- Questa ricerca partita dalla Monaca di Monza mi ha già causato parecchi problemi.
Esclama Flora a voce alta mentre a passo sostenuto corre lungo via Vittorio Emanuele verso il parcheggio dove ha lasciato l'auto in sosta. La borsa a tracolla contiene il suo prezioso taccuino rosso che raccoglie gli ultimi appunti. Sente di doversi sbrigare, anche se non ha una meta precisa, ma vuole lasciare una traccia scritta delle impressioni appena ricevuto dall'incontro con la Signora.
- Ci sono molti, troppi dettagli nella vita di Marianna che si agganciano dolorosamente ai miei e rischio di perdere lucidità nell'analisi dei fatti. Entrambe senza madre, la nostra violenza subita... e poi questi continui malori...
Flora si infila nell'auto verde entrando in una sorta di bolla d'aria rovente surriscaldata da ore di sole a picco. Il caldo le impedisce quasi di respirare. Apre i finestrini mentre il termometro segna quarantadue gradi al sole. Aziona il climatizzatore al massimo per tentare di rinfrescare l'aria dell'abitacolo. Prima di partire si guarda gli occhi allo specchietto retrovisore: sono stanchi e segnati dalla fatica, come se non dormisse da giorni. Ha lo stomaco ribaltato. Afferra il volante rovente con le mani e appoggia la fronte sul clacson. Sul tappetino sotto ai suoi piedi nota una decina di formiche alate dai movimenti rallentati probabilmente per colpa del calore.
- Da dove arrivano queste?
Mentre gli occhi scrutano gli insetti brulicanti, i pensieri corrono in solitaria riflessione.
All'inizio della loro relazione forse davvero suor Virginia non era invaghita di Osio. Era solo una ragazza curiosa, contenta di ricevere attenzioni da un coetaneo. E i pettegolezzi delle suorine fecero il resto. Doveva essere dura la vita in convento sapendo di doverci restare per tutta la vita, senza altre prospettive per il futuro, chiusa nel chiostro senza la forza di una vocazione vera.
Flora rialza la testa e passa le mani sotto le occhiaie bluastre che campeggiano come mezzelune rischiarate da un'alba senza sole. Si stropiccia gli occhi. Crede alle parole pronunciate da Marianna. Ormai ne è certa: non fu lei a concedersi a Osio. Suor Virginia Maria fu raggirata e violentata. Gian Paolo la prese con la forza: approfittò della sua ingenuità.
- Forse Marianna non era del tutto ingenua, ma si aspettava un incontro amoroso. Baci, carezze, un po' di affetto da parte di quel bel giovane. L'unico che avesse la possibilità di vedere dal suo convento-prigione.
La delusione di quella violenza fu probabilmente terribile. Un po' come era accaduto anche a Flora a dodici anni. Se quel ragazzo le avesse chiesto di fare l'amore con lui, lei avrebbe risposto di sì. Si sarebbe donata completamente. Ma il giovane orco non le chiese nulla e si prese tutto da sé.
Lo stesso successe a Marianna. Rinchiusa nei panni scomodi di suor Virginia Maria, avrebbe voluto almeno per quella notte essere solamente Marianna. Una giovane innamorata e incuriosita dell'altro sesso. Invece fu ferita, umiliata e tradita dall'unico uomo che aveva conosciuto.
Una lacrima sgorga dagli occhi stanchi di Flora. I ricordi sopiti quando tornano a galla bruciano come ferri incandescenti che cauterizzano gli arti appena amputati. La giovane innesta la marcia e parte. Guida distrattamente, mentre i pensieri corrono rapidi come saette nel cielo tempestoso che sta caricando energia per lanciare saette al suolo.
- Dopo il primo incontro notturno tra Gian Paolo e suor Virginia, la monaca si ammalò. L'indisposizione durò diverso tempo. Anni dopo, durante il processo, nella confessione suor Virginia giurò di aver fatto numerosi propositi di non rivedere più Gio. Invece Osio non demordette. Era abituato a prendere ciò che desiderava e quella monaca era il frutto più prelibato del giardino confinante con la sua proprietà di Monza. Così, nel frattempo, continuò ad assediarla con doni e lettere. Il corteggiamento si fece serrato. Ma ormai tutto il convento mormorava dell'incontro avvenuto e dei continui regali per la Signora che provenivano da quello scavezzacollo di Gian Paolo. La povera suor Virginia era stretta in una trappola mortale. O cedeva, o impazziva.
*****
Nel convento di santa Margherita suor Angela è in refettorio con le consorelle. Sbocconcella un pezzo di pane in silenzio nella grande stanza disadorna. Le chiacchiere lievi l'accarezzano senza distogliere la sua attenzione dai pezzi di mollica che prima stacca, poi appallottola e infine ingoia come fossero caramelle di zucchero. Le spesse mura hanno il pregio di mantenere fresco l'ambiente e rendere più sopportabile l'obbligo di indossare pesanti vesti e il velo anche d'estate, però fanno rimbombare ogni suono costringendo il dialogo a un bisbiglio.
- Angela, dov'è finita la signorina tua ospite? - le sussurra a un tratto suor Michela, l'anziana religiosa che le siede di fronte.
- Credo abbia avuto un impegno improvviso - risponde imbarazzata, - ha una bambina piccola, mi ha detto, che sta poco bene.
- L'ho vista nel chiostro. Da sola.
Angela smette di giocare col pane e fissa gli occhi della suora grandi come tuorli incorniciati da una spessa montatura d'osso.
- In che senso? Con chi avrebbe dovuto essere?
- Non saprei. È solo che mi pareva che parlasse con qualcuno.
- Qualcuno chi? - insiste suor Angela.
- Con una di noi... - si inserisce nel dialogo un'altra monaca.
- Scusa Michela, ma non capisco di cosa stiamo parlando.
- Di quella donna che parlava da sola mentre stava seduta a terra - rimarca l'anziana religiosa spalancando oltremodo gli occhi.
- Chi parlava da sola? - domanda incuriosita la consorella seduta accanto ad Angela.
- Che dite? La signora Leth è stata nel chiostro appena un minuto e poi...
- Ora basta! - interrompe la voce decisa di suor Paola Cereda, la madre superiora. - Cosa sono questi pettegolezzi da scolarette?
Le suore tacciono immediatamente, mentre il colore della vergogna avvampa le loro gote. Solo suor Angela non prova imbarazzo per il richiamo: Flora Leth ha attorno a sé un alone speciale e il suo strano comportamento non fa che alimentare in lei la convinzione di essere di fronte a una persona che finalmente ha portato una ventata nuova nelle sue giornate sempre uguali.
*****
Improvvisamente Flora si accorge di aver sbagliato strada. Non sa esattamente quando, ma invece che verso casa, è andata nella direzione opposta. Adesso si trova dall'altra parte della città. Arresta l'auto verde davanti alla targa che annuncia in caratteri dorati il nome della scuola. È arrivata davanti all'ingresso principale di quello che fu il suo liceo, frequentato molti anni prima. Da quando ha conseguito il diploma non vi ha più messo piede, nonostante la febbrile curiosità di sapere se quell'uomo si aggiri ancora nell'istituto. Quel posto per lei è stata la tana dell'orco.
- Chissà ora dov'è don Michele Scaraffi? Che fine avrà fatto quel mostro odiato e amato, temuto e desiderato?
Pensa al re dei suoi incubi, sovrano dei suoi ricordi repressi, titolare estremo dei suoi segreti più intimi. Eppure a distanza di tanti anni ripensare al suo volto bello e malefico le procura una fitta alla bocca dello stomaco violenta come una pugnalata. Terribile e sublime allo stesso tempo.
E ora è davanti al cancello grigio e pensa a quante volte l'ha varcato timorosa di incontrarlo. Fissa il cancello sbarrato a bocca aperta ma non scende dall'auto. Un improvviso temporale sta scaricando energia con fulmini accecanti. Il cielo è cupo e i tuoni esplodono vicini. Flora fissa l'ingresso della scuola attraverso il cristallo inondato dalla fitta pioggia. Il cuore batte forte e deve trattenere il fiato per non esplodere in singhiozzi. Ma l'apnea dura poco e il pianto dirotto le gonfia e sgonfia il petto ritmicamente come un mantice per fucina da fabbro.
*****
Il primo approccio così spietatamente diretto col prete avrebbe dovuto aprirle gli occhi. Quell'uomo le aveva infilato una mano nelle mutandine scoprendo a colpo sicuro il segreto della perdita della verginità. La messa a nudo così obbrobriosa del suo segreto più imbarazzante avrebbe dovuto indurla a capire che quello non era un uomo come tutti gli altri. Flora sarebbe dovuta scappare immediatamente, fuggire da quella situazione, rifugiarsi tra le braccia amorevoli di chi l'amava. Però mamma Dafne non era più con lei da tanti anni e il prete ben conosceva la sua solitudine e aveva scelto con cura la sua nuova preda.
Flora non fu capace di tirarsi indietro quando ancora era in tempo. La vergogna fu più forte della volontà.
Il tono di voce del prete così imperativo e dolce allo stesso tempo convinceva Flora che quell'uomo, così sicuro di sé, in qualche modo avesse ragione. E poi era dannatamente bello, anche se in quello sguardo celestiale talvolta percepiva il guizzo della follia.
Sapeva di essere stata una ragazza cattiva e non voleva diventare peggiore. Desiderava togliersi dalla coscienza il peso di aver facilitato con tale ingenuità la violenza del ragazzo. Voleva solo sentirsi leggera come un granello di polline trasportato dalla brezza primaverile.
Il solo ricordo di quella sera in spiaggia le faceva chiudere gli occhi e stringere forte i pugni. Provava una vergogna assoluta, mai narrata a nessuno, da tenere dentro di sé, nascosta per sempre. E poi c'era la rivelazione fatta da nonna Leila. Pazzia o verità poco le importava: quel prete era forse l'unico che finora si era dimostrato capace di strapparle la pesante eredità dall'anima e ridarle rinnovato candore.
Don Michele era un prete e Flora adolescente pensava che non potesse desiderare altro da lei se non la purificazione della sua anima. Lui sarebbe stato il salvatore di questa e di tutte le vite precedenti che Leila le aveva detto di aver vissuto.
E così lasciò che fosse.
Flora quindicenne andò alle successive prove di canto speranzosa che don Michele si accorgesse ancora di lei, che le dicesse qualcosa di nuovo, una parola in più. Lo guardava sorridendo pronta ad affidarsi per la purificazione. A volte sentiva il suo sguardo rapace piombarle addosso, risalirle lungo il corpo, scrutarle la pelle centimetro dopo centimetro, e insinuarsi nella sua testa per scandagliare ogni pensiero. Timore ed eccitazione allo stesso tempo, paura e desiderio di quell'uomo a metà strada tra un angelo liberatore e il diavolo tentatore.
Dopo qualche lezione incontro in cui non successe nulla e Flora cantava in chiesa assieme alle altre allieve sue coetanee, un giorno finalmente il prete le chiese di fermarsi un po' di più. Desiderava parlarle in privato dei suoi progressi nel canto.
Flora si sentì felice. Era convinta che sarebbe iniziato il percorso spirituale, che l'avrebbe ricondotta sulla retta via. Una via nuova a lei sconosciuta. Se davvero avesse avuto ragione Leila, se davvero era una strega da millenni, allora era giunto il momento di prendere coscienza di questa pesante eredità e gettarsi alle spalle questo scomodo fardello.
Attese con ansia il momento di correre da lui non appena le altre ragazze si congedarono. Mentre le amiche si dirigevano verso l'ampio corridoio che conduceva all'uscita dell'istituto, Flora si staccò dal gruppo fingendo di aver dimenticato qualcosa in chiesa. Mentre tornava indietro don Michele le passò accanto.
Sorridendole disse: - Ti aspetto nel mio ufficio tra dieci minuti. Sii rapida e accorta. Non farti vedere da nessuno.
Il prete si allontanò con lunghi passi e Flora rimase ferma un attimo guardando l'orologio. Era pomeriggio inoltrato e avrebbe dovuto inventare una scusa per giustificare con Giada il suo ritardo.
Quando percorse il lungo corridoio buio al quarto piano che conduceva nel suo studio, Flora aveva il cuore in gola dalla gioia. Già le sembrava di sentirsi un po' più libera dal macigno ingombrante del terribile ricordo.
Bussò con delicatezza e sentì la voce di don Michele che la invitava a entrare. Il prete era seduto sulla poltrona di pelle nera, con aria tranquilla. Teneva entrambe le mani appoggiate sull'ampia scrivania di legno scuro e antico, intento a strofinarle una con l'altra come una mosca attenta.
La giovane avanzò. Rimase in piedi, felice ed eccitata, pronta a fare tutto ciò che l'uomo avesse chiesto. Il cuore le batteva forte, era davvero emozionata.
- Bene - disse lui per prima cosa - ecco la mia bambina cattiva che devo assolutamente mondare.
Senza muoversi, le chiese di avvicinarsi e inginocchiarsi vicino a lui per recitare una preghiera. Flora appoggiò sul pavimento di marmo freddo entrambe le ginocchia e iniziò a pregare ad alta voce. Era autunno e dall'ampia vetrata si intravedevano gli alberi bruni colorati di rosso e mattone.
Quando Flora terminò la preghiera, l'uomo fece cenno di restare in quella posizione. Poi disse: - Sai bambina mia, canti abbastanza bene, però non hai ancora imparato ad aprire i polmoni. Devi respirare meglio, è fondamentale. L'aria deve spalancare la tua gola e correre giù libera, fino a riempirti. Capisci quello che dico?
La ragazza annuì con la testa. Pensò a quanto cercasse di impegnarsi nel canto. Ascoltava anche gli insegnamenti di suor Giulia, che aveva la voce che pareva il trillo di un usignolo. Flora tentava di mettere in pratica tutto, anche se pareva difficile automatizzare tante nuove istruzioni.
Don Michele sorrideva tranquillo, senza mai smettere di sfregarsi le mani. Al collo portava un crocifisso smaltato di rosso, col Cristo color argento.
- Non ti alzare, bambina mia. Adesso vengo più vicino per spiegarti meglio - disse e a Flora ricordò la frase del lupo cattivo vestito da Nonna che parla con Cappuccetto Rosso. Intanto il prete, spingendosi con i piedi, scostò dalla scrivania la sedia.
La sua lunga veste era aperta sul davanti all'altezza del pube. Di tutti quei bottoni neri, cinque o sei erano slacciati. A Flora venne un tuffo al cuore: capì anche se avrebbe voluto non capire affatto. Cercò di non pensare, per scacciare i cattivi pensieri e la paura che stava prendendo il sopravvento.
- A che cosa pensa la mia bambina? - chiese l'uomo, mentre il tono della sua voce era lievemente diventato più greve. Poi aggiunse: - Tu sai che cosa deve fare un uomo come me a una bambina cattiva come te?
Flora rimase immobile. I suoi pensieri erano paralizzati. Sentiva il sangue pulsare all'altezza delle tempie. Il terrore si stava impadronendo del suo corpo facendolo tremare come una foglia sbattuta da un'improvvisa folata di vento.
- Io credo che tu lo sappia, perché sei già stata deflorata. E le bambine cattive quando vedono certe parti del corpo di un uomo fanno subito pensieri immondi. Questo non si fa. Sei forse una donnaccia che ha di questi pensieri!
Flora non sapeva più a che cosa pensare. Scosse con violenza il capo e distolse lo sguardo dall'uomo. Fissò le nervature del marmo marrone davanti alle sue ginocchia.
- Dimmi, piccola mia, stai pensando a che cosa c'è sotto questa veste?
La giovane Flora continuava a rimanere immobile e ammutolita. Era completamente annientata dalle sue parole. Non esisteva più: come se dentro di lei non ci fosse più alcun pensiero. Sentiva solamente il rimbombo assoluto delle sue parole. Non osava alzare lo sguardo, ma percepiva che le mani del sacerdote avevano cambiato posizione.
Improvvisamente la curiosità ebbe il sopravvento. Flora sollevò lo sguardo e fissò incredula il prete che, nuovamente seduto di fronte a lei, aveva il membro eretto che fuoriusciva dalla veste nera. Si sentì enormemente a disagio, ma allo stesso tempo le sembrò giusto restare in ginocchio umiliata così. Questo era il prezzo da pagare per ciò che aveva causato tre anni prima.
L'uomo reggeva il membro con entrambe le mani, quasi fosse un trofeo da mostrare con orgoglio.
Parlava con soddisfazione, come un antico sacerdote custode del sapere antico. Si sentiva onnipotente di fronte a una ragazzina impaurita.
- Le bambine cattive desiderano sempre toccare questa parte di un uomo.
In realtà Flora non avrebbe voluto toccare niente. Ma la voce del prete sembrava averla ipnotizzata. Richiuse gli occhi, e le venne in mente la saliva piena di sabbia assaggiata quella notte di agosto sulla spiaggia ligure mentre la mano del bel moro le teneva la faccia schiacciata e abusava del suo corpo acerbo. La sensazione era ancora così viva che Flora dovette deglutire per togliersi i granelli dalle papille gustative.
Consapevole di non aver via di scampo, cercò di farsi forza. Per rendere la situazione meno terribile, immaginò di essere una vergine prescelta per il sacrificio sull'altare del tempio. Un'energia speciale si irradiò nel suo petto e le diede l'illusione di sentirsi meglio, più a suo agio.
Flora allungò il braccio destro, fino a che con la mano giunse a sfiorare le dita del prete, che si dischiusero per lasciare spazio alla sua presa. La ragazza appoggiò solo il palmo della mano, tenendo le dita aperte. La saliva calda e amara risaliva dallo stomaco e le inondava la bocca. Le sembrava di dover vomitare da un momento all'altro, ma lo sforzo di immaginarsi al cospetto del sacro braciere l'aiutò a mantenere la calma.
Don Michele mise la mano su quella della ragazza e le chiuse con forza le dita. Flora suo malgrado tastò la possente virilità. Avrebbe voluto scappare via, ma l'uomo le teneva stretta la mano. In ogni caso, non avrebbe avuto la forza di mettere in moto i muscoli delle gambe intorpidite dalla posizione inginocchiata.
Il prete iniziò a muoverle la mano su e giu. Lei cercò solo debolmente di opporsi. L'uomo non mollava la presa, anzi: più percepiva la volontà della ragazza di scostare la mano, più stringeva e aumentava il ritmo dei movimenti, divertito dalla situazione del gatto che gioca con il topo.
Dopo alcuni minuti, che a Flora sembrarono non finire mai, il prete tolse la mano e la liberò.
- Alzati! - le ordinò.
Sembrava adirato. Era rosso in volto, ma Flora non osò guardarlo più di un istante, perché quegli occhi irati le ricordarono quelli temibili di un altro uomo di cui ora aveva dimenticato tutto. Una riviviscenza? Quella somiglianza le provocò un improvviso dolore al petto, come se una mano invisibile le avesse stritolato il cuore per bloccarle il battito e disporre completamente della sua vita.
- Mia cara bambina, so chi sei e ti ho trovata. Hai il dono demoniaco di tentare gli uomini e portarli alla follia. Io ti insegnerò come si comporta una brava bambina e ti mostrerò tutto ciò che non dovrai mai fare con gli altri uomini.
Mentre parlava si ricomponeva la veste. Il crocifisso rosso sangue gli dondolava lentamente al collo. Con la mano fece segno a Flora di rialzarsi e uscire dallo studio. Sembrava essersi calmato, anche se il rossore gli avvampava il volto.
