaria per non impaurire la ragazza.
Il contrasto tra le due non poteva essere maggiore. Alta, sottile, di carnagione bianca l'una, statuaria, morbida e olivastra l'altra. Capelli fiammeggianti, occhi verdi e languidi da una parte, riccioli scuri e sguardo nero e penetrante dall'altra. Si guardarono in silenzio. Poi Grazia chiese di spegnere la luce. Nadia ubbidì e nel buio totale si infilarono sotto le lenzuola. Si amarono per quasi due ore.
Nadia fece di tutto per non turbare troppo la sua tenera amante. La sfiorò e la baciò come solo un'innamorata può fare. Ne assaggiò i sapori diversi delle varie parti del corpo. Tastò i suoi muscoli atletici e affondò le unghie nella sua pelle elastica. Solamente quando fu sicura di aver stimolato un desiderio incontrollabile nella ragazza decise di insinuarsi nella sua intimità. Non dimenticherà mai il picco di piacere provocato così facilmente in quella dolcissima creatura.


*****

Grazia afferra la borsetta bianca e attraversa a passo lesto il loft, schivando le fila ordinate di candele ancora accese sul parquet. Nadia la segue per accompagnarla alla porta. È mortificata per la situazione, ma sa che la sua rossa agisce d'impulso. Qualche coccola in più e domani la perdonerà. D'altra parte bisogna saper prendere le persone dal verso giusto. Non come fece il marito Giacomo, che restò alla finestra ad aspettare. E mentre lui stava immobile a guardare, Nadia dava scacco al re portandosi la tenera moglie nella sua alcova. Per sempre.

lunedì 1 marzo 2010

L'amore tradito di Flora

*****

Flora si alza e rientra rapidamente in casa. Spera che Nadia non si sia accorta del pallore che le ha in un attimo sbiancato il volto. È un altro principio di svenimento. Flora riesce appena in tempo a raggiungere il bagno più vicino e a sedersi sul pavimento piastrellato di rosa, con le gambe piegate ad angolo e la schiena appoggiata alla parete. La sensazione di svenire le accelera il battito cardiaco. Si passa una mano sulla tempia che pulsa, mentre le vampate di caldo si susseguono rapidamente una dopo l'altra lungo la schiena. È completamente bagnata di sudore, con la camicia incollata alla pelle, eppure avverte i brividi di freddo. Quanto vorrebbe che Giulio fosse accanto a lei almeno adesso.
Chiude le palpebre mentre attende lo svenimento preparata, nella posizione che negli anni ha imparato essere quella più sicura, per limitare i danni fisici in caso di caduta improvvisa. Mentre il ronzio diventa insopportabile e gli occhi percepiscono tutt'intorno un grigiore diffuso che ruota vorticosamente, nella mente di Flora riaffiorano ricordi disgustosi.


*****

L'estate dei suoi dodici anni Flora era al mare in Toscana con la coppia che si occupava di lei da quando era rimasta sola al mondo: Giada e Maurizio, i suoi tutori nominati dagli avidi avvocati di famiglia. La coppia di coniugi, scelti in una ristretta rosa di lontani parenti, sulla carta avrebbe dovuto comportarsi da genitori, ma in realtà spesso a mala pena tollerava la sua presenza. Flora però era ancora troppo giovane per rendersi conto appieno di tutto ciò e a quell'età ancora non aveva coscienza di sé come dell'ultima reincarnazione di una strega in costante fuga dal suo aguzzino.
In spiaggia conobbe casualmente un ragazzo bellissimo, molto più grande di lei: aveva ventisette anni, era alto, moro, coi capelli mossi, occhi verdi e un sorriso perfetto. Nonostante la differenza d'età, era interessato a lei: le diceva cose nuove, che le scatenavano un turbinio di sensazioni mai vissute. Nessuno dei suoi coetanei le aveva mai fatto complimenti simili e poi la accarezzava con lo sguardo e talvolta le sussurrava parole d'amore. Per la dodicenne fu subito il primo, totalizzante amore.
Flora era comunque troppo timida per frequentarlo apertamente, e poi Giada e Maurizio non avrebbero voluto per ovvie ragioni. Per fortuna, lui trascorreva le giornate non distante dal suo ombrellone, in compagnia di un gruppo di amici. Ogni volta che poteva, la ragazza faceva il possibile per passargli accanto, giusto per provare l'ebbrezza di sentirsi dire qualcosa: un saluto gentile, un complimento nuovo, una parola dolce. Tutti pezzetti di emozione che le scatenavano sussulti cardiaci mai provati.
La fatidica sera Flora partecipò assieme ai tutori e loro amici a una grigliata in un ristorante affacciato sulla spiaggia. Per l'assenza di illuminazione artificiale, il cielo appariva di un nero profondo, punteggiato da mille stelle condensate in sciami immobili. Mancava la luna e all'orizzonte si stagliavano solo le pallide luci lontane dei pescherecci come una processione di lucciole in fila ordinata.
