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martedì 23 febbraio 2010

Marianna de Leyva, una bambina speciale

Monza, 12 giugno 2001


È pomeriggio e Flora ha trascorso la mattinata nell'archivio storico di Monza. Nel taccuino rosso già sgualcito ha trascritto un po' di appunti e ora è sul terrazzo di casa ad aspettare l'arrivo di Nadia. Sprofondata nel cuscino della sedia di midollino sorseggia un bicchiere di vino e mandragora. Annusa l'aria e a malincuore sa che nemmeno oggi cadrà la pioggia. L'afa opprimente le fa rimpiangere la frescura marzolina, ma il tempo non torna indietro mai, solo nei ricordi piantati nel cervello come chiodi acuminati.
Nell'attesa rilegge rapidamente le poche frasi annotate durante l'incontro del giorno precedente con suor Angela Barni del convento di santa Margherita. Il dialogo è stato interrotto per colpa del suo malore: quel dannato crocifisso rosso che tanto l'ha atterrita da adolescente la sta perseguitando anche nel presente. Un incubo dal quale fatica a prendere le distanze.
Le duole ancora la tempia battuta durante lo svenimento. Il ghiaccio ha evitato il gonfiore, ma il dolore permane e anche il livido bluastro.
Domani tornerà al convento: suor Angela ha promesso di lasciarla sola nel chiostro, praticamente tutto ciò che resta dell'antico convento che fu dimora della Signora di Monza.
- Mi sono spesso chiesta se a determinare la triste esistenza di suor Virginia non influì, almeno in parte, la sua condizione storica e sociale - aveva detto suor Angela parlando della Monaca di Monza, dopo che Flora si era ripresa dal malore. Si erano salutate dandosi appuntamento due giorni dopo, per consentire a Flora di rimettersi in salute.
Suona il citofono: finalmente è Nadia. Flora la riconosce subito per la cascata di capelli ricci e l'abbigliamento sempre casual in maglietta aderente e jeans neri.
- Sali, sei in ritardo - le dice al citofono aprendo il cancello. Intanto versa l'estratto di mandragora in due bicchieri di vetro azzurro e li appoggia sul tavolo sopra al vassoio. Nadia la raggiunge sul terrazzo: nonostante il viso teso per qualche preoccupazione è più bella che mai e il suo profumo riempie le narici dell'amica.
- Scusa Flora, oggi sono io a non avere molto tempo da dedicarti. Sto lavorando a un progetto che devo finire al più presto.
Nadia le siede vicino e beve un sorso della bevanda speciale preparata per l'occasione. Una goccia fredda le cade nella scollatura, ricoprendo di brividi la pelle nuda della scollatura. Flora distoglie lo sguardo: "Non è il momento" pensa.
- D'accordo, sarò breve. Parlerò dell'infanzia della Monaca di Monza - dice mentre apre la prima pagina del taccuino e ripassa rapidamente gli appunti.
- Marianna nacque nel 1575 da don Martino De Leyva e da donna Virginia Marino, che all’epoca del matrimonio aveva ventisei anni ed era già vedova del conte Ercole Pio di Savoia con cinque figli. Una situazione difficile anche per una nobildonna ancora giovane e piacente.
- Di che cosa si occupava il padre di Marianna? - domanda Nadia arrotolando un riccio scuro sulle dita.
- Don Martino era il secondogenito di Luigi, che apparteneva a un'illustre famiglia spagnola salita a gran fama grazie al padre Antonio, grande comandante militare. Come figlio cadetto Martino si dedicò alla carriera delle armi sotto le bandiere del re cattolico. Combatté a Granada. Poi nel 1571 partecipò alla cruenta battaglia di Lepanto, che vide la flotta della Santa Lega cristiana, comandata don Giovanni d'Austria, vincere sulla flotta ottomana. Poco più che ventenne don Martino ottenne il comando di una compagnia di lance a Milano. Nel 1574 era ad Alessandria con le sue truppe ma per lui era ormai tempo di puntare a nomine di prestigio.
- Fu un vero condottiero. Era stanco di combattere? - chiede Nadia.
