Rimasta sola, Flora siede sul muretto con le spalle appoggiate a una delle esili colonne che reggono il portico. Si guarda attorno cercando qualcosa che attragga la sua attenzione, che possa magari riuscire ad aprire un varco nel tempo. Non bastano una pietra sporgente o il pavimento consunto dove forse la Signora di Monza pose il piede più volte. Ci vorrebbe qualcosa che è stato a lungo in contatto con lei. Ma cosa? Il vero problema è che quello non è lo stesso chiostro in cui passeggiò Marianna novizia prima, e poi monaca irreprensibile e sciagurata poi. Però il cortiletto racchiuso dalle mura del convento esprime ancora un'atmosfera di lontananza dal mondo contemporaneo, che almeno aiuta Flora a immergersi nelle riflessioni.
Apre il taccuino rosso e sfoglia i numerosi appunti presi sulla vita di suor Virginia. Il 20 maggio 1594 il letterato monzese Bartolomeo Zucchi le inviò una lettera molto ampollosa, nella quale lodò la sua scelta di farsi monaca. A vent’anni suor Virginia diventò “La Signora”, perché esercitava per mandato del padre il biennio di sovranità a Monza. Il suo compito di feudataria consisteva nell’emettere gride, ordinare arresti, rimettere le pene e così via. In quel periodo riscosse l’ammirazione di tutti per il suo contegno.
A ventidue anni suor Virginia Maria, oltre che sacrestana, fu nominata maestra delle educande. Un giorno si accorse che una delle fanciulle a lei affidate, Isabella Degli Ortensi, amoreggiava con il bel vicino: Gian Paolo Osio. Questa fu la prima volta che la monaca sentì parlare di lui.
Nella dichiarazione rilasciata al processo da suor Virginia si legge che "Detto Gio. Paolo Osio faceva l'amore con la signorina Isabella Ortensia secolare". Colti con le mani nel sacco, la Signora redarguì con veemenza l'uomo e poi lo cacciò via dal convento. Osio se ne andò a testa bassa senza dire nulla. Nel dettaglio, è scritto che la Signora fece "un rebuffo" a Gio. Paolo, assimilabile a una pesante lavata di capo.
Per i due futuri amanti fu sicuramente un inizio movimentato. Chi era Gian Paolo Osio? Figlio di Sofia Bernareggi e di un altro Giovan Paolo, è descritto come un bel giovane, ricco e ozioso. All'epoca dei fatti aveva circa venticinque anni, ma non era sposato. Sia il padre sia il fratello Cesare erano molto noti a Monza per le loro ribalderie e i numerosi ferimenti. Anche il fratello Teodoro uccise poi lo zio per affrettare l’eredità.
Fino al 1597 nei documenti non c’è traccia invece di reati del giovane Gian Paolo. Pagava i creditori e frequentava amicizie altolocate, come i fratelli De Leyva, e anche i nobili Francesco D’Adda, Giovanni Borromeo, Ludovico Taverna ed Ermes Visconti. Possedeva una discreta educazione umanistica: conosceva il latino e utilizzava un manuale per comporre le lettere. Era anche ben conosciuto dalla superiora del monastero di santa Margherita, suor Francesca Imbersaga. Anzi, negli atti del processo è definito "amico del convento", perché impiegava spesso i suoi stessi servitori per le proprie commissioni. Una sorta di "condivisione" del personale, magari per risparmiare qualche quattrino.
Torniamo all'episodio della Signora di Monza che scaccia dal monastero il giovane Osio perché l'ha pizzicato ad amoreggiare con la giovane educanda Isabella Ortensia. Il temperamento impulsivo di suor Virginia destò scalpore: in città la notizia della brutale cacciata di Gian Paolo dal convento si diffuse in fretta. Il fatto suscitò clamore non tanto forse per la cosa in sé, quanto per il nome dei protagonisti implicati: i due giovani esponenti delle famiglie più in vista di Monza.
L'educanda Isabella Ortensia fu immediatamente tolta dal monastero dalla madre, che era ben consapevole di quale influenza sociale avesse la casata dei De Leyva, soprattutto a Monza. Temendo un possibile scandalo che avrebbe potuto diffamare il buon nome della figlia e della famiglia, la madre fece in modo di maritarla nel più breve tempo possibile: in appena quindici giorni le fece infilare la fede al dito.
I pettegolezzi sull'accaduto, però, risultarono sgraditi anche a qualcun altro. Fu così che pochi giorni dopo, nell'ottobre 1597, in Monza fu trovato morto Giuseppe Molteno, l'agente fiscale del feudo dei De Leyva. Il povero sessantenne era stato ucciso da un colpo sparato con un archibugio, la prima arma da fuoco "moderna" che poteva essere imbracciata in modo simile agli attuali fucili, permettendo una certa precisione nel tiro. Quindi non si trattò di un colpo sparato a casaccio, ma di un'esecuzione in piena regola. Gli indizi caddero subito sugli Osio: inoltre Gian Paolo era notoriamente un appassionato e competente collezionista di armi.
