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mercoledì 7 aprile 2010

Gian Paolo Osio nella Villa del Taverna

Milano, Anno Domini 1610

Risvegliato di soprassalto da un sonno a metà tra la veglia e lo stato pre comatoso l'uomo ode uno scalpiccio di passi di qualcuno che si avvicina rapidamente. Adesso sente i rumori metallici provocati da una chiave che gira nella toppa della vecchia serratura arrugginita. Ora il clangore stonato delle altre chiavi che battono una contro l'altro.
- Che succede? Chi sarà mai? Lo diavolo in persona è venuto a prendermi?
Un colpo più forte, un ultimo scatto metallico e si spalanca d'improvviso la porta. Come se si aprisse la diga di un lago luminoso, la cella viene inondata dal chiarore innaturale del fascio di luce a cono di una torcia. Le guardie sono due: una di aspetto alto e magro seguita da una bassa e tarchiata, che grida: - Alzati cane schifoso! Il padrone ti attende.
Gian Paolo Osio è ancora steso a terra, bocconi, accanto al pagliericcio. Si era addormentato da poco, schiantato dalla stanchezza e dal lungo digiuno forzato. Adesso è dolente e febbricitante. Si solleva a fatica, volta lo sguardo verso i guardiani e osserva dal basso in sù i loro stivali marroni di cuoio tirati a lucido tanto da riflettere la fiamma. "No, non può essere" pensa, "lo cuoio non può esser così pulito. È lo diavolo personalmente che mi tira un brutto ischerzo".
Un colpo di tosse improvviso lo scuote come una foglia al vento.
I due uomini fanno un rapido passo indietro temendo la natura contagiosa di quella tosse. Si guardano impauriti: hanno fretta di finire quell'incarico ingrato, stando più lontano il possibile da quell'essere puzzolente e abietto.
Un'altra frase urlata: - Muoviti cane! È già l'alba. Lo padrone ha gran fretta di sbarazzarsi di voi!
Osio si aggrappa al tavolaccio alle sue spalle e cerca di rimettersi in piedi. Lo fa più per orgoglio che altro: non vuole mostrarsi piegato dalla malattia e dalla prigionia. Le bastonate non hanno mai fatto paura a uno della sua pasta.
- Cane io? Io so' Gian Paolo Osio! Chi sareste voi, servi di un padrone che non ha manco lo coraggio di venire qua sotto a mostrare lo volto al suo amico di un tempo... quanta viltà coglie chi rimane al comando quando la fortuna volta le spalle al confidente di un tempo... se ancora io fossi quel Gio Paolo dei tempi lustri, allora sì! Il vile vostro padrone mi avrebbe accolto con tutti gli onori di riguardo! Io sono...
- Lo sappiamo chi siete voi! - risponde il corpulento - Ma tacete ora! O vi facciamo passar subito la voglia di dar fiato a la bocca immonda con un tratto di corda. Son figlio di boia e so come si tratta un pari vostro! Assassino di monache...
Il prigioniero ha l'istinto di reagire, sente però le gambe indebolite. Ha freddo e la testa è pesante.
- La vostra luce illumina la mia disgraziata condizione. Guardate come son ridotto: catene alle pareti di una cella sporca e sordida, ricavata nelli sotterranei del palazzo del vostro padrone. Né pertugi né finestre, è buona solo come tana per topi e prigione per assassini e delinquenti. Chissà quanti han finito qui i loro giorni - fa una pausa e indica l'angolo più buio dell'antro - forse le ossa laggiù son di un altro sventurato finito in ceppi e passato alla garrota, che ancora attende una sepoltura di lui che non sarà mai e che qui la sua anima ha trovato la tomba.
Lo interrompe il sopraggiungere di un altro violento colpo di tosse che sembra squarciargli il petto. Osio sputa il sangue sul palmo della mano: lo fissa disgustato e poi si pulisce sulle brache lerce.
- E dire che lo potente senatore Ludovico Taverna era un amico...
- La ruota gira per tutti Osio, un tempo signore senza rivali, oggi condannato a morte... galoppavi felice mentre correvi allo convento a spassartela colla Signora di Monza e le sue monachelle vergini...
- Non fate nemmeno il suo di nome, lei che subisce una pena ben maggiore della morte! Fatemi parlare col vostro padrone!
- Sarete accontentato, foss'anzi il vostro ultimo desiderio che esaudiremo! - le due guardie scoppiano in una fragorosa risata che rimbomba sinistra contro le pareti viscide del sotterraneo.
- Proprio a lui, al vostro padrone Taverna mi ero affidato per chiedere asilo dopo la condanna a morte e la taglia messa sulla mia testa dal Fuentes. Questo suo palazzo è fuori le mura di Milano, un loco adatto per sfuggir alla cattura. Non m'attendeva certo feste e banchetti in mio onore, ma una coperta calda e un letto lindo eran lo giusto trattamento in memoria di una lunga amicizia.
La guardia corpulenta lo afferra per un braccio tirandolo a sé. Osio raccoglie le forze e prova a divincolarsi: non cede e guarda in cagnesco lo sfrontato.
- Uno sgarbo così a me, Gian Paolo Osio, colui che per due lustri ha avuto ai suoi piedi la Feudataria di Monza, la Signora...
- Seguici, cane della malora! Son finiti li bei giorni che facevi li comodi tuoi!
La guardia strattona Osio che si regge a stento sulle gambe malferme. Lo volta di spalle e, afferrati i polsi, li blocca in ceppi uniti da pesanti catene.
- Allora che sia! - grida il prigioniero con un rigurgito d'orgolio, ma lo sforzo gli causa una serie di colpi di tosse che gli levano il fiato.
I tre risalgono lentamente gli stretti scalini umidi che dai sotterranei conducono al piano nobile di Villa Monforte. La residenza si sviluppa su due piani attorno al cortile quadrato, che ha un profondo pozzo nel mezzo, contornato da un bel loggiato sorretto da colonne.
La guardia corpulenta trascina Osio fino all'ingresso di una stanzetta. Apre la porta e scaraventa l'uomo sul pavimento assestandogli un violento calcio al dorso. Gian Paolo cade in avanti e rotola fino a sbattere con violenza il volto contro una cassapanca di legno intarsiato. Un dolore acuto al labbro e ai denti spezzati gli sembra provocato da uno spillone infuocato che gli trapassa il viso piantandosi nelle gengive. Ha i polsi immobilizzati dietro la schiena e non può toccarsi la bocca che si riempie di sangue e fuoriesce, impregnandogli la barba incolta. Riesce a inginocchiarsi e vorrebbe imprecare, ma gli esce solo un gorgoglio di saliva rossa. Si guarda la camicia intrisa e scuote la testa.
- Sono più morto che vivo - pensa.
Raccogliendo tutte le energie, si alza e barcollando si avvicina al muro, appoggiandovi una spalla dolorante. Sputa sangue e schiuma di saliva densa sui tendaggi verdi della finestrella affacciata sul giardino perfettamente curato.
È stanco e avvilito, ma non disperato. Illuminata dalle luci rosa dell'alba, Osio riconosce a ovest le scuderie, mentre dell'ala est destinata alla servitù si vede solo uno scorcio.

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