Aggiunse: - Le bambine cattive che vogliono diventare brave non vanno in giro a raccontare i brutti pensieri che hanno avuto e ciò che hanno combinato. Altrimenti le brave bambine vengono prese e impalate e tutti sapranno i peccati di cui sono macchiate.
Il termine "impalate" ricordò alla ragazza di chi fossero quegli occhi pieni di odio nei suoi confronti: colui che la tenne prigioniera due giorni e la decorticò prima di consegnarla al boia.
Don Michele puntò il dito in faccia a Flora e disse: - Io ti riporterò sulla retta via. Ma tu dovrai mantenere il nostro segreto, altrimenti i miei sforzi saranno inutili. Capito?
Quasi urlò. I suoi occhi neri erano arrossati. Flora lo guardava basita, senza proferire parola mentre riconosceva nei tratti del prete la somiglianza con quell'uomo incontrato qualche centinaia di anni prima.
Flora si limitò a un "sì" pronunciato con voce flebile. Poi afferrò la maniglia, aprì la porta e scappò fuori. Corse per tutto il corridoio e poi giu per le scale. Avrebbe fuggire fino all'orizzonte dei suoi pensieri e dei suoi ricordi passati e presenti, ma non le fu possibile. Fu bloccata da suor Giulia, l'insegnante di storia dell'arte e canto, che la guardò coi suoi grandi occhi verdi.
- Flora, cosa fai ancora qua? Vai a casa tua, o tua madre morirà di paura a non vederti rientrare prima di sera.
- Mia mamma è già morta - rispose trattenendo a stento le lacrime mentre sentiva gli angoli della bocca protendere verso il mento.
Gli occhi languidi della monaca rimasero fermi osservando quella strana ragazza percorrere il lungo corridoio ammantato dall'oscurità della sera. Strinse al petto le due cartellette piene di compiti in classe da correggere e proseguì verso la sua stanza al terzo piano. Solo per un attimo si chiese come mai Flora si aggirasse ancora per l'istituto a quell'ora. Fece spallucce e sistemò sul naso gli occhiali con la montatura dorata.
- Avrà avuto da studiare.
giovedì 25 marzo 2010
lunedì 22 marzo 2010
Le riviviscenze
Con la scusa di essere in ritardo e dover correre a casa dalla figlia Dora, Flora ha salutato in fretta suor Angela Barni e lasciato rapidamente il convento. Non ha neppure ascoltato le parole della religiosa che forse le chiedevano spiegazioni.
Flora sente l'impellente bisogno di restare sola per riflettere sull'incontro appena avvenuto: ha davvero parlato con la Monaca di Monza? O tutto è stato il frutto di un nuovo malore? Nel chiostro del convento è rimasta pochi minuti o forse è trascorso un solo istante? L'orologio da polso è fermo e ha perso la cognizione del tempo. Certo, avrebbe potuto domandarlo a suor Angela, ma sul momento ha preferito scappare piuttosto che infilarsi in una conversazione in cui dover dare nuove spiegazioni.
La luce del sole che prima era abbacinante sta mutando rapidamente. Nel cielo incolore si stanno formando dei cumuli nembi sopra i tetti arroventati dei palazzi del centro. Verso ovest si allarga una macchia grigia che preannuncia l'arrivo di un temporale estivo. Una prima folata di vento scompiglia i lunghi capelli di Flora che li scosta senza perdere il ritmo della rapida camminata verso l'auto.
Nel corso degli anni aveva già assistito a molte visioni e la sua agitazione di oggi non è dovuta alla novità sperimentata. A colpirla è la concomitanza del personaggio apparso con la ricerca che sta effettuando. Una contestualizzazione che finora non le era mai capitato e che quindi le apre un nuovo ambito di riflessione. È forse lei stessa in grado di chiamare, quasi di invocare la persona desiderata? Nel chiostro si sarebbe accontentata di stabilire un nesso logico grazie ai suoi strascichi di poteri ereditati, oppure di scovare una sorta di passaggio spazio temporale che la illuminasse attraverso un nuovo punto di vista. Mai si sarebbe aspettata un incontro faccia a faccia con suor Virginia.
Flora corre sempre più affannata e ricorda. Talvolta aveva assistito a semplici apparizioni durate pochi secondi, lo spazio di un battito di palpebre. Altre erano state vere e proprie immedesimazioni nel corpo di altre persone, come se la sua anima, o meglio, i suoi pensieri, fossero stati estirpati dal suo cervello, condensati in un unica materia e sbalzati indietro a velocità oltre ogni immaginazione raggiungendo epoche remote, fino a diventare le idee di qualcun altro, nel corpo di qualcun altro. E poi, al termine di tutto ciò, dopo un tempo variabile, il magma di collegamenti cerebrali veniva nuovamente prelevato e scagliato in avanti, fino a farla rientrare in se stessa. Tutte esperienze accadute senza alcun preavviso e spesso di notte, al punto di essere credute sogni o incubi.
Ogni volta l'esito dei vissuti su se stessa poteva essere differente e imprevedibile. Poteva tornare in sé conservando una sensazione di piacevolezza oppure, al contrario, di tristezza, se non di disperazione o puro terrore. Qualche volta ritornava in sé sconvolta, come se fosse sotto l'effetto di un terribile shock o addirittura con lo strascico di dolori fisici supportati da segni evidenti sulla sua carne: graffi, ferite, scottature. E poi c'era la questione della durata: certi episodi sembravano averle rubato parecchio tempo, ma una volta terminati i suoi interlocutori rimasti saldamente in questa realtà nemmeno si erano accorti di qualcosa di strano in lei. Se qualche volte si era assentata pochi istanti, altre era scomparsa per ore, se non addirittura giorni o anni.
Da bambina a queste esperienze aveva dato il nome di "riviviscenze".
Visioni e riviviscenze erano iniziate infatti quando era molto piccola. Negli anni dell'infanzia un bambino le faceva spesso compagnia durante i lunghi pomeriggi solitari trascorsi a giocare nella sua cameretta. La vera particolarità era che l'amico sembrava vivere all'interno di un'intercapedine del muro: era da lì che entrava e usciva dalla stanza, ma senza mai spaventare la piccola Flora che da subito era stata felice di condividere un simile segreto con un coetaneo così speciale.
Un giorno a scuola raccontò alle amichette questa straordinaria compagnia. L'attenta maestra decise di convocare la madre di Flora per avvisarla che probabilmente la bambina si sentiva sola, al punto da essersi creata un amico immaginario. Mamma Dafne finse una lieve preoccupazione, congedandosi dall'insegnante con la promessa che avrebbe trascorso più tempo in compagnia della figlia. Una volta a casa, Dafne rise di cuore: del resto l'ingenua docente come poteva immaginare di avere tra le sue alunne l'erede di un'antica dinastia di streghe? Nello stesso momento qualcun altro, non visto, ancora lontano nel tempo e nello spazio, probabilmente stava ridendo di Dafne e della sua sciocca superficialità, visto che a breve le avrebbe portato via la vita stessa.
Le esperienze senza apparente spiegazione, per Flora diventata ragazza, si erano acuite con il trascorrere degli anni, ma la loro frequenza e intensità erano mutate profondamente, forse per la crescente consapevolezza che man mano l'accompagnava nella crescita. Flora smise completamente di parlarne: temeva che si pensasse che fosse mezza matta, o peggio ancora una bugiarda cronica.
Purtroppo questo suo "dono" non era in grado di aiutarla nella previsione del futuro, ma le faceva viveva spesso balzi indietro nel tempo, come se una forza misteriosa fosse in grado di afferrarla e, tenendola serrata in un maglio d'acciaio, la scagliasse lontano, indietro nel passato. Nel passato di chi, poi, davvero non sapeva sempre rispondere. Qualche volta le sembrava di riconoscere le figure protagoniste dei suoi flash back, come se avesse vissuto centinaia di esistenze in epoche diverse, reincarnandosi ogni volta. Altre faticava a capire in quale luogo fosse finita e le pareva di girovagare in una zona grigia senza spazio né tempo o in un deserto sabbioso in privo di punti di riferimento temporali. Spesso questi tentativi di darsi spiegazioni non avevano nulla di logico e più volte aveva temuto di essere molto vicina all'orlo della follia.
Finché fu al suo fianco, mamma Dafne cercò sempre strenuamente di tenerle nascosta la sua vera natura: in parte per non turbarla ma soprattutto per proteggerla. Preferiva che vivesse il più possibile come una ragazza qualunque, lontana da stranezze, magie, incantesimi. Con sforzi incredibili e al limite del parossismo aveva sempre cercato di convincere Flora di aver sognato, oppure di essere vittima di un'illusione ottica oppure, peggio ancora, di essere soggetta ad allucinazioni. Fu un giorno la lunga visita di Leila, la nonna materna, ad aprirle finalmente gli occhi sulla vera natura dei suoi incontri visionari e delle riviviscenze.
Flora sente l'impellente bisogno di restare sola per riflettere sull'incontro appena avvenuto: ha davvero parlato con la Monaca di Monza? O tutto è stato il frutto di un nuovo malore? Nel chiostro del convento è rimasta pochi minuti o forse è trascorso un solo istante? L'orologio da polso è fermo e ha perso la cognizione del tempo. Certo, avrebbe potuto domandarlo a suor Angela, ma sul momento ha preferito scappare piuttosto che infilarsi in una conversazione in cui dover dare nuove spiegazioni.
La luce del sole che prima era abbacinante sta mutando rapidamente. Nel cielo incolore si stanno formando dei cumuli nembi sopra i tetti arroventati dei palazzi del centro. Verso ovest si allarga una macchia grigia che preannuncia l'arrivo di un temporale estivo. Una prima folata di vento scompiglia i lunghi capelli di Flora che li scosta senza perdere il ritmo della rapida camminata verso l'auto.
Nel corso degli anni aveva già assistito a molte visioni e la sua agitazione di oggi non è dovuta alla novità sperimentata. A colpirla è la concomitanza del personaggio apparso con la ricerca che sta effettuando. Una contestualizzazione che finora non le era mai capitato e che quindi le apre un nuovo ambito di riflessione. È forse lei stessa in grado di chiamare, quasi di invocare la persona desiderata? Nel chiostro si sarebbe accontentata di stabilire un nesso logico grazie ai suoi strascichi di poteri ereditati, oppure di scovare una sorta di passaggio spazio temporale che la illuminasse attraverso un nuovo punto di vista. Mai si sarebbe aspettata un incontro faccia a faccia con suor Virginia.
Flora corre sempre più affannata e ricorda. Talvolta aveva assistito a semplici apparizioni durate pochi secondi, lo spazio di un battito di palpebre. Altre erano state vere e proprie immedesimazioni nel corpo di altre persone, come se la sua anima, o meglio, i suoi pensieri, fossero stati estirpati dal suo cervello, condensati in un unica materia e sbalzati indietro a velocità oltre ogni immaginazione raggiungendo epoche remote, fino a diventare le idee di qualcun altro, nel corpo di qualcun altro. E poi, al termine di tutto ciò, dopo un tempo variabile, il magma di collegamenti cerebrali veniva nuovamente prelevato e scagliato in avanti, fino a farla rientrare in se stessa. Tutte esperienze accadute senza alcun preavviso e spesso di notte, al punto di essere credute sogni o incubi.
Ogni volta l'esito dei vissuti su se stessa poteva essere differente e imprevedibile. Poteva tornare in sé conservando una sensazione di piacevolezza oppure, al contrario, di tristezza, se non di disperazione o puro terrore. Qualche volta ritornava in sé sconvolta, come se fosse sotto l'effetto di un terribile shock o addirittura con lo strascico di dolori fisici supportati da segni evidenti sulla sua carne: graffi, ferite, scottature. E poi c'era la questione della durata: certi episodi sembravano averle rubato parecchio tempo, ma una volta terminati i suoi interlocutori rimasti saldamente in questa realtà nemmeno si erano accorti di qualcosa di strano in lei. Se qualche volte si era assentata pochi istanti, altre era scomparsa per ore, se non addirittura giorni o anni.
Da bambina a queste esperienze aveva dato il nome di "riviviscenze".
Visioni e riviviscenze erano iniziate infatti quando era molto piccola. Negli anni dell'infanzia un bambino le faceva spesso compagnia durante i lunghi pomeriggi solitari trascorsi a giocare nella sua cameretta. La vera particolarità era che l'amico sembrava vivere all'interno di un'intercapedine del muro: era da lì che entrava e usciva dalla stanza, ma senza mai spaventare la piccola Flora che da subito era stata felice di condividere un simile segreto con un coetaneo così speciale.
Un giorno a scuola raccontò alle amichette questa straordinaria compagnia. L'attenta maestra decise di convocare la madre di Flora per avvisarla che probabilmente la bambina si sentiva sola, al punto da essersi creata un amico immaginario. Mamma Dafne finse una lieve preoccupazione, congedandosi dall'insegnante con la promessa che avrebbe trascorso più tempo in compagnia della figlia. Una volta a casa, Dafne rise di cuore: del resto l'ingenua docente come poteva immaginare di avere tra le sue alunne l'erede di un'antica dinastia di streghe? Nello stesso momento qualcun altro, non visto, ancora lontano nel tempo e nello spazio, probabilmente stava ridendo di Dafne e della sua sciocca superficialità, visto che a breve le avrebbe portato via la vita stessa.
Le esperienze senza apparente spiegazione, per Flora diventata ragazza, si erano acuite con il trascorrere degli anni, ma la loro frequenza e intensità erano mutate profondamente, forse per la crescente consapevolezza che man mano l'accompagnava nella crescita. Flora smise completamente di parlarne: temeva che si pensasse che fosse mezza matta, o peggio ancora una bugiarda cronica.
Purtroppo questo suo "dono" non era in grado di aiutarla nella previsione del futuro, ma le faceva viveva spesso balzi indietro nel tempo, come se una forza misteriosa fosse in grado di afferrarla e, tenendola serrata in un maglio d'acciaio, la scagliasse lontano, indietro nel passato. Nel passato di chi, poi, davvero non sapeva sempre rispondere. Qualche volta le sembrava di riconoscere le figure protagoniste dei suoi flash back, come se avesse vissuto centinaia di esistenze in epoche diverse, reincarnandosi ogni volta. Altre faticava a capire in quale luogo fosse finita e le pareva di girovagare in una zona grigia senza spazio né tempo o in un deserto sabbioso in privo di punti di riferimento temporali. Spesso questi tentativi di darsi spiegazioni non avevano nulla di logico e più volte aveva temuto di essere molto vicina all'orlo della follia.
Finché fu al suo fianco, mamma Dafne cercò sempre strenuamente di tenerle nascosta la sua vera natura: in parte per non turbarla ma soprattutto per proteggerla. Preferiva che vivesse il più possibile come una ragazza qualunque, lontana da stranezze, magie, incantesimi. Con sforzi incredibili e al limite del parossismo aveva sempre cercato di convincere Flora di aver sognato, oppure di essere vittima di un'illusione ottica oppure, peggio ancora, di essere soggetta ad allucinazioni. Fu un giorno la lunga visita di Leila, la nonna materna, ad aprirle finalmente gli occhi sulla vera natura dei suoi incontri visionari e delle riviviscenze.
lunedì 15 marzo 2010
Io sono la Signora
Una brezza immaginaria sembra muovere i capelli di Flora, che cerca invano ombra residua nel cortiletto interno del convento di santa Margherita. Tenta di mantenere il controllo: teme un altro malore e si deve nuovamente sedere a terra, tra i ciuffi d'erba rinsecchiti dall'aridità e la ghiaia appuntita.
- Non mi è mai capitato così. Possibile svenire nuovamente? - è la domanda silente che le riempie la testa.
Sente che qualcosa sta per accadere, eppure questa volta il crocifisso rosso sangue non c'entra: sarà colpa dell'odore di gelsomino in fiore o dei crampi provocati dallo stomaco vuoto. Eppure adesso, che ha poggiato la nuca sulla pietra viva del muretto che unisce le gentili colonnine del chiostro, un formicolio le comincia ad abbracciare le gambe partendo dalle dita dei piedi, come l'edera infestante che si arrampica in cerca di nutrimento.
Nonostante il caldo e il malessere inarrestabile ha bisogno di proseguire il lavoro. È rimasta nel chiostro perché quel luogo ha qualcosa di indefinito che l'attira come una potente calamita cui è impossibile sottrarsi.
Chiude le palpebre e la luce attanaglia ugualmente il suo campo visivo oscurato come una lama di coltello capace di insinuarsi nonostante ogni resistenza da parte della vittima aggredita.
Tenta di concentrarsi e ripensa alle vicende che sfociarono nell'inizio della relazione tra suor Virginia e Gian Paolo.
Accusato di omicidio per vendetta, Osio rischiava una punizione esemplare. Così fuggì da Monza e ne restò lontano per un anno intero. Forse fu ospite di amici facoltosi, nobili milanesi, se non addirittura nascosto in uno dei numerosi conventi disseminati tra Monza e Milano. All'epoca una borsa ben fornita di pezzi d'argento smuoveva le coscienze di molti prelati. Oppure scappò verso Trezzo sull'Adda, importante abitato affacciato sul fiume che era il naturale confine della giurisdizione milanese.
Durante la lunga latitanza, molti tra parenti e amici si mobilitarono in suo favore. Andarono a turno al monastero per tentare di far pressione sulla Signora, affinché perdonasse il giovane e sospendesse la pena inflitta, permettendogli così di ritornare.
Suor Virginia si mostrò inflessibile persino con la stessa madre dell'Osio, Sofia Bernareggi, che andò a supplicarla di perdonare il figlio a suo dire innocente dell'accusa di omicidio dell'esattore fiscale Giuseppe Molteni. Finalmente, dopo molte suppliche, la Signora di Monza concesse a Gian Paolo il perdono, e quindi il permesso di ritornare in città. Secondo i documenti pare che ciò avvenne solamente quando la madre superiora del convento, suor Francesca Imbersaga, molto amica degli Osio, glielo ordinò "sotto pena dell'obbedienza".
- In pratica è come se la superiora fosse complice, o comunque concausa, di quanto avvenne in futuro - commenta Flora sistemandosi gli occhiali da sole scivolati sul naso.
- Col senno di poi si può ritenere galeotto anche chi affidò a suor Virginia quell'ufficio, cioè la superiora che, dopo averle dato il compito di maestra delle educande, la costrinse a perdonare Osio permettendogli così di tornare a vivere vicino al monastero.
Compare un'ombra in piedi, accanto a Flora: lei si volta di soprassalto e guarda in su. La sagoma si staglia in controluce, frapponendosi tra lei e il sole, apparendo quindi irriconoscibile.
La nuova presenza risponde con gentilezza alle parole Flora: - A onor del vero, più che l'imposizione della Madre superiora, a far decidere la Signora furono le pressioni dei De Leyva. Ossia i fratellastri di sor Virginia nonché amici di Gio Paolo.
D'istinto, per non sembrare maleducata, Flora si alza in piedi ma resta bloccata a terra. Meravigliata, si sente ancorata a terra come da una pesantissima zavorra di piombo. Le braccia tremano e la gambe sembrano prive di forza, inerti. Ha i riflessi intontiti: riesce solo a capire che ha di fronte una suora, con voce giovanile e ferma. Potrebbe essere la giovane che due giorni prima le aveva portato la borsa del ghiaccio dopo lo svenimento nello studio di suor Angela Barni.
