Monza, primo pomeriggio del 20 giugno 2001
Ogni giorno a quest'ora Giulio apriva la porta di casa. Raramente tale abitudine subiva variazioni. Il suo rientro rappresentava una certezza: poteva diluviare come in una foresta pluviale o il sole infiammare rabbiosamente le carrozzerie delle auto; le nubi potevano essere basse e pesanti come l'uggioso autunno londinese, oppure la neve adagiarsi morbida e lenta sulla città come lo zucchero a velo accoccolato sulle chiacchiere di carnevale. Giulio ogni giorno compariva sulla soglia di casa spettinato, col casco in mano e il giubbotto da motociclista già aperto sul davanti per guadagnare tempo. A volte era zuppo di pioggia, altre infreddolito, altre ancora accaldato come se fosse appena uscito da un bagno turco. Però era sempre lui invariabilmente.
Dopo pochi passi in casa, Giulio appoggiava le chiavi della moto nel vuota tasche e lasciava il moderno elmo sulla sedia dell'ingresso, spesso asciugandolo con una pezza. Tintinnio scoccato da incontri metallici seguito dal tonfo ovattato sulla seduta di legno, fruscio del cotone sulla fibra di carbonio.
Piccole azioni meccaniche, rumori consueti, profumi e odori familiari: tanti minuscoli dettagli che, messi assieme o pescati dalla memoria uno alla volta, compongono l'essenza di una presenza indispensabile, divenuta mancanza straziante di una persona che ora non è più.
Quando la consuetudine del rito quotidiano semplice ma costante cessa all'improvviso per una fatalità, lascia un vuoto paragonabile all'amputazione di un arto. La sensazione è quella: come se la vita diventasse monca. Dopo accade che sempre, in ogni istante della giornata, in ciascuna azione e persino in tutti i pensieri si faccia largo la sensazione tattile dell'assoluta mancanza di una parte di sé creduta essenziale eppure data per scontata. Chi mai si accorge della preziosità della mano mancina finché questa non viene a mancare? Fino a un attimo prima era al suo posto, pronta a funzionare a dovere ogni qual volta ve n'era la necessità, senza mai apparire in primo piano, eppure essenziale nella sua compresenza da attrice non protagonista. Eppure basta una piccola ferita, una storta, una slogatura per accorgersi che quella consuetudine data per scontata si trasforma in mancanza insostituibile. E non solo fisica, soprattutto psicologica. E Giulio non era l'arto sinistro, per Flora era ed è molto di più: è entrambe le mani, l'intero cuore e persino il centro propulsore delle sue idee. L'assenza del suo uomo le ha portato via arti, sentimenti e neuroni. Ora le resta quel poco che basta per proseguire una vita dignitosa e occuparsi di loro figlia. E sperare sempre e comunque che qualcosa accada per cambiare la sorte o almeno per colmare quell'abisso in cui si sente precipitata.
Nadia apparecchia la tavola sulla terrazza ombreggiata mentre Flora si adombra di ricordi. Fantastica che alle loro risa spensierate si possa aggiungere proprio in quel momento la calda presenza di Giulio. Forse lui avrebbe provato fitte acute di dolorosa gelosia notando il bel rapporto di amicizia instaurato di nuovo tra le ex compagne di liceo. Flora gli avrebbe spiegato che si tratta solo di un appiglio prezioso a cui si è aggrappata per non sprofondare nella solitudine disperata.
Conoscendolo, Flora sa che a lei avrebbe accordato piena fiducia, ma non a Nadia, dichiaratamente lesbica. Giulio ha sempre desiderato Flora tutta per sé: compagna, amica, amante senza interferenze esterne. Il suo desiderio per lei è stato talmente totalizzante da avergli impedito di avere altre donne. Non gli sono mancate le occasioni, bensì la volontà: Flora era il centro propulsore e accentratore dei suoi desideri. Mai alcuna sbandata, nessuna avventura extra coniugale. Una fedeltà non ricercata, ma semplicemente vissuta profondamente, al punto da sentirsi quasi imbarazzato durante le bevute di birra con i colleghi quando tutti raccontavano le proprie scappatelle mentre lui non aveva alcuna trasgressione da condividere.
