- Questa ricerca partita dalla Monaca di Monza mi ha già causato parecchi problemi.
Esclama Flora a voce alta mentre a passo sostenuto corre lungo via Vittorio Emanuele verso il parcheggio dove ha lasciato l'auto in sosta. La borsa a tracolla contiene il suo prezioso taccuino rosso che raccoglie gli ultimi appunti. Sente di doversi sbrigare, anche se non ha una meta precisa, ma vuole lasciare una traccia scritta delle impressioni appena ricevuto dall'incontro con la Signora.
- Ci sono molti, troppi dettagli nella vita di Marianna che si agganciano dolorosamente ai miei e rischio di perdere lucidità nell'analisi dei fatti. Entrambe senza madre, la nostra violenza subita... e poi questi continui malori...
Flora si infila nell'auto verde entrando in una sorta di bolla d'aria rovente surriscaldata da ore di sole a picco. Il caldo le impedisce quasi di respirare. Apre i finestrini mentre il termometro segna quarantadue gradi al sole. Aziona il climatizzatore al massimo per tentare di rinfrescare l'aria dell'abitacolo. Prima di partire si guarda gli occhi allo specchietto retrovisore: sono stanchi e segnati dalla fatica, come se non dormisse da giorni. Ha lo stomaco ribaltato. Afferra il volante rovente con le mani e appoggia la fronte sul clacson. Sul tappetino sotto ai suoi piedi nota una decina di formiche alate dai movimenti rallentati probabilmente per colpa del calore.
- Da dove arrivano queste?
Mentre gli occhi scrutano gli insetti brulicanti, i pensieri corrono in solitaria riflessione.
All'inizio della loro relazione forse davvero suor Virginia non era invaghita di Osio. Era solo una ragazza curiosa, contenta di ricevere attenzioni da un coetaneo. E i pettegolezzi delle suorine fecero il resto. Doveva essere dura la vita in convento sapendo di doverci restare per tutta la vita, senza altre prospettive per il futuro, chiusa nel chiostro senza la forza di una vocazione vera.
Flora rialza la testa e passa le mani sotto le occhiaie bluastre che campeggiano come mezzelune rischiarate da un'alba senza sole. Si stropiccia gli occhi. Crede alle parole pronunciate da Marianna. Ormai ne è certa: non fu lei a concedersi a Osio. Suor Virginia Maria fu raggirata e violentata. Gian Paolo la prese con la forza: approfittò della sua ingenuità.
- Forse Marianna non era del tutto ingenua, ma si aspettava un incontro amoroso. Baci, carezze, un po' di affetto da parte di quel bel giovane. L'unico che avesse la possibilità di vedere dal suo convento-prigione.
La delusione di quella violenza fu probabilmente terribile. Un po' come era accaduto anche a Flora a dodici anni. Se quel ragazzo le avesse chiesto di fare l'amore con lui, lei avrebbe risposto di sì. Si sarebbe donata completamente. Ma il giovane orco non le chiese nulla e si prese tutto da sé.
Lo stesso successe a Marianna. Rinchiusa nei panni scomodi di suor Virginia Maria, avrebbe voluto almeno per quella notte essere solamente Marianna. Una giovane innamorata e incuriosita dell'altro sesso. Invece fu ferita, umiliata e tradita dall'unico uomo che aveva conosciuto.
Una lacrima sgorga dagli occhi stanchi di Flora. I ricordi sopiti quando tornano a galla bruciano come ferri incandescenti che cauterizzano gli arti appena amputati. La giovane innesta la marcia e parte. Guida distrattamente, mentre i pensieri corrono rapidi come saette nel cielo tempestoso che sta caricando energia per lanciare saette al suolo.
- Dopo il primo incontro notturno tra Gian Paolo e suor Virginia, la monaca si ammalò. L'indisposizione durò diverso tempo. Anni dopo, durante il processo, nella confessione suor Virginia giurò di aver fatto numerosi propositi di non rivedere più Gio. Invece Osio non demordette. Era abituato a prendere ciò che desiderava e quella monaca era il frutto più prelibato del giardino confinante con la sua proprietà di Monza. Così, nel frattempo, continuò ad assediarla con doni e lettere. Il corteggiamento si fece serrato. Ma ormai tutto il convento mormorava dell'incontro avvenuto e dei continui regali per la Signora che provenivano da quello scavezzacollo di Gian Paolo. La povera suor Virginia era stretta in una trappola mortale. O cedeva, o impazziva.