Nonostante lo stupore, Flora si fa forza e ribatte: - Comunque siano andate le cose, il perdono fu accordato e Osio tornò nella sua proprietà monzese. Era l'anno del Signore 1598. Gian Paolo andò al convento per ringraziare suor Virginia per l'atto di clemenza. Non solo, dal suo giardino confinante col monastero riprese a spiare la bella Signora, che iniziò a mostrarsi sensibile a tali attenzioni.
- Davvero voi dite che suor Virginia apprezzò l'interesse dell'Osio? - La voce della donna in ombra pare meravigliata.
Flora strizza gli occhi per tentare di mettere a fuoco i suoi lineamenti, ma la visione della figura in ombra non migliora.
- Ho letto gli atti del processo. Suor Ottavia testimoniò che suor Virginia, vedendo dalla finestra della sua camera Gio Paolo passeggiare nel giardino, esclamò: "Si potria mai vedere la più bella cosa".
- Lo complimento forse non era per Gio Paolo. Forse la Signora parlava di altro e sor Ottavia intendette male.
Il battito cardiaco di Flora improvvisamente accelera come se si trovasse di fronte alla scoperta del secolo. Un dubbio si fa prepotentemente largo.
- Come ricercatrice devo attenermi ai documenti che ho trovato - prosegue cercando di mantenere la calma e non manifestare la propria agitazione - suor Virginia accettò di ricevere una lettera che Osio dal suo giardino gettò in quello del monastero. Ma la missiva ebbe un esito disastroso: Osio aveva scritto una lettera focosa, a cui Virginia rispose in modo altrettanto deciso e sdegnato.
- Voi conoscete le parole scritte nelle due missive? - Il tono della monaca è allarmato.
- No, purtroppo sono andate perdute.
Di nuovo Flora fa un tentativo vano di alzarsi. Ha gli arti molli come i tentacoli di una medusa gettata sulla spiaggia da una mareggiata. Può solo muovere gli occhi, mentre il capo resta inesorabilmente incollato alla pietra all'altezza dell'occipite.
- A questo punto della vicenda entrò in scena un altro personaggio fondamentale: il prete Paolo Arrigone.
- Ah quello! Era un essere abbietto, il curato della vicina chiesa di san Maurizio. Era amico e confidente dell'Osio. Non disdegnò mai la compagnia delle monachelle, il vile, ma puntava anch'egli ad avere la Signora!
Flora annuisce lentamente e prosegue: ormai il dubbio ha lasciato il posto alla certezza. Non toglie gli occhi di dosso alla figura in ombra della suora che si staglia di fronte a lei.
- Padre Arrigone da tempo aveva rivolto, senza successo, la propria attenzione alla bella e potente monaca. Certamente non era di bell'aspetto come Osio. Così il prete suggerì a Gian Paolo una strategia infallibile. Gli disse che per conquistare la Signora doveva attuare tutt'altra tattica. I due si accordarono e il curato scrisse a nome di Osio una lettera in cui, dopo aver chiesto scusa per il precedente ardire, si mostrò ossequioso e deferente. Suor Virginia cadde nel tranello. Iniziò così uno scambio di missive pure e caste e persino alcuni doni altrettanto innocenti, ma che inevitabilmente allargarono il cerchio delle persone implicate. Fogli vergati a mano e oggetti passavano di mano in mano di giorno e di notte. I due giovani, forse spinti dalla passione, si fecero audaci e si spinsero troppo oltre.
La monaca dal volto in ombra si abbandona a un lungo sospiro. Non fa alcun movimento, le braccia sembrano penzolare lungo il corpo svuotate da ogni capacità di azione, i piedi immobili sono nascosti dalla veste lunga fino a terra.
- Si necessitava dell'aiuto e del silenzio di altre monache e servitori. E poiché certe manovre non potevano passare inosservate, né all'interno delle mura claustrali né all'esterno, iniziarono a sorgere alcune dicerie e mormorazioni sussurrate.
Adesso Flora ha la certezza in pugno. Il battito cardiaco è talmente forte da rimbombarle sordo nelle orecchie. Le mani tremano e a stento riesce a deglutire la saliva per proseguire nel dialogo. La tentazione di andare oltre è folle al punto da schiacciare ogni paura dell'ignoto.
- La storia di una relazione in monastero diventò una notizia troppo scottante, oltre che intrigante, per poter passare sotto silenzio. Soprattutto se si tiene presente chi erano i protagonisti: la bella feudataria e il giovane conte Osio, che, per di più, aveva la fama di incorreggibile scavezzacollo e infaticabile rubacuori.
Dopo queste affermazioni la monaca tace. Sembra svuotata, senza vitalità: ha l'apparenza di un drappo senza profondità appeso alla parete della disillusione. Rompe il silenzio usando un tono di voce nuovo, pieno di rancore: - Si tentò di smorzare le dicerie, mettendo in giro la voce che Gio Paolo intendesse farsi religioso e che quindi quella con la Signora fosse un'amicizia spirituale, generata dal comune desiderio di tendere a Dio.
Flora ne approfitta per farsi coraggio, incalzare il discorso e sferrare l'ultimo attacco verbale.
- Nessuno però ci credette. Osio aveva fama di cacciatore di fanciulle, novizie e monache. Come poteva farsi frate cappuccino? Non era certo l'amore a guidare i suoi gesti...
La sagoma della suora si staglia nuovamente immobile tra la luce violenta del sole estivo e Flora, che invece è ancora seduta a terra, incapace di muovere le gambe come se fosse completamente paralizzata.
Ora la voce della religiosa vibra di ritrovata passione: - Costanza! Lei fu sempre presente negli incontri in parlatorijo. L'Osio parlava molto modestamente e diceva parole di compimento. Pareva che avesse un gran rispetto per noi tutte. Vero è che la Signora in cuor suo sapeva che ciò che stava facendo era male, sapeva di essere sulla via dell'errore...
- Nonostante ciò suor Virginia pareva folle: non riuscì più a fare a meno di spiare segretamente Osio quando si trovava nel suo giardino e di intrattenere con lui una tenera amicizia fatta di affettuose lettere e doni scambiati. Forse la Signora tentò di reprimere questa amicizia, ma ogni sforzo sembrò cadere nel vuoto.
La voce della sagoma in ombra aumenta d'intensità, spaventando Flora: - Essendomi detto che l'Osio stava nel giardino, io mi sentij venire uno desiderio di vederlo e perché feci forza a me stessa, venni manco sopra una cassa e questa cosa più e più volte mi è intervenuto.
Il cuore di Flora improvvisamente pare bloccarsi. La bocca si spalanca come per dire qualcosa, ma la voce non esce. Ora ne è certa. Sa chi è di fronte a lei. Non vuole sbagliare qualcosa e compromettere quella visione così importante. Deve controllarsi e misurare con attenzione le parole. Deglutisce lentamente, riordina le idee e ricomincia lentamente a parlare.
- Tra i due seguirono altri scambi di doni, tra cui un crocifisso d'argento.
- Inizialmente lo rimandai al mittente, assieme a quella calamita battezzata.
Il colloquio si fa serrato: - Vi scriveste molte lettere...
- Eran missive che trattavano di santità et purità e dell'amore et intenzione sua che era pura e netta e negli incontri in parlatorio in cui l'Osio mostrò quella maggiore modestia che si potesse più immaginare.
- Era il mese di giugno del 1599 e Marianna aveva 25 o 26 anni. Nel frattempo Osio chiese e ottenne un primo incontro, notturno e segreto, nel parlatoio. Come fece ad entrare?
Il corpo della Signora ora pare scosso da un fremito lieve ma inarrestabile. Eppure risponde senza esitazione: - Nel parlatorijno del confessore, ottenendo la chiave per accedervi da suor Ottavia, mia amica et confidente, la quale la buttò dal giardino delle monache per di sopra del muro in strada all'Osio e così esso entrò.
- Che successe?
- Niente! Con noi eran altre due suore: Benedetta Homati e Ottavia Ricci. L'Osio m'avea stregata. Con talismani magici m'avea fatto un malefitio e io non riuscia più a dimenticarlo. Parlammo di cose di creanza et basta.
- Poi suor Virginia accettò di incontrarlo ancora nel parlatorio del convento. Forse perché in agosto si era liberata dagli ultimi scrupoli di coscienza, essendo morto il padre?
Flora incalza ancora: - Era una notte di settembre. So che in seguito a quest'incontro notturno, suor Virginia si ammalò. Fu forse per gli angoscianti rimorsi che devono averla presa dopo l'accaduto?
Una luce improvvisa e violenta acceca per un istante Flora, che è costretta a voltare il viso da una parte per proteggere gli occhi. Non riesce a vedere più niente. Anche a occhi aperti, una macchia viola vela ogni cosa, come se avesse fissato il sole troppo a lungo.
Quando riacquista la vista è troppo tardi. Volge lo sguardo verso la sagoma della monaca, ma sa già che è scomparsa. Al suo posto è suor Angela Barni, bassa e tonda, che la guarda sorridendo. Marianna De Leyva, la Signora, è tornata nel limbo.
- Non mi è mai capitato così. Possibile svenire nuovamente? - è la domanda silente che le riempie la testa.
Sente che qualcosa sta per accadere, eppure questa volta il crocifisso rosso sangue non c'entra: sarà colpa dell'odore di gelsomino in fiore o dei crampi provocati dallo stomaco vuoto. Eppure adesso, che ha poggiato la nuca sulla pietra viva del muretto che unisce le gentili colonnine del chiostro, un formicolio le comincia ad abbracciare le gambe partendo dalle dita dei piedi, come l'edera infestante che si arrampica in cerca di nutrimento.
Nonostante il caldo e il malessere inarrestabile ha bisogno di proseguire il lavoro. È rimasta nel chiostro perché quel luogo ha qualcosa di indefinito che l'attira come una potente calamita cui è impossibile sottrarsi.
Chiude le palpebre e la luce attanaglia ugualmente il suo campo visivo oscurato come una lama di coltello capace di insinuarsi nonostante ogni resistenza da parte della vittima aggredita.
Tenta di concentrarsi e ripensa alle vicende che sfociarono nell'inizio della relazione tra suor Virginia e Gian Paolo.
Accusato di omicidio per vendetta, Osio rischiava una punizione esemplare. Così fuggì da Monza e ne restò lontano per un anno intero. Forse fu ospite di amici facoltosi, nobili milanesi, se non addirittura nascosto in uno dei numerosi conventi disseminati tra Monza e Milano. All'epoca una borsa ben fornita di pezzi d'argento smuoveva le coscienze di molti prelati. Oppure scappò verso Trezzo sull'Adda, importante abitato affacciato sul fiume che era il naturale confine della giurisdizione milanese.
Durante la lunga latitanza, molti tra parenti e amici si mobilitarono in suo favore. Andarono a turno al monastero per tentare di far pressione sulla Signora, affinché perdonasse il giovane e sospendesse la pena inflitta, permettendogli così di ritornare.
Suor Virginia si mostrò inflessibile persino con la stessa madre dell'Osio, Sofia Bernareggi, che andò a supplicarla di perdonare il figlio a suo dire innocente dell'accusa di omicidio dell'esattore fiscale Giuseppe Molteni. Finalmente, dopo molte suppliche, la Signora di Monza concesse a Gian Paolo il perdono, e quindi il permesso di ritornare in città. Secondo i documenti pare che ciò avvenne solamente quando la madre superiora del convento, suor Francesca Imbersaga, molto amica degli Osio, glielo ordinò "sotto pena dell'obbedienza".
- In pratica è come se la superiora fosse complice, o comunque concausa, di quanto avvenne in futuro - commenta Flora sistemandosi gli occhiali da sole scivolati sul naso.
- Col senno di poi si può ritenere galeotto anche chi affidò a suor Virginia quell'ufficio, cioè la superiora che, dopo averle dato il compito di maestra delle educande, la costrinse a perdonare Osio permettendogli così di tornare a vivere vicino al monastero.
Compare un'ombra in piedi, accanto a Flora: lei si volta di soprassalto e guarda in su. La sagoma si staglia in controluce, frapponendosi tra lei e il sole, apparendo quindi irriconoscibile.
La nuova presenza risponde con gentilezza alle parole Flora: - A onor del vero, più che l'imposizione della Madre superiora, a far decidere la Signora furono le pressioni dei De Leyva. Ossia i fratellastri di sor Virginia nonché amici di Gio Paolo.
D'istinto, per non sembrare maleducata, Flora si alza in piedi ma resta bloccata a terra. Meravigliata, si sente ancorata a terra come da una pesantissima zavorra di piombo. Le braccia tremano e la gambe sembrano prive di forza, inerti. Ha i riflessi intontiti: riesce solo a capire che ha di fronte una suora, con voce giovanile e ferma. Potrebbe essere la giovane che due giorni prima le aveva portato la borsa del ghiaccio dopo lo svenimento nello studio di suor Angela Barni.
Nonostante lo stupore, Flora si fa forza e ribatte: - Comunque siano andate le cose, il perdono fu accordato e Osio tornò nella sua proprietà monzese. Era l'anno del Signore 1598. Gian Paolo andò al convento per ringraziare suor Virginia per l'atto di clemenza. Non solo, dal suo giardino confinante col monastero riprese a spiare la bella Signora, che iniziò a mostrarsi sensibile a tali attenzioni.
- Davvero voi dite che suor Virginia apprezzò l'interesse dell'Osio? - La voce della donna in ombra pare meravigliata.
Flora strizza gli occhi per tentare di mettere a fuoco i suoi lineamenti, ma la visione della figura in ombra non migliora.
- Ho letto gli atti del processo. Suor Ottavia testimoniò che suor Virginia, vedendo dalla finestra della sua camera Gio Paolo passeggiare nel giardino, esclamò: "Si potria mai vedere la più bella cosa".
- Lo complimento forse non era per Gio Paolo. Forse la Signora parlava di altro e sor Ottavia intendette male.
Il battito cardiaco di Flora improvvisamente accelera come se si trovasse di fronte alla scoperta del secolo. Un dubbio si fa prepotentemente largo.
- Come ricercatrice devo attenermi ai documenti che ho trovato - prosegue cercando di mantenere la calma e non manifestare la propria agitazione - suor Virginia accettò di ricevere una lettera che Osio dal suo giardino gettò in quello del monastero. Ma la missiva ebbe un esito disastroso: Osio aveva scritto una lettera focosa, a cui Virginia rispose in modo altrettanto deciso e sdegnato.
- Voi conoscete le parole scritte nelle due missive? - Il tono della monaca è allarmato.
- No, purtroppo sono andate perdute.
Di nuovo Flora fa un tentativo vano di alzarsi. Ha gli arti molli come i tentacoli di una medusa gettata sulla spiaggia da una mareggiata. Può solo muovere gli occhi, mentre il capo resta inesorabilmente incollato alla pietra all'altezza dell'occipite.
- A questo punto della vicenda entrò in scena un altro personaggio fondamentale: il prete Paolo Arrigone.
- Ah quello! Era un essere abbietto, il curato della vicina chiesa di san Maurizio. Era amico e confidente dell'Osio. Non disdegnò mai la compagnia delle monachelle, il vile, ma puntava anch'egli ad avere la Signora!
Flora annuisce lentamente e prosegue: ormai il dubbio ha lasciato il posto alla certezza. Non toglie gli occhi di dosso alla figura in ombra della suora che si staglia di fronte a lei.
- Padre Arrigone da tempo aveva rivolto, senza successo, la propria attenzione alla bella e potente monaca. Certamente non era di bell'aspetto come Osio. Così il prete suggerì a Gian Paolo una strategia infallibile. Gli disse che per conquistare la Signora doveva attuare tutt'altra tattica. I due si accordarono e il curato scrisse a nome di Osio una lettera in cui, dopo aver chiesto scusa per il precedente ardire, si mostrò ossequioso e deferente. Suor Virginia cadde nel tranello. Iniziò così uno scambio di missive pure e caste e persino alcuni doni altrettanto innocenti, ma che inevitabilmente allargarono il cerchio delle persone implicate. Fogli vergati a mano e oggetti passavano di mano in mano di giorno e di notte. I due giovani, forse spinti dalla passione, si fecero audaci e si spinsero troppo oltre.
La monaca dal volto in ombra si abbandona a un lungo sospiro. Non fa alcun movimento, le braccia sembrano penzolare lungo il corpo svuotate da ogni capacità di azione, i piedi immobili sono nascosti dalla veste lunga fino a terra.
- Si necessitava dell'aiuto e del silenzio di altre monache e servitori. E poiché certe manovre non potevano passare inosservate, né all'interno delle mura claustrali né all'esterno, iniziarono a sorgere alcune dicerie e mormorazioni sussurrate.
Adesso Flora ha la certezza in pugno. Il battito cardiaco è talmente forte da rimbombarle sordo nelle orecchie. Le mani tremano e a stento riesce a deglutire la saliva per proseguire nel dialogo. La tentazione di andare oltre è folle al punto da schiacciare ogni paura dell'ignoto.
- La storia di una relazione in monastero diventò una notizia troppo scottante, oltre che intrigante, per poter passare sotto silenzio. Soprattutto se si tiene presente chi erano i protagonisti: la bella feudataria e il giovane conte Osio, che, per di più, aveva la fama di incorreggibile scavezzacollo e infaticabile rubacuori.
Dopo queste affermazioni la monaca tace. Sembra svuotata, senza vitalità: ha l'apparenza di un drappo senza profondità appeso alla parete della disillusione. Rompe il silenzio usando un tono di voce nuovo, pieno di rancore: - Si tentò di smorzare le dicerie, mettendo in giro la voce che Gio Paolo intendesse farsi religioso e che quindi quella con la Signora fosse un'amicizia spirituale, generata dal comune desiderio di tendere a Dio.
Flora ne approfitta per farsi coraggio, incalzare il discorso e sferrare l'ultimo attacco verbale.
- Nessuno però ci credette. Osio aveva fama di cacciatore di fanciulle, novizie e monache. Come poteva farsi frate cappuccino? Non era certo l'amore a guidare i suoi gesti...
La sagoma della suora si staglia nuovamente immobile tra la luce violenta del sole estivo e Flora, che invece è ancora seduta a terra, incapace di muovere le gambe come se fosse completamente paralizzata.
Ora la voce della religiosa vibra di ritrovata passione: - Costanza! Lei fu sempre presente negli incontri in parlatorijo. L'Osio parlava molto modestamente e diceva parole di compimento. Pareva che avesse un gran rispetto per noi tutte. Vero è che la Signora in cuor suo sapeva che ciò che stava facendo era male, sapeva di essere sulla via dell'errore...
- Nonostante ciò suor Virginia pareva folle: non riuscì più a fare a meno di spiare segretamente Osio quando si trovava nel suo giardino e di intrattenere con lui una tenera amicizia fatta di affettuose lettere e doni scambiati. Forse la Signora tentò di reprimere questa amicizia, ma ogni sforzo sembrò cadere nel vuoto.
La voce della sagoma in ombra aumenta d'intensità, spaventando Flora: - Essendomi detto che l'Osio stava nel giardino, io mi sentij venire uno desiderio di vederlo e perché feci forza a me stessa, venni manco sopra una cassa e questa cosa più e più volte mi è intervenuto.
Il cuore di Flora improvvisamente pare bloccarsi. La bocca si spalanca come per dire qualcosa, ma la voce non esce. Ora ne è certa. Sa chi è di fronte a lei. Non vuole sbagliare qualcosa e compromettere quella visione così importante. Deve controllarsi e misurare con attenzione le parole. Deglutisce lentamente, riordina le idee e ricomincia lentamente a parlare.