Una volta Giulio partecipò a una festa di addio al celibato di un collega. Nel privèe si materializzò una strepitosa bionda fasciata in una tuta leopardata, con orecchie a punta ed evocativi stivali di vernice nera alti fin sopra al ginocchio. A ritmo di musica assordante la sexy gattona, con studiate movenze sinuose e ammalianti, cominciò una danza strusciandosi prima sul palo lucido, poi facendo le fusa con il pubblico maschile: a cavalcioni sopra uno, baciando un altro, sbottonando la camicia di un altro ancora. L'atmosfera surriscaldata da birra e super alcolici e la voglia di trasgressione trasformarono i più esagitati in irrefrenabili lupi bramosi di sesso. La ragazza ci sapeva fare: riusciva a dosare perfettamente la provocazione bloccando con fermezza gli atteggiamenti eccessivi.
Sotto lo sguardo vigile di un paio di buttafuori, la pantera salì sul tavolo e iniziò un rapido spogliarello salvando solo un minuscolo duepezzi e gli stivali. Si mise carponi e invitò il festeggiato a raggiungerla. Il giovane, ubriaco, si posizionò dietro di lei e simulò un amplesso tenendola ai fianchi. La ragazza sembrava gradire, così lui le tolse il reggiseno, lanciandolo agli amici come un trofeo di caccia. Il caldo spinse molti a mettersi a torso nudo e a roteare la camicia in aria. Cori da branchi famelici soverchiavano la musica già ad alto volume.
Giulio gustava la scena con divertente distacco, valutando i comportamenti dei colleghi con cui lavorava gomito a gomito. Constatava quanto il lato animalesco di un uomo soggiaccia sotto un sottile strato di apparente autocontrollo, pronto a esplodere in tutta la sua potente virilità non appena può togliere la maschera perbenista.
Alla fine giunse anche il suo turno: la sensuale felina gli si accomodò sulle ginocchia, porgendogli un piccolo fallo di gomma azzurro. Tra i presenti si levò un'ovazione e cominciò un martellante incitamento affinché il fortunato seguisse l'esplicito invito della ragazza. Nonostante la vampata di calore che gli fece grondare sudore dalla fronte, Giulio rifiutò con un sorriso imbarazzato, passando il testimone a qualcuno più audace di lui.
Al ritorno, raccontò a Flora l'esito della serata senza omettere alcun particolare. Alla precisa domanda negò di aver avuto un'erezione durante la stretta vicinanza con la provocatrice. Disse la pura verità.
"Care signore, sono qui davanti a voi!" avrebbe detto Giulio entrando dalla porta, mal celando l'imbarazzo. Flora e Nadia si sarebbero voltate accogliendolo con entusiasmo.
- Ma queste sono solo fantasie... - commenta Flora a voce alta, poi aggiunge: - Nadia, ho preparato un piatto di pasta fredda veloce, con mozzarelle di bufala freschissime, olive nere, pomodorini Pachino maturi e foglie di basilico innevate da pepe rosa... hai fame?
Nadia siede contenta. Flora rivede Giulio mentre annusa il basilico che adorava. Gli ricordava i profumi della campagna veneta che frequentava quand'era bambino, dove gli zii coltivavano ortaggi dal sapore unico, indimenticato.
- Sarà una pausa veloce - prosegue Flora - perché ho fretta.
- Come sempre... riassumiamo tutto.
Flora annuisce e inizia il racconto.
- Marianna De' Leyva, futura Signora di Monza, era figlia del conte don Martino De' Leyva e di donna Virginia Maria Marino, giovane vedova con cinque figli. Nel 1575 nacque Marianna che, dopo la morte della madre durante la peste del 1576, fu allevata da una zia affetta da grave mania religiosa. Don Martino si risposò in Spagna, mentre Marianna quindicenne entrò nel convento delle Umiliate Benedettine a Monza, dopo che il padre le aveva sottratto quasi tre quarti della cospicua eredità materna. Accanto al convento sorgeva la casa degli Osio, una famiglia di possidenti originaria del Bergamasco che, nonostante vantasse relazioni con l'aristocrazia lombarda, era anche famosa per le sue sopraffazioni. La vicinanza degli edifici favorì la tresca tra la monaca e Gian Paolo Osio.
Flora mangia rapidamente un paio di forchettate di pasta, senza quasi masticare: ha fretta di proseguire il racconto. La precede Nadia, che ha già metà piatto vuoto.
