Giochi

lunedì 1 marzo 2010

L'amore tradito di Flora

*****

Flora si alza e rientra rapidamente in casa. Spera che Nadia non si sia accorta del pallore che le ha in un attimo sbiancato il volto. È un altro principio di svenimento. Flora riesce appena in tempo a raggiungere il bagno più vicino e a sedersi sul pavimento piastrellato di rosa, con le gambe piegate ad angolo e la schiena appoggiata alla parete. La sensazione di svenire le accelera il battito cardiaco. Si passa una mano sulla tempia che pulsa, mentre le vampate di caldo si susseguono rapidamente una dopo l'altra lungo la schiena. È completamente bagnata di sudore, con la camicia incollata alla pelle, eppure avverte i brividi di freddo. Quanto vorrebbe che Giulio fosse accanto a lei almeno adesso.
Chiude le palpebre mentre attende lo svenimento preparata, nella posizione che negli anni ha imparato essere quella più sicura, per limitare i danni fisici in caso di caduta improvvisa. Mentre il ronzio diventa insopportabile e gli occhi percepiscono tutt'intorno un grigiore diffuso che ruota vorticosamente, nella mente di Flora riaffiorano ricordi disgustosi.


*****

L'estate dei suoi dodici anni Flora era al mare in Toscana con la coppia che si occupava di lei da quando era rimasta sola al mondo: Giada e Maurizio, i suoi tutori nominati dagli avidi avvocati di famiglia. La coppia di coniugi, scelti in una ristretta rosa di lontani parenti, sulla carta avrebbe dovuto comportarsi da genitori, ma in realtà spesso a mala pena tollerava la sua presenza. Flora però era ancora troppo giovane per rendersi conto appieno di tutto ciò e a quell'età ancora non aveva coscienza di sé come dell'ultima reincarnazione di una strega in costante fuga dal suo aguzzino.
In spiaggia conobbe casualmente un ragazzo bellissimo, molto più grande di lei: aveva ventisette anni, era alto, moro, coi capelli mossi, occhi verdi e un sorriso perfetto. Nonostante la differenza d'età, era interessato a lei: le diceva cose nuove, che le scatenavano un turbinio di sensazioni mai vissute. Nessuno dei suoi coetanei le aveva mai fatto complimenti simili e poi la accarezzava con lo sguardo e talvolta le sussurrava parole d'amore. Per la dodicenne fu subito il primo, totalizzante amore.
Flora era comunque troppo timida per frequentarlo apertamente, e poi Giada e Maurizio non avrebbero voluto per ovvie ragioni. Per fortuna, lui trascorreva le giornate non distante dal suo ombrellone, in compagnia di un gruppo di amici. Ogni volta che poteva, la ragazza faceva il possibile per passargli accanto, giusto per provare l'ebbrezza di sentirsi dire qualcosa: un saluto gentile, un complimento nuovo, una parola dolce. Tutti pezzetti di emozione che le scatenavano sussulti cardiaci mai provati.
La fatidica sera Flora partecipò assieme ai tutori e loro amici a una grigliata in un ristorante affacciato sulla spiaggia. Per l'assenza di illuminazione artificiale, il cielo appariva di un nero profondo, punteggiato da mille stelle condensate in sciami immobili. Mancava la luna e all'orizzonte si stagliavano solo le pallide luci lontane dei pescherecci come una processione di lucciole in fila ordinata.
Per fuggire dalla noia di una serata in compagnia di adulti noiosi e per annusare meglio l'aria profumata di salmastro, la dodicenne si allontanò dalla tavolata e raggiunse da sola la battigia, là dove finiscono le file di ombrelloni e sdraio e le onde giocano a infrangersi con rumore lieve e ritmico. Avvicinandosi notò che un gruppo di ragazzi giocava vicino all'acqua. Alcuni facevano il bagno e ridevano spingendosi e rincorrendosi fino agli scogli, altri erano appartati a chiacchierare, o forse a fare qualcosa di diverso, forse di proibito.
Flora procedette incuriosita. Nel gruppo di una quindicina di giovani scorse quei magnifici occhi verdi che la stavano già  fissando da quando lei aveva iniziato a farsi avanti.