- Tra i due seguirono altri scambi di doni, tra cui un crocifisso d'argento.
- Inizialmente lo rimandai al mittente, assieme a quella calamita battezzata.
Il colloquio si fa serrato: - Vi scriveste molte lettere...
- Eran missive che trattavano di santità et purità e dell'amore et intenzione sua che era pura e netta e negli incontri in parlatorio in cui l'Osio mostrò quella maggiore modestia che si potesse più immaginare.
- Era il mese di giugno del 1599 e Marianna aveva 25 o 26 anni. Nel frattempo Osio chiese e ottenne un primo incontro, notturno e segreto, nel parlatoio. Come fece ad entrare?
Il corpo della Signora ora pare scosso da un fremito lieve ma inarrestabile. Eppure risponde senza esitazione: - Nel parlatorijno del confessore, ottenendo la chiave per accedervi da suor Ottavia, mia amica et confidente, la quale la buttò dal giardino delle monache per di sopra del muro in strada all'Osio e così esso entrò.
- Che successe?
- Niente! Con noi eran altre due suore: Benedetta Homati e Ottavia Ricci. L'Osio m'avea stregata. Con talismani magici m'avea fatto un malefitio e io non riuscia più a dimenticarlo. Parlammo di cose di creanza et basta.
- Poi suor Virginia accettò di incontrarlo ancora nel parlatorio del convento. Forse perché in agosto si era liberata dagli ultimi scrupoli di coscienza, essendo morto il padre?
Flora incalza ancora: - Era una notte di settembre. So che in seguito a quest'incontro notturno, suor Virginia si ammalò. Fu forse per gli angoscianti rimorsi che devono averla presa dopo l'accaduto?
Una luce improvvisa e violenta acceca per un istante Flora, che è costretta a voltare il viso da una parte per proteggere gli occhi. Non riesce a vedere più niente. Anche a occhi aperti, una macchia viola vela ogni cosa, come se avesse fissato il sole troppo a lungo.
Quando riacquista la vista è troppo tardi. Volge lo sguardo verso la sagoma della monaca, ma sa già che è scomparsa. Al suo posto è suor Angela Barni, bassa e tonda, che la guarda sorridendo. Marianna De Leyva, la Signora, è tornata nel limbo.
mercoledì 10 marzo 2010
Lo stupro di Marianna
Milano, Anno Domini 1610
Gian Paolo Osio si risveglia da un sonno agitato durato meno di un'ora. Senza accorgersi le palpebre si sono fatte pesanti e si è addormentato crollando sul pagliericcio gettato disordinatamente a terra. La camicia è lacerata sul fianco, mentre ciò che resta del farsetto è ricoperto di strati di sporcizia. Indossa ancora gli stivalacci di cuoio logori e la calzamaglia lercia e puzzolente, mentre il mantello strappato giace abbandonato in un angolo. L'uomo si tocca il fianco e nota la mancanza: il cinturone per la spada e il pugnale sono stati requisiti. Sono stati suoi compagni fidati giorno e notte per talmente tanti anni, che ora si meraviglia di esserne privo.
Una guardia gli ha portato una ciotola con del vino aspro e un pezzo di pane duro con poca carne salata. La sete gli ha bruciato la gola ma è acqua quella che gli darebbe sollievo. Gian Paolo è febbricitante e beve solo un sorso di vino schifoso. Appena percepito il sapore, lo sputa sul dorso di un topo che gli corre sopra lo stivale. Impreca, maledice Dio di averlo condannato a patire una pena immeritata. Si rialza e cerca la fiamma, suo unico conforto di una notte senza fine.
La lanterna ad olio arde debolmente, ma quel poco di luce gli basta per vedere il soffitto basso di mattoni, le nicchie incrostate di muffa e resti di ossa umane ammassate vicino a una pancaccia di legno nero e duro come la pietra. Nessuna suppellettile: d'altra parte è nei sotterranei di Villa Monforte, scomodo ospite del conte Taverna, suo antico amico e ora bastardo traditore.
L'uomo stringe i pugni e ricomincia il suo delirio a voce alta.
- È te che penso, te che sei l'unico volto che volio ricordare prima che la morte mi strappi il cuore dallo petto.
- Ancora ricordo tutto, come fosse accaduto poc'anzi. Fui solo per la prima volta nel parlatojio. Una monaca mi aveva gettato nel giardino la chiave per entrare. Aspettai la mezza notte, poi aprii la porta e la Signora era là, in piedi, che mi attendeva. Splendea come un angelo rischiarato dalla luce argentea. La notte era fresca e la luce della luna filtrava dalle feritoie alla finestra. Mi avvicinai alla suora, ma quando fui al suo cospetto un fuoco si impadronì di me con tale violenza che non potei più controllarmi. Le misi una mano sulla bocca e la spinsi con forza contro il muro. Lei sbattè il capo e le cadde il velo e sotto vidi che portava li capelli lunghi, non scorciati come quelli delle altre monache. Con l'altra mano le alzai la veste e le toccavo le gambe lisce e nude. Arrivai fino alla cinta sopra il pube e gliela strappai con forza. Un urlo le uscì dalla bocca, allora la voltai e la spinsi contro allo tavolo in mezzo la stanza. Un fuoco mi ardeva nel petto. Lei mi piantò quei suoi occhi di fuoco nei miei e io bevvi il suo odio e brindai alla sua carne.
- La presi con una mano al collo e una alla vita e la gettai sdraiata sul piano di legno. Il suo sguardo era pieno d'odio e di desiderio allo stesso momento. Sapevo che mi voleva, i suoi occhi dicevano sì.
- Così fui sopra di lei come uno stallone con la sua giumenta. E anche se dovevo tenerle li polsi, il piacere che provavo nelle sue carni era dolce e infinito. Spingevo i miei lombi e presto la sua lagnanza si trasformò in piacere, che seguiva ogni mia spinta. Non dovetti più tenerle con cotanta forza li polsi, poiché ella non mi spingeva più via. Le tolsi tutta la veste, poiché volevo vedere col chiaro di luna la sua carne bianca. Avea seni bellissimi, sodi, col ventre piatto da donna che non avea mai partorito. Piangeva e le lagrime le bagnavano tutto lo viso. Ma io sapevo che eran lagrime di contentezza per averla finalmente fatta sentir donna, che non aveva mai conosciuto uomo prima di me. E avere me come primo uomo non è fortuna che avevan tutte.
Lo squittio dei ratti interrompe per un momento il flusso di pensieri. Osio li scaccia con una violenta pedata. Un topo rotola lontano colpito all'addome.
- Quando ebbi finito ella piangeva ancora. Subitamente mutò comportamento. Disse che l'avevo presa colla forza e che non aveva desiderato questa cosa. Che sperava in un poco di tenerezza, un bacio, una carezza.
Un colpo di tosse, poi un altro. Osio si pulisce la bocca col polso della camicia un tempo immacolata. Intravede una macchia di sangue che si allarga sulla stoffa consumata.
- Strane le donne! - grida all'improvviso. Poi una risata nervosa. Ricomincia a parlare alla fiammella.
- Le avevo dato il meglio che il conte Osio potea fare e ella pareva malcontenta dello trattamento. Le dissi allora che se voleva un bacio potea chiederlo e subito l'avrei dato. Mi avvicinai, ma ella mi spinse lontano. Piangeva e piangeva e raccolse da terra le vesti. Si teneva coperta le pudenda come poteva. Disse di andarmene, di uscire da dove ero entrato. Di non tornare e non scriver più missive. Li occhi le eran mutati ancora. Non più fierezza, non più durezza, ma parean pieni di commozione. Pensai che forse era malata. Così andai via e tornai nello mio giardino senza pensarla più. Ma lo dannato sapore della sciagurata s'era infilata ne la mia bocca e lo profumo della sua pelle linda avea fatto nido nelle mie nari.
- Marianna, Marianna mia, da allora mai ti potei dimenticare!
Gian Paolo Osio si risveglia da un sonno agitato durato meno di un'ora. Senza accorgersi le palpebre si sono fatte pesanti e si è addormentato crollando sul pagliericcio gettato disordinatamente a terra. La camicia è lacerata sul fianco, mentre ciò che resta del farsetto è ricoperto di strati di sporcizia. Indossa ancora gli stivalacci di cuoio logori e la calzamaglia lercia e puzzolente, mentre il mantello strappato giace abbandonato in un angolo. L'uomo si tocca il fianco e nota la mancanza: il cinturone per la spada e il pugnale sono stati requisiti. Sono stati suoi compagni fidati giorno e notte per talmente tanti anni, che ora si meraviglia di esserne privo.
Una guardia gli ha portato una ciotola con del vino aspro e un pezzo di pane duro con poca carne salata. La sete gli ha bruciato la gola ma è acqua quella che gli darebbe sollievo. Gian Paolo è febbricitante e beve solo un sorso di vino schifoso. Appena percepito il sapore, lo sputa sul dorso di un topo che gli corre sopra lo stivale. Impreca, maledice Dio di averlo condannato a patire una pena immeritata. Si rialza e cerca la fiamma, suo unico conforto di una notte senza fine.
La lanterna ad olio arde debolmente, ma quel poco di luce gli basta per vedere il soffitto basso di mattoni, le nicchie incrostate di muffa e resti di ossa umane ammassate vicino a una pancaccia di legno nero e duro come la pietra. Nessuna suppellettile: d'altra parte è nei sotterranei di Villa Monforte, scomodo ospite del conte Taverna, suo antico amico e ora bastardo traditore.
L'uomo stringe i pugni e ricomincia il suo delirio a voce alta.
- È te che penso, te che sei l'unico volto che volio ricordare prima che la morte mi strappi il cuore dallo petto.
- Ancora ricordo tutto, come fosse accaduto poc'anzi. Fui solo per la prima volta nel parlatojio. Una monaca mi aveva gettato nel giardino la chiave per entrare. Aspettai la mezza notte, poi aprii la porta e la Signora era là, in piedi, che mi attendeva. Splendea come un angelo rischiarato dalla luce argentea. La notte era fresca e la luce della luna filtrava dalle feritoie alla finestra. Mi avvicinai alla suora, ma quando fui al suo cospetto un fuoco si impadronì di me con tale violenza che non potei più controllarmi. Le misi una mano sulla bocca e la spinsi con forza contro il muro. Lei sbattè il capo e le cadde il velo e sotto vidi che portava li capelli lunghi, non scorciati come quelli delle altre monache. Con l'altra mano le alzai la veste e le toccavo le gambe lisce e nude. Arrivai fino alla cinta sopra il pube e gliela strappai con forza. Un urlo le uscì dalla bocca, allora la voltai e la spinsi contro allo tavolo in mezzo la stanza. Un fuoco mi ardeva nel petto. Lei mi piantò quei suoi occhi di fuoco nei miei e io bevvi il suo odio e brindai alla sua carne.
- La presi con una mano al collo e una alla vita e la gettai sdraiata sul piano di legno. Il suo sguardo era pieno d'odio e di desiderio allo stesso momento. Sapevo che mi voleva, i suoi occhi dicevano sì.
- Così fui sopra di lei come uno stallone con la sua giumenta. E anche se dovevo tenerle li polsi, il piacere che provavo nelle sue carni era dolce e infinito. Spingevo i miei lombi e presto la sua lagnanza si trasformò in piacere, che seguiva ogni mia spinta. Non dovetti più tenerle con cotanta forza li polsi, poiché ella non mi spingeva più via. Le tolsi tutta la veste, poiché volevo vedere col chiaro di luna la sua carne bianca. Avea seni bellissimi, sodi, col ventre piatto da donna che non avea mai partorito. Piangeva e le lagrime le bagnavano tutto lo viso. Ma io sapevo che eran lagrime di contentezza per averla finalmente fatta sentir donna, che non aveva mai conosciuto uomo prima di me. E avere me come primo uomo non è fortuna che avevan tutte.
Lo squittio dei ratti interrompe per un momento il flusso di pensieri. Osio li scaccia con una violenta pedata. Un topo rotola lontano colpito all'addome.
- Quando ebbi finito ella piangeva ancora. Subitamente mutò comportamento. Disse che l'avevo presa colla forza e che non aveva desiderato questa cosa. Che sperava in un poco di tenerezza, un bacio, una carezza.
Un colpo di tosse, poi un altro. Osio si pulisce la bocca col polso della camicia un tempo immacolata. Intravede una macchia di sangue che si allarga sulla stoffa consumata.
- Strane le donne! - grida all'improvviso. Poi una risata nervosa. Ricomincia a parlare alla fiammella.
- Le avevo dato il meglio che il conte Osio potea fare e ella pareva malcontenta dello trattamento. Le dissi allora che se voleva un bacio potea chiederlo e subito l'avrei dato. Mi avvicinai, ma ella mi spinse lontano. Piangeva e piangeva e raccolse da terra le vesti. Si teneva coperta le pudenda come poteva. Disse di andarmene, di uscire da dove ero entrato. Di non tornare e non scriver più missive. Li occhi le eran mutati ancora. Non più fierezza, non più durezza, ma parean pieni di commozione. Pensai che forse era malata. Così andai via e tornai nello mio giardino senza pensarla più. Ma lo dannato sapore della sciagurata s'era infilata ne la mia bocca e lo profumo della sua pelle linda avea fatto nido nelle mie nari.
- Marianna, Marianna mia, da allora mai ti potei dimenticare!
lunedì 8 marzo 2010
Marianna incontra Gian Paolo Osio
Rimasta sola, Flora siede sul muretto con le spalle appoggiate a una delle esili colonne che reggono il portico. Si guarda attorno cercando qualcosa che attragga la sua attenzione, che possa magari riuscire ad aprire un varco nel tempo. Non bastano una pietra sporgente o il pavimento consunto dove forse la Signora di Monza pose il piede più volte. Ci vorrebbe qualcosa che è stato a lungo in contatto con lei. Ma cosa? Il vero problema è che quello non è lo stesso chiostro in cui passeggiò Marianna novizia prima, e poi monaca irreprensibile e sciagurata poi. Però il cortiletto racchiuso dalle mura del convento esprime ancora un'atmosfera di lontananza dal mondo contemporaneo, che almeno aiuta Flora a immergersi nelle riflessioni.
Apre il taccuino rosso e sfoglia i numerosi appunti presi sulla vita di suor Virginia. Il 20 maggio 1594 il letterato monzese Bartolomeo Zucchi le inviò una lettera molto ampollosa, nella quale lodò la sua scelta di farsi monaca. A vent’anni suor Virginia diventò “La Signora”, perché esercitava per mandato del padre il biennio di sovranità a Monza. Il suo compito di feudataria consisteva nell’emettere gride, ordinare arresti, rimettere le pene e così via. In quel periodo riscosse l’ammirazione di tutti per il suo contegno.
A ventidue anni suor Virginia Maria, oltre che sacrestana, fu nominata maestra delle educande. Un giorno si accorse che una delle fanciulle a lei affidate, Isabella Degli Ortensi, amoreggiava con il bel vicino: Gian Paolo Osio. Questa fu la prima volta che la monaca sentì parlare di lui.
Nella dichiarazione rilasciata al processo da suor Virginia si legge che "Detto Gio. Paolo Osio faceva l'amore con la signorina Isabella Ortensia secolare". Colti con le mani nel sacco, la Signora redarguì con veemenza l'uomo e poi lo cacciò via dal convento. Osio se ne andò a testa bassa senza dire nulla. Nel dettaglio, è scritto che la Signora fece "un rebuffo" a Gio. Paolo, assimilabile a una pesante lavata di capo.
Per i due futuri amanti fu sicuramente un inizio movimentato. Chi era Gian Paolo Osio? Figlio di Sofia Bernareggi e di un altro Giovan Paolo, è descritto come un bel giovane, ricco e ozioso. All'epoca dei fatti aveva circa venticinque anni, ma non era sposato. Sia il padre sia il fratello Cesare erano molto noti a Monza per le loro ribalderie e i numerosi ferimenti. Anche il fratello Teodoro uccise poi lo zio per affrettare l’eredità.
Fino al 1597 nei documenti non c’è traccia invece di reati del giovane Gian Paolo. Pagava i creditori e frequentava amicizie altolocate, come i fratelli De Leyva, e anche i nobili Francesco D’Adda, Giovanni Borromeo, Ludovico Taverna ed Ermes Visconti. Possedeva una discreta educazione umanistica: conosceva il latino e utilizzava un manuale per comporre le lettere. Era anche ben conosciuto dalla superiora del monastero di santa Margherita, suor Francesca Imbersaga. Anzi, negli atti del processo è definito "amico del convento", perché impiegava spesso i suoi stessi servitori per le proprie commissioni. Una sorta di "condivisione" del personale, magari per risparmiare qualche quattrino.
Torniamo all'episodio della Signora di Monza che scaccia dal monastero il giovane Osio perché l'ha pizzicato ad amoreggiare con la giovane educanda Isabella Ortensia. Il temperamento impulsivo di suor Virginia destò scalpore: in città la notizia della brutale cacciata di Gian Paolo dal convento si diffuse in fretta. Il fatto suscitò clamore non tanto forse per la cosa in sé, quanto per il nome dei protagonisti implicati: i due giovani esponenti delle famiglie più in vista di Monza.
L'educanda Isabella Ortensia fu immediatamente tolta dal monastero dalla madre, che era ben consapevole di quale influenza sociale avesse la casata dei De Leyva, soprattutto a Monza. Temendo un possibile scandalo che avrebbe potuto diffamare il buon nome della figlia e della famiglia, la madre fece in modo di maritarla nel più breve tempo possibile: in appena quindici giorni le fece infilare la fede al dito.
I pettegolezzi sull'accaduto, però, risultarono sgraditi anche a qualcun altro. Fu così che pochi giorni dopo, nell'ottobre 1597, in Monza fu trovato morto Giuseppe Molteno, l'agente fiscale del feudo dei De Leyva. Il povero sessantenne era stato ucciso da un colpo sparato con un archibugio, la prima arma da fuoco "moderna" che poteva essere imbracciata in modo simile agli attuali fucili, permettendo una certa precisione nel tiro. Quindi non si trattò di un colpo sparato a casaccio, ma di un'esecuzione in piena regola. Gli indizi caddero subito sugli Osio: inoltre Gian Paolo era notoriamente un appassionato e competente collezionista di armi.
Nonostante non vi fossero testimoni oculari, il fatto fu immediatamente collegato da tutti a quanto accaduto nel monastero di santa Margherita. A dire il vero, il semplice "rebuffo" era un movente un po' troppo debole per un omicidio vendicativo, persino per un tipo orgoglioso come Gian Paolo, il quale, va ribadito, fino a quel momento appariva immacolato. Eppure Osio fu subito sospettato di essere perlomeno il mandante dell'omicidio e quindi fu costretto a rimanere rintanato in casa per non cadere nelle maglie della giustizia.
Nessuno avrebbe certo potuto immaginarsi che proprio la "punizione" per un omicidio sarebbe stata la causa scatenante di una passione dai risvolti ben più clamorosi.
Osio, ritirato nel suo giardino che è contiguo alle mura del monastero - come disse suor Virginia parlando di quell'episodio durante il processo - inganna il tempo anche guardando verso le finestre delle suore. Ed è proprio questo passatempo che lo portò a incrociare lo sguardo della Signora.