*****
Nel convento di santa Margherita suor Angela è in refettorio con le consorelle. Sbocconcella un pezzo di pane in silenzio nella grande stanza disadorna. Le chiacchiere lievi l'accarezzano senza distogliere la sua attenzione dai pezzi di mollica che prima stacca, poi appallottola e infine ingoia come fossero caramelle di zucchero. Le spesse mura hanno il pregio di mantenere fresco l'ambiente e rendere più sopportabile l'obbligo di indossare pesanti vesti e il velo anche d'estate, però fanno rimbombare ogni suono costringendo il dialogo a un bisbiglio.
- Angela, dov'è finita la signorina tua ospite? - le sussurra a un tratto suor Michela, l'anziana religiosa che le siede di fronte.
- Credo abbia avuto un impegno improvviso - risponde imbarazzata, - ha una bambina piccola, mi ha detto, che sta poco bene.
- L'ho vista nel chiostro. Da sola.
Angela smette di giocare col pane e fissa gli occhi della suora grandi come tuorli incorniciati da una spessa montatura d'osso.
- In che senso? Con chi avrebbe dovuto essere?
- Non saprei. È solo che mi pareva che parlasse con qualcuno.
- Qualcuno chi? - insiste suor Angela.
- Con una di noi... - si inserisce nel dialogo un'altra monaca.
- Scusa Michela, ma non capisco di cosa stiamo parlando.
- Di quella donna che parlava da sola mentre stava seduta a terra - rimarca l'anziana religiosa spalancando oltremodo gli occhi.
- Chi parlava da sola? - domanda incuriosita la consorella seduta accanto ad Angela.
- Che dite? La signora Leth è stata nel chiostro appena un minuto e poi...
- Ora basta! - interrompe la voce decisa di suor Paola Cereda, la madre superiora. - Cosa sono questi pettegolezzi da scolarette?
Le suore tacciono immediatamente, mentre il colore della vergogna avvampa le loro gote. Solo suor Angela non prova imbarazzo per il richiamo: Flora Leth ha attorno a sé un alone speciale e il suo strano comportamento non fa che alimentare in lei la convinzione di essere di fronte a una persona che finalmente ha portato una ventata nuova nelle sue giornate sempre uguali.
*****
Improvvisamente Flora si accorge di aver sbagliato strada. Non sa esattamente quando, ma invece che verso casa, è andata nella direzione opposta. Adesso si trova dall'altra parte della città. Arresta l'auto verde davanti alla targa che annuncia in caratteri dorati il nome della scuola. È arrivata davanti all'ingresso principale di quello che fu il suo liceo, frequentato molti anni prima. Da quando ha conseguito il diploma non vi ha più messo piede, nonostante la febbrile curiosità di sapere se quell'uomo si aggiri ancora nell'istituto. Quel posto per lei è stata la tana dell'orco.
- Chissà ora dov'è don Michele Scaraffi? Che fine avrà fatto quel mostro odiato e amato, temuto e desiderato?
Pensa al re dei suoi incubi, sovrano dei suoi ricordi repressi, titolare estremo dei suoi segreti più intimi. Eppure a distanza di tanti anni ripensare al suo volto bello e malefico le procura una fitta alla bocca dello stomaco violenta come una pugnalata. Terribile e sublime allo stesso tempo.
E ora è davanti al cancello grigio e pensa a quante volte l'ha varcato timorosa di incontrarlo. Fissa il cancello sbarrato a bocca aperta ma non scende dall'auto. Un improvviso temporale sta scaricando energia con fulmini accecanti. Il cielo è cupo e i tuoni esplodono vicini. Flora fissa l'ingresso della scuola attraverso il cristallo inondato dalla fitta pioggia. Il cuore batte forte e deve trattenere il fiato per non esplodere in singhiozzi. Ma l'apnea dura poco e il pianto dirotto le gonfia e sgonfia il petto ritmicamente come un mantice per fucina da fabbro.
*****
Il primo approccio così spietatamente diretto col prete avrebbe dovuto aprirle gli occhi. Quell'uomo le aveva infilato una mano nelle mutandine scoprendo a colpo sicuro il segreto della perdita della verginità. La messa a nudo così obbrobriosa del suo segreto più imbarazzante avrebbe dovuto indurla a capire che quello non era un uomo come tutti gli altri. Flora sarebbe dovuta scappare immediatamente, fuggire da quella situazione, rifugiarsi tra le braccia amorevoli di chi l'amava. Però mamma Dafne non era più con lei da tanti anni e il prete ben conosceva la sua solitudine e aveva scelto con cura la sua nuova preda.