Per Flora fu un tuffo al cuore: il bel moro era davanti a lei: si avvicinò, sorrise e coi suoi modi gentili le prese la mano.
- Che emozione! - pensò Flora trattenendo il fiato. Era la prima volta che un ragazzo la toccava e in modo così tenero. Il giovane si avvicinò di più e la dodicenne per un istante pensò che l'avrebbe baciata. Invece, lentamente, sussurrandole all'orecchio, le chiese se volesse andare a prendere un gelato. Solo loro due, specificò, dimenticandosi degli altri amici superflui. Il cuore le usciva dal petto per la insperata sorpresa.
- Sì, certo - balbettò Flora - devo solo dirlo ai miei genitori - fu la risposta.
Con infinita dolcezza, ma senza mollare la presa alla mano, il ragazzo la tirò a sé. I suoi occhi verdi si piantarono in quelli di Flora, inumiditi per l'emozione.
- Facciamo in un attimo, ci vorranno pochi minuti e nessuno si accorgerà di niente. Stai tranquilla - fu la rassicurante risposta del moro.
Flora lo seguì fiduciosa, rapita dalla situazione, inebriata e felice come una novella sposa condotta all'altare.
I due percorsero mano nella mano forse una ventina di metri, forse trenta. Quel tanto che bastò per essere soli e lontani dall'allegra baraonda dei l bagnanti al buio.
All'improvviso, senza nemmeno capire che cosa stesse succedendo, lui mise una mano sulla bocca di Flora che d'istinto stava per urlare dallo spavento; le bloccò il braccio destro dietro la schiena e la spinse a pancia sotto fino a farla cadere di peso uno dei tanti lettini che in file ordinate riempiono la spiaggia. In un attimo, con movimento sicuro e ben sperimentato, le scostò le mutandine e in pochi istanti la penetrò brutalmente.
Dopo tanti anni Flora ricorda ancora il sapore amaro delle lacrime e della plastica salata di cui era fatto il lettino. Rammenta la ruvidezza della trama della tela che le sfrega il viso ad ogni spinta e la sensazione della sabbia fredda su cui aveva forzatamente appoggiato le ginocchia.
Flora non gridò, non disse nulla. Mentre subiva la duplice deflorazione, si vergognava di se stessa, della propria stupida ingenuità. Piangeva di dolore ma anche di rabbia per il suo amore tradito.
Quando il ragazzo ebbe finito, lasciò Flora sdraiata sul lettino da mare abbandonata nei suoi singhiozzi silenti. Il moro con calma si rivestì, sistemandosi con cura i pantaloni bianchi appena sgualciti. Poi prese la mano di Flora e l'aiutò a rialzarsi. Le abbassò la gonna bianca. Con una carezza le sistemò i capelli spettinati, le asciugò le lacrime togliendole i residui di sabbia impastati attorno agli occhi. Poi la portò a prendere il gelato. Il più amaro della sua vita.
- Non mi disse neppure una parola quel cane - è il primo pensiero cosciente che vortica nella testa di Flora mentre avverte di riprendere lentamente i sensi. Altri cinque minuti e starà meglio. Il mal di testa lascia spazio al vecchio dolore alla tempia destra. L'acidità di stomaco salita alla bocca si è trasformata in crampo lieve. Tutto sta tornando sotto controllo e pensa con tenerezza alla sua dolce Dora, che è al sicuro con la tata Nabe.
Flora sente bussare alla porta bianca del bagno.
- Flora? Sei lì dentro? Stai male? - è la voce di Nadia.
- Tutto bene. Ho avuto un forte capogiro, ma ora è passato. Mi lavo la faccia e ti raggiungo.
In piedi, davanti all'ampio specchio dal bordo satinato, Flora controlla che le guance pallide riprendano colore: le occhiaie sono ancora grigie. Si asciuga il volto; la tempia è lievemente gonfia e bluastra.
Ripensa una volta ancora a quella sera di tanti anni prima. Dopo la violenza, Flora dodicenne tornò verso il ristorante con la gonna insanguinata, il viso graffiato e zoppicando visibilmente. Le dolevano molto le parti intime, ma nel suo patrimonio genetico conservava un'alta sopportazione innata del dolore.
Giunta nel salone illuminato strinse i denti e camminò il più possibile dritta. Raccontò ai tutori Giada e Maurizio di essere scivolata vicino agli scogli ferendosi e le credettero. 