- No, avido di potere. Per puntare in alto aveva bisogno di parecchi soldi.
- Non guadagnava abbastanza in guerra?
- Voleva una montagna di soldi facili! - Flora ride. - Così proprio nel 1574, a ventisei anni, incontrò donna Virginia Maria Marino, figlia dell'uomo più ricco di Milano, il banchiere Marino. La sposò in fretta: il 15 dicembre dello stesso anno. Per don Martino questo matrimonio fu pieno di interessanti risvolti economici. Come detto, donna Virginia era figlia, nonché erede, del banchiere Tommaso Marino.
- Il proprietario di palazzo Marino?
- Sì, l'attuale palazzo comunale. Donna Virginia era vedova del primo marito dal 1572, data di morte anche del padre. Era tornata a Milano a occuparsi dell'eredità lasciando i cinque figli a Sassuolo in cura a uno zio.
- Vedova, giovane, straricca e pure libera dai figli... don Martino De Leyva aveva davvero fiuto!
Nadia incrocia le braccia dietro la nuca e si stira soddisfatta. Flora guarda quel magnifico busto e sospira scherzosamente, certa di essere notata dall'amica.
- Ricomponiti... - Flora dà un leggero colpo al gomito dell'amica per farla ondeggiare sulla sedia. La bella mora si accarezza con voluttà i seni e fa una smorfia beffarda. Flora si succhia la lingua e torna seria controllando gli appunti.
- Gli accordi matrimoniali tra i due stabilirono che donna Virginia avrebbe portato in dote 50 mila scudi. In realtà questa cifra non fu data al neo sposo in contanti, bensì commutati nel possesso di buona parte di palazzo Marino. In pratica una quota di valore equivalente se non addirittura superiore alla cifra pattuita.
- Direi un affarone coi fiocchi.
Flora annuisce: - Questo accordo consentì a don Martino di poter aspirare a cariche di prestigio, cosa per la quale anche nel Cinquecento erano necessari molti soldi.
- Certe cose non cambiano mai.
- La coppia con Marianna bambina abitò per un po' a palazzo Marino. Come ti dicevo, don Martino, il padre di Marianna, futura Monaca di Monza, era il secondogenito di don Luigi e di donna Marianna de la Cueva, principi d'Ascoli. Per eredità diventò quindi Signore di Monza.
- Come mai? - domanda Nadia.
- Il nonno Antonio De Leyva, che fu il primo governatore spagnolo di Milano a partire dal 1535, aveva ottenuto nel 1529 la città di Monza in feudo per sé e i propri discendenti.
- Cosa aveva fatto per meritarsi tanto? Un bel matrimonio di interessi anche lui? - chiede polemica Nadia.
- No, ritrai le unghie! Fu grazie a meriti militari resi al duca Francesco Sforza. La famiglia mantenne questo titolo fino al 1648.
- Caspita, più di cento anni. Di quale battaglia si trattò? - Nadia è assetata di notizie storiche.
Flora sorride. Le piace andare a fondo nelle cose condite da un pizzico di erotismo.
- L'hai voluto tu, ora snocciolo un po' di date, ma lo faccio a modo mio, perché ti voglio bene e non mi va di annoiarti.
Appoggia i gomiti sul tavolo bianco e si protende in avanti con l'intero busto. Afferra l'indice dell'amica e se lo porta alla bocca. Lo appoggia sulle labbra, leccandone maliziosamente la punta. Nadia la guarda con gli occhi scuri che pian piano si accendono di desiderio.
- Nel 1521, alla nomina di Francesco II Sforza, figlio del Moro, da parte dell'Imperatore Carlo V i francesi furono cacciati dal territorio lombardo. Nel 1525 il re di Francia Francesco I conquistò Milano senza colpo ferire. Il re sapeva bene però che senza la presa della roccaforte imperiale di Pavia, difesa dalla guarnigione comandata da Antonio de Leyva, la sua vittoria non poteva dirsi completa. Decise quindi di porre l'assedio alla città.