Per fuggire dalla noia di una serata in compagnia di adulti noiosi e per annusare meglio l'aria profumata di salmastro, la dodicenne si allontanò dalla tavolata e raggiunse da sola la battigia, là dove finiscono le file di ombrelloni e sdraio e le onde giocano a infrangersi con rumore lieve e ritmico. Avvicinandosi notò che un gruppo di ragazzi giocava vicino all'acqua. Alcuni facevano il bagno e ridevano spingendosi e rincorrendosi fino agli scogli, altri erano appartati a chiacchierare, o forse a fare qualcosa di diverso, forse di proibito.
Flora procedette incuriosita. Nel gruppo di una quindicina di giovani scorse quei magnifici occhi verdi che la stavano già  fissando da quando lei aveva iniziato a farsi avanti.
Per Flora fu un tuffo al cuore: il bel moro era davanti a lei: si avvicinò, sorrise e coi suoi modi gentili le prese la mano.
- Che emozione! - pensò Flora trattenendo il fiato. Era la prima volta che un ragazzo la toccava e in modo così tenero. Il giovane si avvicinò di più e la dodicenne per un istante pensò che l'avrebbe baciata. Invece, lentamente, sussurrandole all'orecchio, le chiese se volesse andare a prendere un gelato. Solo loro due, specificò, dimenticandosi degli altri amici superflui. Il cuore le usciva dal petto per la insperata sorpresa.
- Sì, certo - balbettò Flora - devo solo dirlo ai miei genitori - fu la risposta.
Con infinita dolcezza, ma senza mollare la presa alla mano, il ragazzo la tirò a sé. I suoi occhi verdi si piantarono in quelli di Flora, inumiditi per l'emozione.
- Facciamo in un attimo, ci vorranno pochi minuti e nessuno si accorgerà di niente. Stai tranquilla - fu la rassicurante risposta del moro.
Flora lo seguì fiduciosa, rapita dalla situazione, inebriata e felice come una novella sposa condotta all'altare.
I due percorsero mano nella mano forse una ventina di metri, forse trenta. Quel tanto che bastò per essere soli e lontani dall'allegra baraonda dei l bagnanti al buio.
All'improvviso, senza nemmeno capire che cosa stesse succedendo, lui mise una mano sulla bocca di Flora che d'istinto stava per urlare dallo spavento; le bloccò il braccio destro dietro la schiena e la spinse a pancia sotto fino a farla cadere di peso uno dei tanti lettini che in file ordinate riempiono la spiaggia. In un attimo, con movimento sicuro e ben sperimentato, le scostò le mutandine e in pochi istanti la penetrò brutalmente.
Dopo tanti anni Flora ricorda ancora il sapore amaro delle lacrime e della plastica salata di cui era fatto il lettino. Rammenta la ruvidezza della trama della tela che le sfrega il viso ad ogni spinta e la sensazione della sabbia fredda su cui aveva forzatamente appoggiato le ginocchia.
Flora non gridò, non disse nulla. Mentre subiva la duplice deflorazione, si vergognava di se stessa, della propria stupida ingenuità. Piangeva di dolore ma anche di rabbia per il suo amore tradito.
Quando il ragazzo ebbe finito, lasciò Flora sdraiata sul lettino da mare abbandonata nei suoi singhiozzi silenti. Il moro con calma si rivestì, sistemandosi con cura i pantaloni bianchi appena sgualciti. Poi prese la mano di Flora e l'aiutò a rialzarsi. Le abbassò la gonna bianca. Con una carezza le sistemò i capelli spettinati, le asciugò le lacrime togliendole i residui di sabbia impastati attorno agli occhi. Poi la portò a prendere il gelato. Il più amaro della sua vita.
- Non mi disse neppure una parola quel cane - è il primo pensiero cosciente che vortica nella testa di Flora mentre avverte di riprendere lentamente i sensi. Altri cinque minuti e starà meglio. Il mal di testa lascia spazio al vecchio dolore alla tempia destra. L'acidità di stomaco salita alla bocca si è trasformata in crampo lieve. Tutto sta tornando sotto controllo e pensa con tenerezza alla sua dolce Dora, che è al sicuro con la tata Nabe.
Flora sente bussare alla porta bianca del bagno.
- Flora? Sei lì dentro? Stai male? - è la voce di Nadia.
- Tutto bene. Ho avuto un forte capogiro, ma ora è passato. Mi lavo la faccia e ti raggiungo.
In piedi, davanti all'ampio specchio dal bordo satinato, Flora controlla che le guance pallide riprendano colore: le occhiaie sono ancora grigie. Si asciuga il volto; la tempia è lievemente gonfia e bluastra.
Ripensa una volta ancora a quella sera di tanti anni prima. Dopo la violenza, Flora dodicenne tornò verso il ristorante con la gonna insanguinata, il viso graffiato e zoppicando visibilmente. Le dolevano molto le parti intime, ma nel suo patrimonio genetico conservava un'alta sopportazione innata del dolore.
Giunta nel salone illuminato strinse i denti e camminò il più possibile dritta. Raccontò ai tutori Giada e Maurizio di essere scivolata vicino agli scogli ferendosi e le credettero. 