Riportata subito a casa, tentò di sciacquare il dolore e la sabbia appiccicata con una doccia tiepida. Nascosta dal rumore del getto d'acqua, si abbandonò ai singhiozzi di irrefrenabile disperazione. Si accovacciò in un angolo, abbracciando le ginocchia e appoggiando la testa di lato contro le piastrelle, e in quel rumore impenetrabile invocò più e più volte la mamma. Quando le lacrime le consentirono di mettere a fuoco gli oggetti attorno a sé, notò tra i suoi piedi la striscia di sangue che dalle sue intimità correva rapida verso lo scarico, scomparendo dopo aver formato un grottesco vortice mischiato alla schiuma da bagno.
Fu attenta a ripulire il bagno e si disinfettò con cura le escoriazioni al viso e alle ginocchia. Giada, mentre la rimproverava per tanta sbadataggine che l'aveva portata a scivolare sugli scogli, le porse una pomata che Flora si spalmò sui lividi delle braccia.
L'adolescente conservava negli occhi lo sguardo dolce del ragazzo tramutato all'improvviso in spietato aggressore.
La sua notte fu popolata da un sonno agitato. Sognò un drago verde che le artigliava una spalla strappandole brandelli di carne. Poi un uomo incappucciato che rideva mentre le legava stretti i polsi con una corda ruvida e con una tenaglia arroventata le divaricava le carni tra le cosce.
La mattina seguente Flora si svegliò con il basso ventre ancora indolenzito dalle fitte all'addome, mentre l'ano si stringeva da solo provocandole continui blocchi del respiro. Si accorse con sgomento di aver macchiato di sangue le lenzuola bianche. Mentre si chiedeva cosa fare, arrivò Giada. Alla donna si illuminarono gli occhi. Pensò che fosse giunto il momento del primo ciclo mestruale. Sorrise compiaciuta alla figliastra, accarezzandole i lunghi capelli. Disse che quello era un momento speciale, che non avrebbe dimenticato mai più. Solo Flora sapeva quanto quella affermazione fosse vera.
Giada l'accompagnò in bagno per farla lavare. Poi le mostrò il necessario da utilizzare. La ragazza nascose con veloci movimenti le ecchimosi al pube provocate dallo sfregamento contro la struttura di legno del lettino da spiaggia.
Flora si sentiva tornata bambina piccola e rimase assolutamente passiva mentre era di fronte alla donna. Mille volte le arrivò sulla punta della lingua la frase iniziale per raccontarle l'accaduto. Mille volte si morse la lingua per tacere. Una volta tanto Giada sembrava interessarsi a lei e come poteva rovinarle un momento così felice? Poi arrivò Maurizio e disse che si doveva organizzare una festa. Flora non aveva niente da festeggiare. Anzi, in parte era morta la sera precedente.
Perse un po' di sangue per altri due o tre giorni, poi piano piano tutto tornò alla normalità, almeno sul piano fisico.
Dopo quella sera Flora non rivide mai più il suo stupratore e oggi neppure ricorda come si chiama. Della violenza non raccontò né ai suoi tutori, né alle sue amiche. Bruciavano come scottature provocate dai carboni ardenti sia il senso di colpa nei confronti di se stessa, sia la vergogna per la propria ingenuità.
Trascorso un po' di tempo, Flora cominciò a cancellare il ricordo. Inizialmente scacciava il pensiero per non sentire lo stomaco rimescolare i succhi gastrici. Poi, piano piano, iniziò a dimenticare i dettagli peggiori legati al dolore fisico, fino a giungere a una quasi completa rimozione dello stupro.
Non dimenticò il rapporto sessuale avvenuto, però ne attenuò gli effetti emotivi su se stessa. Preferì autoconvincersi di essere una colpevole tentarice piuttosto che vittima stupidamente ingenua.
Certi eventi però non si dimenticano davvero: semplicemente si assopiscono, pronti ad essere destati da una parola, una melodia, una sensazione tattile, un profumo, o un sapore come le famose "Madeleine" di Marcel Proust. Così il ricordo di Flora uscì dall'oblio a sedici anni, quando un nuovo orco incrociò la sua strada, facendola ripiombare in un incubo apparantemente senza fine.