Una pausa. Massaggia lentamente le dita di Nadia, che non toglie gli occhi piantati in quelli di Flora. Le sorride, un'altra leccata tra il dito medio e l'indice, poi riprende il racconto.
- Nel 1526 i rinforzi imperiali guidati da Carlo de Lannoy, viceré di Napoli, e dal Conestabile di Borbone, diedero battaglia all'esercito assediante, di cui, oltre ai francesi, facevano parte anche gli alleati svizzeri, i lanzichenecchi di Montmorency e le forze italiane del capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere.
Nadia non ha ascoltato una parola, rapita dalle inaspettate avance: - La cosa si complica parecchio. Ma non mi sono pentita di averti chiesto i dettagli.
- Un attimo ancora di pazienza, Nadia, ho quasi finito l'antefatto - Flora ride, adora la sincerità dell'amica. Prosegue accelerando la parlata e le carezze alle dita. - Il re francese guidò personalmente l'assalto della sua cavalleria, ma questa si trovò circondata dalla fanteria imperiale che la massacrò. La battaglia fu durissima. Pensa ai corpi dei guerrieri in cotta di maglia che giacciono a terra mutilati e ridotti a un ammasso di carne martoriata e sanguinolenta.
- Immagino che tu ne abbia un'idea più precisa della mia - ammicca Nadia.
Flora le strizza un occhio e prosegue il racconto storico: - Mentre la celeberrima fanteria svizzera fuggiva, il re Francesco I fu fatto prigioniero. Nel 1529 il Duca d'Urbino, capitano della lega anti imperiale, costrinse Antonio de Leyva a evacuare il Novarese, mentre le forze francesi si spingevano fino a Mortara e Vigevano. Sempre nel 1529 Antonio de Leyva divenne Signore di Monza.
- Mi hai confuso abbastanza le idee - Nadia ritrae la mano tenuta ostaggio dello scherzo erotico di Flora. Ha le guance avvampate - Ora che mi hai mandato su di giri per tenermi tranquilla, dimmi della nostra bella monaca.
- D'accordo, veniamo a Marianna.
Flora sfoglia le pagine del taccuino finché giunge a una piegata all'angolo. Sa bene a che cosa sta pensando la sua ex compagna di liceo. Certi giochi infiammano e portano pericolosamente sul filo della perdizione. È come un equilibrismo sopra una fune sospesa a venti metri da terra senza rete né cavo di sicurezza. Per Flora però quei guizzi di piacere sono una droga da cui fatica a stare lontana. Soprattutto da quando è rimasta senza Giulio. Una piccola dose di giochi erotici presa ogni tanto la fa sentire viva dalla corteccia cerebrale al plesso solare.
- Prima e unica figlia della coppia, Marianna nacque l’anno successivo al matrimonio: appunto nel 1575. Ma la sua vita fu da subito sfortunata: la madre morì di peste quando Marianna aveva circa un anno.
- Quindi la poveretta è defunta a ventisette anni, lasciando in totale sei figli? Povera donna.
- Era però una madre previdente e volle tutelare almeno due dei sei figli. Prima di morire fece testamento a favore di Marianna e Marco Pio, che era il maggiore dei cinque nati dal precedente matrimonio. Il marito, don Martino, doveva ricevere l'usufrutto della dote e un anello con una gemma di valore, forse l'anello nuziale.
- E gli altri quattro figli?
- Era consuetudine che l'eredità andasse solamente al primogenito, di solito al maschio, per non smembrare le proprietà e mantenere forte il nome nella discendenza. Però donna Virginia volle tutelare entrambi i primogeniti. Li lasciò quindi eredi al cinquanta per cento.
- Che fine hanno fatto i figli nati dal primo matrimonio?
- Ricomparirono al momento giusto. Morta la madre, il testamento fu immediatamente impugnato dalle sorelle di Marco Pio. Anche se qualche storico sostiene che fu lo stesso don Martino De Leyva a bloccare l'eredità. Fatto sta che fu chiesto un inventario completo dei beni. La causa riguardante l’eredità Marino proseguì per quattro anni, fino al 1580. In quell'anno il padre di Marianna accettò un compromesso con le sorelle di Marco Pio: di dodici parti dell’eredità, cinque andarono a Martino e alla figlia, sette ai figli di primo letto.