Riportata subito a casa, tentò di sciacquare il dolore e la sabbia appiccicata con una doccia tiepida. Nascosta dal rumore del getto d'acqua, si abbandonò ai singhiozzi di irrefrenabile disperazione. Si accovacciò in un angolo, abbracciando le ginocchia e appoggiando la testa di lato contro le piastrelle, e in quel rumore impenetrabile invocò più e più volte la mamma. Quando le lacrime le consentirono di mettere a fuoco gli oggetti attorno a sé, notò tra i suoi piedi la striscia di sangue che dalle sue intimità correva rapida verso lo scarico, scomparendo dopo aver formato un grottesco vortice mischiato alla schiuma da bagno.
Fu attenta a ripulire il bagno e si disinfettò con cura le escoriazioni al viso e alle ginocchia. Giada, mentre la rimproverava per tanta sbadataggine che l'aveva portata a scivolare sugli scogli, le porse una pomata che Flora si spalmò sui lividi delle braccia.
L'adolescente conservava negli occhi lo sguardo dolce del ragazzo tramutato all'improvviso in spietato aggressore.
La sua notte fu popolata da un sonno agitato. Sognò un drago verde che le artigliava una spalla strappandole brandelli di carne. Poi un uomo incappucciato che rideva mentre le legava stretti i polsi con una corda ruvida e con una tenaglia arroventata le divaricava le carni tra le cosce.
La mattina seguente Flora si svegliò con il basso ventre ancora indolenzito dalle fitte all'addome, mentre l'ano si stringeva da solo provocandole continui blocchi del respiro. Si accorse con sgomento di aver macchiato di sangue le lenzuola bianche. Mentre si chiedeva cosa fare, arrivò Giada. Alla donna si illuminarono gli occhi. Pensò che fosse giunto il momento del primo ciclo mestruale. Sorrise compiaciuta alla figliastra, accarezzandole i lunghi capelli. Disse che quello era un momento speciale, che non avrebbe dimenticato mai più. Solo Flora sapeva quanto quella affermazione fosse vera.
Giada l'accompagnò in bagno per farla lavare. Poi le mostrò il necessario da utilizzare. La ragazza nascose con veloci movimenti le ecchimosi al pube provocate dallo sfregamento contro la struttura di legno del lettino da spiaggia.
Flora si sentiva tornata bambina piccola e rimase assolutamente passiva mentre era di fronte alla donna. Mille volte le arrivò sulla punta della lingua la frase iniziale per raccontarle l'accaduto. Mille volte si morse la lingua per tacere. Una volta tanto Giada sembrava interessarsi a lei e come poteva rovinarle un momento così felice? Poi arrivò Maurizio e disse che si doveva organizzare una festa. Flora non aveva niente da festeggiare. Anzi, in parte era morta la sera precedente.
Perse un po' di sangue per altri due o tre giorni, poi piano piano tutto tornò alla normalità, almeno sul piano fisico.
Dopo quella sera Flora non rivide mai più il suo stupratore e oggi neppure ricorda come si chiama. Della violenza non raccontò né ai suoi tutori, né alle sue amiche. Bruciavano come scottature provocate dai carboni ardenti sia il senso di colpa nei confronti di se stessa, sia la vergogna per la propria ingenuità.
Trascorso un po' di tempo, Flora cominciò a cancellare il ricordo. Inizialmente scacciava il pensiero per non sentire lo stomaco rimescolare i succhi gastrici. Poi, piano piano, iniziò a dimenticare i dettagli peggiori legati al dolore fisico, fino a giungere a una quasi completa rimozione dello stupro.
Non dimenticò il rapporto sessuale avvenuto, però ne attenuò gli effetti emotivi su se stessa. Preferì autoconvincersi di essere una colpevole tentarice piuttosto che vittima stupidamente ingenua.
Certi eventi però non si dimenticano davvero: semplicemente si assopiscono, pronti ad essere destati da una parola, una melodia, una sensazione tattile, un profumo, o un sapore come le famose "Madeleine" di Marcel Proust. Così il ricordo di Flora uscì dall'oblio a sedici anni, quando un nuovo orco incrociò la sua strada, facendola ripiombare in un incubo apparantemente senza fine.

*****

Prima di uscire dal bagno Flora sospira e apre la porta. Nadia è fuori che l'aspetta.
- Devi farti vedere da un medico - la rimprovera.
Ha lo sguardo serio e le braccia conserte. Si preme così forte il seno che sembra rischiare di esplodere da un momento all'altro. Per sdrammatizzare, Flora le passa accanto infilandole due dita nella scollatura. Poi se le porta alla bocca e lecca la punta.
- È solo un po' di stanchezza acuita da questo caldo afoso. Appena andrai via farò una doccia e starò meglio.
- Mi cacci Flora? Entro in doccia con te, se vuoi!
- Assolutamente no. Hai detto tu di avere fretta. Andiamo fuori, che forse si muove un po' d'aria. Voglio finire il racconto.
- Ai tuoi ordini. Promettimi che ti curi».
Uscite sul terrazzo le donne si siedono, e finiscono il vino con estratto di mandragora avanzato nei bicchieri. Flora massaggia la tempia dolente.
- Siamo rimaste che Marianna entrò nel monastero di santa Margherita a Monza. - esclama Nadia controllando l'orologio - Hai cinque minuti, poi me ne vado e tu giuri di andare da un medico.
- Sì, come vuoi. Stavo dicendo che secondo la cronaca del tempo, Monza era un borgo di 5630 anime, settantasei sacerdoti, sei conventi maschili e cinque monasteri femminili.