Flora non fu capace di tirarsi indietro quando ancora era in tempo. La vergogna fu più forte della volontà.
Il tono di voce del prete così imperativo e dolce allo stesso tempo convinceva Flora che quell'uomo, così sicuro di sé, in qualche modo avesse ragione. E poi era dannatamente bello, anche se in quello sguardo celestiale talvolta percepiva il guizzo della follia.
Sapeva di essere stata una ragazza cattiva e non voleva diventare peggiore. Desiderava togliersi dalla coscienza il peso di aver facilitato con tale ingenuità la violenza del ragazzo. Voleva solo sentirsi leggera come un granello di polline trasportato dalla brezza primaverile.
Il solo ricordo di quella sera in spiaggia le faceva chiudere gli occhi e stringere forte i pugni. Provava una vergogna assoluta, mai narrata a nessuno, da tenere dentro di sé, nascosta per sempre. E poi c'era la rivelazione fatta da nonna Leila. Pazzia o verità poco le importava: quel prete era forse l'unico che finora si era dimostrato capace di strapparle la pesante eredità dall'anima e ridarle rinnovato candore.
Don Michele era un prete e Flora adolescente pensava che non potesse desiderare altro da lei se non la purificazione della sua anima. Lui sarebbe stato il salvatore di questa e di tutte le vite precedenti che Leila le aveva detto di aver vissuto.
E così lasciò che fosse.
Flora quindicenne andò alle successive prove di canto speranzosa che don Michele si accorgesse ancora di lei, che le dicesse qualcosa di nuovo, una parola in più. Lo guardava sorridendo pronta ad affidarsi per la purificazione. A volte sentiva il suo sguardo rapace piombarle addosso, risalirle lungo il corpo, scrutarle la pelle centimetro dopo centimetro, e insinuarsi nella sua testa per scandagliare ogni pensiero. Timore ed eccitazione allo stesso tempo, paura e desiderio di quell'uomo a metà strada tra un angelo liberatore e il diavolo tentatore.
Dopo qualche lezione incontro in cui non successe nulla e Flora cantava in chiesa assieme alle altre allieve sue coetanee, un giorno finalmente il prete le chiese di fermarsi un po' di più. Desiderava parlarle in privato dei suoi progressi nel canto.
Flora si sentì felice. Era convinta che sarebbe iniziato il percorso spirituale, che l'avrebbe ricondotta sulla retta via. Una via nuova a lei sconosciuta. Se davvero avesse avuto ragione Leila, se davvero era una strega da millenni, allora era giunto il momento di prendere coscienza di questa pesante eredità e gettarsi alle spalle questo scomodo fardello.
Attese con ansia il momento di correre da lui non appena le altre ragazze si congedarono. Mentre le amiche si dirigevano verso l'ampio corridoio che conduceva all'uscita dell'istituto, Flora si staccò dal gruppo fingendo di aver dimenticato qualcosa in chiesa. Mentre tornava indietro don Michele le passò accanto.
Sorridendole disse: - Ti aspetto nel mio ufficio tra dieci minuti. Sii rapida e accorta. Non farti vedere da nessuno.
Il prete si allontanò con lunghi passi e Flora rimase ferma un attimo guardando l'orologio. Era pomeriggio inoltrato e avrebbe dovuto inventare una scusa per giustificare con Giada il suo ritardo.
Quando percorse il lungo corridoio buio al quarto piano che conduceva nel suo studio, Flora aveva il cuore in gola dalla gioia. Già le sembrava di sentirsi un po' più libera dal macigno ingombrante del terribile ricordo.
Bussò con delicatezza e sentì la voce di don Michele che la invitava a entrare. Il prete era seduto sulla poltrona di pelle nera, con aria tranquilla. Teneva entrambe le mani appoggiate sull'ampia scrivania di legno scuro e antico, intento a strofinarle una con l'altra come una mosca attenta.
La giovane avanzò. Rimase in piedi, felice ed eccitata, pronta a fare tutto ciò che l'uomo avesse chiesto. Il cuore le batteva forte, era davvero emozionata.
- Bene - disse lui per prima cosa - ecco la mia bambina cattiva che devo assolutamente mondare.