- Ma fu un furto nei confronti della piccola Marianna! - Nadia detesta le ingiustizie: è allegra e ben disposta verso la gente, persino troppo. Nella vita ha avuto brutte sorprese da persone credute amiche e che invece l'hanno pugnalata alle spalle.
Un inverno portò a casa un barbone trovato infreddolito nell'androne di un vecchio palazzo. Lo rifocillò e gli fece fare un bagno. Parlarono un po', poi l'uomo, un francese sulla quarantina, le mostrò una brutta ferita a un polpaccio rimediata, a suo dire, durante il furto delle scarpe un paio di notti prima. Nadia si commosse. Corse fuori casa e per acquistare pomate, antibiotici e tutto il necessario per una medicazione semi professionale. Si fermò in un negozio di scarpe e prese pesanti scarponi antigelo. Gli comprò anche un giubbotto col pelo, guanti e cappello. Tornò a casa carica e felice. Trovò la porta d'ingresso appena socchiusa. L'appartamento era deserto. Il francese se n'era andato portandosi via il televisore, il computer portatile e un crocifisso d'oro che la nonna le aveva regalato al battesimo e che teneva appeso vicino all'ingresso come portafortuna.
- Don Martino de Leyva accettò il compromesso con i figli di primo letto della moglie perché forse aveva fretta, voleva lasciare Milano per seguire altre campagne militari. La famiglia de Leyva non era certo in ristrettezze. Secondo un documento del 25 luglio 1580 il bilancio delle entrate milanesi di Martino e figlia ammontava a oltre 9 mila lire l’anno. Si trattava delle rendite milanesi derivanti dalla dogana e dalla mercanzia. C’erano poi le tenute di Mirabello e della Torrazza, le rendite della contea di Monza, il dazio dell’imbottato. La contea di Monza era un’entrata dei de Leyva che turnavano tra loro fratelli ogni due anni.
- Cos'era il dazio dell'imbottato?
- Una tassa comunale che dava diritto di "imbottare li grani et vini".
Il viso di Nadia si illumina con un grande sorriso: - Già, mettere nella botte...
Flora annuisce: - Nonostante i ricchi introiti, il padre non era soddisfatto. Secondo il racconto del Manzoni, Gertrude è destinata al chiostro fin dalla nascita. Ma questo non sembra essere stato il reale destino iniziale di Marianna. La prova è una lettera del padre del 1586. Don Martino scrive della dote di Marianna riguardo a un eventuale matrimonio, che dovrebbe ammontare a 7 mila ducati, pari a 33.860 lire imperiali. Una somma davvero consistente.
- Che cosa successe, allora, per far cambiare idea al padre e convincerlo a sbatterla in convento quando era ancora una bambina?
- Probabilmente il cambiamento di prospettiva avvenne nel 1588, quando il padre si risposò a Valenza con una nobildonna spagnola, Anna Viquez De Moncada, allontanandosi così definitivamente da Milano. Grazie a questo importante matrimonio Martino ottenne la carica di Maestro di Campo generale della cavalleria e della gente d’armi del regno di Napoli. Ovviamente Marianna, alla vigilia delle nuove nozze, diventò scomoda per don Martino.
- Si dava da fare! Marianna aveva più o meno tredici anni quando il padre si risposò?
- Per l'epoca anche questa era una prassi normale. Anzi, era rimasto vedovo piuttosto a lungo, circa dodici anni.
- Si vede che aspettava una vedova danarosa o una giovinetta con ricca dote.
- Più probabilmente era in battaglia. Su questo posso fare solamente congetture. Devo attenermi ai documenti. Dal secondo matrimonio nacquero poi tre figli maschi: Luigi, Antonio e Gerolamo, che lo seguirono nella carriera militare e, dopo la morte di don Martino cinquantenne nel 1599, condivisero con la sorellastra monaca l'autorità nel feudo di Monza, a rotazione biennale. La tendenza a monacare le figlie fu attuata comunque anche nei confronti dell’unica figlia spagnola, Adriana. Le altre due figlie nate dalla seconda moglie, Maddalena e Giovanna, morirono all’età di 11 e 8 anni.
