Milano, Anno Domini 1607
Nel buio della notte gelida come lama di coltello passata tra le scapole, l'uomo stanco e febbricitante si stringe al corpo la camicia a brandelli. È accucciato vicino al pavimento. Fissa la fiammella incerta, che consuma gli ultimi pezzi di stoppino.
- Ancor rimembro quando la scorsi la prima volta. M'incontravo con la giovine Isabella Ortensia, che stava in monastero. Ogni dì ci guardavamo l'un l'altro alla cortina delle galline. Allo improvviso, sentìì un gran rebuffo alla testa. Mi voltai era una monaca, alta e severa, con occhi duri ma viso da angelo. Il velo scuro la copriva tutta, ma s'intravedeva una ciocca di capelli chiari, che fuggiva ribelle da quel tristo copricapo. Mi disse di vergognarmi, che la giovine era un'educanda alle sue cure affidata, che dovevo portare rispetto al monastero. Sorpreso dai suoi modi ma incantato dal suo viso, andai via a testa bassa senza dire altro. Avrei potuto colpirla per quel grave affronto. Restituirle quel colpo dato colla sua mano. Ma quegli occhi ardenti mi erano entrati dentro. Nel cuore e nell'anima mia. In breve, tutta Monza parla e parla del fatto. E se cammino per le vie, tutti mi guardano e ridono. Si fan beffe di me, colpito dalla mano della monaca. Che è pur sempre la Signora di Monza, ma una donna l'è.
Un violento colpo di tosse gli scuote il petto. Osio è stanco, le palpebre sono pesanti. Ma quella è forse la sua ultima notte.
- E mentre io penso a quelli occhi, il mio nome, il nome del mio lignaggio, è stato calpestato da quella monaca De Leyva. Non potevo lasciar correre. Un Osio ha il suo orgoglio. Lo sgarbo andava vendicato. Dovevo dare un avvertimento alli monzesi che io, Giovan Paolo Osio, non sono un tipo da calpestare come fango. Chiamai il Luigi, mio fido servitore, e dissi di dare una lezione al Molteno, che lavorava per i De' Leyva riscuotendo i danari. Bastava un'imboscata e una lezione da non dimenticare a suon di bastone.
Un altro colpo di tosse e il dolore al petto è acuto. La fiamma oscilla pericolosamente, ma non si spegne. Osio sospira e prosegue il suo delirio a voce alta.
- Ma lo stupido servo fece di testa sua. Si accordò con il Limiato e quella sera stessa uccise il Molteno con una archibugiata. Non lo volevo morto, solo spaventato. Tutti a Monza capirono che fui io a deciderne la sorte. Così dovetti chiudermi nel mio palazzo per giorni e giorni. Le guardie mi avrebbero messo ai ceppi.
Un gran sospiro, si passa la mano lercia tra i capelli scompigliati e sporchi.
- I giorni erano lunghi, non avevo null'altro da fare se non guardare dalla finestra, affacciata sullo monastero di santa Margherita. Dal mio giardino si vedean le finestre delle monache. Un giorno incontrai di nuovo li occhi superbi di colei che da quel giorno non mi avean più abbandonato li pensieri. Era seduta vicino a un'altra monaca, sor Candida. Quando si volse alla finestra, la salutai. Quant'era bella. Il mio saluto le piacque. Un altro giorno fu lei a quella finestra. E ancora le feci cenno con la mano e le dissi di volerle mandare una lettera.
Un colpo di tosse, poi un altro ancora.
- Invece essa mostrò di essere offesa e divenne tutt'altro che tenera. Era in collera con me per l'homicidio del Molteni, l'esattore dello feudo. E vedendomi così avanti agli occhi e parendole che strapazzassi la giustizia, ne fece avvisato il signor Carlo Pirovano, più volte, a finché mi mandasse a pigliare e mettermi pregione. Fui costretto a fuggire da Monza e a rimanervi lontano per circa un anno. Cercai rifugio da amici lontani a Milano, che mi dettero asilo. Ma in quello anno intero continuavo a pensare a quella monaca fiera e bellissima. Volevo vendetta, ma la volevo ispeciale.
Ancora tosse. L'uomo si asciuga la saliva mista a sangue sulle labbra con la mano.
- Tornai un anno dopo quando essa mi perdonò, convinta dalli miei amici. Dal mio giardino continuai a guardarla. Essa saliva sopra una cassa per spiarmi quando camminavo nel mio giardino. Le scrissi allora una lettera per dirle che mi infiammava il cuore, che solo a lei pensavo, che solo lei volevo. Et che sapevo che essa me voleva.
Un sorriso compiaciuto. Nonostante tutto. Nonostante la morte sia alla sua porta con la falce in mano.
- Ma essa era fiera e altera e rispose con una missiva cattiva. Scrisse che m'ero sbagliato, che non le interessavo, che non mi voleva. Che lei era la Signora di Monza e che dovevo portarle rispetto. Fui spaventato da questo nuovo errore. Ma volevo quella monaca. Chiesi aiuto al prete Paolo Arrigone, parroco e mio amico. Scrisse lui una nuova missiva, a mio nome e con la mia firma. Nella lettera si scusò, e essa credette alle parole scritte e mi perdonò ancora. Ma io so che in cuor suo mi voleva davvero. Iniziammo a scriverci quasi ogni giorno e le mandai anche dei doni preziosi. Un giorno cominciammo a vederci anche nel parlatorjio, sempre con suor Ottavia a far da testimone e da guardia.
Una folata di vento gelido. Dev'esserci uno spiffero da qualche parte. I topi approfittano per spostarsi lesti tra i piedi di Gian Paolo Osio.
- Quelli occhi ardenti lasciarono posto alla passione che io ricambiavo. Volevo vederla da solo. La volevo fare mia. Null'altro pensiero avevo se non quello di prendere quella monaca.
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