- Caspita! Una bella media di religiosi! - interrompe l'amica.
- Zitta, hai detto che abbiamo fretta - taglia corto Flora - I De Leyva erano i feudatari. Questo assicurò a Marianna un prestigio indiscusso e, di conseguenza, una posizione di privilegio e assoluto rispetto, anche tra le mura del convento.
- Ecco perché suo padre, don Martino De Leyva, ha potuto fare il furbo e non versare la dote pattuita al monastero.
Flora è assente col capo, sente che c'è ancora qualcosa che non va. Prosegue rapidamente: - Secondo il Manzoni il padre della fanciulla non desiderava che sua figlia fosse infelice, ma semplicemente che diventasse monaca.
- Quindi deve avere tenuto conto di questo nella scelta del monastero in cui sistemare la figlia.
- Proprio così. Deve aver giudicato quello di Monza il luogo più adatto, in modo che il prestigio della famiglia fosse rispettato e onorato. Don Martino per l'educazione di Marianna scelse precettori che le inculcarono il prestigio che lei, in qualità di madre badessa, avrebbe esercitato in monastero. Così alimentò nell'animo della fanciulla l'orgoglio di casta e la fierezza di carattere. Per lei il monastero non era la casa del Signore, bensì il feudo su cui avrebbe regnato.
- Miodio. Niente di più lontano da ciò che è l'essenza intrinseca della vita religiosa, nonché della stessa vita cristiana. - Nadia è visibilmente turbata.
- Nel monastero di santa Margherita il 15 marzo 1589, all'età di tredici anni, nel pieno rispetto delle norme canoniche che ponevano come limite minimo per la vestizione il dodicesimo anno, Marianna vestì l'abito religioso e iniziò il noviziato. Scelse il nome di suor Virginia Maria, in ricordo della madre morta.
Mentre pronuncia queste frasi Flora ripensa alla sua, la dolce mamma Anna improvvisamente sottratta alla sua spensieratezza di bambina felice.

martedì 23 febbraio 2010

Marianna de Leyva, una bambina speciale

Monza, 12 giugno 2001


È pomeriggio e Flora ha trascorso la mattinata nell'archivio storico di Monza. Nel taccuino rosso già sgualcito ha trascritto un po' di appunti e ora è sul terrazzo di casa ad aspettare l'arrivo di Nadia. Sprofondata nel cuscino della sedia di midollino sorseggia un bicchiere di vino e mandragora. Annusa l'aria e a malincuore sa che nemmeno oggi cadrà la pioggia. L'afa opprimente le fa rimpiangere la frescura marzolina, ma il tempo non torna indietro mai, solo nei ricordi piantati nel cervello come chiodi acuminati.
Nell'attesa rilegge rapidamente le poche frasi annotate durante l'incontro del giorno precedente con suor Angela Barni del convento di santa Margherita. Il dialogo è stato interrotto per colpa del suo malore: quel dannato crocifisso rosso che tanto l'ha atterrita da adolescente la sta perseguitando anche nel presente. Un incubo dal quale fatica a prendere le distanze.
Le duole ancora la tempia battuta durante lo svenimento. Il ghiaccio ha evitato il gonfiore, ma il dolore permane e anche il livido bluastro.
Domani tornerà al convento: suor Angela ha promesso di lasciarla sola nel chiostro, praticamente tutto ciò che resta dell'antico convento che fu dimora della Signora di Monza.
- Mi sono spesso chiesta se a determinare la triste esistenza di suor Virginia non influì, almeno in parte, la sua condizione storica e sociale - aveva detto suor Angela parlando della Monaca di Monza, dopo che Flora si era ripresa dal malore. Si erano salutate dandosi appuntamento due giorni dopo, per consentire a Flora di rimettersi in salute.
Suona il citofono: finalmente è Nadia. Flora la riconosce subito per la cascata di capelli ricci e l'abbigliamento sempre casual in maglietta aderente e jeans neri.
- Sali, sei in ritardo - le dice al citofono aprendo il cancello. Intanto versa l'estratto di mandragora in due bicchieri di vetro azzurro e li appoggia sul tavolo sopra al vassoio. Nadia la raggiunge sul terrazzo: nonostante il viso teso per qualche preoccupazione è più bella che mai e il suo profumo riempie le narici dell'amica.
- Scusa Flora, oggi sono io a non avere molto tempo da dedicarti. Sto lavorando a un progetto che devo finire al più presto.
Nadia le siede vicino e beve un sorso della bevanda speciale preparata per l'occasione. Una goccia fredda le cade nella scollatura, ricoprendo di brividi la pelle nuda della scollatura. Flora distoglie lo sguardo: "Non è il momento" pensa.
- D'accordo, sarò breve. Parlerò dell'infanzia della Monaca di Monza - dice mentre apre la prima pagina del taccuino e ripassa rapidamente gli appunti.
- Marianna nacque nel 1575 da don Martino De Leyva e da donna Virginia Marino, che all’epoca del matrimonio aveva ventisei anni ed era già vedova del conte Ercole Pio di Savoia con cinque figli. Una situazione difficile anche per una nobildonna ancora giovane e piacente.
- Di che cosa si occupava il padre di Marianna? - domanda Nadia arrotolando un riccio scuro sulle dita.