Nonostante non vi fossero testimoni oculari, il fatto fu immediatamente collegato da tutti a quanto accaduto nel monastero di santa Margherita. A dire il vero, il semplice "rebuffo" era un movente un po' troppo debole per un omicidio vendicativo, persino per un tipo orgoglioso come Gian Paolo, il quale, va ribadito, fino a quel momento appariva immacolato. Eppure Osio fu subito sospettato di essere perlomeno il mandante dell'omicidio e quindi fu costretto a rimanere rintanato in casa per non cadere nelle maglie della giustizia.
Nessuno avrebbe certo potuto immaginarsi che proprio la "punizione" per un omicidio sarebbe stata la causa scatenante di una passione dai risvolti ben più clamorosi.
Osio, ritirato nel suo giardino che è contiguo alle mura del monastero - come disse suor Virginia parlando di quell'episodio durante il processo - inganna il tempo anche guardando verso le finestre delle suore. Ed è proprio questo passatempo che lo portò a incrociare lo sguardo della Signora.
Flora osserva le piante verdi che incorniciano il chiostro illuminato dal sole a picco di mezzogiorno. Non si muove un filo d'aria e l'umidità è opprimente. Fortunatamente resta una lingua d'ombra che le accarezza il capo dalla fronte alla nuca.
- Chissà quale interesse morboso - pensa - poteva suscitare in un venticinquenne del Cinquecento la possibilità di spiare tutto il giorno, indisturbato, visto e non visto, le giovani monache di clausura che vivevano a pochi metri dalla sua dimora. Innocenti o peccatrici, comunque sole, senza protezione, senza uomini attorno, forse desiderose di attenzioni maschili, magari bramose di carnalità, sicuramente fonte inesauribile di un miscuglio di pensieri, desideri, pulsioni, volontà inespresse o represse vissute o solo ipotizzate e sognate da un giovanotto mezzo delinquente in un'epoca in cui la moralità era sempre a metà tra il timore di Dio e l'obbedienza, e gli istinti animaleschi rappresentati da Satana. Un coagulo esplosivo che avrebbe alimentato i più bassi desideri persino nell'uomo più irreprensibile.
Flora guarda in sù e scruta le finestre.
- Chissà come poteva essere il punto di vista di Osio e, di rimando, quello delle monache quando si accorgevano dei suoi sguardi maliziosi, dei sorrisi, forse anche dei gesti espliciti.
Lo stomaco le si stringe violentemente e il desiderio le percorre come un guizzo vitale tutta la schiena fino al ventre. Per lei è facile immedesimarsi sia nel venticinquenne, sia in una delle suore vergini del convento di santa Margherita.
Il caldo pare aumentare, ma riprende la lettura degli appunti.
Suor Virginia al processo testimoniò che ritrovandosi casualmente nella camera di suor Candida Brancolina, confinante con la sua, che aveva una finestra che dava proprio sul famigerato giardino, vedendola Gian Paolo la salutò. Casualità o volontà, fatto sta che suor Virginia tornò una seconda volta davanti a quella finestra, chissà se fosse speranzosa di rivedere il bel giovane. Il secondo saluto fu accompagnato da un cenno dell'audace vicino, che disse di volerle mandare una lettera.
- Osio era davvero un tipo sfrontato - pensa Flora.
Nato intorno al 1576 era quasi coetaneo di Marianna. Flora estrae dal taccuino la copia di una famosa incisione che lo ritrae a mezzo busto. Le ricorda una delle illustrazioni dei Promessi Sposi che raffigurano i bravi di don Rodrigo: porta un ampio cappello con la tesa larga da cui pende una lunga piuma chiara, capelli coi boccoli, baffetti e pizzetto triangolare, lo sguardo un po' arcigno. Indossa una bella casacca di stoffe preziose e ornamenti, un colletto ricamato e inamidato, il mantello portato sulla spalla destra. Di lato, si intravede appena la sagoma della spada: elemento caratteristico per farne comprendere il temperamento.
Flora si sposta, ha troppo caldo, suda copiosamente nonostante indossi un leggero abito di cotone chiaro. Si asciuga la fronte con la mano e pensa a quanto le farebbe comodo uno di quei grandi fazzoletti bianchi di suor Angela Barni. Lascia cadere sulla ghiaia il taccuino e si copre le guance col palmo delle mani colpita dalla loro eccessiva temperatura: sembra febbricitante. L'afa diventa più insopportabile ogni istante che passa. Il nauseante odore di gelsomino in fiore permea l'aria satura di umidità e sente lo stomaco stringersi facendo refluire i succhi gastrici fino alla gola. Perle di sudore rotolano rapide inseguendosi sul volto, lungo il collo, nell'incavo delle ascelle.
- Sarebbe meglio spostarmi e andare subito all'interno del convento, dove magari è più fresco.
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