Flora osserva le piante verdi che incorniciano il chiostro illuminato dal sole a picco di mezzogiorno. Non si muove un filo d'aria e l'umidità è opprimente. Fortunatamente resta una lingua d'ombra che le accarezza il capo dalla fronte alla nuca.
- Chissà quale interesse morboso - pensa - poteva suscitare in un venticinquenne del Cinquecento la possibilità di spiare tutto il giorno, indisturbato, visto e non visto, le giovani monache di clausura che vivevano a pochi metri dalla sua dimora. Innocenti o peccatrici, comunque sole, senza protezione, senza uomini attorno, forse desiderose di attenzioni maschili, magari bramose di carnalità, sicuramente fonte inesauribile di un miscuglio di pensieri, desideri, pulsioni, volontà inespresse o represse vissute o solo ipotizzate e sognate da un giovanotto mezzo delinquente in un'epoca in cui la moralità era sempre a metà tra il timore di Dio e l'obbedienza, e gli istinti animaleschi rappresentati da Satana. Un coagulo esplosivo che avrebbe alimentato i più bassi desideri persino nell'uomo più irreprensibile.
Flora guarda in sù e scruta le finestre.
- Chissà come poteva essere il punto di vista di Osio e, di rimando, quello delle monache quando si accorgevano dei suoi sguardi maliziosi, dei sorrisi, forse anche dei gesti espliciti.
Lo stomaco le si stringe violentemente e il desiderio le percorre come un guizzo vitale tutta la schiena fino al ventre. Per lei è facile immedesimarsi sia nel venticinquenne, sia in una delle suore vergini del convento di santa Margherita.
Il caldo pare aumentare, ma riprende la lettura degli appunti.
Suor Virginia al processo testimoniò che ritrovandosi casualmente nella camera di suor Candida Brancolina, confinante con la sua, che aveva una finestra che dava proprio sul famigerato giardino, vedendola Gian Paolo la salutò. Casualità o volontà, fatto sta che suor Virginia tornò una seconda volta davanti a quella finestra, chissà se fosse speranzosa di rivedere il bel giovane. Il secondo saluto fu accompagnato da un cenno dell'audace vicino, che disse di volerle mandare una lettera.
- Osio era davvero un tipo sfrontato - pensa Flora.
Nato intorno al 1576 era quasi coetaneo di Marianna. Flora estrae dal taccuino la copia di una famosa incisione che lo ritrae a mezzo busto. Le ricorda una delle illustrazioni dei Promessi Sposi che raffigurano i bravi di don Rodrigo: porta un ampio cappello con la tesa larga da cui pende una lunga piuma chiara, capelli coi boccoli, baffetti e pizzetto triangolare, lo sguardo un po' arcigno. Indossa una bella casacca di stoffe preziose e ornamenti, un colletto ricamato e inamidato, il mantello portato sulla spalla destra. Di lato, si intravede appena la sagoma della spada: elemento caratteristico per farne comprendere il temperamento.
Flora si sposta, ha troppo caldo, suda copiosamente nonostante indossi un leggero abito di cotone chiaro. Si asciuga la fronte con la mano e pensa a quanto le farebbe comodo uno di quei grandi fazzoletti bianchi di suor Angela Barni. Lascia cadere sulla ghiaia il taccuino e si copre le guance col palmo delle mani colpita dalla loro eccessiva temperatura: sembra febbricitante. L'afa diventa più insopportabile ogni istante che passa. Il nauseante odore di gelsomino in fiore permea l'aria satura di umidità e sente lo stomaco stringersi facendo refluire i succhi gastrici fino alla gola. Perle di sudore rotolano rapide inseguendosi sul volto, lungo il collo, nell'incavo delle ascelle.
- Sarebbe meglio spostarmi e andare subito all'interno del convento, dove magari è più fresco.
Apre il taccuino rosso e sfoglia i numerosi appunti presi sulla vita di suor Virginia. Il 20 maggio 1594 il letterato monzese Bartolomeo Zucchi le inviò una lettera molto ampollosa, nella quale lodò la sua scelta di farsi monaca. A vent’anni suor Virginia diventò “La Signora”, perché esercitava per mandato del padre il biennio di sovranità a Monza. Il suo compito di feudataria consisteva nell’emettere gride, ordinare arresti, rimettere le pene e così via. In quel periodo riscosse l’ammirazione di tutti per il suo contegno.
A ventidue anni suor Virginia Maria, oltre che sacrestana, fu nominata maestra delle educande. Un giorno si accorse che una delle fanciulle a lei affidate, Isabella Degli Ortensi, amoreggiava con il bel vicino: Gian Paolo Osio. Questa fu la prima volta che la monaca sentì parlare di lui.
Nella dichiarazione rilasciata al processo da suor Virginia si legge che "Detto Gio. Paolo Osio faceva l'amore con la signorina Isabella Ortensia secolare". Colti con le mani nel sacco, la Signora redarguì con veemenza l'uomo e poi lo cacciò via dal convento. Osio se ne andò a testa bassa senza dire nulla. Nel dettaglio, è scritto che la Signora fece "un rebuffo" a Gio. Paolo, assimilabile a una pesante lavata di capo.
Per i due futuri amanti fu sicuramente un inizio movimentato. Chi era Gian Paolo Osio? Figlio di Sofia Bernareggi e di un altro Giovan Paolo, è descritto come un bel giovane, ricco e ozioso. All'epoca dei fatti aveva circa venticinque anni, ma non era sposato. Sia il padre sia il fratello Cesare erano molto noti a Monza per le loro ribalderie e i numerosi ferimenti. Anche il fratello Teodoro uccise poi lo zio per affrettare l’eredità.
Fino al 1597 nei documenti non c’è traccia invece di reati del giovane Gian Paolo. Pagava i creditori e frequentava amicizie altolocate, come i fratelli De Leyva, e anche i nobili Francesco D’Adda, Giovanni Borromeo, Ludovico Taverna ed Ermes Visconti. Possedeva una discreta educazione umanistica: conosceva il latino e utilizzava un manuale per comporre le lettere. Era anche ben conosciuto dalla superiora del monastero di santa Margherita, suor Francesca Imbersaga. Anzi, negli atti del processo è definito "amico del convento", perché impiegava spesso i suoi stessi servitori per le proprie commissioni. Una sorta di "condivisione" del personale, magari per risparmiare qualche quattrino.
Torniamo all'episodio della Signora di Monza che scaccia dal monastero il giovane Osio perché l'ha pizzicato ad amoreggiare con la giovane educanda Isabella Ortensia. Il temperamento impulsivo di suor Virginia destò scalpore: in città la notizia della brutale cacciata di Gian Paolo dal convento si diffuse in fretta. Il fatto suscitò clamore non tanto forse per la cosa in sé, quanto per il nome dei protagonisti implicati: i due giovani esponenti delle famiglie più in vista di Monza.
L'educanda Isabella Ortensia fu immediatamente tolta dal monastero dalla madre, che era ben consapevole di quale influenza sociale avesse la casata dei De Leyva, soprattutto a Monza. Temendo un possibile scandalo che avrebbe potuto diffamare il buon nome della figlia e della famiglia, la madre fece in modo di maritarla nel più breve tempo possibile: in appena quindici giorni le fece infilare la fede al dito.
I pettegolezzi sull'accaduto, però, risultarono sgraditi anche a qualcun altro. Fu così che pochi giorni dopo, nell'ottobre 1597, in Monza fu trovato morto Giuseppe Molteno, l'agente fiscale del feudo dei De Leyva. Il povero sessantenne era stato ucciso da un colpo sparato con un archibugio, la prima arma da fuoco "moderna" che poteva essere imbracciata in modo simile agli attuali fucili, permettendo una certa precisione nel tiro. Quindi non si trattò di un colpo sparato a casaccio, ma di un'esecuzione in piena regola. Gli indizi caddero subito sugli Osio: inoltre Gian Paolo era notoriamente un appassionato e competente collezionista di armi.
Nonostante non vi fossero testimoni oculari, il fatto fu immediatamente collegato da tutti a quanto accaduto nel monastero di santa Margherita. A dire il vero, il semplice "rebuffo" era un movente un po' troppo debole per un omicidio vendicativo, persino per un tipo orgoglioso come Gian Paolo, il quale, va ribadito, fino a quel momento appariva immacolato. Eppure Osio fu subito sospettato di essere perlomeno il mandante dell'omicidio e quindi fu costretto a rimanere rintanato in casa per non cadere nelle maglie della giustizia.
Nessuno avrebbe certo potuto immaginarsi che proprio la "punizione" per un omicidio sarebbe stata la causa scatenante di una passione dai risvolti ben più clamorosi.
Osio, ritirato nel suo giardino che è contiguo alle mura del monastero - come disse suor Virginia parlando di quell'episodio durante il processo - inganna il tempo anche guardando verso le finestre delle suore. Ed è proprio questo passatempo che lo portò a incrociare lo sguardo della Signora.
Flora osserva le piante verdi che incorniciano il chiostro illuminato dal sole a picco di mezzogiorno. Non si muove un filo d'aria e l'umidità è opprimente. Fortunatamente resta una lingua d'ombra che le accarezza il capo dalla fronte alla nuca.
- Chissà quale interesse morboso - pensa - poteva suscitare in un venticinquenne del Cinquecento la possibilità di spiare tutto il giorno, indisturbato, visto e non visto, le giovani monache di clausura che vivevano a pochi metri dalla sua dimora. Innocenti o peccatrici, comunque sole, senza protezione, senza uomini attorno, forse desiderose di attenzioni maschili, magari bramose di carnalità, sicuramente fonte inesauribile di un miscuglio di pensieri, desideri, pulsioni, volontà inespresse o represse vissute o solo ipotizzate e sognate da un giovanotto mezzo delinquente in un'epoca in cui la moralità era sempre a metà tra il timore di Dio e l'obbedienza, e gli istinti animaleschi rappresentati da Satana. Un coagulo esplosivo che avrebbe alimentato i più bassi desideri persino nell'uomo più irreprensibile.
Flora guarda in sù e scruta le finestre.
- Chissà come poteva essere il punto di vista di Osio e, di rimando, quello delle monache quando si accorgevano dei suoi sguardi maliziosi, dei sorrisi, forse anche dei gesti espliciti.
Lo stomaco le si stringe violentemente e il desiderio le percorre come un guizzo vitale tutta la schiena fino al ventre. Per lei è facile immedesimarsi sia nel venticinquenne, sia in una delle suore vergini del convento di santa Margherita.
Il caldo pare aumentare, ma riprende la lettura degli appunti.
Suor Virginia al processo testimoniò che ritrovandosi casualmente nella camera di suor Candida Brancolina, confinante con la sua, che aveva una finestra che dava proprio sul famigerato giardino, vedendola Gian Paolo la salutò. Casualità o volontà, fatto sta che suor Virginia tornò una seconda volta davanti a quella finestra, chissà se fosse speranzosa di rivedere il bel giovane. Il secondo saluto fu accompagnato da un cenno dell'audace vicino, che disse di volerle mandare una lettera.
- Osio era davvero un tipo sfrontato - pensa Flora.
Nato intorno al 1576 era quasi coetaneo di Marianna. Flora estrae dal taccuino la copia di una famosa incisione che lo ritrae a mezzo busto. Le ricorda una delle illustrazioni dei Promessi Sposi che raffigurano i bravi di don Rodrigo: porta un ampio cappello con la tesa larga da cui pende una lunga piuma chiara, capelli coi boccoli, baffetti e pizzetto triangolare, lo sguardo un po' arcigno. Indossa una bella casacca di stoffe preziose e ornamenti, un colletto ricamato e inamidato, il mantello portato sulla spalla destra. Di lato, si intravede appena la sagoma della spada: elemento caratteristico per farne comprendere il temperamento.
Flora si sposta, ha troppo caldo, suda copiosamente nonostante indossi un leggero abito di cotone chiaro. Si asciuga la fronte con la mano e pensa a quanto le farebbe comodo uno di quei grandi fazzoletti bianchi di suor Angela Barni. Lascia cadere sulla ghiaia il taccuino e si copre le guance col palmo delle mani colpita dalla loro eccessiva temperatura: sembra febbricitante. L'afa diventa più insopportabile ogni istante che passa. Il nauseante odore di gelsomino in fiore permea l'aria satura di umidità e sente lo stomaco stringersi facendo refluire i succhi gastrici fino alla gola. Perle di sudore rotolano rapide inseguendosi sul volto, lungo il collo, nell'incavo delle ascelle.
- Sarebbe meglio spostarmi e andare subito all'interno del convento, dove magari è più fresco.
giovedì 4 marzo 2010
Marianna diventa suor Virginia
Monza, 12 giugno 2001
Flora ha riordinato il materiale raccolto sui primi anni trascorsi in monastero da suor Virginia. Sta tornando in ciò che resta dell'antico convento per rivedere suor Angela Barni. In realtà le interessa rimanere un po' da sola nel chiostro: ha bisogno di focalizzare i luoghi in cui Marianna de Leyva visse per tanti anni, anche se il chiostro in cui la Monaca di Monza passeggiò oggi non esiste più. Vuole capire se le sia possibile stabilire un contatto, un flusso di trasmissione di pensieri tra sé e gli oggetti rimasti in quel luogo nonostante i quattrocento anni di stravolgimenti. È solo una speranza, perché la struttura architettonica del convento è stata completamente modificata, però forse una pietra o un ciottolo hanno mantenuto qualche materia entrata in contatto con la giovane suora ribelle.
Flora ha scritto molto sul taccuino con la copertina rossa. Apre una delle ultime pagine. Vi è incollata la riproduzione di una vecchia immagine del monastero di santa Margherita di Monza com'era prima che lo restaurassero. Si vede poco, ma è meglio che niente. Anche se di certo la struttura originaria doveva essere differente.
Uno storico dell'epoca lo ha descritto in poche righe: "tetro, uggioso, profondamente malinconico… Per la speciale disposizione dei singoli locali, quel povero monastero, non aveva un punto solo dal quale la vista potesse ricrearsi d'uno sguardo ai monti, all'orizzonte, all'aria libera. Era per così dire chiuso da ogni parte, ché alla destra il giardino della casa degli Osii tutto lo circondava colle alte piante, a mattina i locali rustici del cenobio toglievano quel poco di passaggio che avrebbe potuto dare la muraglia della città, a mezzodì la chiesa tutto ostruiva ed a ponente infine la porta d'ingesso con tanto di chiavistello".
Suor Angela Barni attende Flora nel suo studio.
- Buongiorno cara, spero che oggi si senta bene.
- Sì, grazie. Ieri ho avuto un colpo di calore, credo. Oggi sto decisamente meglio. Anche se questa umidità soffocante non sembra diminuire.
- È solo una piccola sofferenza passeggera - commenta mentre estrae dalle veste bianca il fazzoletto candido ben ripiegato. Lo apre con movimenti lenti e comincia a detergersi il sudore delle tempie. Fa cenno alla giovane di accomodarsi sulla sedia dalla quale è caduta due giorni prima.
- Ha ragione. - sospira Flora sedendosi - A volte ci si lamenta per delle sciocchezze.
Flora si ripromette di non guardare neppure una volta il crocifisso. Per nessuna ragione.
- Parliamo di Marianna De Leyva. So che entrò nel monastero il 15 marzo 1589 a tredici anni. Compì la professione religiosa il 12 settembre 1591. A voler essere pignoli, non era proprio nel pieno rispetto delle norme canoniche. Stando ai dettami del Concilio di Trento, erano sedici anni compiuti il limite minimo per la professione religiosa. Mentre Marianna il 12 settembre di anni ne aveva precisamente quindici e dieci mesi.
- Lei è molto preparata. Assieme a suor Virginia ricevettero la professione suor Benedetta Felice Homata, suor Teodora da Seveso e suor Ottavia, che era Caterina Ricci - la religiosa sorride. Ha del materiale per l'ospite: - Ho qui una descrizione di suor Virginia sedicenne scritta dal Ripamonti.
Estrae da una cartellina di plastica trasparente una fotocopia. Inforca gli occhiali dorati e legge ad alta voce.
- Il Ripamonti scrisse che: "era la de Leyva modesta, circospetta, affabilissima, soffusa di un invidiabile candore, amica con tutte, delle discipline letterarie istrutta, come lo poteva essere in allora una giovinetta ben educata, obbediente, per nulla dispettosa, esempio di contegno sociale perfetto".
- Bene - commenta Flora - questa opinione trova conferma nelle deposizioni rese al processo da suor Teodora, sua compagna di noviziato, che si dichiarava incredula riguardo ai fatti successi tra Osio e suor Virgina, testimoniando che, all'epoca del noviziato, lei era "invidiosa della sua santità".
Suor Angela sbarra gli occhi: - Signora Leth, ha letto gli atti del processo alla Monaca di Monza? - la suora toglie gli occhiali e fissa Flora.
- Sì. Sono stata più fortunata del Manzoni, che invece non ha avuto questa possibilità e dovette basare la sua descrizione degli eventi su altre fonti dell'epoca.
Flora fa una pausa. Le sembra di avvertire un irrigidimento da parte di suor Angela. Deve placare il tono polemico e ammorbidire la discussione. Cambia subito argomento.
- Nel suo libro sulla Monaca di Monza lo scrittore Mazzucchelli ipotizza che la vita in monastero, nei primi tempi almeno, non doveva sembrare neppure tanto sgradita a Marianna. Era assieme a giovani della sua età con cui fare amicizia. Questa cosa non le era mai stata concessa prima. Era cresciuta isolata e in solitudine a Palazzo Marino a Milano, dove era l'unica bambina. Circondata da adulti che le erano accanto solo per dovere e le esprimevano quell'affetto ossequioso e piuttosto freddo che le era dovuto per la sua condizione sociale.
Suor Angela l'ascolta interessata.
- Certamente lei saprà che il padre di Marianna non pagò mai la cifra pattuita per il suo ingresso in monastero.
- Sì, ne fa cenno anche Manzoni.
Flora annuisce: - Inoltre, due giorni dopo la professione di suor Virginia Maria, le monache furono costrette a concedere una dilazione di due anni a Giuseppe Limiato, la persona presso cui don Martino De Leyva avrebbe dovuto depositare le "seimila libbre imperiali", che costituivano la dote della figlia. Il padre si era dimostrato gretto e di un'avarizia insaziabile, indifferente verso la figlia.
- A volte gli uomini sbagliano, ma esiste sempre il disegno di Dio - la religiosa ora appare più tranquilla. Le piace quella ragazza piena di temperamento. Le ricorda sua sorella Maria, scomparsa da tanti anni. Da bambine erano state inseparabili, avendo quasi la stessa età. Maria era molto volitiva e un'estate si invaghirono dello stesso ragazzo. Per Angela sarebbe stata solo una cotta da nulla se sua sorella non si fosse intestardita nella conquista del giovane. Tra le due si scatenò una specie di gara a colpi di sorrisi, sguardi e mezze frasi rivolte a quel giovane che frequentava il loro stesso oratorio. Maria trasformò il gioco in sfida. Diventò sfrontata. Il parroco avvertì la famiglia del suo comportamento impertinente. I genitori corsero ai ripari: vollero farsi raccontare i dettagli di quel gioco trasformato in corteggiamento sfacciato sotto gli occhi di tutti. Maria sfoderò un eloquio sorprendente, che ferì la sensibilità della madre e colpì al cuore la suscettibilità del padre. Irato, l'uomo obbligò entrambe le ragazze a partire per l'intera estate in una colonia in montagna. Fu durante quel soggiorno alpino che Angela conobbe don Mauro, che scoprì in lei la vocazione alla vita monastica. Suor Angela non ha mai ringraziato abbastanza la sorella Maria per quel dono. Un cancro la portò via l'anno dopo. Aveva diciotto anni.