- Don Martino era il secondogenito di Luigi, che apparteneva a un'illustre famiglia spagnola salita a gran fama grazie al padre Antonio, grande comandante militare. Come figlio cadetto Martino si dedicò alla carriera delle armi sotto le bandiere del re cattolico. Combatté a Granada. Poi nel 1571 partecipò alla cruenta battaglia di Lepanto, che vide la flotta della Santa Lega cristiana, comandata don Giovanni d'Austria, vincere sulla flotta ottomana. Poco più che ventenne don Martino ottenne il comando di una compagnia di lance a Milano. Nel 1574 era ad Alessandria con le sue truppe ma per lui era ormai tempo di puntare a nomine di prestigio.
- Fu un vero condottiero. Era stanco di combattere? - chiede Nadia.
- No, avido di potere. Per puntare in alto aveva bisogno di parecchi soldi.
- Non guadagnava abbastanza in guerra?
- Voleva una montagna di soldi facili! - Flora ride. - Così proprio nel 1574, a ventisei anni, incontrò donna Virginia Maria Marino, figlia dell'uomo più ricco di Milano, il banchiere Marino. La sposò in fretta: il 15 dicembre dello stesso anno. Per don Martino questo matrimonio fu pieno di interessanti risvolti economici. Come detto, donna Virginia era figlia, nonché erede, del banchiere Tommaso Marino.
- Il proprietario di palazzo Marino?
- Sì, l'attuale palazzo comunale. Donna Virginia era vedova del primo marito dal 1572, data di morte anche del padre. Era tornata a Milano a occuparsi dell'eredità lasciando i cinque figli a Sassuolo in cura a uno zio.
- Vedova, giovane, straricca e pure libera dai figli... don Martino De Leyva aveva davvero fiuto!
Nadia incrocia le braccia dietro la nuca e si stira soddisfatta. Flora guarda quel magnifico busto e sospira scherzosamente, certa di essere notata dall'amica.
- Ricomponiti... - Flora dà un leggero colpo al gomito dell'amica per farla ondeggiare sulla sedia. La bella mora si accarezza con voluttà i seni e fa una smorfia beffarda. Flora si succhia la lingua e torna seria controllando gli appunti.
- Gli accordi matrimoniali tra i due stabilirono che donna Virginia avrebbe portato in dote 50 mila scudi. In realtà questa cifra non fu data al neo sposo in contanti, bensì commutati nel possesso di buona parte di palazzo Marino. In pratica una quota di valore equivalente se non addirittura superiore alla cifra pattuita.
- Direi un affarone coi fiocchi.
Flora annuisce: - Questo accordo consentì a don Martino di poter aspirare a cariche di prestigio, cosa per la quale anche nel Cinquecento erano necessari molti soldi.
- Certe cose non cambiano mai.
- La coppia con Marianna bambina abitò per un po' a palazzo Marino. Come ti dicevo, don Martino, il padre di Marianna, futura Monaca di Monza, era il secondogenito di don Luigi e di donna Marianna de la Cueva, principi d'Ascoli. Per eredità diventò quindi Signore di Monza.
- Come mai? - domanda Nadia.
- Il nonno Antonio De Leyva, che fu il primo governatore spagnolo di Milano a partire dal 1535, aveva ottenuto nel 1529 la città di Monza in feudo per sé e i propri discendenti.
- Cosa aveva fatto per meritarsi tanto? Un bel matrimonio di interessi anche lui? - chiede polemica Nadia.
- No, ritrai le unghie! Fu grazie a meriti militari resi al duca Francesco Sforza. La famiglia mantenne questo titolo fino al 1648.
- Caspita, più di cento anni. Di quale battaglia si trattò? - Nadia è assetata di notizie storiche.
Flora sorride. Le piace andare a fondo nelle cose condite da un pizzico di erotismo.
- L'hai voluto tu, ora snocciolo un po' di date, ma lo faccio a modo mio, perché ti voglio bene e non mi va di annoiarti.
Appoggia i gomiti sul tavolo bianco e si protende in avanti con l'intero busto. Afferra l'indice dell'amica e se lo porta alla bocca. Lo appoggia sulle labbra, leccandone maliziosamente la punta. Nadia la guarda con gli occhi scuri che pian piano si accendono di desiderio.
- Nel 1521, alla nomina di Francesco II Sforza, figlio del Moro, da parte dell'Imperatore Carlo V i francesi furono cacciati dal territorio lombardo. Nel 1525 il re di Francia Francesco I conquistò Milano senza colpo ferire. Il re sapeva bene però che senza la presa della roccaforte imperiale di Pavia, difesa dalla guarnigione comandata da Antonio de Leyva, la sua vittoria non poteva dirsi completa. Decise quindi di porre l'assedio alla città.
Una pausa. Massaggia lentamente le dita di Nadia, che non toglie gli occhi piantati in quelli di Flora. Le sorride, un'altra leccata tra il dito medio e l'indice, poi riprende il racconto.
- Nel 1526 i rinforzi imperiali guidati da Carlo de Lannoy, viceré di Napoli, e dal Conestabile di Borbone, diedero battaglia all'esercito assediante, di cui, oltre ai francesi, facevano parte anche gli alleati svizzeri, i lanzichenecchi di Montmorency e le forze italiane del capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere.