Senza muoversi, le chiese di avvicinarsi e inginocchiarsi vicino a lui per recitare una preghiera. Flora appoggiò sul pavimento di marmo freddo entrambe le ginocchia e iniziò a pregare ad alta voce. Era autunno e dall'ampia vetrata si intravedevano gli alberi bruni colorati di rosso e mattone.
Quando Flora terminò la preghiera, l'uomo fece cenno di restare in quella posizione. Poi disse: - Sai bambina mia, canti abbastanza bene, però non hai ancora imparato ad aprire i polmoni. Devi respirare meglio, è fondamentale. L'aria deve spalancare la tua gola e correre giù libera, fino a riempirti. Capisci quello che dico?
La ragazza annuì con la testa. Pensò a quanto cercasse di impegnarsi nel canto. Ascoltava anche gli insegnamenti di suor Giulia, che aveva la voce che pareva il trillo di un usignolo. Flora tentava di mettere in pratica tutto, anche se pareva difficile automatizzare tante nuove istruzioni.
Don Michele sorrideva tranquillo, senza mai smettere di sfregarsi le mani. Al collo portava un crocifisso smaltato di rosso, col Cristo color argento.
- Non ti alzare, bambina mia. Adesso vengo più vicino per spiegarti meglio - disse e a Flora ricordò la frase del lupo cattivo vestito da Nonna che parla con Cappuccetto Rosso. Intanto il prete, spingendosi con i piedi, scostò dalla scrivania la sedia.
La sua lunga veste era aperta sul davanti all'altezza del pube. Di tutti quei bottoni neri, cinque o sei erano slacciati. A Flora venne un tuffo al cuore: capì anche se avrebbe voluto non capire affatto. Cercò di non pensare, per scacciare i cattivi pensieri e la paura che stava prendendo il sopravvento.
- A che cosa pensa la mia bambina? - chiese l'uomo, mentre il tono della sua voce era lievemente diventato più greve. Poi aggiunse: - Tu sai che cosa deve fare un uomo come me a una bambina cattiva come te?
Flora rimase immobile. I suoi pensieri erano paralizzati. Sentiva il sangue pulsare all'altezza delle tempie. Il terrore si stava impadronendo del suo corpo facendolo tremare come una foglia sbattuta da un'improvvisa folata di vento.
- Io credo che tu lo sappia, perché sei già stata deflorata. E le bambine cattive quando vedono certe parti del corpo di un uomo fanno subito pensieri immondi. Questo non si fa. Sei forse una donnaccia che ha di questi pensieri!
Flora non sapeva più a che cosa pensare. Scosse con violenza il capo e distolse lo sguardo dall'uomo. Fissò le nervature del marmo marrone davanti alle sue ginocchia.
- Dimmi, piccola mia, stai pensando a che cosa c'è sotto questa veste?
La giovane Flora continuava a rimanere immobile e ammutolita. Era completamente annientata dalle sue parole. Non esisteva più: come se dentro di lei non ci fosse più alcun pensiero. Sentiva solamente il rimbombo assoluto delle sue parole. Non osava alzare lo sguardo, ma percepiva che le mani del sacerdote avevano cambiato posizione.
Improvvisamente la curiosità ebbe il sopravvento. Flora sollevò lo sguardo e fissò incredula il prete che, nuovamente seduto di fronte a lei, aveva il membro eretto che fuoriusciva dalla veste nera. Si sentì enormemente a disagio, ma allo stesso tempo le sembrò giusto restare in ginocchio umiliata così. Questo era il prezzo da pagare per ciò che aveva causato tre anni prima.
L'uomo reggeva il membro con entrambe le mani, quasi fosse un trofeo da mostrare con orgoglio.
Parlava con soddisfazione, come un antico sacerdote custode del sapere antico. Si sentiva onnipotente di fronte a una ragazzina impaurita.
- Le bambine cattive desiderano sempre toccare questa parte di un uomo.
In realtà Flora non avrebbe voluto toccare niente. Ma la voce del prete sembrava averla ipnotizzata. Richiuse gli occhi, e le venne in mente la saliva piena di sabbia assaggiata quella notte di agosto sulla spiaggia ligure mentre la mano del bel moro le teneva la faccia schiacciata e abusava del suo corpo acerbo. La sensazione era ancora così viva che Flora dovette deglutire per togliersi i granelli dalle papille gustative.
Consapevole di non aver via di scampo, cercò di farsi forza. Per rendere la situazione meno terribile, immaginò di essere una vergine prescelta per il sacrificio sull'altare del tempio. Un'energia speciale si irradiò nel suo petto e le diede l'illusione di sentirsi meglio, più a suo agio.