Flora prosegue il racconto dell'inizio della vita in convento della Monaca di Monza: - Marianna entrò in convento senza una vocazione. Non solo, la sua era una religiosità imperniata su di un totale formalismo esteriore.
- Mi spieghi meglio, per favore.
- La sua religiosità era fatta di pratiche da compiere e tradizioni da rispettare, oltre a una miriade di scrupoli di coscienza perennemente presenti. Di un rapporto personale con Dio, sentito come padre, neppure a parlarne. L'esempio di paternità dato da don Martino alla figlia fu un disastro, mentre l'amore materno le era stato precluso dalla prematura morte della madre. Marianna era cresciuta con la pessima influenza di una zia bigotta. Di conseguenza, anche una volta divenuta suor Virginia, non poté che continuare a sentire Dio come un Signore terribile e lontano.
Suor Angela ascolta in silenzio. Flora prosegue a ruota libera.
- La sua devozione fu forse anche sincera. Suor Virginia era certo convinta che la fede consistesse realmente in tutto ciò che le era stato inculcato fin dalla più tenera età. Ma questa fede fredda che imparò a vivere in famiglia non le scaldava veramente il cuore. La sua fede non le fu poi sufficiente, non riuscì a guidarla nella vita e a sostenerla nella tentazione.
- Ho capito dove vuole arrivare Flora - suor Angela si asciuga il sudore della fronte - intende dire che la sua religiosità non riuscì a farle comprendere che Dio la amava immensamente, che le era accanto in ogni istante e che poteva, quindi, affidarsi a Lui e contare sul suo aiuto in ogni circostanza e situazione si trovasse.
Flora annuisce sorridendo: ha conquistato la fiducia della suora riportando il discorso sulla religione.
- Con questa religiosità vissuta più come pratica che come intimo colloquio con Dio, ben presto si fecero largo le tentazioni e i rimpianti, fino a diventare irresistibili. La monotonia della vita claustrale divenne sempre più pesante. Suor Virginia probabilmente si struggeva dentro, sebbene apparentemente appariva una suora modello. Forse anche troppo esemplare, per non far sorgere il dubbio che il suo comportamento obbedisse più a una ferrea forza di volontà che a un'autentica convinzione interiore.
- Come fa ad affermare queste cose?
- La supposizione non è mia, è di Cesare De Lollis. Per lui la Geltrude manzoniana è destinata a "cadere" perché è costretta e schiacciata da "le superstizioni del suo tempo, la tirannia della famiglia, le predisposizioni naturali, tutte forze di prim'ordine che, combinate insieme, non possono condurre che alla catastrofe".
Suor Angela è perplessa. Flora si affretta ad aggiustare il tiro.
- I primi anni di vita religiosa per suor Virginia non furono affatto una "catastrofe". Infatti era stimata sia dalla gente del circondario, sia dalle monache sue compagne. Riuscì a conciliare egregiamente i compiti a lei assegnati come suora con il suo ruolo di feudataria. Fu infatti sagrestana e addetta alle putte secolari, cioè maestra delle educande. Esercitò anche il ruolo di feudataria in assenza del padre, cosa questa che, assieme al fatto di essere preposta alle educande, ebbe le sue ripercussioni nel sorgere del rapporto con Gian Paolo Osio.
È giunto il momento per Flora di affondare il tiro: - Le chiedo quindi di poter vedere il chiostro, per favore.
Suor Angela è conquistata: - Certamente, mi segua cara.
Escono dallo studio e si dirigono nel cortile interno del convento, delimitato da sottili colonnine e abbellito da tanta vegetazione. Flora desidera ardentemente restare sola in quell'oasi tranquilla.
- Le spiace se resto qui un po' da sola? Vorrei riflettere e questo mi pare il luogo migliore.
- Va bene. Mi spiace faccia così caldo. Mi assento per un po', ho del lavoro da sbrigare. Se avesse bisogno, non esiti a farmi chiamare.
La religiosa si allontana lentamente, asciugandosi il sudore della fronte. Scompare nella porta dello studiolo.
Flora si guarda attorno. Fa molto caldo e l'umidità rende il cielo grigio e la luce abbacinante le rende impossibile guardarsi attorno senza il filtro delle lenti da sole.
Flora ha riordinato il materiale raccolto sui primi anni trascorsi in monastero da suor Virginia. Sta tornando in ciò che resta dell'antico convento per rivedere suor Angela Barni. In realtà le interessa rimanere un po' da sola nel chiostro: ha bisogno di focalizzare i luoghi in cui Marianna de Leyva visse per tanti anni, anche se il chiostro in cui la Monaca di Monza passeggiò oggi non esiste più. Vuole capire se le sia possibile stabilire un contatto, un flusso di trasmissione di pensieri tra sé e gli oggetti rimasti in quel luogo nonostante i quattrocento anni di stravolgimenti. È solo una speranza, perché la struttura architettonica del convento è stata completamente modificata, però forse una pietra o un ciottolo hanno mantenuto qualche materia entrata in contatto con la giovane suora ribelle.
Flora ha scritto molto sul taccuino con la copertina rossa. Apre una delle ultime pagine. Vi è incollata la riproduzione di una vecchia immagine del monastero di santa Margherita di Monza com'era prima che lo restaurassero. Si vede poco, ma è meglio che niente. Anche se di certo la struttura originaria doveva essere differente.
Uno storico dell'epoca lo ha descritto in poche righe: "tetro, uggioso, profondamente malinconico… Per la speciale disposizione dei singoli locali, quel povero monastero, non aveva un punto solo dal quale la vista potesse ricrearsi d'uno sguardo ai monti, all'orizzonte, all'aria libera. Era per così dire chiuso da ogni parte, ché alla destra il giardino della casa degli Osii tutto lo circondava colle alte piante, a mattina i locali rustici del cenobio toglievano quel poco di passaggio che avrebbe potuto dare la muraglia della città, a mezzodì la chiesa tutto ostruiva ed a ponente infine la porta d'ingesso con tanto di chiavistello".
Suor Angela Barni attende Flora nel suo studio.
- Buongiorno cara, spero che oggi si senta bene.
- Sì, grazie. Ieri ho avuto un colpo di calore, credo. Oggi sto decisamente meglio. Anche se questa umidità soffocante non sembra diminuire.
- È solo una piccola sofferenza passeggera - commenta mentre estrae dalle veste bianca il fazzoletto candido ben ripiegato. Lo apre con movimenti lenti e comincia a detergersi il sudore delle tempie. Fa cenno alla giovane di accomodarsi sulla sedia dalla quale è caduta due giorni prima.
- Ha ragione. - sospira Flora sedendosi - A volte ci si lamenta per delle sciocchezze.
Flora si ripromette di non guardare neppure una volta il crocifisso. Per nessuna ragione.
- Parliamo di Marianna De Leyva. So che entrò nel monastero il 15 marzo 1589 a tredici anni. Compì la professione religiosa il 12 settembre 1591. A voler essere pignoli, non era proprio nel pieno rispetto delle norme canoniche. Stando ai dettami del Concilio di Trento, erano sedici anni compiuti il limite minimo per la professione religiosa. Mentre Marianna il 12 settembre di anni ne aveva precisamente quindici e dieci mesi.
- Lei è molto preparata. Assieme a suor Virginia ricevettero la professione suor Benedetta Felice Homata, suor Teodora da Seveso e suor Ottavia, che era Caterina Ricci - la religiosa sorride. Ha del materiale per l'ospite: - Ho qui una descrizione di suor Virginia sedicenne scritta dal Ripamonti.
Estrae da una cartellina di plastica trasparente una fotocopia. Inforca gli occhiali dorati e legge ad alta voce.
- Il Ripamonti scrisse che: "era la de Leyva modesta, circospetta, affabilissima, soffusa di un invidiabile candore, amica con tutte, delle discipline letterarie istrutta, come lo poteva essere in allora una giovinetta ben educata, obbediente, per nulla dispettosa, esempio di contegno sociale perfetto".
- Bene - commenta Flora - questa opinione trova conferma nelle deposizioni rese al processo da suor Teodora, sua compagna di noviziato, che si dichiarava incredula riguardo ai fatti successi tra Osio e suor Virgina, testimoniando che, all'epoca del noviziato, lei era "invidiosa della sua santità".
Suor Angela sbarra gli occhi: - Signora Leth, ha letto gli atti del processo alla Monaca di Monza? - la suora toglie gli occhiali e fissa Flora.
- Sì. Sono stata più fortunata del Manzoni, che invece non ha avuto questa possibilità e dovette basare la sua descrizione degli eventi su altre fonti dell'epoca.
Flora fa una pausa. Le sembra di avvertire un irrigidimento da parte di suor Angela. Deve placare il tono polemico e ammorbidire la discussione. Cambia subito argomento.
- Nel suo libro sulla Monaca di Monza lo scrittore Mazzucchelli ipotizza che la vita in monastero, nei primi tempi almeno, non doveva sembrare neppure tanto sgradita a Marianna. Era assieme a giovani della sua età con cui fare amicizia. Questa cosa non le era mai stata concessa prima. Era cresciuta isolata e in solitudine a Palazzo Marino a Milano, dove era l'unica bambina. Circondata da adulti che le erano accanto solo per dovere e le esprimevano quell'affetto ossequioso e piuttosto freddo che le era dovuto per la sua condizione sociale.
Suor Angela l'ascolta interessata.
- Certamente lei saprà che il padre di Marianna non pagò mai la cifra pattuita per il suo ingresso in monastero.
- Sì, ne fa cenno anche Manzoni.
Flora annuisce: - Inoltre, due giorni dopo la professione di suor Virginia Maria, le monache furono costrette a concedere una dilazione di due anni a Giuseppe Limiato, la persona presso cui don Martino De Leyva avrebbe dovuto depositare le "seimila libbre imperiali", che costituivano la dote della figlia. Il padre si era dimostrato gretto e di un'avarizia insaziabile, indifferente verso la figlia.
- A volte gli uomini sbagliano, ma esiste sempre il disegno di Dio - la religiosa ora appare più tranquilla. Le piace quella ragazza piena di temperamento. Le ricorda sua sorella Maria, scomparsa da tanti anni. Da bambine erano state inseparabili, avendo quasi la stessa età. Maria era molto volitiva e un'estate si invaghirono dello stesso ragazzo. Per Angela sarebbe stata solo una cotta da nulla se sua sorella non si fosse intestardita nella conquista del giovane. Tra le due si scatenò una specie di gara a colpi di sorrisi, sguardi e mezze frasi rivolte a quel giovane che frequentava il loro stesso oratorio. Maria trasformò il gioco in sfida. Diventò sfrontata. Il parroco avvertì la famiglia del suo comportamento impertinente. I genitori corsero ai ripari: vollero farsi raccontare i dettagli di quel gioco trasformato in corteggiamento sfacciato sotto gli occhi di tutti. Maria sfoderò un eloquio sorprendente, che ferì la sensibilità della madre e colpì al cuore la suscettibilità del padre. Irato, l'uomo obbligò entrambe le ragazze a partire per l'intera estate in una colonia in montagna. Fu durante quel soggiorno alpino che Angela conobbe don Mauro, che scoprì in lei la vocazione alla vita monastica. Suor Angela non ha mai ringraziato abbastanza la sorella Maria per quel dono. Un cancro la portò via l'anno dopo. Aveva diciotto anni.
Flora prosegue il racconto dell'inizio della vita in convento della Monaca di Monza: - Marianna entrò in convento senza una vocazione. Non solo, la sua era una religiosità imperniata su di un totale formalismo esteriore.
- Mi spieghi meglio, per favore.
- La sua religiosità era fatta di pratiche da compiere e tradizioni da rispettare, oltre a una miriade di scrupoli di coscienza perennemente presenti. Di un rapporto personale con Dio, sentito come padre, neppure a parlarne. L'esempio di paternità dato da don Martino alla figlia fu un disastro, mentre l'amore materno le era stato precluso dalla prematura morte della madre. Marianna era cresciuta con la pessima influenza di una zia bigotta. Di conseguenza, anche una volta divenuta suor Virginia, non poté che continuare a sentire Dio come un Signore terribile e lontano.
Suor Angela ascolta in silenzio. Flora prosegue a ruota libera.
- La sua devozione fu forse anche sincera. Suor Virginia era certo convinta che la fede consistesse realmente in tutto ciò che le era stato inculcato fin dalla più tenera età. Ma questa fede fredda che imparò a vivere in famiglia non le scaldava veramente il cuore. La sua fede non le fu poi sufficiente, non riuscì a guidarla nella vita e a sostenerla nella tentazione.
- Ho capito dove vuole arrivare Flora - suor Angela si asciuga il sudore della fronte - intende dire che la sua religiosità non riuscì a farle comprendere che Dio la amava immensamente, che le era accanto in ogni istante e che poteva, quindi, affidarsi a Lui e contare sul suo aiuto in ogni circostanza e situazione si trovasse.
Flora annuisce sorridendo: ha conquistato la fiducia della suora riportando il discorso sulla religione.
- Con questa religiosità vissuta più come pratica che come intimo colloquio con Dio, ben presto si fecero largo le tentazioni e i rimpianti, fino a diventare irresistibili. La monotonia della vita claustrale divenne sempre più pesante. Suor Virginia probabilmente si struggeva dentro, sebbene apparentemente appariva una suora modello. Forse anche troppo esemplare, per non far sorgere il dubbio che il suo comportamento obbedisse più a una ferrea forza di volontà che a un'autentica convinzione interiore.
- Come fa ad affermare queste cose?
- La supposizione non è mia, è di Cesare De Lollis. Per lui la Geltrude manzoniana è destinata a "cadere" perché è costretta e schiacciata da "le superstizioni del suo tempo, la tirannia della famiglia, le predisposizioni naturali, tutte forze di prim'ordine che, combinate insieme, non possono condurre che alla catastrofe".
Suor Angela è perplessa. Flora si affretta ad aggiustare il tiro.
- I primi anni di vita religiosa per suor Virginia non furono affatto una "catastrofe". Infatti era stimata sia dalla gente del circondario, sia dalle monache sue compagne. Riuscì a conciliare egregiamente i compiti a lei assegnati come suora con il suo ruolo di feudataria. Fu infatti sagrestana e addetta alle putte secolari, cioè maestra delle educande. Esercitò anche il ruolo di feudataria in assenza del padre, cosa questa che, assieme al fatto di essere preposta alle educande, ebbe le sue ripercussioni nel sorgere del rapporto con Gian Paolo Osio.
È giunto il momento per Flora di affondare il tiro: - Le chiedo quindi di poter vedere il chiostro, per favore.
Suor Angela è conquistata: - Certamente, mi segua cara.
Escono dallo studio e si dirigono nel cortile interno del convento, delimitato da sottili colonnine e abbellito da tanta vegetazione. Flora desidera ardentemente restare sola in quell'oasi tranquilla.
- Le spiace se resto qui un po' da sola? Vorrei riflettere e questo mi pare il luogo migliore.
- Va bene. Mi spiace faccia così caldo. Mi assento per un po', ho del lavoro da sbrigare. Se avesse bisogno, non esiti a farmi chiamare.
La religiosa si allontana lentamente, asciugandosi il sudore della fronte. Scompare nella porta dello studiolo.
Flora si guarda attorno. Fa molto caldo e l'umidità rende il cielo grigio e la luce abbacinante le rende impossibile guardarsi attorno senza il filtro delle lenti da sole.
mercoledì 3 marzo 2010
Gian Paolo Osio e Virginia, la Signora di Monza
Milano, Anno Domini 1607
Nel buio della notte gelida come lama di coltello passata tra le scapole, l'uomo stanco e febbricitante si stringe al corpo la camicia a brandelli. È accucciato vicino al pavimento. Fissa la fiammella incerta, che consuma gli ultimi pezzi di stoppino.
- Ancor rimembro quando la scorsi la prima volta. M'incontravo con la giovine Isabella Ortensia, che stava in monastero. Ogni dì ci guardavamo l'un l'altro alla cortina delle galline. Allo improvviso, sentìì un gran rebuffo alla testa. Mi voltai era una monaca, alta e severa, con occhi duri ma viso da angelo. Il velo scuro la copriva tutta, ma s'intravedeva una ciocca di capelli chiari, che fuggiva ribelle da quel tristo copricapo. Mi disse di vergognarmi, che la giovine era un'educanda alle sue cure affidata, che dovevo portare rispetto al monastero. Sorpreso dai suoi modi ma incantato dal suo viso, andai via a testa bassa senza dire altro. Avrei potuto colpirla per quel grave affronto. Restituirle quel colpo dato colla sua mano. Ma quegli occhi ardenti mi erano entrati dentro. Nel cuore e nell'anima mia. In breve, tutta Monza parla e parla del fatto. E se cammino per le vie, tutti mi guardano e ridono. Si fan beffe di me, colpito dalla mano della monaca. Che è pur sempre la Signora di Monza, ma una donna l'è.
Un violento colpo di tosse gli scuote il petto. Osio è stanco, le palpebre sono pesanti. Ma quella è forse la sua ultima notte.
- E mentre io penso a quelli occhi, il mio nome, il nome del mio lignaggio, è stato calpestato da quella monaca De Leyva. Non potevo lasciar correre. Un Osio ha il suo orgoglio. Lo sgarbo andava vendicato. Dovevo dare un avvertimento alli monzesi che io, Giovan Paolo Osio, non sono un tipo da calpestare come fango. Chiamai il Luigi, mio fido servitore, e dissi di dare una lezione al Molteno, che lavorava per i De' Leyva riscuotendo i danari. Bastava un'imboscata e una lezione da non dimenticare a suon di bastone.
Un altro colpo di tosse e il dolore al petto è acuto. La fiamma oscilla pericolosamente, ma non si spegne. Osio sospira e prosegue il suo delirio a voce alta.
- Ma lo stupido servo fece di testa sua. Si accordò con il Limiato e quella sera stessa uccise il Molteno con una archibugiata. Non lo volevo morto, solo spaventato. Tutti a Monza capirono che fui io a deciderne la sorte. Così dovetti chiudermi nel mio palazzo per giorni e giorni. Le guardie mi avrebbero messo ai ceppi.
Un gran sospiro, si passa la mano lercia tra i capelli scompigliati e sporchi.
- I giorni erano lunghi, non avevo null'altro da fare se non guardare dalla finestra, affacciata sullo monastero di santa Margherita. Dal mio giardino si vedean le finestre delle monache. Un giorno incontrai di nuovo li occhi superbi di colei che da quel giorno non mi avean più abbandonato li pensieri. Era seduta vicino a un'altra monaca, sor Candida. Quando si volse alla finestra, la salutai. Quant'era bella. Il mio saluto le piacque. Un altro giorno fu lei a quella finestra. E ancora le feci cenno con la mano e le dissi di volerle mandare una lettera.
Un colpo di tosse, poi un altro ancora.
- Invece essa mostrò di essere offesa e divenne tutt'altro che tenera. Era in collera con me per l'homicidio del Molteni, l'esattore dello feudo. E vedendomi così avanti agli occhi e parendole che strapazzassi la giustizia, ne fece avvisato il signor Carlo Pirovano, più volte, a finché mi mandasse a pigliare e mettermi pregione. Fui costretto a fuggire da Monza e a rimanervi lontano per circa un anno. Cercai rifugio da amici lontani a Milano, che mi dettero asilo. Ma in quello anno intero continuavo a pensare a quella monaca fiera e bellissima. Volevo vendetta, ma la volevo ispeciale.