- Questa vicenda di amore e morte iniziò con un delitto. Gian Paolo, infatti, severamente rimproverato dalla monaca per una relazione sessuale con un'educanda, fu accusato dell'omicidio per vendetta di Giuseppe Molteno, agente dei de Leyva per l'amministrazione del feudo di Monza. La feudataria diede quindi ordine di arrestarlo.
Ora è il turno di Flora, che ha approfittato per vuotare il piatto.
- L'ordine di cattura fu revocato soltanto dopo l'intervento della superiora del convento che, cedendo alle pressioni della madre di Osio, impose a suor Virginia il provvedimento in nome dell'obbedienza. Nella primavera del 1598 Gian Paolo andò quindi al convento per ringraziare suor Virginia per l'atto di clemenza. Qui entrò in scena don Paolo Arrigone, curato della vicina chiesa di san Maurizio, che da tempo rivolgeva senza successo le sue attenzioni morbose alla potente monaca.
Mentre si alternano nel racconto, le amiche sono talmente affiatate da sembrare entrambe le ricercatrici.
- Questo prete - prosegue Flora - durante l'inizio della relazione scrisse per Osio lettere d'amore inviate alla donna. In una notte di giugno Virginia accettò di incontrare il giovane nel parlatorio del convento, alla presenza di altre due suore: Benedetta e Ottavia. Da quel momento Gian Paolo iniziò a inviarle doni e talismani magici, tanto che la monaca si convinse di essere vittima di un maleficio architettato dal parroco Arrigone. Ricorse persino a pratiche esorcistiche. Finché una notte di settembre, con la complicità di suor Benedetta e suor Ottavia, incontrò di nuovo Osio che la violentò. Non si videro per qualche tempo, poi gli incontri ripresero e la relazione durò ben nove anni. Nel convento le incursioni notturne di Gian Paolo vestito da monaca si alternarono a quelle di Virginia in casa Osio, aiutati dalla complicità di altre consorelle. I movimenti nel cuore della notte si complicarono col trascorrere del tempo. Osio intratteneva ogni tanto rapporti sessuali anche con suor Benedetta e suor Ottavia, mentre il prete Arrigone dedicava le sue turpi attenzioni a un'altra suora, Candida.
- Era un bordello, non un monastero! - esclama Nadia.
Le donne ridono e l'atmosfera torna completamente rilassata.
- Nel 1602 suor Virginia diede alla luce un bambino morto e due anni più tardi, nonostante i tentativi di abortire, partorì una bambina, chiamata Alma Francesca Margherita.
- Non è vera la leggenda della Monaca di Monza che gettava nel pozzo i bambini di Egidio? - domanda Nadia.
- No, anch'io da bambina avevo più volte sentito questa storia, ma è una menzogna popolare. La bambina sopravvisse e fu allevata dal padre, che la riconobbe legalmente come sua. Fu anche portata più volte in convento dalla madre, ma era tanto brutta che la monaca, vedendola, piangeva lacrime di sconforto.
Flora fa una smorfia. "È impossibile" pensa, "che una mamma possa provare tanto disgusto per la sua stessa bambina. Il pensiero corre ai capelli biondi di Dora, al suo sguardo infinitamente dolce e innocente, alle sue espressioni infantili che le inondano il cuore di tenerezza.
- Che successe? - domanda Nadia sbucciando una pesca matura.
- La situazione precipitò quando la giovane conversa Caterina, figlia di un contadino di Meda, litigò con suor Virginia. Era addetta al suo servizio e sapeva tante cose. Così, pochi giorni prima del capitolare del 1606, minacciò di riferire a monsignor Pietro Barca della curia milanese quanto parecchi ormai sapevano, dentro e fuori le mura del convento.
- Uhm... spiegati meglio. Cos'è un capitolare e chi era questo Barca?
- Nel corso del capitolare si sarebbe dovuta eleggere la nuova superiora, carica alla quale suor Virginia aspirava. Pietro Barca era atteso al monastero per quella circostanza.
- Così va meglio - commenta Nadia - quindi sarebbe arrivato in convento un alto prelato esterno al feudo... e quale occasione migliore per sputtanare la bella monaca? Quindi un ricatto bello e buono.
