Monza, 12 giugno 2001
Flora ha riordinato il materiale raccolto sui primi anni trascorsi in monastero da suor Virginia. Sta tornando in ciò che resta dell'antico convento per rivedere suor Angela Barni. In realtà le interessa rimanere un po' da sola nel chiostro: ha bisogno di focalizzare i luoghi in cui Marianna de Leyva visse per tanti anni, anche se il chiostro in cui la Monaca di Monza passeggiò oggi non esiste più. Vuole capire se le sia possibile stabilire un contatto, un flusso di trasmissione di pensieri tra sé e gli oggetti rimasti in quel luogo nonostante i quattrocento anni di stravolgimenti. È solo una speranza, perché la struttura architettonica del convento è stata completamente modificata, però forse una pietra o un ciottolo hanno mantenuto qualche materia entrata in contatto con la giovane suora ribelle.
Flora ha scritto molto sul taccuino con la copertina rossa. Apre una delle ultime pagine. Vi è incollata la riproduzione di una vecchia immagine del monastero di santa Margherita di Monza com'era prima che lo restaurassero. Si vede poco, ma è meglio che niente. Anche se di certo la struttura originaria doveva essere differente.
Uno storico dell'epoca lo ha descritto in poche righe: "tetro, uggioso, profondamente malinconico… Per la speciale disposizione dei singoli locali, quel povero monastero, non aveva un punto solo dal quale la vista potesse ricrearsi d'uno sguardo ai monti, all'orizzonte, all'aria libera. Era per così dire chiuso da ogni parte, ché alla destra il giardino della casa degli Osii tutto lo circondava colle alte piante, a mattina i locali rustici del cenobio toglievano quel poco di passaggio che avrebbe potuto dare la muraglia della città, a mezzodì la chiesa tutto ostruiva ed a ponente infine la porta d'ingesso con tanto di chiavistello".
Suor Angela Barni attende Flora nel suo studio.
- Buongiorno cara, spero che oggi si senta bene.
- Sì, grazie. Ieri ho avuto un colpo di calore, credo. Oggi sto decisamente meglio. Anche se questa umidità soffocante non sembra diminuire.
- È solo una piccola sofferenza passeggera - commenta mentre estrae dalle veste bianca il fazzoletto candido ben ripiegato. Lo apre con movimenti lenti e comincia a detergersi il sudore delle tempie. Fa cenno alla giovane di accomodarsi sulla sedia dalla quale è caduta due giorni prima.
- Ha ragione. - sospira Flora sedendosi - A volte ci si lamenta per delle sciocchezze.
Flora si ripromette di non guardare neppure una volta il crocifisso. Per nessuna ragione.
- Parliamo di Marianna De Leyva. So che entrò nel monastero il 15 marzo 1589 a tredici anni. Compì la professione religiosa il 12 settembre 1591. A voler essere pignoli, non era proprio nel pieno rispetto delle norme canoniche. Stando ai dettami del Concilio di Trento, erano sedici anni compiuti il limite minimo per la professione religiosa. Mentre Marianna il 12 settembre di anni ne aveva precisamente quindici e dieci mesi.
- Lei è molto preparata. Assieme a suor Virginia ricevettero la professione suor Benedetta Felice Homata, suor Teodora da Seveso e suor Ottavia, che era Caterina Ricci - la religiosa sorride. Ha del materiale per l'ospite: - Ho qui una descrizione di suor Virginia sedicenne scritta dal Ripamonti.
Estrae da una cartellina di plastica trasparente una fotocopia. Inforca gli occhiali dorati e legge ad alta voce.
- Il Ripamonti scrisse che: "era la de Leyva modesta, circospetta, affabilissima, soffusa di un invidiabile candore, amica con tutte, delle discipline letterarie istrutta, come lo poteva essere in allora una giovinetta ben educata, obbediente, per nulla dispettosa, esempio di contegno sociale perfetto".