Ancora tosse. L'uomo si asciuga la saliva mista a sangue sulle labbra con la mano.
- Tornai un anno dopo quando essa mi perdonò, convinta dalli miei amici. Dal mio giardino continuai a guardarla. Essa saliva sopra una cassa per spiarmi quando camminavo nel mio giardino. Le scrissi allora una lettera per dirle che mi infiammava il cuore, che solo a lei pensavo, che solo lei volevo. Et che sapevo che essa me voleva.
Un sorriso compiaciuto. Nonostante tutto. Nonostante la morte sia alla sua porta con la falce in mano.
- Ma essa era fiera e altera e rispose con una missiva cattiva. Scrisse che m'ero sbagliato, che non le interessavo, che non mi voleva. Che lei era la Signora di Monza e che dovevo portarle rispetto. Fui spaventato da questo nuovo errore. Ma volevo quella monaca. Chiesi aiuto al prete Paolo Arrigone, parroco e mio amico. Scrisse lui una nuova missiva, a mio nome e con la mia firma. Nella lettera si scusò, e essa credette alle parole scritte e mi perdonò ancora. Ma io so che in cuor suo mi voleva davvero. Iniziammo a scriverci quasi ogni giorno e le mandai anche dei doni preziosi. Un giorno cominciammo a vederci anche nel parlatorjio, sempre con suor Ottavia a far da testimone e da guardia.
Una folata di vento gelido. Dev'esserci uno spiffero da qualche parte. I topi approfittano per spostarsi lesti tra i piedi di Gian Paolo Osio.
- Quelli occhi ardenti lasciarono posto alla passione che io ricambiavo. Volevo vederla da solo. La volevo fare mia. Null'altro pensiero avevo se non quello di prendere quella monaca.
Nel buio della notte gelida come lama di coltello passata tra le scapole, l'uomo stanco e febbricitante si stringe al corpo la camicia a brandelli. È accucciato vicino al pavimento. Fissa la fiammella incerta, che consuma gli ultimi pezzi di stoppino.
- Ancor rimembro quando la scorsi la prima volta. M'incontravo con la giovine Isabella Ortensia, che stava in monastero. Ogni dì ci guardavamo l'un l'altro alla cortina delle galline. Allo improvviso, sentìì un gran rebuffo alla testa. Mi voltai era una monaca, alta e severa, con occhi duri ma viso da angelo. Il velo scuro la copriva tutta, ma s'intravedeva una ciocca di capelli chiari, che fuggiva ribelle da quel tristo copricapo. Mi disse di vergognarmi, che la giovine era un'educanda alle sue cure affidata, che dovevo portare rispetto al monastero. Sorpreso dai suoi modi ma incantato dal suo viso, andai via a testa bassa senza dire altro. Avrei potuto colpirla per quel grave affronto. Restituirle quel colpo dato colla sua mano. Ma quegli occhi ardenti mi erano entrati dentro. Nel cuore e nell'anima mia. In breve, tutta Monza parla e parla del fatto. E se cammino per le vie, tutti mi guardano e ridono. Si fan beffe di me, colpito dalla mano della monaca. Che è pur sempre la Signora di Monza, ma una donna l'è.
Un violento colpo di tosse gli scuote il petto. Osio è stanco, le palpebre sono pesanti. Ma quella è forse la sua ultima notte.
- E mentre io penso a quelli occhi, il mio nome, il nome del mio lignaggio, è stato calpestato da quella monaca De Leyva. Non potevo lasciar correre. Un Osio ha il suo orgoglio. Lo sgarbo andava vendicato. Dovevo dare un avvertimento alli monzesi che io, Giovan Paolo Osio, non sono un tipo da calpestare come fango. Chiamai il Luigi, mio fido servitore, e dissi di dare una lezione al Molteno, che lavorava per i De' Leyva riscuotendo i danari. Bastava un'imboscata e una lezione da non dimenticare a suon di bastone.
Un altro colpo di tosse e il dolore al petto è acuto. La fiamma oscilla pericolosamente, ma non si spegne. Osio sospira e prosegue il suo delirio a voce alta.
- Ma lo stupido servo fece di testa sua. Si accordò con il Limiato e quella sera stessa uccise il Molteno con una archibugiata. Non lo volevo morto, solo spaventato. Tutti a Monza capirono che fui io a deciderne la sorte. Così dovetti chiudermi nel mio palazzo per giorni e giorni. Le guardie mi avrebbero messo ai ceppi.
Un gran sospiro, si passa la mano lercia tra i capelli scompigliati e sporchi.
- I giorni erano lunghi, non avevo null'altro da fare se non guardare dalla finestra, affacciata sullo monastero di santa Margherita. Dal mio giardino si vedean le finestre delle monache. Un giorno incontrai di nuovo li occhi superbi di colei che da quel giorno non mi avean più abbandonato li pensieri. Era seduta vicino a un'altra monaca, sor Candida. Quando si volse alla finestra, la salutai. Quant'era bella. Il mio saluto le piacque. Un altro giorno fu lei a quella finestra. E ancora le feci cenno con la mano e le dissi di volerle mandare una lettera.
Un colpo di tosse, poi un altro ancora.
- Invece essa mostrò di essere offesa e divenne tutt'altro che tenera. Era in collera con me per l'homicidio del Molteni, l'esattore dello feudo. E vedendomi così avanti agli occhi e parendole che strapazzassi la giustizia, ne fece avvisato il signor Carlo Pirovano, più volte, a finché mi mandasse a pigliare e mettermi pregione. Fui costretto a fuggire da Monza e a rimanervi lontano per circa un anno. Cercai rifugio da amici lontani a Milano, che mi dettero asilo. Ma in quello anno intero continuavo a pensare a quella monaca fiera e bellissima. Volevo vendetta, ma la volevo ispeciale.
Ancora tosse. L'uomo si asciuga la saliva mista a sangue sulle labbra con la mano.
- Tornai un anno dopo quando essa mi perdonò, convinta dalli miei amici. Dal mio giardino continuai a guardarla. Essa saliva sopra una cassa per spiarmi quando camminavo nel mio giardino. Le scrissi allora una lettera per dirle che mi infiammava il cuore, che solo a lei pensavo, che solo lei volevo. Et che sapevo che essa me voleva.
Un sorriso compiaciuto. Nonostante tutto. Nonostante la morte sia alla sua porta con la falce in mano.
- Ma essa era fiera e altera e rispose con una missiva cattiva. Scrisse che m'ero sbagliato, che non le interessavo, che non mi voleva. Che lei era la Signora di Monza e che dovevo portarle rispetto. Fui spaventato da questo nuovo errore. Ma volevo quella monaca. Chiesi aiuto al prete Paolo Arrigone, parroco e mio amico. Scrisse lui una nuova missiva, a mio nome e con la mia firma. Nella lettera si scusò, e essa credette alle parole scritte e mi perdonò ancora. Ma io so che in cuor suo mi voleva davvero. Iniziammo a scriverci quasi ogni giorno e le mandai anche dei doni preziosi. Un giorno cominciammo a vederci anche nel parlatorjio, sempre con suor Ottavia a far da testimone e da guardia.
Una folata di vento gelido. Dev'esserci uno spiffero da qualche parte. I topi approfittano per spostarsi lesti tra i piedi di Gian Paolo Osio.
- Quelli occhi ardenti lasciarono posto alla passione che io ricambiavo. Volevo vederla da solo. La volevo fare mia. Null'altro pensiero avevo se non quello di prendere quella monaca.
lunedì 1 marzo 2010
L'amore tradito di Flora
*****
Flora si alza e rientra rapidamente in casa. Spera che Nadia non si sia accorta del pallore che le ha in un attimo sbiancato il volto. È un altro principio di svenimento. Flora riesce appena in tempo a raggiungere il bagno più vicino e a sedersi sul pavimento piastrellato di rosa, con le gambe piegate ad angolo e la schiena appoggiata alla parete. La sensazione di svenire le accelera il battito cardiaco. Si passa una mano sulla tempia che pulsa, mentre le vampate di caldo si susseguono rapidamente una dopo l'altra lungo la schiena. È completamente bagnata di sudore, con la camicia incollata alla pelle, eppure avverte i brividi di freddo. Quanto vorrebbe che Giulio fosse accanto a lei almeno adesso.
Chiude le palpebre mentre attende lo svenimento preparata, nella posizione che negli anni ha imparato essere quella più sicura, per limitare i danni fisici in caso di caduta improvvisa. Mentre il ronzio diventa insopportabile e gli occhi percepiscono tutt'intorno un grigiore diffuso che ruota vorticosamente, nella mente di Flora riaffiorano ricordi disgustosi.
*****
L'estate dei suoi dodici anni Flora era al mare in Toscana con la coppia che si occupava di lei da quando era rimasta sola al mondo: Giada e Maurizio, i suoi tutori nominati dagli avidi avvocati di famiglia. La coppia di coniugi, scelti in una ristretta rosa di lontani parenti, sulla carta avrebbe dovuto comportarsi da genitori, ma in realtà spesso a mala pena tollerava la sua presenza. Flora però era ancora troppo giovane per rendersi conto appieno di tutto ciò e a quell'età ancora non aveva coscienza di sé come dell'ultima reincarnazione di una strega in costante fuga dal suo aguzzino.
In spiaggia conobbe casualmente un ragazzo bellissimo, molto più grande di lei: aveva ventisette anni, era alto, moro, coi capelli mossi, occhi verdi e un sorriso perfetto. Nonostante la differenza d'età, era interessato a lei: le diceva cose nuove, che le scatenavano un turbinio di sensazioni mai vissute. Nessuno dei suoi coetanei le aveva mai fatto complimenti simili e poi la accarezzava con lo sguardo e talvolta le sussurrava parole d'amore. Per la dodicenne fu subito il primo, totalizzante amore.
Flora era comunque troppo timida per frequentarlo apertamente, e poi Giada e Maurizio non avrebbero voluto per ovvie ragioni. Per fortuna, lui trascorreva le giornate non distante dal suo ombrellone, in compagnia di un gruppo di amici. Ogni volta che poteva, la ragazza faceva il possibile per passargli accanto, giusto per provare l'ebbrezza di sentirsi dire qualcosa: un saluto gentile, un complimento nuovo, una parola dolce. Tutti pezzetti di emozione che le scatenavano sussulti cardiaci mai provati.
La fatidica sera Flora partecipò assieme ai tutori e loro amici a una grigliata in un ristorante affacciato sulla spiaggia. Per l'assenza di illuminazione artificiale, il cielo appariva di un nero profondo, punteggiato da mille stelle condensate in sciami immobili. Mancava la luna e all'orizzonte si stagliavano solo le pallide luci lontane dei pescherecci come una processione di lucciole in fila ordinata.
Per fuggire dalla noia di una serata in compagnia di adulti noiosi e per annusare meglio l'aria profumata di salmastro, la dodicenne si allontanò dalla tavolata e raggiunse da sola la battigia, là dove finiscono le file di ombrelloni e sdraio e le onde giocano a infrangersi con rumore lieve e ritmico. Avvicinandosi notò che un gruppo di ragazzi giocava vicino all'acqua. Alcuni facevano il bagno e ridevano spingendosi e rincorrendosi fino agli scogli, altri erano appartati a chiacchierare, o forse a fare qualcosa di diverso, forse di proibito.
Flora procedette incuriosita. Nel gruppo di una quindicina di giovani scorse quei magnifici occhi verdi che la stavano già fissando da quando lei aveva iniziato a farsi avanti.
Per Flora fu un tuffo al cuore: il bel moro era davanti a lei: si avvicinò, sorrise e coi suoi modi gentili le prese la mano.
- Che emozione! - pensò Flora trattenendo il fiato. Era la prima volta che un ragazzo la toccava e in modo così tenero. Il giovane si avvicinò di più e la dodicenne per un istante pensò che l'avrebbe baciata. Invece, lentamente, sussurrandole all'orecchio, le chiese se volesse andare a prendere un gelato. Solo loro due, specificò, dimenticandosi degli altri amici superflui. Il cuore le usciva dal petto per la insperata sorpresa.
- Sì, certo - balbettò Flora - devo solo dirlo ai miei genitori - fu la risposta.
Con infinita dolcezza, ma senza mollare la presa alla mano, il ragazzo la tirò a sé. I suoi occhi verdi si piantarono in quelli di Flora, inumiditi per l'emozione.
- Facciamo in un attimo, ci vorranno pochi minuti e nessuno si accorgerà di niente. Stai tranquilla - fu la rassicurante risposta del moro.
Flora lo seguì fiduciosa, rapita dalla situazione, inebriata e felice come una novella sposa condotta all'altare.
I due percorsero mano nella mano forse una ventina di metri, forse trenta. Quel tanto che bastò per essere soli e lontani dall'allegra baraonda dei l bagnanti al buio.
All'improvviso, senza nemmeno capire che cosa stesse succedendo, lui mise una mano sulla bocca di Flora che d'istinto stava per urlare dallo spavento; le bloccò il braccio destro dietro la schiena e la spinse a pancia sotto fino a farla cadere di peso uno dei tanti lettini che in file ordinate riempiono la spiaggia. In un attimo, con movimento sicuro e ben sperimentato, le scostò le mutandine e in pochi istanti la penetrò brutalmente.
Dopo tanti anni Flora ricorda ancora il sapore amaro delle lacrime e della plastica salata di cui era fatto il lettino. Rammenta la ruvidezza della trama della tela che le sfrega il viso ad ogni spinta e la sensazione della sabbia fredda su cui aveva forzatamente appoggiato le ginocchia.
Flora non gridò, non disse nulla. Mentre subiva la duplice deflorazione, si vergognava di se stessa, della propria stupida ingenuità. Piangeva di dolore ma anche di rabbia per il suo amore tradito.
Quando il ragazzo ebbe finito, lasciò Flora sdraiata sul lettino da mare abbandonata nei suoi singhiozzi silenti. Il moro con calma si rivestì, sistemandosi con cura i pantaloni bianchi appena sgualciti. Poi prese la mano di Flora e l'aiutò a rialzarsi. Le abbassò la gonna bianca. Con una carezza le sistemò i capelli spettinati, le asciugò le lacrime togliendole i residui di sabbia impastati attorno agli occhi. Poi la portò a prendere il gelato. Il più amaro della sua vita.
- Non mi disse neppure una parola quel cane - è il primo pensiero cosciente che vortica nella testa di Flora mentre avverte di riprendere lentamente i sensi. Altri cinque minuti e starà meglio. Il mal di testa lascia spazio al vecchio dolore alla tempia destra. L'acidità di stomaco salita alla bocca si è trasformata in crampo lieve. Tutto sta tornando sotto controllo e pensa con tenerezza alla sua dolce Dora, che è al sicuro con la tata Nabe.
Flora sente bussare alla porta bianca del bagno.
- Flora? Sei lì dentro? Stai male? - è la voce di Nadia.
- Tutto bene. Ho avuto un forte capogiro, ma ora è passato. Mi lavo la faccia e ti raggiungo.
In piedi, davanti all'ampio specchio dal bordo satinato, Flora controlla che le guance pallide riprendano colore: le occhiaie sono ancora grigie. Si asciuga il volto; la tempia è lievemente gonfia e bluastra.
Ripensa una volta ancora a quella sera di tanti anni prima. Dopo la violenza, Flora dodicenne tornò verso il ristorante con la gonna insanguinata, il viso graffiato e zoppicando visibilmente. Le dolevano molto le parti intime, ma nel suo patrimonio genetico conservava un'alta sopportazione innata del dolore.
Giunta nel salone illuminato strinse i denti e camminò il più possibile dritta. Raccontò ai tutori Giada e Maurizio di essere scivolata vicino agli scogli ferendosi e le credettero.
Riportata subito a casa, tentò di sciacquare il dolore e la sabbia appiccicata con una doccia tiepida. Nascosta dal rumore del getto d'acqua, si abbandonò ai singhiozzi di irrefrenabile disperazione. Si accovacciò in un angolo, abbracciando le ginocchia e appoggiando la testa di lato contro le piastrelle, e in quel rumore impenetrabile invocò più e più volte la mamma. Quando le lacrime le consentirono di mettere a fuoco gli oggetti attorno a sé, notò tra i suoi piedi la striscia di sangue che dalle sue intimità correva rapida verso lo scarico, scomparendo dopo aver formato un grottesco vortice mischiato alla schiuma da bagno.
Fu attenta a ripulire il bagno e si disinfettò con cura le escoriazioni al viso e alle ginocchia. Giada, mentre la rimproverava per tanta sbadataggine che l'aveva portata a scivolare sugli scogli, le porse una pomata che Flora si spalmò sui lividi delle braccia.
L'adolescente conservava negli occhi lo sguardo dolce del ragazzo tramutato all'improvviso in spietato aggressore.
La sua notte fu popolata da un sonno agitato. Sognò un drago verde che le artigliava una spalla strappandole brandelli di carne. Poi un uomo incappucciato che rideva mentre le legava stretti i polsi con una corda ruvida e con una tenaglia arroventata le divaricava le carni tra le cosce.
La mattina seguente Flora si svegliò con il basso ventre ancora indolenzito dalle fitte all'addome, mentre l'ano si stringeva da solo provocandole continui blocchi del respiro. Si accorse con sgomento di aver macchiato di sangue le lenzuola bianche. Mentre si chiedeva cosa fare, arrivò Giada. Alla donna si illuminarono gli occhi. Pensò che fosse giunto il momento del primo ciclo mestruale. Sorrise compiaciuta alla figliastra, accarezzandole i lunghi capelli. Disse che quello era un momento speciale, che non avrebbe dimenticato mai più. Solo Flora sapeva quanto quella affermazione fosse vera.
Giada l'accompagnò in bagno per farla lavare. Poi le mostrò il necessario da utilizzare. La ragazza nascose con veloci movimenti le ecchimosi al pube provocate dallo sfregamento contro la struttura di legno del lettino da spiaggia.
Flora si sentiva tornata bambina piccola e rimase assolutamente passiva mentre era di fronte alla donna. Mille volte le arrivò sulla punta della lingua la frase iniziale per raccontarle l'accaduto. Mille volte si morse la lingua per tacere. Una volta tanto Giada sembrava interessarsi a lei e come poteva rovinarle un momento così felice? Poi arrivò Maurizio e disse che si doveva organizzare una festa. Flora non aveva niente da festeggiare. Anzi, in parte era morta la sera precedente.
Perse un po' di sangue per altri due o tre giorni, poi piano piano tutto tornò alla normalità, almeno sul piano fisico.
Dopo quella sera Flora non rivide mai più il suo stupratore e oggi neppure ricorda come si chiama. Della violenza non raccontò né ai suoi tutori, né alle sue amiche. Bruciavano come scottature provocate dai carboni ardenti sia il senso di colpa nei confronti di se stessa, sia la vergogna per la propria ingenuità.
Trascorso un po' di tempo, Flora cominciò a cancellare il ricordo. Inizialmente scacciava il pensiero per non sentire lo stomaco rimescolare i succhi gastrici. Poi, piano piano, iniziò a dimenticare i dettagli peggiori legati al dolore fisico, fino a giungere a una quasi completa rimozione dello stupro.
