Milano, 11 giugno 2001
Il fumo azzurrognolo dell'Havana avvolge in una sottile nebbia Vinicio Amaranto, mentre ammira una tela di grandi dimensioni appesa nel suo studio in Brera. È opera di un pittore russo degli anni '30, Aleksandar Rajkovic, uno dei suoi prediletti.
L'albino è in piedi in fondo all'ampia stanza oscurata dalle pesanti coltri, ingombra di dipinti accatastati ovunque. Strizzando gli occhi grigio-azzurri, scruta le tracce delle pennellate di rosa ingrigito del tramonto espressionista su san Pietroburgo. Distingue a fatica le case ritratte: ovunque incombe un'atmosfera cupa nonostante l'artista le abbia rappresentate con la gamma dei rosa.
Improvvisamente scatta la serratura della porta d'ingresso. Amaranto si volta atterrito: teme un nuovo faccia a faccia col vecchio Della Porta sbucato dal nulla come un demone.
Sulla soglia appare invece come una visione Carolina Mainetti D'Orta, sua moglie. Visibilmente confortato da quella presenza familiare, l'ex psichiatra sgonfia i polmoni dal fumo di sigaro.
- Maestro, fai colazione con me? - domanda la donna con quella sua caratteristica "erre" aristocratica.
Avanza sorridente verso di lui e gli spolvera il pulviscolo depositato sulla giacca blu.
Il mercante d'arte guarda l'ovale perfetto e i capelli biondo miele della donna sposata quand'era poco più che una bambina. Rappresenta tutto ciò che un uomo può umanamente desiderare: ricca ereditiera dagli occhi verdi da gatta e gambe lunghe e affusolate. Un albino brutto e già vecchio come lui non avrebbe potuto ambire a tanto se la fortuna e un sapiente ricorso alla Magia nera non l'avessero assistito.
*****
Carolina Mainetti D'Orta era capitata nello studio di Vinicio Amaranto quando ancora era una studentessa del terzo anno di liceo. Rimasta figlia unica, era orfana di madre morta suicida e con un padre perennemente in viaggio.
All'epoca l'albino era già un professionista dalla carriera avviata e tra i suoi clienti non mancavano i rampolli della miglior società milanese. Qualcuno aveva indicato a Carolina l'indirizzo dello studio dello psichiatra e lei vi era andata indossando stivali anni '70 di vernice rossa con la suola di gomma bianca, acquistati in via Montenapoleone e pagati quanto lo stipendio mensile della sua tata tedesca.
La ragazzina dai capelli biondi intrecciati e il vestito rosa corto fino all'inguine si sdraiò sul lettino del medico, mettendo in bella mostra stivali e cosce sode. Per le quattro ore successive il medico ascoltò con interesse una per una delle parole pronunciate con quella erre aristocratica.
Carolina raccontò del suicidio dell'unico fratello avvenuto due anni prima, che aveva respirato il gas di scarico della Bentley di famiglia nella tenuta di Portofino. Narrò del dolore della madre distrutta per la perdita del figlio prediletto e che, mal sopportando i ripetuti tradimenti del consorte, aveva messo fine alla propria vita impiccandosi con la cintura dell'accappatoio di spugna. Parlò del padre assente e del suo pallino di creare imprese dall'esito disastroso per la sua cronica incapacità negli affari. Spiegò della sua totale solitudine e della preoccupazione per la difficile gestione di una potenziale eredità.
A queste parole Amaranto sentì sulla punta della lingua il sapore dolce dell'acquolina.
Carolina descrisse dimore antiche, appartamenti, oggetti preziosi e, soprattutto, la preziosa collezione d'arte costituita dal nonno paterno che conobbe e mantenne a Milano alcuni dei principali pittori che ebbero successo all'inizio del Novecento.
Due giorni dopo Carolina fece le valigie e scappò di casa per infilarsi tra le lenzuola del suo principe bianco, che le sapeva cingere i fianchi insegnandole una danza di pensieri e sensazioni del tutto nuova.
*****
- Non posso ora Principessa - risponde Amaranto alla moglie - devo finire la selezione di opere per la prossima mostra di Tokyo. Appena possibile andremo a cena dove piace a te.
Da qualche tempo forse trascura la moglie e teme che la donna si stanchi. I corteggiatori non le mancano: ha trentotto anni ed è un raro fiore ambito.
- Ti stanchi troppo, Maestro. Vorrei fare un viaggio con te, magari torniamo a San Pietroburgo.
Osserva rapidamente il dipinto con aria annoiata, si passa una mano tra i capelli perfettamente curati, si avvicina e gli bacia una guancia.
- Ancora qualche settimana di pazienza, Principessa, poi avremo del tempo da dedicare solamente a noi due.
Imbronciata come una bambina viziata, Carolina Mainetti D'Orta si allontana ed esce silenziosamente dallo studio del marito.
Vinicio Amaranto aspira profondamente il fumo del sigaro e ripensa a quel giorno di vent'anni prima, quando lei irruppe nella sua vita. Rimase folgorato dalla bellezza sfacciata della ragazza poco più che sedicenne. Quando capì chi era, il suo cervello calcolatore andò in fibrillazione e non esitò un attimo.