- Bene - commenta Flora - questa opinione trova conferma nelle deposizioni rese al processo da suor Teodora, sua compagna di noviziato, che si dichiarava incredula riguardo ai fatti successi tra Osio e suor Virgina, testimoniando che, all'epoca del noviziato, lei era "invidiosa della sua santità".
Suor Angela sbarra gli occhi: - Signora Leth, ha letto gli atti del processo alla Monaca di Monza? - la suora toglie gli occhiali e fissa Flora.
- Sì. Sono stata più fortunata del Manzoni, che invece non ha avuto questa possibilità e dovette basare la sua descrizione degli eventi su altre fonti dell'epoca.
Flora fa una pausa. Le sembra di avvertire un irrigidimento da parte di suor Angela. Deve placare il tono polemico e ammorbidire la discussione. Cambia subito argomento.
- Nel suo libro sulla Monaca di Monza lo scrittore Mazzucchelli ipotizza che la vita in monastero, nei primi tempi almeno, non doveva sembrare neppure tanto sgradita a Marianna. Era assieme a giovani della sua età con cui fare amicizia. Questa cosa non le era mai stata concessa prima. Era cresciuta isolata e in solitudine a Palazzo Marino a Milano, dove era l'unica bambina. Circondata da adulti che le erano accanto solo per dovere e le esprimevano quell'affetto ossequioso e piuttosto freddo che le era dovuto per la sua condizione sociale.
Suor Angela l'ascolta interessata.
- Certamente lei saprà che il padre di Marianna non pagò mai la cifra pattuita per il suo ingresso in monastero.
- Sì, ne fa cenno anche Manzoni.
Flora annuisce: - Inoltre, due giorni dopo la professione di suor Virginia Maria, le monache furono costrette a concedere una dilazione di due anni a Giuseppe Limiato, la persona presso cui don Martino De Leyva avrebbe dovuto depositare le "seimila libbre imperiali", che costituivano la dote della figlia. Il padre si era dimostrato gretto e di un'avarizia insaziabile, indifferente verso la figlia.
- A volte gli uomini sbagliano, ma esiste sempre il disegno di Dio - la religiosa ora appare più tranquilla. Le piace quella ragazza piena di temperamento. Le ricorda sua sorella Maria, scomparsa da tanti anni. Da bambine erano state inseparabili, avendo quasi la stessa età. Maria era molto volitiva e un'estate si invaghirono dello stesso ragazzo. Per Angela sarebbe stata solo una cotta da nulla se sua sorella non si fosse intestardita nella conquista del giovane. Tra le due si scatenò una specie di gara a colpi di sorrisi, sguardi e mezze frasi rivolte a quel giovane che frequentava il loro stesso oratorio. Maria trasformò il gioco in sfida. Diventò sfrontata. Il parroco avvertì la famiglia del suo comportamento impertinente. I genitori corsero ai ripari: vollero farsi raccontare i dettagli di quel gioco trasformato in corteggiamento sfacciato sotto gli occhi di tutti. Maria sfoderò un eloquio sorprendente, che ferì la sensibilità della madre e colpì al cuore la suscettibilità del padre. Irato, l'uomo obbligò entrambe le ragazze a partire per l'intera estate in una colonia in montagna. Fu durante quel soggiorno alpino che Angela conobbe don Mauro, che scoprì in lei la vocazione alla vita monastica. Suor Angela non ha mai ringraziato abbastanza la sorella Maria per quel dono. Un cancro la portò via l'anno dopo. Aveva diciotto anni.
Flora prosegue il racconto dell'inizio della vita in convento della Monaca di Monza: - Marianna entrò in convento senza una vocazione. Non solo, la sua era una religiosità imperniata su di un totale formalismo esteriore.
- Mi spieghi meglio, per favore.