- I maschi in guerra e le femmine in convento o sottoterra... bella prospettiva davvero!
- Eravamo rimasti a quando Marianna per il padre era diventata un peso per la sua nuova situazione familiare, ma soprattutto per le sue mire di carriera e… pecuniarie. Quei soldi gli servivano tutti. Altro che la dote per la figlia! Ecco allora la decisione di destinarla al chiostro.
Nadia beve un altro sorso di vino e mandragora e un'altra goccia cade dritto dritto nella profonda fessura tra i seni. Si asciuga con le dita. Poi guarda Flora e, col suo bel sorriso, aggiunge maliziosa: - O forse volevi leccarmela tu?
Flora ride. Adora queste chiacchierate con Nadia, spezzando con queste pause frizzanti. Se solo potesse dimenticare per un momento chi è e qual è il suo ruolo di moglie e madre, non ci metterebbe più di una frazione di secondo a dare seguito all'istinto bestiale di afferrare quella prorompente offerta tondeggiante e soda. Un attimo di distrazione e le sue mani affonderebbero come artigli di un rapace. Ben ricorda la consistenza morbida e compatta allo stesso tempo, la pelle liscia e tesa, il tepore e il sapore di quella pelle olivastra.
Un istante per ritornare coi piedi per terra.
- In realtà - prosegue Flora - per entrare in convento era necessaria una somma. Quindi Marianna andò a Monza con una dote di 6 mila lire imperiali. E se la matematica mi dà ragione, l’ulteriore furto pecuniario perpetrato dal padre ai danni della figlia fu dunque, apparentemente, di 27.860 lire.
- Ma non mi dire! Insomma, don Martino faceva la cresta dappertutto. Era proprio portato per la carriera politica! - Nadia abbandona la testa indietro e i ricci morbidi le inondano le spalle tornite.
Flora ride: Portatissimo, direi! In realtà il furto fu totale, perché don Martino in seguito non versò nemmeno quella cifra al notaio cui avrebbe, stando agli accordi, dovuto consegnarla in deposito.
- Anche truffatore!
- Concentriamoci ora su Mariana, che quindi entrò in monastero con una promessa di dote, ma “ereditando” in realtà solamente il nome della sua illustre casata. Anche il Manzoni, in Fermo e Lucia, fece amaramente dire a Geltrude: "…io non ho da essi ereditato che il nome”.
- Beh, avrebbero dovuto allora espellerla dal convento. Scusa, dovevano pure mantenerla? O era consuetudine anche quella di truffare monache e preti? Non c'era la sacra Inquisizione?
- No, l'inquisizione si occupava di altro. Il sant'Uffizio era l'attività svolta da tribunali ecclesiastici speciali nati con l'incarico di garantire l'unità della fede e reprimere l'eresia.
- Ho capito. Dimmi allora della sfiga di Marianna.
- Un punto fondamentale per fare luce sull'intera vicenda riguarda l’educazione religiosa ricevuta da Marianna.
- Intendi la famosa bambola vestita da monaca di cui parla Alessandro Manzoni?
- No - risponde Flora con un sorriso - quella è stata una felice invenzione letteraria.
- Che altro? Fu violentata da bambina?
- Nemmeno, ma non fu un'infanzia felice. La bambina trascorse i primi anni a palazzo Marino nella più totale assenza di affetti familiari. Morta la madre, fu affidata alle cure di una balia con la supervisione della zia paterna, donna Marianna De Leyva Soncino. Questa fu una donna terribile e di una religiosità assolutamente bigotta e autoritaria. Obbligò un figlio a diventare carmelitano e in punto di morte fece giurare al marito di abbandonare tutto e tutti per farsi frate cappuccino e andare in Marocco e Algeria a predicare il vangelo ai miscredenti. Era così bigotta che rifiutò di allevare direttamente la nipote. Dato che aveva solo figli maschi, non riteneva una cosa moralmente accettabile che Marianna, per quanto infante, crescesse in promiscuità con i suoi figli di sesso opposto.