Nadia non ha ascoltato una parola, rapita dalle inaspettate avance: - La cosa si complica parecchio. Ma non mi sono pentita di averti chiesto i dettagli.
- Un attimo ancora di pazienza, Nadia, ho quasi finito l'antefatto - Flora ride, adora la sincerità dell'amica. Prosegue accelerando la parlata e le carezze alle dita. - Il re francese guidò personalmente l'assalto della sua cavalleria, ma questa si trovò circondata dalla fanteria imperiale che la massacrò. La battaglia fu durissima. Pensa ai corpi dei guerrieri in cotta di maglia che giacciono a terra mutilati e ridotti a un ammasso di carne martoriata e sanguinolenta.
- Immagino che tu ne abbia un'idea più precisa della mia - ammicca Nadia.
Flora le strizza un occhio e prosegue il racconto storico: - Mentre la celeberrima fanteria svizzera fuggiva, il re Francesco I fu fatto prigioniero. Nel 1529 il Duca d'Urbino, capitano della lega anti imperiale, costrinse Antonio de Leyva a evacuare il Novarese, mentre le forze francesi si spingevano fino a Mortara e Vigevano. Sempre nel 1529 Antonio de Leyva divenne Signore di Monza.
- Mi hai confuso abbastanza le idee - Nadia ritrae la mano tenuta ostaggio dello scherzo erotico di Flora. Ha le guance avvampate - Ora che mi hai mandato su di giri per tenermi tranquilla, dimmi della nostra bella monaca.
- D'accordo, veniamo a Marianna.
Flora sfoglia le pagine del taccuino finché giunge a una piegata all'angolo. Sa bene a che cosa sta pensando la sua ex compagna di liceo. Certi giochi infiammano e portano pericolosamente sul filo della perdizione. È come un equilibrismo sopra una fune sospesa a venti metri da terra senza rete né cavo di sicurezza. Per Flora però quei guizzi di piacere sono una droga da cui fatica a stare lontana. Soprattutto da quando è rimasta senza Giulio. Una piccola dose di giochi erotici presa ogni tanto la fa sentire viva dalla corteccia cerebrale al plesso solare.
- Prima e unica figlia della coppia, Marianna nacque l’anno successivo al matrimonio: appunto nel 1575. Ma la sua vita fu da subito sfortunata: la madre morì di peste quando Marianna aveva circa un anno.
- Quindi la poveretta è defunta a ventisette anni, lasciando in totale sei figli? Povera donna.
- Era però una madre previdente e volle tutelare almeno due dei sei figli. Prima di morire fece testamento a favore di Marianna e Marco Pio, che era il maggiore dei cinque nati dal precedente matrimonio. Il marito, don Martino, doveva ricevere l'usufrutto della dote e un anello con una gemma di valore, forse l'anello nuziale.
- E gli altri quattro figli?
- Era consuetudine che l'eredità andasse solamente al primogenito, di solito al maschio, per non smembrare le proprietà e mantenere forte il nome nella discendenza. Però donna Virginia volle tutelare entrambi i primogeniti. Li lasciò quindi eredi al cinquanta per cento.
- Che fine hanno fatto i figli nati dal primo matrimonio?
- Ricomparirono al momento giusto. Morta la madre, il testamento fu immediatamente impugnato dalle sorelle di Marco Pio. Anche se qualche storico sostiene che fu lo stesso don Martino De Leyva a bloccare l'eredità. Fatto sta che fu chiesto un inventario completo dei beni. La causa riguardante l’eredità Marino proseguì per quattro anni, fino al 1580. In quell'anno il padre di Marianna accettò un compromesso con le sorelle di Marco Pio: di dodici parti dell’eredità, cinque andarono a Martino e alla figlia, sette ai figli di primo letto.
- Ma fu un furto nei confronti della piccola Marianna! - Nadia detesta le ingiustizie: è allegra e ben disposta verso la gente, persino troppo. Nella vita ha avuto brutte sorprese da persone credute amiche e che invece l'hanno pugnalata alle spalle.
Un inverno portò a casa un barbone trovato infreddolito nell'androne di un vecchio palazzo. Lo rifocillò e gli fece fare un bagno. Parlarono un po', poi l'uomo, un francese sulla quarantina, le mostrò una brutta ferita a un polpaccio rimediata, a suo dire, durante il furto delle scarpe un paio di notti prima. Nadia si commosse. Corse fuori casa e per acquistare pomate, antibiotici e tutto il necessario per una medicazione semi professionale. Si fermò in un negozio di scarpe e prese pesanti scarponi antigelo. Gli comprò anche un giubbotto col pelo, guanti e cappello. Tornò a casa carica e felice. Trovò la porta d'ingresso appena socchiusa. L'appartamento era deserto. Il francese se n'era andato portandosi via il televisore, il computer portatile e un crocifisso d'oro che la nonna le aveva regalato al battesimo e che teneva appeso vicino all'ingresso come portafortuna.
