Giochi

sabato 13 febbraio 2010

Il sogno di Flora

È sera e Dora si è addormentata nonostante il caldo opprimente. Così adagiata nel lettino ricorda a Flora la bambola di ceramica dai tratti perfetti con cui giocava forse nella vita precedente. Completamente abbandonata nel sonno, i capelli scompigliati imperlati di sudore, la bambina sembra animata solo dal lento respiro che gonfia il petto e le increspa le labbra a forma di spicchi d'agrume. A ogni carezza ricevuta alle guance tese come mele mature fa seguire inconsciamente un piccolo sussulto, quasi fosse infastidita da tante tenerezze materne.
Flora ha un bisogno estremo di fisicità e stampa un bacio sulle labbra della piccola, che si ritrae da una parte mugolando come un gattino appena nato. La mamma sorride e l'accarezza di nuovo. È difficile vivere la notte in solitudine, quando gli impegni della giornata sfumano come colori diluiti nell'acqua e lasciano il posto all'irruzione prepotente dei ricordi della sua ultima appassionata storia d'amore. Le manca Giulio in maniera dolorosa e quando cala l'oscurità sopraggiungono i momenti peggiori e talvolta la disperazione prende il sopravvento. Con l'ispessirsi delle tenebre Flora indossa suo malgrado il velo nero di una vedova senza dignità, perché lui è ancora in vita, tecnicamente, e non può piangerlo sulla tomba. Eppure non è né vivo, né morto: è nel limbo, rinchiuso in una capsula grigia di esistenza dalla quale solo chi crede nei miracoli si attende un ritorno completo. Chi confida in Dio e nell'anima degli uomini si accontenterebbe di un semplice cenno di vita, una palpebra che si muove, una smorfia della bocca. Ma Flora desidera di più, desidera il suo uomo nella sua interezza.
Il cuore di Giulio batte e il sangue circola, le sue cellule si riproducono e respira, ma solo perché è assistito da un polmone d'acciaio. Persino le sue unghie, i capelli e la barba crescono: però non è più in grado di alimentarsi né di dissetarsi, non sa controllare gli sfinteri e soprattutto non è più. I suoi pensieri, le sue idee, i suoi sentimenti e la sua anima, semmai esista, tutto è interrotto da neuroni che non si connettono più tra loro.
- Che differenza c'è tra lui e una pianta? - pensa.
Quante volte ha desiderato avere il coraggio di staccare quella spina che lo lega a una sopravvivenza fittizia. Quante volte si è chiesta se Giulio, potendo scegliere, vorrebbe proseguire questo calvario senza fine né via d'uscita.
- No, Giulio non avrebbe mai accettato questo compromesso di esistenza vegetale. Si dovrà trovare una soluzione.


