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mercoledì 10 marzo 2010

Lo stupro di Marianna

Milano, Anno Domini 1610

Gian Paolo Osio si risveglia da un sonno agitato durato meno di un'ora. Senza accorgersi le palpebre si sono fatte pesanti e si è addormentato crollando sul pagliericcio gettato disordinatamente a terra. La camicia è lacerata sul fianco, mentre ciò che resta del farsetto è ricoperto di strati di sporcizia. Indossa ancora gli stivalacci di cuoio logori e la calzamaglia lercia e puzzolente, mentre il mantello strappato giace abbandonato in un angolo. L'uomo si tocca il fianco e nota la mancanza: il cinturone per la spada e il pugnale sono stati requisiti. Sono stati suoi compagni fidati giorno e notte per talmente tanti anni, che ora si meraviglia di esserne privo.
Una guardia gli ha portato una ciotola con del vino aspro e un pezzo di pane duro con poca carne salata. La sete gli ha bruciato la gola ma è acqua quella che gli darebbe sollievo. Gian Paolo è febbricitante e beve solo un sorso di vino schifoso. Appena percepito il sapore, lo sputa sul dorso di un topo che gli corre sopra lo stivale. Impreca, maledice Dio di averlo condannato a patire una pena immeritata. Si rialza e cerca la fiamma, suo unico conforto di una notte senza fine.
La lanterna ad olio arde debolmente, ma quel poco di luce gli basta per vedere il soffitto basso di mattoni, le nicchie incrostate di muffa e resti di ossa umane ammassate vicino a una pancaccia di legno nero e duro come la pietra. Nessuna suppellettile: d'altra parte è nei sotterranei di Villa Monforte, scomodo ospite del conte Taverna, suo antico amico e ora bastardo traditore.
L'uomo stringe i pugni e ricomincia il suo delirio a voce alta.
- È te che penso, te che sei l'unico volto che volio ricordare prima che la morte mi strappi il cuore dallo petto.
- Ancora ricordo tutto, come fosse accaduto poc'anzi. Fui solo per la prima volta nel parlatojio. Una monaca mi aveva gettato nel giardino la chiave per entrare. Aspettai la mezza notte, poi aprii la porta e la Signora era là, in piedi, che mi attendeva. Splendea come un angelo rischiarato dalla luce argentea. La notte era fresca e la luce della luna filtrava dalle feritoie alla finestra. Mi avvicinai alla suora, ma quando fui al suo cospetto un fuoco si impadronì di me con tale violenza che non potei più controllarmi. Le misi una mano sulla bocca e la spinsi con forza contro il muro. Lei sbattè il capo e le cadde il velo e sotto vidi che portava li capelli lunghi, non scorciati come quelli delle altre monache. Con l'altra mano le alzai la veste e le toccavo le gambe lisce e nude. Arrivai fino alla cinta sopra il pube e gliela strappai con forza. Un urlo le uscì dalla bocca, allora la voltai e la spinsi contro allo tavolo in mezzo la stanza. Un fuoco mi ardeva nel petto. Lei mi piantò quei suoi occhi di fuoco nei miei e io bevvi il suo odio e brindai alla sua carne.
- La presi con una mano al collo e una alla vita e la gettai sdraiata sul piano di legno. Il suo sguardo era pieno d'odio e di desiderio allo stesso momento. Sapevo che mi voleva, i suoi occhi dicevano sì.
- Così fui sopra di lei come uno stallone con la sua giumenta. E anche se dovevo tenerle li polsi, il piacere che provavo nelle sue carni era dolce e infinito. Spingevo i miei lombi e presto la sua lagnanza si trasformò in piacere, che seguiva ogni mia spinta. Non dovetti più tenerle con cotanta forza li polsi, poiché ella non mi spingeva più via. Le tolsi tutta la veste, poiché volevo vedere col chiaro di luna la sua carne bianca. Avea seni bellissimi, sodi, col ventre piatto da donna che non avea mai partorito. Piangeva e le lagrime le bagnavano tutto lo viso. Ma io sapevo che eran lagrime di contentezza per averla finalmente fatta sentir donna, che non aveva mai conosciuto uomo prima di me. E avere me come primo uomo non è fortuna che avevan tutte.
Lo squittio dei ratti interrompe per un momento il flusso di pensieri. Osio li scaccia con una violenta pedata. Un topo rotola lontano colpito all'addome.
- Quando ebbi finito ella piangeva ancora. Subitamente mutò comportamento. Disse che l'avevo presa colla forza e che non aveva desiderato questa cosa. Che sperava in un poco di tenerezza, un bacio, una carezza.
Un colpo di tosse, poi un altro. Osio si pulisce la bocca col polso della camicia un tempo immacolata. Intravede una macchia di sangue che si allarga sulla stoffa consumata.
- Strane le donne! - grida all'improvviso. Poi una risata nervosa. Ricomincia a parlare alla fiammella.
- Le avevo dato il meglio che il conte Osio potea fare e ella pareva malcontenta dello trattamento. Le dissi allora che se voleva un bacio potea chiederlo e subito l'avrei dato. Mi avvicinai, ma ella mi spinse lontano. Piangeva e piangeva e raccolse da terra le vesti. Si teneva coperta le pudenda come poteva. Disse di andarmene, di uscire da dove ero entrato. Di non tornare e non scriver più missive. Li occhi le eran mutati ancora. Non più fierezza, non più durezza, ma parean pieni di commozione. Pensai che forse era malata. Così andai via e tornai nello mio giardino senza pensarla più. Ma lo dannato sapore della sciagurata s'era infilata ne la mia bocca e lo profumo della sua pelle linda avea fatto nido nelle mie nari.
- Marianna, Marianna mia, da allora mai ti potei dimenticare!

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