- Don Martino de Leyva accettò il compromesso con i figli di primo letto della moglie perché forse aveva fretta, voleva lasciare Milano per seguire altre campagne militari. La famiglia de Leyva non era certo in ristrettezze. Secondo un documento del 25 luglio 1580 il bilancio delle entrate milanesi di Martino e figlia ammontava a oltre 9 mila lire l’anno. Si trattava delle rendite milanesi derivanti dalla dogana e dalla mercanzia. C’erano poi le tenute di Mirabello e della Torrazza, le rendite della contea di Monza, il dazio dell’imbottato. La contea di Monza era un’entrata dei de Leyva che turnavano tra loro fratelli ogni due anni.
- Cos'era il dazio dell'imbottato?
- Una tassa comunale che dava diritto di "imbottare li grani et vini".
Il viso di Nadia si illumina con un grande sorriso: - Già, mettere nella botte...
Flora annuisce: - Nonostante i ricchi introiti, il padre non era soddisfatto. Secondo il racconto del Manzoni, Gertrude è destinata al chiostro fin dalla nascita. Ma questo non sembra essere stato il reale destino iniziale di Marianna. La prova è una lettera del padre del 1586. Don Martino scrive della dote di Marianna riguardo a un eventuale matrimonio, che dovrebbe ammontare a 7 mila ducati, pari a 33.860 lire imperiali. Una somma davvero consistente.
- Che cosa successe, allora, per far cambiare idea al padre e convincerlo a sbatterla in convento quando era ancora una bambina?
- Probabilmente il cambiamento di prospettiva avvenne nel 1588, quando il padre si risposò a Valenza con una nobildonna spagnola, Anna Viquez De Moncada, allontanandosi così definitivamente da Milano. Grazie a questo importante matrimonio Martino ottenne la carica di Maestro di Campo generale della cavalleria e della gente d’armi del regno di Napoli. Ovviamente Marianna, alla vigilia delle nuove nozze, diventò scomoda per don Martino.
- Si dava da fare! Marianna aveva più o meno tredici anni quando il padre si risposò?
- Per l'epoca anche questa era una prassi normale. Anzi, era rimasto vedovo piuttosto a lungo, circa dodici anni.
- Si vede che aspettava una vedova danarosa o una giovinetta con ricca dote.
- Più probabilmente era in battaglia. Su questo posso fare solamente congetture. Devo attenermi ai documenti. Dal secondo matrimonio nacquero poi tre figli maschi: Luigi, Antonio e Gerolamo, che lo seguirono nella carriera militare e, dopo la morte di don Martino cinquantenne nel 1599, condivisero con la sorellastra monaca l'autorità nel feudo di Monza, a rotazione biennale. La tendenza a monacare le figlie fu attuata comunque anche nei confronti dell’unica figlia spagnola, Adriana. Le altre due figlie nate dalla seconda moglie, Maddalena e Giovanna, morirono all’età di 11 e 8 anni.
- I maschi in guerra e le femmine in convento o sottoterra... bella prospettiva davvero!
- Eravamo rimasti a quando Marianna per il padre era diventata un peso per la sua nuova situazione familiare, ma soprattutto per le sue mire di carriera e… pecuniarie. Quei soldi gli servivano tutti. Altro che la dote per la figlia! Ecco allora la decisione di destinarla al chiostro.
Nadia beve un altro sorso di vino e mandragora e un'altra goccia cade dritto dritto nella profonda fessura tra i seni. Si asciuga con le dita. Poi guarda Flora e, col suo bel sorriso, aggiunge maliziosa: - O forse volevi leccarmela tu?
Flora ride. Adora queste chiacchierate con Nadia, spezzando con queste pause frizzanti. Se solo potesse dimenticare per un momento chi è e qual è il suo ruolo di moglie e madre, non ci metterebbe più di una frazione di secondo a dare seguito all'istinto bestiale di afferrare quella prorompente offerta tondeggiante e soda. Un attimo di distrazione e le sue mani affonderebbero come artigli di un rapace. Ben ricorda la consistenza morbida e compatta allo stesso tempo, la pelle liscia e tesa, il tepore e il sapore di quella pelle olivastra.
Un istante per ritornare coi piedi per terra.
- In realtà - prosegue Flora - per entrare in convento era necessaria una somma. Quindi Marianna andò a Monza con una dote di 6 mila lire imperiali. E se la matematica mi dà ragione, l’ulteriore furto pecuniario perpetrato dal padre ai danni della figlia fu dunque, apparentemente, di 27.860 lire.
- Ma non mi dire! Insomma, don Martino faceva la cresta dappertutto. Era proprio portato per la carriera politica! - Nadia abbandona la testa indietro e i ricci morbidi le inondano le spalle tornite.
Flora ride: Portatissimo, direi! In realtà il furto fu totale, perché don Martino in seguito non versò nemmeno quella cifra al notaio cui avrebbe, stando agli accordi, dovuto consegnarla in deposito.
- Anche truffatore!
- Concentriamoci ora su Mariana, che quindi entrò in monastero con una promessa di dote, ma “ereditando” in realtà solamente il nome della sua illustre casata. Anche il Manzoni, in Fermo e Lucia, fece amaramente dire a Geltrude: "…io non ho da essi ereditato che il nome”.
- Beh, avrebbero dovuto allora espellerla dal convento. Scusa, dovevano pure mantenerla? O era consuetudine anche quella di truffare monache e preti? Non c'era la sacra Inquisizione?