*****

Dopo molta resistenza da parte di Flora che masochisticamente si tortura pensando a Giulio, Morfeo riesce a stringerla dolcemente nelle sue spire e le insuffla un sogno ispirato dalle tre sante ammirate la mattina nelle pitture della chiesa di san Maurizio a Monza.
Caterina, Cecilia e Barbara, tenendosi a braccetto, ridono e si prendono gioco dei numerosi devoti inginocchiati al loro cospetto. Le fanciulle scherzano e improvvisano movimenti ancheggianti, che ricordano una primitiva danza del ventre. La musica invade lo spazio indefinito e le tre giovani si separano. Iniziano a spogliarsi mostrando corpi acerbi ma già conturbanti. Lunghi capelli lungo la schiena e la pelle nuda delle braccia, dita sinuose che reggono i lembi di lunghi veli variopinti, ondeggiamenti di ventri piatti, giochi di reciproci sguardi maliziosi. Nonostante il palese invito alla perdizione, i devoti restano solidamente impermeabili allo spettacolo, immersi in preghiere cieche.
Flora si sveglia all'improvviso in uno stato di eccitazione. Madida di sudore, avverte di nuovo il forte dolore alla tempia destra, battuta violentemente durante lo svenimento nello studio di suor Angela Barni. Si tocca la parte dolente, ancora tumefatta.
- Possibile che mi basti rivedere un crocifisso identico a quello del dannato prete per sentirmi così male fino allo svenimento?
Si alza per prepararsi una borsa del ghiaccio con cui lenire il gonfiore. Torna al giaciglio tristemente solitario, ma il sonno sembra svanito come l'arcobaleno illuminato dai raggi di sole.
È notte fonda e un nuovo tarlo le arrovella i pensieri. Vorrebbe alzarsi, ma l'abbraccio ancora potente di Morfeo le impedisce ogni movimento. Si abbandona allora al flusso di pensieri e in poco tempo piomba nel dormiveglia.
A metà strada tra sogno e ricordo, le sembra di tornare indietro all'epoca in cui conobbe la dolce Caterina d'Alessandria. Flora ne ricorda la straordinaria bellezza, i lunghi capelli corvini, gli occhi rimarcati dall'hennè e la passione per la magia ereditata dalla madre. Di stirpe reale, era la figlia del re di Cipro. Avrebbe potuto godere di una vita serena e agiata, ma era ambiziosa e si lasciò sedurre dal nuovo culto cristiano, in quel periodo già represso duramente.
Un giorno Caterina in gran segreto andò in visita da un vecchio eremita nel deserto. Quella stessa notte sognò Gesù bambino che la rifiutava come sposa perché non era abbastanza bella.
Al risveglio la vanitosa fanciulla quasi impazzì di rabbia: nel sogno i suoi poteri incantatori non avevano potuto nulla. Corse nell'antro di Flora e le chiese una pozione per accrescere il proprio fascino anche durante nel sonno. La richiesta era insensata, ma la giovane principessa fu irremovibile e Flora le propinò un intruglio a base di erbe officinali dall'odore nauseabondo. Caterina la ripagò con un rubino. Bevve la falsa pozione, ma l'esito non fu soddisfacente: non le appariva più in sogno il Bambino sacro.
Dopo qualche giorno la fanciulla delusa tornò in lacrime dall'eremita, che la convinse che Cristo l'avrebbe voluta solo se convertita e lei capitolò.
In seguito al battesimo, Caterina sognò di nuovo Gesù, il quale finalmente le infilava l'anello nuziale. L'indomani, travolta dall'entusiasmo, la giovane decise di andare al cospetto del governatore Massimino Daia, appena insediato ad Alessandria d'Egitto, per persuaderlo ad abbracciare il cristianesimo.
Con andatura nobile e fiera la diciottenne ebbe l'ardire di presentarsi nello scintillante palazzo del governatore nel bel mezzo dei festeggiamenti. Il potente Massimino e i suoi invitati, aiutati dai sacerdoti, stavano celebrando un baccanale, condito da sacrifici di animali per propiziarsi il favore degli dei.
Caterina indossava un abito di seta bianca coi profili dorati, che le fasciava morbidamente le forme delicate. La sua pelle ambrata profumava di essenze pregiate. Giunta nel vasto salone vide i partecipanti: decine di uomini e donne che giacevano a terra su montagne di cuscini finemente tessuti, altri appoggiati ai lunghi tavoli imbanditi con frutta matura e carne speziata. Alcuni si accoppiavano, altri ridevano sguaiatamente bevendo da coppe dorate.
Nell'aria aleggiava un odore intenso di carne appena macellata. Un gruppo ammirava eccitato il taglio della gola di un capretto con le zampe legate che belava terrorizzato. Poco più in là due servitori portavano sulle spalle i cadaveri di tre agnelli esanimi. Sul pavimento a mosaico erano sparse pozze di sangue e le colonne di marmo ocra erano imbrattate da schizzi rossi qua e là già coagulati. L'atmosfera di guaiti e morte eccitava la platea.
Un uomo invitò Caterina a partecipare all'orgia, un altro le prese un braccio per avvicinarla al luogo dei sanguinosi sacrifici di animali. La giovane, nonostante le insistenze, si divincolò e rifiutò ogni invito a partecipare.
Raggiunse il governatore Massimino che sedeva sul trono attorniato dalle favorite e gli chiese di riconoscere Gesù Cristo come redentore dell'umanità. Si udì un boato di risate. Qualcuno pensò che la sfrontata scherzasse.
Massimino invece capì immediatamente la pericolosità dell'intrusa. Doveva porre rimedio subito. Si alzò dallo scranno e chiamò un servitore di fiducia. In breve, in una stanza attigua, fece convocare un gruppo di retori, affinché convincessero pubblicamente Caterina a onorare gli dei.
Ma non andò come previsto. Il governatore rimase a bocca aperta osservando la terribile figura di impotenza che fecero quegli oratori, ritenuti i massimi sapienti d'Egitto, di fronte alle semplici, eppur conturbanti parole della fanciulla.
Secondo l'agiografia, fu lo spirito divino a illuminare Caterina, in odore di santità, donandole la capacità di convincere i sapienti portando la parola di Dio.
Per Flora la spiegazione del dono dell'eloquenza è un'altra. Caterina non solo conosceva le arti magiche, imparate dalla madre esperta nell'uso di erbe guaritrici, ma l'eremita che la convertì nel deserto altro non era che un demonio molto astuto che, facendo leva sulla sua vanità, le aveva carpito l'anima per l'eternità.
I vecchi saggi non ebbero abbastanza argomentazioni per confutare le parole della giovane egiziana. Non solo non la convinsero, ma essi stessi furono prontamente convertiti al cristianesimo. Caterina era divenuta molto potente.
Il governatore d'Egitto e Siria tremò. Il suo ruolo e il suo stesso potere erano vivamente messi in pericolo dall'azione semplice e devastante della piccola sciagurata.
Massimino ordinò l'immediata condanna a morte di tutti i retori così incapaci. Voleva la testa anche di Caterina ma, stregato dal suo splendore, le propose di salvarsi sposandolo. La giovane rifiutò: gli disse di essere già sposata con Gesù Cristo. Il governatore la condannò allora a morire su una ruota dentata, ma prima la fece flagellare a sangue per mortificare quelle carni così perfette ed eccitanti.
Caterina non era una donna come tutte le altre. Secondo la leggenda fu protetta dalla mano di Dio. Secondo Flora fu un'abile stregoneria: la giovane usò nuovamente il potere di incantare chiunque fosse al suo cospetto. Lo strumento di tortura si ruppe: la ruota dentata cadde a pezzi davanti agli occhi dei carnefici che, sconvolti dall'accaduto, corsero a informare Massimino. Terrorizzato, il governatore dovette agire in fretta. Decise di farla decapitare. Un uomo a dorso nudo impugnò una lunga sciabola e le staccò il capo dal collo con un movimento rapido e netto. La sua bella testa fu raccolta e gettata in un pozzo, lontano dal corpo che fu seppellito in una fossa comune.
Caterina morì da vincitrice e diventò santa. La leggenda narra che il suo corpo fu trasportato dagli angeli sul monte Sinai. Molti anni dopo in quel luogo l'imperatore Giustiniano fondò il monastero che porta il nome della santa.
Forse non furono angeli a trasportare i resti mortali della strega santificata. Qualche testimone dell'epoca parlò di un avvistamento notturno di corvi in volo.

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