*****

Prima di uscire dal bagno Flora sospira e apre la porta. Nadia è fuori che l'aspetta.
- Devi farti vedere da un medico - la rimprovera.
Ha lo sguardo serio e le braccia conserte. Si preme così forte il seno che sembra rischiare di esplodere da un momento all'altro. Per sdrammatizzare, Flora le passa accanto infilandole due dita nella scollatura. Poi se le porta alla bocca e lecca la punta.
- È solo un po' di stanchezza acuita da questo caldo afoso. Appena andrai via farò una doccia e starò meglio.
- Mi cacci Flora? Entro in doccia con te, se vuoi!
- Assolutamente no. Hai detto tu di avere fretta. Andiamo fuori, che forse si muove un po' d'aria. Voglio finire il racconto.
- Ai tuoi ordini. Promettimi che ti curi».
Uscite sul terrazzo le donne si siedono, e finiscono il vino con estratto di mandragora avanzato nei bicchieri. Flora massaggia la tempia dolente.
- Siamo rimaste che Marianna entrò nel monastero di santa Margherita a Monza. - esclama Nadia controllando l'orologio - Hai cinque minuti, poi me ne vado e tu giuri di andare da un medico.
- Sì, come vuoi. Stavo dicendo che secondo la cronaca del tempo, Monza era un borgo di 5630 anime, settantasei sacerdoti, sei conventi maschili e cinque monasteri femminili.
- Caspita! Una bella media di religiosi! - interrompe l'amica.
- Zitta, hai detto che abbiamo fretta - taglia corto Flora - I De Leyva erano i feudatari. Questo assicurò a Marianna un prestigio indiscusso e, di conseguenza, una posizione di privilegio e assoluto rispetto, anche tra le mura del convento.
- Ecco perché suo padre, don Martino De Leyva, ha potuto fare il furbo e non versare la dote pattuita al monastero.
Flora è assente col capo, sente che c'è ancora qualcosa che non va. Prosegue rapidamente: - Secondo il Manzoni il padre della fanciulla non desiderava che sua figlia fosse infelice, ma semplicemente che diventasse monaca.
- Quindi deve avere tenuto conto di questo nella scelta del monastero in cui sistemare la figlia.
- Proprio così. Deve aver giudicato quello di Monza il luogo più adatto, in modo che il prestigio della famiglia fosse rispettato e onorato. Don Martino per l'educazione di Marianna scelse precettori che le inculcarono il prestigio che lei, in qualità di madre badessa, avrebbe esercitato in monastero. Così alimentò nell'animo della fanciulla l'orgoglio di casta e la fierezza di carattere. Per lei il monastero non era la casa del Signore, bensì il feudo su cui avrebbe regnato.
- Miodio. Niente di più lontano da ciò che è l'essenza intrinseca della vita religiosa, nonché della stessa vita cristiana. - Nadia è visibilmente turbata.
- Nel monastero di santa Margherita il 15 marzo 1589, all'età di tredici anni, nel pieno rispetto delle norme canoniche che ponevano come limite minimo per la vestizione il dodicesimo anno, Marianna vestì l'abito religioso e iniziò il noviziato. Scelse il nome di suor Virginia Maria, in ricordo della madre morta.
Mentre pronuncia queste frasi Flora ripensa alla sua, la dolce mamma Anna improvvisamente sottratta alla sua spensieratezza di bambina felice.

Nessun commento:

Posta un commento