- Sì, ma suor Virginia non era stupida e corse ai ripari in anticipo. Caterina fu imprigionata con il consenso del confessore del convento dopo una scenata a una monaca di famiglia aristocratica. La notte tra il 28 e il 29 luglio la conversa ventitreenne fu uccisa da Osio con un piede di bicocca.
- Cos'è la bicocca? - domanda Nadia mentre finisce di sparecchiare.
- Era il pezzo di legno e ferro che costituiva l'asse centrale dell'arcolaio. L'omicidio avvenne alla presenza di cinque monache. Il cadavere fu prima occultato in un pollaio e, la notte seguente, trasportato in casa Osio, dove fu decapitato. La testa fu ritrovata solamente a processo iniziato in un pozzo nei pressi di Velate e sepolta nella proprietà di Gian Paolo.
- Porca miseria! Un assassino, cinque testimoni suore e la complicità della feudataria. Ma come hanno fatto a portare fuori dal convento il cadavere di Caterina? - domanda incredula Nadia. Ha iniziato a prendere appunti con la biro sul tovagliolo di carta.
Flora le sorride, sembra una giornalista all'opera. È meraviglioso vedere Nadia così coinvolta nella discussione.
- Avevano aperto una breccia nel muro per far credere che la conversa, nota per la sua scarsa vocazione, fosse fuggita.
- Ma le voci continuarono... - commenta Nadia preparando la caffettiera.
- Osio - prosegue Flora rimanendo seduta a tavola - temendo di essere stato visto mentre, con l'aiuto di suor Benedetta, trasportava il cadavere di Caterina in casa propria, diede ordine a un bravo di uccidere il fabbro Cesare Ferrari, che aveva contraffatto per lui le chiavi del convento. Pensa, pare ne avesse fatte cinquanta copie, perché spesso suor Virginia, dopo gli incontri con l'amante, in preda al rimorso le gettava nel pozzo!
- Un altro testimone, quindi, ma stavolta fatto fuori. Che altro successe?
- Il testimone più pericoloso per i due amanti restava lo speziale Rainerio Roncino, fornitore del convento, che aveva preparato svariati intrugli per far abortire suor Virginia. Osio ordinò di ucciderlo, ma l'archibugiata del bravo non raggiunse il bersaglio. Dopo l'attentato cominciarono le indagini da parte dell'autorità civile e don Pedro Enrìquez de Aáevedo conte de Fuentes, governatore spagnolo di Milano, fece arrestare e imprigionare Osio a Pavia durante il carnevale del 1607.
- A Pavia? Che ci faceva là, Osio?
- Pare fosse fuggito. Iniziarono quindi anche le indagini dell'autorità religiosa, intensificate dopo la fuga a ottobre dal carcere di Pavia di Gian Paolo che, ancora grazie alla complicità delle monache, riuscì finalmente a chiudere la bocca allo speziale. Con la scusa di un medicinale per suor Virginia Rainerio Roncino fu convinto ad aprire di notte la porta della sua bottega, cosicché il sicario poté sparargli: stavolta fu un colpo a bruciapelo. Ricercato, Osio si rifugiò nel convento, ma il mattino del 25 novembre suor Virginia fu arrestata dal vicario criminale della curia e trasferita a viva forza nel monastero milanese delle Benedettine di sant'Ulderico, dette monache del Bocchetto, dopo che aveva tentato di scagliarsi armata di spada contro il prelato e i suoi uomini.
- Che bel temperamento da virago! - esclama Nadia ridendo. Ha reclinato il capo da un lato e la cascata di ricci scuri le copre parte del petto pieno e sodo.
Flora fa l'occhiolino all'amica e riprende il racconto.
- Il 27 novembre iniziò l'istruttoria con l'interrogatorio delle monache del convento di santa Margherita da parte del vicario criminale Gerolamo Saracino.
- Quindi erano trascorsi quattro mesi dall'omicidio della conversa Caterina e ancora non era stata ritrovata la testa decapitata di Caterina... - commenta l'amica.
La ricercatrice annuisce: - Neppure il cadavere! Intanto iniziò l'interrogatorio dei primi testimoni. Il 29 novembre suor Benedetta e suor Ottavia furono convinte da Osio, uscito dal convento col loro aiuto dopo l'arresto di suor Virginia, a fuggire con lui. Ma la faccenda sfuggì letteralmente di mano.