Nadia guarda Flora a bocca spalancata: - Ma era pazza, una maniaca religiosa! E il marito davvero si fece frate cappuccino?
- Sì. È per questo che mi interessa capire quale fosse il tipo di religione insegnato a Marianna. Da bambina crebbe in un clima in cui religione e fede erano viste e vissute come una serie infinita di pratiche molto formali. Consuetudini e precetti morali e sociali si intrecciavano e influirono completamente su ogni cosa.
- Il suo rapporto con Dio dev'essere dunque stato freddo, impersonale e distanziato. Non le hanno insegnato l'amore di Cristo e per Cristo.
Flora annuisce. Adora quando Nadia coglie al volo le sfumature delle sue affermazioni.
- La ragion di stato, ovvero i doveri del censo, furono il cardine portante attorno al quale Marianna vide ruotare tutta l’esistenza della sua famiglia blasonata.
- Ho capito. Lo sviluppo della costruzione della coscienza religiosa di Marianna fu quindi instabile e influenzata dagli eventi che le capitarono».
- Questa è una tua congettura da cui prendo le distanze - Flora strizza nuovamente l'occhio a Nadia: - Io guardo i fatti. Ora però tolgo il cappello di ricercatrice e indosso quello di pettegola.
Si avvicina all'orecchio dell'amica come per sussurrare un segreto: - Posso quindi dire che Marianna de Leyva crebbe nello splendido isolamento di palazzo Marino, esteticamente magnifico, ma sola e in un clima familiare privo di calore umano, affidata a balie e precettori, forse anche a qualche educandato, senza mai sperimentare la gioia e il calore di un rapporto affettivo autentico. Penso che questa carenza ebbe profonde conseguenze sia nel suo rapporto amoroso con Gian Paolo Osio, sia nel suo rapporto materno con Francesca, la figlia avuta dall'Osio».
- La Monaca di Monza ha avuto una figlia?
Flora si porta l'indice alla bocca, e le indica di fare silenzio: - Sì, ma non voglio fare salti in avanti. Marianna visse l'infanzia a cavallo tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, in un ambiente fortemente filo ispanico, dove regnava l'atmosfera rigida e inflessibile della Controriforma cattolica. Questo deve aver sicuramente influito sul tipo di educazione religiosa ricevuta dalla bambina.
- Ma se inizialmente Marianna era destinata al matrimonio, non può aver ricevuto quell'educazione di preparazione alla vita monastica narrata dal Manzoni?
- Non è da escludere la possibilità che la sua educazione sia stata affiancata da una altrettanto scrupolosa finalizzata al chiostro. Non dimenticare infatti la presenza a palazzo Marino della religiosissima, terribile zia, piena di fobie religiose.
- Una strega!
- No. Non fu una strega - risponde seccamente Flora e il suo pensiero corre a torture, grida, carni straziate di innocenti finite poi sul patibolo. Sacerdoti assassini in nome di un'idea sbagliata di Dio. La tempia duole un pochino, un leggero massaggio e riprende il discorso.
- Furono cause economiche e sentimentali, aggiunte alle ambizioni di fare carriera militare quelle che spinsero il padre di Marianna a votarla al chiostro, nell'intento di liberarsi senza troppa spesa di una figlia divenuta scomoda.
- Senza alcuna spesa, vorrai dire.
- Sì, il puro calcolo, privo di ogni aspetto religioso, spinse perciò don Martino a indirizzare la figlia verso la vocazione monastica. La semplice obbedienza ai voleri del padre portò la tredicenne Marianna a varcare la soglia claustrale e a divenire, poi, monaca per sempre.
- Tredici anni? Era una bambina.
Una bambina di tredici e una di dodici anni. Che differenza fa? Una in monastero, l'altra tra le grinfie di un orco. Flora ha un forte capogiro: - Scusa Nadia, devo andare un attimo in bagno.

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