La conquistò quel giorno stesso con un trucco antico, imparato con la professione e condito dall'antica arte affabulatoria. Raccolse con estremo interesse ogni sua goccia verbale, ripagandola con dolci parole sussurate negli orecchi. Versò pioggia d'affetto sulla landa desolata del suo cuore.
Catturata dai modi gentili e capaci dello psichiatra, Carolina esplose come un bocciolo giunto alla piena maturazione. Si lasciò cullare dalle sue parole sapienti e la sera stessa tornò a casa decisa a cambiare vita. Riempì una valigia di vestiti, salutò Bebo, il bambolotto preferito, e disse addio alla sua infanzia. Scrisse un biglietto d'addio e abbandonò quella villa troppo grande e vuota, dove viveva sola con la servitù fedele ma indifferente.
Quando a notte fonda la ragazza bussò allo studio del dottor Vinicio Amaranto, l'uomo era pronto ad accoglierla come una dea. La prese in braccio e le fece varcare la soglia come una novella sposa. Carolina scoppiò a piangere: era al colmo della felicità. Come buon auspicio l'uomo aveva disseminato quaranta piccole candele sul pavimento, perché secondo i sacri testi questo numero è il valore “soglia”, la cosiddetta "porta ai grandi numeri".
Lo psichiatra la adagiò sul lettino di pelle nera. Le sfilò delicatamente il mini abito rosa cipria e mentre muoveva i suoi lombi bianchi cancellava rapidamente il senso di colpa dovuto ai trent'anni di differenza.
Dopo una settimana di passione, all'alba suonò alla porta una coppia di carabinieri. Vinicio Amaranto fu invitato a presentarsi immediatamente al comando: era accusato di plagio, sequestro di persona e violenza carnale su minorenne dall'ingegner Tommaso Mainetti D'Orta, padre di Carolina.
Lo psichiatra era pronto: aveva previsto questo momento fin nei minimi dettagli. Rifiutò le manette e seguì i militari in auto. Carolina gli si aggrappò al suo braccio e lo accompagnò col viso rigato dalle lacrime.
Tommaso Mainetti D'Orta non si era presentato di persona: a fare le sue veci aveva mandato Carlo Giuzzi, un avvocato giovane e agguerrito, ansioso di fare bella figura, sicuro di finire sui giornali.
Amaranto rifiutò di chiamare un difensore personale: avrebbe fatto da sé. Interrogato dal maresciallo, l'albino fece un'ottima impressione: era ben vestito, dai modi gentili ed educati, ma soprattutto dotato di una parlantina compita ed elegante, in grado di spiegare con chiarezza la situazione in cui era costretta a vivere la povera Carolina, sola e abbandonata dalla famiglia. Senza imbarazzo aggiunse di esserne innamorato e di avere intenzioni serie: l'avrebbe sposata subito.
Carolina supplicò l'avvocato Giuzzi di riferire al padre che era felice con quell'uomo e voleva vivere con lui. Giuzzi non era stupido: capì le manovre dello psichiatra e gli strizzò un occhio. Il maresciallo aveva altro da fare e non desiderava perdere tempo con ricche ragazzine viziate, padri gelosi e avvocati arrivisti: tagliò corto e suggerì ai due di discutere privatamente e tentare un accordo prima di decidere se procedere o meno con la denuncia penale.
Non appena furono soli, l'avvocato disse che per intercedere nei confronti dell'ingegner Mainetti D'Orta e convincerlo a ritirare la pesante denuncia avrebbe voluto in cambio una bella fetta della dote: si sarebbe accontentato di un anticipo di cento milioni di lire.
Amaranto gli sorrise benevolmente, poi iniziò a parlare con tono tranquillo e pacato, raccontando della propria brillante carriera professionale. Spiegò a Giuzzi di essere in grado di ipnotizzare le persone, pratica largamente utilizzata in terapia. Il giovane avvocato rise nervosamente, si sentiva preso in giro. Lo psichiatra lo invitò allora a ubbidire ai suggerimenti e a non opporre resistenza. Giuzzi iniziò subito a respirare tranquillamente e profondamente fissandolo negli occhi. Dopo pochi secondi Amaranto lo persuase che i suoi occhi erano stanchi, si chiudevano dal sonno, e che sentiva stanchezza in tutte le membra. Alzò una mano e invitò l'altro a fissarla. Poi l'abbassò lentamente: ottenne così che seguendo il movimento della mano, le palpebre di Giuzzi si chiusero lentamente. Pronunciò le parole: "Sei preso dal sonno, le tue palpebre si chiudono, tu stai ora per addormentarti".
L'avvocato rimase nel sonno ipnotico cinque minuti, il tempo sufficiente allo psichiatra per catturare il suo io e trasferirgli quanto come avrebbe dovuto agire. Al termine, Amaranto lo svegliò col comando: "Conterò fino a tre, quando sarò giunto a tre ti sveglierai" e l'avvocato riaprì gli occhi.
Il mese dopo, ottenuta la dispensa per il matrimonio, Carolina e Vinicio convolarono a nozze. Amaranto portò in dote se stesso, la sua scienza e la magia. Carolina qualcosa come due miliardi di lire, che diventarono venti quando l'aereo pilotato dal padre esplose in volo.
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