- La sua religiosità era fatta di pratiche da compiere e tradizioni da rispettare, oltre a una miriade di scrupoli di coscienza perennemente presenti. Di un rapporto personale con Dio, sentito come padre, neppure a parlarne. L'esempio di paternità dato da don Martino alla figlia fu un disastro, mentre l'amore materno le era stato precluso dalla prematura morte della madre. Marianna era cresciuta con la pessima influenza di una zia bigotta. Di conseguenza, anche una volta divenuta suor Virginia, non poté che continuare a sentire Dio come un Signore terribile e lontano.
Suor Angela ascolta in silenzio. Flora prosegue a ruota libera.
- La sua devozione fu forse anche sincera. Suor Virginia era certo convinta che la fede consistesse realmente in tutto ciò che le era stato inculcato fin dalla più tenera età. Ma questa fede fredda che imparò a vivere in famiglia non le scaldava veramente il cuore. La sua fede non le fu poi sufficiente, non riuscì a guidarla nella vita e a sostenerla nella tentazione.
- Ho capito dove vuole arrivare Flora - suor Angela si asciuga il sudore della fronte - intende dire che la sua religiosità non riuscì a farle comprendere che Dio la amava immensamente, che le era accanto in ogni istante e che poteva, quindi, affidarsi a Lui e contare sul suo aiuto in ogni circostanza e situazione si trovasse.
Flora annuisce sorridendo: ha conquistato la fiducia della suora riportando il discorso sulla religione.
- Con questa religiosità vissuta più come pratica che come intimo colloquio con Dio, ben presto si fecero largo le tentazioni e i rimpianti, fino a diventare irresistibili. La monotonia della vita claustrale divenne sempre più pesante. Suor Virginia probabilmente si struggeva dentro, sebbene apparentemente appariva una suora modello. Forse anche troppo esemplare, per non far sorgere il dubbio che il suo comportamento obbedisse più a una ferrea forza di volontà che a un'autentica convinzione interiore.
- Come fa ad affermare queste cose?
- La supposizione non è mia, è di Cesare De Lollis. Per lui la Geltrude manzoniana è destinata a "cadere" perché è costretta e schiacciata da "le superstizioni del suo tempo, la tirannia della famiglia, le predisposizioni naturali, tutte forze di prim'ordine che, combinate insieme, non possono condurre che alla catastrofe".
Suor Angela è perplessa. Flora si affretta ad aggiustare il tiro.
- I primi anni di vita religiosa per suor Virginia non furono affatto una "catastrofe". Infatti era stimata sia dalla gente del circondario, sia dalle monache sue compagne. Riuscì a conciliare egregiamente i compiti a lei assegnati come suora con il suo ruolo di feudataria. Fu infatti sagrestana e addetta alle putte secolari, cioè maestra delle educande. Esercitò anche il ruolo di feudataria in assenza del padre, cosa questa che, assieme al fatto di essere preposta alle educande, ebbe le sue ripercussioni nel sorgere del rapporto con Gian Paolo Osio.
È giunto il momento per Flora di affondare il tiro: - Le chiedo quindi di poter vedere il chiostro, per favore.
Suor Angela è conquistata: - Certamente, mi segua cara.
Escono dallo studio e si dirigono nel cortile interno del convento, delimitato da sottili colonnine e abbellito da tanta vegetazione. Flora desidera ardentemente restare sola in quell'oasi tranquilla.
- Le spiace se resto qui un po' da sola? Vorrei riflettere e questo mi pare il luogo migliore.
- Va bene. Mi spiace faccia così caldo. Mi assento per un po', ho del lavoro da sbrigare. Se avesse bisogno, non esiti a farmi chiamare.
La religiosa si allontana lentamente, asciugandosi il sudore della fronte. Scompare nella porta dello studiolo.
Flora si guarda attorno. Fa molto caldo e l'umidità rende il cielo grigio e la luce abbacinante le rende impossibile guardarsi attorno senza il filtro delle lenti da sole.
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