Flora cambia tono. L'entusiasmo che fino a poco prima aveva arricchito l'enfasi del suo racconto, lascia ora spazio a una certa malinconia, quasi le dispiacesse che la vicenda avesse preso una brutta piega davvero irrecuperabile. Ripensa solo per un attimo allo straordinario incontro avuto con suor Virginia Maria nel convento di santa Margherita. Non aveva potuto vederla in volto, ma lo immaginava ancora bello, con uno sguardo intenso, fiero nonostante tutto, eppure duramente provato dalla tragedia che travolse la sua esistenza.
Riprende il racconto: - Durante la fuga Osio buttò suor Ottavia nel Lambro e cercò di finirla colpendola alla testa con il calcio dell'archibugio che, per la violenza dei colpi, si staccò dalla canna. La donna, che riportò gravissime ferite, per salvarsi si finse morta e poche ore dopo fu soccorsa da un contadino sulle rive del fiume. Ottavia fece appena in tempo a deporre prima di morire il 26 dicembre 1607.
- Mio Dio! - esclama stupita Nadia, che ancora non conosceva l'epilogo dei personaggi - ma era necessario quel massacro? E l'altra suora, fu uccisa anche lei?
- No, le andò meglio. Il 2 dicembre suor Benedetta fu ritrovata viva, anche se aveva una gamba fratturata. Giaceva in un pozzo vicino a Velate, dove era stata gettata due giorni prima dall'Osio che aveva cercato poi di finirla a colpi di pietra. Questo fu un altro imperdonabile errore. Pochi giorni dopo nello stesso pozzo le autorità civili impegnate nella caccia all'assassino ritrovarono il cranio della conversa.
- Manca un altro testimone chiave: il prete Paolo Arrigone. Lo arrestarono, no? - chiede Nadia servendo il caffè nero nelle ampie tazze colorate.
- Sì, il 7 dicembre per iniziativa di Teodoro Osio, fratello di Gian Paolo, probabilmente nella speranza di alleggerire la sua posizione. Il 13 dicembre furono ritrovati i resti della conversa nella proprietà di Monza degli Osio. Il 19 dicembre il senato di Milano ordinò la confisca dei beni della famiglia bergamasca. Fu anche una mossa per costringere Gian Paolo, che era latitante, a tornare nel Milanese. La proprietà vicina al convento fu messa al sacco dai soldati spagnoli e il 20 Gian Paolo scrisse al cardinale Federigo Borromeo, cercando di dare la colpa dell'accaduto alle due suore che aveva cercato di uccidere e ai sacerdoti che, in quegli anni, avevano avuto rapporti con il convento.
- Una serie impressionante di colpi di scena, mia cara, - commenta Nadia mescolando un cucchiaino raso di zucchero di canna nel caffè.
Flora vuota in un sorso la sua tazzina arancione.
- Il 22 dicembre iniziò l'interrogatorio della Signora di Monza.
- Il 22 dicembre? - domanda l'amica - Ma non l'avevano arrestata un mese prima? La macchina giudiziaria andava già così a rilento?
- Hai ragione, suor Virginia fu arrestata il 25 novembre. Pare che il ritardo fosse dovuto al suo atteggiamento: nei primi giorni di prigionia aveva tentato più volte il suicidio. E poi il cardinale Federigo Borromeo fu costretto a procedere con estrema cautela nei confronti di un membro di una potentissima famiglia aristocratica, pur essendo pungolato dalle autorità spagnole impegnate nella caccia a Gian Paolo.
Nadia annuisce: - Ora ci vuole un ammazzacaffè per far fronte a questa storia. Mentre racconti, Flora, preparo per tutti una bella coppa di gelato fragola, cocco e cioccolato.
Quando Nadia torna sul terrazzo, Flora riprende il racconto.
- Per evitare inquinamenti e pressioni Federigo Borromeo nominò un nuovo vicario criminale estraneo all'ambiente milanese. Scelse lo spoletino Mamurio Lancilotto. Poi, prima di concludere il processo contro la Signora di Monza, aspettò che fosse emessa la sentenza del tribunale civile contro Osio, per evitare incidenti con i De Leyva. La sentenza di condanna nei confronti del latitante e dei suoi complici arrivò il 25 febbraio 1608: Gian Paolo fu condannato alla pena della forca e alla confisca di tutti i suoi beni.