- No, l'inquisizione si occupava di altro. Il sant'Uffizio era l'attività svolta da tribunali ecclesiastici speciali nati con l'incarico di garantire l'unità della fede e reprimere l'eresia.
- Ho capito. Dimmi allora della sfiga di Marianna.
- Un punto fondamentale per fare luce sull'intera vicenda riguarda l’educazione religiosa ricevuta da Marianna.
- Intendi la famosa bambola vestita da monaca di cui parla Alessandro Manzoni?
- No - risponde Flora con un sorriso - quella è stata una felice invenzione letteraria.
- Che altro? Fu violentata da bambina?
- Nemmeno, ma non fu un'infanzia felice. La bambina trascorse i primi anni a palazzo Marino nella più totale assenza di affetti familiari. Morta la madre, fu affidata alle cure di una balia con la supervisione della zia paterna, donna Marianna De Leyva Soncino. Questa fu una donna terribile e di una religiosità assolutamente bigotta e autoritaria. Obbligò un figlio a diventare carmelitano e in punto di morte fece giurare al marito di abbandonare tutto e tutti per farsi frate cappuccino e andare in Marocco e Algeria a predicare il vangelo ai miscredenti. Era così bigotta che rifiutò di allevare direttamente la nipote. Dato che aveva solo figli maschi, non riteneva una cosa moralmente accettabile che Marianna, per quanto infante, crescesse in promiscuità con i suoi figli di sesso opposto.
Nadia guarda Flora a bocca spalancata: - Ma era pazza, una maniaca religiosa! E il marito davvero si fece frate cappuccino?
- Sì. È per questo che mi interessa capire quale fosse il tipo di religione insegnato a Marianna. Da bambina crebbe in un clima in cui religione e fede erano viste e vissute come una serie infinita di pratiche molto formali. Consuetudini e precetti morali e sociali si intrecciavano e influirono completamente su ogni cosa.
- Il suo rapporto con Dio dev'essere dunque stato freddo, impersonale e distanziato. Non le hanno insegnato l'amore di Cristo e per Cristo.
Flora annuisce. Adora quando Nadia coglie al volo le sfumature delle sue affermazioni.
- La ragion di stato, ovvero i doveri del censo, furono il cardine portante attorno al quale Marianna vide ruotare tutta l’esistenza della sua famiglia blasonata.
- Ho capito. Lo sviluppo della costruzione della coscienza religiosa di Marianna fu quindi instabile e influenzata dagli eventi che le capitarono».
- Questa è una tua congettura da cui prendo le distanze - Flora strizza nuovamente l'occhio a Nadia: - Io guardo i fatti. Ora però tolgo il cappello di ricercatrice e indosso quello di pettegola.
Si avvicina all'orecchio dell'amica come per sussurrare un segreto: - Posso quindi dire che Marianna de Leyva crebbe nello splendido isolamento di palazzo Marino, esteticamente magnifico, ma sola e in un clima familiare privo di calore umano, affidata a balie e precettori, forse anche a qualche educandato, senza mai sperimentare la gioia e il calore di un rapporto affettivo autentico. Penso che questa carenza ebbe profonde conseguenze sia nel suo rapporto amoroso con Gian Paolo Osio, sia nel suo rapporto materno con Francesca, la figlia avuta dall'Osio».
- La Monaca di Monza ha avuto una figlia?
Flora si porta l'indice alla bocca, e le indica di fare silenzio: - Sì, ma non voglio fare salti in avanti. Marianna visse l'infanzia a cavallo tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, in un ambiente fortemente filo ispanico, dove regnava l'atmosfera rigida e inflessibile della Controriforma cattolica. Questo deve aver sicuramente influito sul tipo di educazione religiosa ricevuta dalla bambina.
- Ma se inizialmente Marianna era destinata al matrimonio, non può aver ricevuto quell'educazione di preparazione alla vita monastica narrata dal Manzoni?
- Non è da escludere la possibilità che la sua educazione sia stata affiancata da una altrettanto scrupolosa finalizzata al chiostro. Non dimenticare infatti la presenza a palazzo Marino della religiosissima, terribile zia, piena di fobie religiose.
- Una strega!
- No. Non fu una strega - risponde seccamente Flora e il suo pensiero corre a torture, grida, carni straziate di innocenti finite poi sul patibolo. Sacerdoti assassini in nome di un'idea sbagliata di Dio. La tempia duole un pochino, un leggero massaggio e riprende il discorso.
- Furono cause economiche e sentimentali, aggiunte alle ambizioni di fare carriera militare quelle che spinsero il padre di Marianna a votarla al chiostro, nell'intento di liberarsi senza troppa spesa di una figlia divenuta scomoda.
- Senza alcuna spesa, vorrai dire.
- Sì, il puro calcolo, privo di ogni aspetto religioso, spinse perciò don Martino a indirizzare la figlia verso la vocazione monastica. La semplice obbedienza ai voleri del padre portò la tredicenne Marianna a varcare la soglia claustrale e a divenire, poi, monaca per sempre.
- Tredici anni? Era una bambina.
Una bambina di tredici e una di dodici anni. Che differenza fa? Una in monastero, l'altra tra le grinfie di un orco. Flora ha un forte capogiro: - Scusa Nadia, devo andare un attimo in bagno.