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lunedì 22 marzo 2010

Le riviviscenze

Con la scusa di essere in ritardo e dover correre a casa dalla figlia Dora, Flora ha salutato in fretta suor Angela Barni e lasciato rapidamente il convento. Non ha neppure ascoltato le parole della religiosa che forse le chiedevano spiegazioni.
Flora sente l'impellente bisogno di restare sola per riflettere sull'incontro appena avvenuto: ha davvero parlato con la Monaca di Monza? O tutto è stato il frutto di un nuovo malore? Nel chiostro del convento è rimasta pochi minuti o forse è trascorso un solo istante? L'orologio da polso è fermo e ha perso la cognizione del tempo. Certo, avrebbe potuto domandarlo a suor Angela, ma sul momento ha preferito scappare piuttosto che infilarsi in una conversazione in cui dover dare nuove spiegazioni.
La luce del sole che prima era abbacinante sta mutando rapidamente. Nel cielo incolore si stanno formando dei cumuli nembi sopra i tetti arroventati dei palazzi del centro. Verso ovest si allarga una macchia grigia che preannuncia l'arrivo di un temporale estivo. Una prima folata di vento scompiglia i lunghi capelli di Flora che li scosta senza perdere il ritmo della rapida camminata verso l'auto.
Nel corso degli anni aveva già assistito a molte visioni e la sua agitazione di oggi non è dovuta alla novità sperimentata. A colpirla è la concomitanza del personaggio apparso con la ricerca che sta effettuando. Una contestualizzazione che finora non le era mai capitato e che quindi le apre un nuovo ambito di riflessione. È forse lei stessa in grado di chiamare, quasi di invocare la persona desiderata? Nel chiostro si sarebbe accontentata di stabilire un nesso logico grazie ai suoi strascichi di poteri ereditati, oppure di scovare una sorta di passaggio spazio temporale che la illuminasse attraverso un nuovo punto di vista. Mai si sarebbe aspettata un incontro faccia a faccia con suor Virginia.
Flora corre sempre più affannata e ricorda. Talvolta aveva assistito a semplici apparizioni durate pochi secondi, lo spazio di un battito di palpebre. Altre erano state vere e proprie immedesimazioni nel corpo di altre persone, come se la sua anima, o meglio, i suoi pensieri, fossero stati estirpati dal suo cervello, condensati in un unica materia e sbalzati indietro a velocità oltre ogni immaginazione raggiungendo epoche remote, fino a diventare le idee di qualcun altro, nel corpo di qualcun altro. E poi, al termine di tutto ciò, dopo un tempo variabile, il magma di collegamenti cerebrali veniva nuovamente prelevato e scagliato in avanti, fino a farla rientrare in se stessa. Tutte esperienze accadute senza alcun preavviso e spesso di notte, al punto di essere credute sogni o incubi.
Ogni volta l'esito dei vissuti su se stessa poteva essere differente e imprevedibile. Poteva tornare in sé conservando una sensazione di piacevolezza oppure, al contrario, di tristezza, se non di disperazione o puro terrore. Qualche volta ritornava in sé sconvolta, come se fosse sotto l'effetto di un terribile shock o addirittura con lo strascico di dolori fisici supportati da segni evidenti sulla sua carne: graffi, ferite, scottature. E poi c'era la questione della durata: certi episodi sembravano averle rubato parecchio tempo, ma una volta terminati i suoi interlocutori rimasti saldamente in questa realtà nemmeno si erano accorti di qualcosa di strano in lei. Se qualche volte si era assentata pochi istanti, altre era scomparsa per ore, se non addirittura giorni o anni.
Da bambina a queste esperienze aveva dato il nome di "riviviscenze".
Visioni e riviviscenze erano iniziate infatti quando era molto piccola. Negli anni dell'infanzia un bambino le faceva spesso compagnia durante i lunghi pomeriggi solitari trascorsi a giocare nella sua cameretta. La vera particolarità era che l'amico sembrava vivere all'interno di un'intercapedine del muro: era da lì che entrava e usciva dalla stanza, ma senza mai spaventare la piccola Flora che da subito era stata felice di condividere un simile segreto con un coetaneo così speciale.
Un giorno a scuola raccontò alle amichette questa straordinaria compagnia. L'attenta maestra decise di convocare la madre di Flora per avvisarla che probabilmente la bambina si sentiva sola, al punto da essersi creata un amico immaginario. Mamma Dafne finse una lieve preoccupazione, congedandosi dall'insegnante con la promessa che avrebbe trascorso più tempo in compagnia della figlia. Una volta a casa, Dafne rise di cuore: del resto l'ingenua docente come poteva immaginare di avere tra le sue alunne l'erede di un'antica dinastia di streghe? Nello stesso momento qualcun altro, non visto, ancora lontano nel tempo e nello spazio, probabilmente stava ridendo di Dafne e della sua sciocca superficialità, visto che a breve le avrebbe portato via la vita stessa.
Le esperienze senza apparente spiegazione, per Flora diventata ragazza, si erano acuite con il trascorrere degli anni, ma la loro frequenza e intensità erano mutate profondamente, forse per la crescente consapevolezza che man mano l'accompagnava nella crescita. Flora smise completamente di parlarne: temeva che si pensasse che fosse mezza matta, o peggio ancora una bugiarda cronica.
Purtroppo questo suo "dono" non era in grado di aiutarla nella previsione del futuro, ma le faceva viveva spesso balzi indietro nel tempo, come se una forza misteriosa fosse in grado di afferrarla e, tenendola serrata in un maglio d'acciaio, la scagliasse lontano, indietro nel passato. Nel passato di chi, poi, davvero non sapeva sempre rispondere. Qualche volta le sembrava di riconoscere le figure protagoniste dei suoi flash back, come se avesse vissuto centinaia di esistenze in epoche diverse, reincarnandosi ogni volta. Altre faticava a capire in quale luogo fosse finita e le pareva di girovagare in una zona grigia senza spazio né tempo o in un deserto sabbioso in privo di punti di riferimento temporali. Spesso questi tentativi di darsi spiegazioni non avevano nulla di logico e più volte aveva temuto di essere molto vicina all'orlo della follia.
Finché fu al suo fianco, mamma Dafne cercò sempre strenuamente di tenerle nascosta la sua vera natura: in parte per non turbarla ma soprattutto per proteggerla. Preferiva che vivesse il più possibile come una ragazza qualunque, lontana da stranezze, magie, incantesimi. Con sforzi incredibili e al limite del parossismo aveva sempre cercato di convincere Flora di aver sognato, oppure di essere vittima di un'illusione ottica oppure, peggio ancora, di essere soggetta ad allucinazioni. Fu un giorno la lunga visita di Leila, la nonna materna, ad aprirle finalmente gli occhi sulla vera natura dei suoi incontri visionari e delle riviviscenze.

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