- Come si potevano confiscare all'epoca i beni di una persona? Non c'erano conti correnti bancari o cose simili... - domanda Nadia mentre lecca con passione una goccia di cioccolato scivolata sul manico lucente del cucchiaino d'acciaio.
- Erano molto più sbrigativi e teatrali - risponde Flora - la dimora monzese del condannato fu rasa al suolo e sull'area dove sorgeva l'estate successiva fu eretta una "colonna infame" a perpetua memoria dei misfatti lì consumati.
- Ho capito, - interrompe Nadia - una di quelle descritte da Alessandro Manzoni nel libro "La colonna infame".
- Sì. - risponde Flora.
- Ma ora non c'è più... - esclama Nadia ricordando le tante volte in cui è passata davanti a ciò che resta del convento a Monza, mentre raggiungeva il liceo.
- Infatti, - riprende Flora - fu poi rimossa cinque anni dopo, in seguito alle richieste delle monache di santa Margherita, della famiglia De Leyva e della stessa opinione pubblica, tutti contrari alla presenza screditante di quell'orribile simbolo di giustizia. Solamente nel 1629 il senato di Milano restituì l'area dove sorgeva la casa alla famiglia Osio.
- Durante l'interrogatorio la Monaca di Monza e le suore furono torturate?
- Certo. Il vicario criminale sottopose le imputate alla tortura dei "sibilli", che consisteva nello schiacciamento delle dita ed era un tipo di tortura di solito riservata alle donne. Lo scopo era che confermassero la precedente deposizione. Quindi, avvalendosi della consulenza di giuristi lombardi e romani, il vicario criminale Mamurio Lancilotto emise il 17 ottobre 1608 la sentenza. Suor Virginia fu condannata al carcere perpetuo da scontare murata in una piccola cella nella Casa delle convertite di santa Valeria a Milano, vicino a sant'Ambrogio, dove erano accolte e sottoposte a disciplina carceraria le prostitute pentite del Milanese.
- Che scotto, finire con le puttane... - commenta a voce alta Nadia. Poi si scusa. Non ama certe scurrilità nel linguaggio.
Flora riprende il filo del discorso: - Condanne simili da scontare nel monastero di santa Margherita furono comminate l'anno seguente, ovvero il 27 luglio 1609, contro le tre complici. Sai già che il prete Arrigone durante il processo negò ogni responsabilità. Però il 24 gennaio 1609 fu condannato a un triennio di remo sulle galere spagnole.
- Manca l'altro protagonista. Il bell'Osio, la fece franca?
- No. Pagò ogni suo debito con la giustizia terrena. Nell'inverno del 1609-1610 Gian Paolo rientrò segretamente a Milano e chiese asilo nella casa dell'amico conte Lodovico Taverna, fratello di un cardinale e altissimo funzionario del re di Spagna. Taverna, rinunciando al privilegio di asilo, decise di liberarsi dello scomodo ospite...
- Dimmi di Virginia, raccontami come fece a venir fuori dal convento per prostitute pentite!
Flora si volta verso l'amica sorridendo: - Suor Virginia fu graziata dal cardinale Borromeo e liberata, assieme alle due complici sopravvissute, il 25 settembre 1622. Erano trascorsi la bellezza di tredici anni di reclusione in una sordida cella di un metro e ottanta per tre.
- Vuoi dire che ne uscirono vive e sane di mente tutte e tre?
- Sane di mente non lo so, ma di certo vive. Da all'ora in poi la vita di suor Virginia si svolse all'ombra del cardinale, che, convinto del pentimento della monaca, nel 1626 le conferì addirittura l'incarico di confortare, per iscritto, con massime e precetti morali e religiosi, alcune monache in crisi, mentre approfondiva la propria cultura religiosa. Anzi, il cardinale lasciò una serie di appunti sulla vicenda di questa pecorella smarrita e ritrovata sulla via del Signore da utilizzare per una nuova edizione del suo trattato "Philagios". Dopo la morte del cardinale, avvenuta il 21 settembre 1631, la vicenda della Signora rientrò nell'oblio. Marianna De Leyva morì il 7 gennaio 1650 nel reclusorio di santa Valeria. Aveva settantacinque anni.
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