Non dimenticò il rapporto sessuale avvenuto, però ne attenuò gli effetti emotivi su se stessa. Preferì autoconvincersi di essere una colpevole tentarice piuttosto che vittima stupidamente ingenua.
Certi eventi però non si dimenticano davvero: semplicemente si assopiscono, pronti ad essere destati da una parola, una melodia, una sensazione tattile, un profumo, o un sapore come le famose "Madeleine" di Marcel Proust. Così il ricordo di Flora uscì dall'oblio a sedici anni, quando un nuovo orco incrociò la sua strada, facendola ripiombare in un incubo apparantemente senza fine.
*****
Prima di uscire dal bagno Flora sospira e apre la porta. Nadia è fuori che l'aspetta.
- Devi farti vedere da un medico - la rimprovera.
Ha lo sguardo serio e le braccia conserte. Si preme così forte il seno che sembra rischiare di esplodere da un momento all'altro. Per sdrammatizzare, Flora le passa accanto infilandole due dita nella scollatura. Poi se le porta alla bocca e lecca la punta.
- È solo un po' di stanchezza acuita da questo caldo afoso. Appena andrai via farò una doccia e starò meglio.
- Mi cacci Flora? Entro in doccia con te, se vuoi!
- Assolutamente no. Hai detto tu di avere fretta. Andiamo fuori, che forse si muove un po' d'aria. Voglio finire il racconto.
- Ai tuoi ordini. Promettimi che ti curi».
Uscite sul terrazzo le donne si siedono, e finiscono il vino con estratto di mandragora avanzato nei bicchieri. Flora massaggia la tempia dolente.
- Siamo rimaste che Marianna entrò nel monastero di santa Margherita a Monza. - esclama Nadia controllando l'orologio - Hai cinque minuti, poi me ne vado e tu giuri di andare da un medico.
- Sì, come vuoi. Stavo dicendo che secondo la cronaca del tempo, Monza era un borgo di 5630 anime, settantasei sacerdoti, sei conventi maschili e cinque monasteri femminili.
- Caspita! Una bella media di religiosi! - interrompe l'amica.
- Zitta, hai detto che abbiamo fretta - taglia corto Flora - I De Leyva erano i feudatari. Questo assicurò a Marianna un prestigio indiscusso e, di conseguenza, una posizione di privilegio e assoluto rispetto, anche tra le mura del convento.
- Ecco perché suo padre, don Martino De Leyva, ha potuto fare il furbo e non versare la dote pattuita al monastero.
Flora è assente col capo, sente che c'è ancora qualcosa che non va. Prosegue rapidamente: - Secondo il Manzoni il padre della fanciulla non desiderava che sua figlia fosse infelice, ma semplicemente che diventasse monaca.
- Quindi deve avere tenuto conto di questo nella scelta del monastero in cui sistemare la figlia.
- Proprio così. Deve aver giudicato quello di Monza il luogo più adatto, in modo che il prestigio della famiglia fosse rispettato e onorato. Don Martino per l'educazione di Marianna scelse precettori che le inculcarono il prestigio che lei, in qualità di madre badessa, avrebbe esercitato in monastero. Così alimentò nell'animo della fanciulla l'orgoglio di casta e la fierezza di carattere. Per lei il monastero non era la casa del Signore, bensì il feudo su cui avrebbe regnato.
- Miodio. Niente di più lontano da ciò che è l'essenza intrinseca della vita religiosa, nonché della stessa vita cristiana. - Nadia è visibilmente turbata.
- Nel monastero di santa Margherita il 15 marzo 1589, all'età di tredici anni, nel pieno rispetto delle norme canoniche che ponevano come limite minimo per la vestizione il dodicesimo anno, Marianna vestì l'abito religioso e iniziò il noviziato. Scelse il nome di suor Virginia Maria, in ricordo della madre morta.
Mentre pronuncia queste frasi Flora ripensa alla sua, la dolce mamma Anna improvvisamente sottratta alla sua spensieratezza di bambina felice.
Flora si alza e rientra rapidamente in casa. Spera che Nadia non si sia accorta del pallore che le ha in un attimo sbiancato il volto. È un altro principio di svenimento. Flora riesce appena in tempo a raggiungere il bagno più vicino e a sedersi sul pavimento piastrellato di rosa, con le gambe piegate ad angolo e la schiena appoggiata alla parete. La sensazione di svenire le accelera il battito cardiaco. Si passa una mano sulla tempia che pulsa, mentre le vampate di caldo si susseguono rapidamente una dopo l'altra lungo la schiena. È completamente bagnata di sudore, con la camicia incollata alla pelle, eppure avverte i brividi di freddo. Quanto vorrebbe che Giulio fosse accanto a lei almeno adesso.
Chiude le palpebre mentre attende lo svenimento preparata, nella posizione che negli anni ha imparato essere quella più sicura, per limitare i danni fisici in caso di caduta improvvisa. Mentre il ronzio diventa insopportabile e gli occhi percepiscono tutt'intorno un grigiore diffuso che ruota vorticosamente, nella mente di Flora riaffiorano ricordi disgustosi.
*****
L'estate dei suoi dodici anni Flora era al mare in Toscana con la coppia che si occupava di lei da quando era rimasta sola al mondo: Giada e Maurizio, i suoi tutori nominati dagli avidi avvocati di famiglia. La coppia di coniugi, scelti in una ristretta rosa di lontani parenti, sulla carta avrebbe dovuto comportarsi da genitori, ma in realtà spesso a mala pena tollerava la sua presenza. Flora però era ancora troppo giovane per rendersi conto appieno di tutto ciò e a quell'età ancora non aveva coscienza di sé come dell'ultima reincarnazione di una strega in costante fuga dal suo aguzzino.
In spiaggia conobbe casualmente un ragazzo bellissimo, molto più grande di lei: aveva ventisette anni, era alto, moro, coi capelli mossi, occhi verdi e un sorriso perfetto. Nonostante la differenza d'età, era interessato a lei: le diceva cose nuove, che le scatenavano un turbinio di sensazioni mai vissute. Nessuno dei suoi coetanei le aveva mai fatto complimenti simili e poi la accarezzava con lo sguardo e talvolta le sussurrava parole d'amore. Per la dodicenne fu subito il primo, totalizzante amore.
Flora era comunque troppo timida per frequentarlo apertamente, e poi Giada e Maurizio non avrebbero voluto per ovvie ragioni. Per fortuna, lui trascorreva le giornate non distante dal suo ombrellone, in compagnia di un gruppo di amici. Ogni volta che poteva, la ragazza faceva il possibile per passargli accanto, giusto per provare l'ebbrezza di sentirsi dire qualcosa: un saluto gentile, un complimento nuovo, una parola dolce. Tutti pezzetti di emozione che le scatenavano sussulti cardiaci mai provati.
La fatidica sera Flora partecipò assieme ai tutori e loro amici a una grigliata in un ristorante affacciato sulla spiaggia. Per l'assenza di illuminazione artificiale, il cielo appariva di un nero profondo, punteggiato da mille stelle condensate in sciami immobili. Mancava la luna e all'orizzonte si stagliavano solo le pallide luci lontane dei pescherecci come una processione di lucciole in fila ordinata.
Per fuggire dalla noia di una serata in compagnia di adulti noiosi e per annusare meglio l'aria profumata di salmastro, la dodicenne si allontanò dalla tavolata e raggiunse da sola la battigia, là dove finiscono le file di ombrelloni e sdraio e le onde giocano a infrangersi con rumore lieve e ritmico. Avvicinandosi notò che un gruppo di ragazzi giocava vicino all'acqua. Alcuni facevano il bagno e ridevano spingendosi e rincorrendosi fino agli scogli, altri erano appartati a chiacchierare, o forse a fare qualcosa di diverso, forse di proibito.
Flora procedette incuriosita. Nel gruppo di una quindicina di giovani scorse quei magnifici occhi verdi che la stavano già fissando da quando lei aveva iniziato a farsi avanti.
Per Flora fu un tuffo al cuore: il bel moro era davanti a lei: si avvicinò, sorrise e coi suoi modi gentili le prese la mano.
- Che emozione! - pensò Flora trattenendo il fiato. Era la prima volta che un ragazzo la toccava e in modo così tenero. Il giovane si avvicinò di più e la dodicenne per un istante pensò che l'avrebbe baciata. Invece, lentamente, sussurrandole all'orecchio, le chiese se volesse andare a prendere un gelato. Solo loro due, specificò, dimenticandosi degli altri amici superflui. Il cuore le usciva dal petto per la insperata sorpresa.
- Sì, certo - balbettò Flora - devo solo dirlo ai miei genitori - fu la risposta.
Con infinita dolcezza, ma senza mollare la presa alla mano, il ragazzo la tirò a sé. I suoi occhi verdi si piantarono in quelli di Flora, inumiditi per l'emozione.
- Facciamo in un attimo, ci vorranno pochi minuti e nessuno si accorgerà di niente. Stai tranquilla - fu la rassicurante risposta del moro.
Flora lo seguì fiduciosa, rapita dalla situazione, inebriata e felice come una novella sposa condotta all'altare.
I due percorsero mano nella mano forse una ventina di metri, forse trenta. Quel tanto che bastò per essere soli e lontani dall'allegra baraonda dei l bagnanti al buio.
All'improvviso, senza nemmeno capire che cosa stesse succedendo, lui mise una mano sulla bocca di Flora che d'istinto stava per urlare dallo spavento; le bloccò il braccio destro dietro la schiena e la spinse a pancia sotto fino a farla cadere di peso uno dei tanti lettini che in file ordinate riempiono la spiaggia. In un attimo, con movimento sicuro e ben sperimentato, le scostò le mutandine e in pochi istanti la penetrò brutalmente.
Dopo tanti anni Flora ricorda ancora il sapore amaro delle lacrime e della plastica salata di cui era fatto il lettino. Rammenta la ruvidezza della trama della tela che le sfrega il viso ad ogni spinta e la sensazione della sabbia fredda su cui aveva forzatamente appoggiato le ginocchia.
Flora non gridò, non disse nulla. Mentre subiva la duplice deflorazione, si vergognava di se stessa, della propria stupida ingenuità. Piangeva di dolore ma anche di rabbia per il suo amore tradito.
Quando il ragazzo ebbe finito, lasciò Flora sdraiata sul lettino da mare abbandonata nei suoi singhiozzi silenti. Il moro con calma si rivestì, sistemandosi con cura i pantaloni bianchi appena sgualciti. Poi prese la mano di Flora e l'aiutò a rialzarsi. Le abbassò la gonna bianca. Con una carezza le sistemò i capelli spettinati, le asciugò le lacrime togliendole i residui di sabbia impastati attorno agli occhi. Poi la portò a prendere il gelato. Il più amaro della sua vita.
- Non mi disse neppure una parola quel cane - è il primo pensiero cosciente che vortica nella testa di Flora mentre avverte di riprendere lentamente i sensi. Altri cinque minuti e starà meglio. Il mal di testa lascia spazio al vecchio dolore alla tempia destra. L'acidità di stomaco salita alla bocca si è trasformata in crampo lieve. Tutto sta tornando sotto controllo e pensa con tenerezza alla sua dolce Dora, che è al sicuro con la tata Nabe.
Flora sente bussare alla porta bianca del bagno.
- Flora? Sei lì dentro? Stai male? - è la voce di Nadia.
- Tutto bene. Ho avuto un forte capogiro, ma ora è passato. Mi lavo la faccia e ti raggiungo.
In piedi, davanti all'ampio specchio dal bordo satinato, Flora controlla che le guance pallide riprendano colore: le occhiaie sono ancora grigie. Si asciuga il volto; la tempia è lievemente gonfia e bluastra.
Ripensa una volta ancora a quella sera di tanti anni prima. Dopo la violenza, Flora dodicenne tornò verso il ristorante con la gonna insanguinata, il viso graffiato e zoppicando visibilmente. Le dolevano molto le parti intime, ma nel suo patrimonio genetico conservava un'alta sopportazione innata del dolore.
Giunta nel salone illuminato strinse i denti e camminò il più possibile dritta. Raccontò ai tutori Giada e Maurizio di essere scivolata vicino agli scogli ferendosi e le credettero.
Riportata subito a casa, tentò di sciacquare il dolore e la sabbia appiccicata con una doccia tiepida. Nascosta dal rumore del getto d'acqua, si abbandonò ai singhiozzi di irrefrenabile disperazione. Si accovacciò in un angolo, abbracciando le ginocchia e appoggiando la testa di lato contro le piastrelle, e in quel rumore impenetrabile invocò più e più volte la mamma. Quando le lacrime le consentirono di mettere a fuoco gli oggetti attorno a sé, notò tra i suoi piedi la striscia di sangue che dalle sue intimità correva rapida verso lo scarico, scomparendo dopo aver formato un grottesco vortice mischiato alla schiuma da bagno.
Fu attenta a ripulire il bagno e si disinfettò con cura le escoriazioni al viso e alle ginocchia. Giada, mentre la rimproverava per tanta sbadataggine che l'aveva portata a scivolare sugli scogli, le porse una pomata che Flora si spalmò sui lividi delle braccia.
L'adolescente conservava negli occhi lo sguardo dolce del ragazzo tramutato all'improvviso in spietato aggressore.
La sua notte fu popolata da un sonno agitato. Sognò un drago verde che le artigliava una spalla strappandole brandelli di carne. Poi un uomo incappucciato che rideva mentre le legava stretti i polsi con una corda ruvida e con una tenaglia arroventata le divaricava le carni tra le cosce.
La mattina seguente Flora si svegliò con il basso ventre ancora indolenzito dalle fitte all'addome, mentre l'ano si stringeva da solo provocandole continui blocchi del respiro. Si accorse con sgomento di aver macchiato di sangue le lenzuola bianche. Mentre si chiedeva cosa fare, arrivò Giada. Alla donna si illuminarono gli occhi. Pensò che fosse giunto il momento del primo ciclo mestruale. Sorrise compiaciuta alla figliastra, accarezzandole i lunghi capelli. Disse che quello era un momento speciale, che non avrebbe dimenticato mai più. Solo Flora sapeva quanto quella affermazione fosse vera.
Giada l'accompagnò in bagno per farla lavare. Poi le mostrò il necessario da utilizzare. La ragazza nascose con veloci movimenti le ecchimosi al pube provocate dallo sfregamento contro la struttura di legno del lettino da spiaggia.
Flora si sentiva tornata bambina piccola e rimase assolutamente passiva mentre era di fronte alla donna. Mille volte le arrivò sulla punta della lingua la frase iniziale per raccontarle l'accaduto. Mille volte si morse la lingua per tacere. Una volta tanto Giada sembrava interessarsi a lei e come poteva rovinarle un momento così felice? Poi arrivò Maurizio e disse che si doveva organizzare una festa. Flora non aveva niente da festeggiare. Anzi, in parte era morta la sera precedente.
Perse un po' di sangue per altri due o tre giorni, poi piano piano tutto tornò alla normalità, almeno sul piano fisico.
Dopo quella sera Flora non rivide mai più il suo stupratore e oggi neppure ricorda come si chiama. Della violenza non raccontò né ai suoi tutori, né alle sue amiche. Bruciavano come scottature provocate dai carboni ardenti sia il senso di colpa nei confronti di se stessa, sia la vergogna per la propria ingenuità.
Trascorso un po' di tempo, Flora cominciò a cancellare il ricordo. Inizialmente scacciava il pensiero per non sentire lo stomaco rimescolare i succhi gastrici. Poi, piano piano, iniziò a dimenticare i dettagli peggiori legati al dolore fisico, fino a giungere a una quasi completa rimozione dello stupro.
Non dimenticò il rapporto sessuale avvenuto, però ne attenuò gli effetti emotivi su se stessa. Preferì autoconvincersi di essere una colpevole tentarice piuttosto che vittima stupidamente ingenua.
Certi eventi però non si dimenticano davvero: semplicemente si assopiscono, pronti ad essere destati da una parola, una melodia, una sensazione tattile, un profumo, o un sapore come le famose "Madeleine" di Marcel Proust. Così il ricordo di Flora uscì dall'oblio a sedici anni, quando un nuovo orco incrociò la sua strada, facendola ripiombare in un incubo apparantemente senza fine.
*****
Prima di uscire dal bagno Flora sospira e apre la porta. Nadia è fuori che l'aspetta.
- Devi farti vedere da un medico - la rimprovera.
Ha lo sguardo serio e le braccia conserte. Si preme così forte il seno che sembra rischiare di esplodere da un momento all'altro. Per sdrammatizzare, Flora le passa accanto infilandole due dita nella scollatura. Poi se le porta alla bocca e lecca la punta.
- È solo un po' di stanchezza acuita da questo caldo afoso. Appena andrai via farò una doccia e starò meglio.
- Mi cacci Flora? Entro in doccia con te, se vuoi!
- Assolutamente no. Hai detto tu di avere fretta. Andiamo fuori, che forse si muove un po' d'aria. Voglio finire il racconto.
- Ai tuoi ordini. Promettimi che ti curi».
Uscite sul terrazzo le donne si siedono, e finiscono il vino con estratto di mandragora avanzato nei bicchieri. Flora massaggia la tempia dolente.
- Siamo rimaste che Marianna entrò nel monastero di santa Margherita a Monza. - esclama Nadia controllando l'orologio - Hai cinque minuti, poi me ne vado e tu giuri di andare da un medico.
- Sì, come vuoi. Stavo dicendo che secondo la cronaca del tempo, Monza era un borgo di 5630 anime, settantasei sacerdoti, sei conventi maschili e cinque monasteri femminili.
- Caspita! Una bella media di religiosi! - interrompe l'amica.
- Zitta, hai detto che abbiamo fretta - taglia corto Flora - I De Leyva erano i feudatari. Questo assicurò a Marianna un prestigio indiscusso e, di conseguenza, una posizione di privilegio e assoluto rispetto, anche tra le mura del convento.
- Ecco perché suo padre, don Martino De Leyva, ha potuto fare il furbo e non versare la dote pattuita al monastero.
Flora è assente col capo, sente che c'è ancora qualcosa che non va. Prosegue rapidamente: - Secondo il Manzoni il padre della fanciulla non desiderava che sua figlia fosse infelice, ma semplicemente che diventasse monaca.
- Quindi deve avere tenuto conto di questo nella scelta del monastero in cui sistemare la figlia.
- Proprio così. Deve aver giudicato quello di Monza il luogo più adatto, in modo che il prestigio della famiglia fosse rispettato e onorato. Don Martino per l'educazione di Marianna scelse precettori che le inculcarono il prestigio che lei, in qualità di madre badessa, avrebbe esercitato in monastero. Così alimentò nell'animo della fanciulla l'orgoglio di casta e la fierezza di carattere. Per lei il monastero non era la casa del Signore, bensì il feudo su cui avrebbe regnato.
- Miodio. Niente di più lontano da ciò che è l'essenza intrinseca della vita religiosa, nonché della stessa vita cristiana. - Nadia è visibilmente turbata.
- Nel monastero di santa Margherita il 15 marzo 1589, all'età di tredici anni, nel pieno rispetto delle norme canoniche che ponevano come limite minimo per la vestizione il dodicesimo anno, Marianna vestì l'abito religioso e iniziò il noviziato. Scelse il nome di suor Virginia Maria, in ricordo della madre morta.
Mentre pronuncia queste frasi Flora ripensa alla sua, la dolce mamma Anna improvvisamente sottratta alla sua spensieratezza di bambina felice.
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