Flora allungò il braccio destro, fino a che con la mano giunse a sfiorare le dita del prete, che si dischiusero per lasciare spazio alla sua presa. La ragazza appoggiò solo il palmo della mano, tenendo le dita aperte. La saliva calda e amara risaliva dallo stomaco e le inondava la bocca. Le sembrava di dover vomitare da un momento all'altro, ma lo sforzo di immaginarsi al cospetto del sacro braciere l'aiutò a mantenere la calma.
Don Michele mise la mano su quella della ragazza e le chiuse con forza le dita. Flora suo malgrado tastò la possente virilità. Avrebbe voluto scappare via, ma l'uomo le teneva stretta la mano. In ogni caso, non avrebbe avuto la forza di mettere in moto i muscoli delle gambe intorpidite dalla posizione inginocchiata.
Il prete iniziò a muoverle la mano su e giu. Lei cercò solo debolmente di opporsi. L'uomo non mollava la presa, anzi: più percepiva la volontà della ragazza di scostare la mano, più stringeva e aumentava il ritmo dei movimenti, divertito dalla situazione del gatto che gioca con il topo.
Dopo alcuni minuti, che a Flora sembrarono non finire mai, il prete tolse la mano e la liberò.
- Alzati! - le ordinò.
Sembrava adirato. Era rosso in volto, ma Flora non osò guardarlo più di un istante, perché quegli occhi irati le ricordarono quelli temibili di un altro uomo di cui ora aveva dimenticato tutto. Una riviviscenza? Quella somiglianza le provocò un improvviso dolore al petto, come se una mano invisibile le avesse stritolato il cuore per bloccarle il battito e disporre completamente della sua vita.
- Mia cara bambina, so chi sei e ti ho trovata. Hai il dono demoniaco di tentare gli uomini e portarli alla follia. Io ti insegnerò come si comporta una brava bambina e ti mostrerò tutto ciò che non dovrai mai fare con gli altri uomini.
Mentre parlava si ricomponeva la veste. Il crocifisso rosso sangue gli dondolava lentamente al collo. Con la mano fece segno a Flora di rialzarsi e uscire dallo studio. Sembrava essersi calmato, anche se il rossore gli avvampava il volto.
Aggiunse: - Le bambine cattive che vogliono diventare brave non vanno in giro a raccontare i brutti pensieri che hanno avuto e ciò che hanno combinato. Altrimenti le brave bambine vengono prese e impalate e tutti sapranno i peccati di cui sono macchiate.
Il termine "impalate" ricordò alla ragazza di chi fossero quegli occhi pieni di odio nei suoi confronti: colui che la tenne prigioniera due giorni e la decorticò prima di consegnarla al boia.
Don Michele puntò il dito in faccia a Flora e disse: - Io ti riporterò sulla retta via. Ma tu dovrai mantenere il nostro segreto, altrimenti i miei sforzi saranno inutili. Capito?
Quasi urlò. I suoi occhi neri erano arrossati. Flora lo guardava basita, senza proferire parola mentre riconosceva nei tratti del prete la somiglianza con quell'uomo incontrato qualche centinaia di anni prima.
Flora si limitò a un "sì" pronunciato con voce flebile. Poi afferrò la maniglia, aprì la porta e scappò fuori. Corse per tutto il corridoio e poi giu per le scale. Avrebbe fuggire fino all'orizzonte dei suoi pensieri e dei suoi ricordi passati e presenti, ma non le fu possibile. Fu bloccata da suor Giulia, l'insegnante di storia dell'arte e canto, che la guardò coi suoi grandi occhi verdi.
- Flora, cosa fai ancora qua? Vai a casa tua, o tua madre morirà di paura a non vederti rientrare prima di sera.
- Mia mamma è già morta - rispose trattenendo a stento le lacrime mentre sentiva gli angoli della bocca protendere verso il mento.
Gli occhi languidi della monaca rimasero fermi osservando quella strana ragazza percorrere il lungo corridoio ammantato dall'oscurità della sera. Strinse al petto le due cartellette piene di compiti in classe da correggere e proseguì verso la sua stanza al terzo piano. Solo per un attimo si chiese come mai Flora si aggirasse ancora per l'istituto a quell'ora. Fece spallucce e sistemò sul naso gli occhiali con la montatura dorata.
- Avrà avuto da studiare.
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