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domenica 21 febbraio 2010

Amaranto e D'Adda

Milano, 11 giugno 2001

Dopo l'uscita della moglie Carolina Mainetti D'Orta, l'albino è rimasto solo nello studio. Si siede alla scrivania per compilare gli ultimi documenti necessari per assicurare le opere d'arte da spedire a Tokyo. Detesta la burocrazia, vorrebbe occuparsi solamente di arte, artisti, antiquariato, studio della magia antica e conteggio di denaro. Gli affari vanno bene: commercia parecchi oggetti preziosi e ogni anno collabora con case d'asta in Italia e all'estero che si fidano delle sue eccezionali conoscenze e del suo fiuto. Talvolta clienti facoltosi gli commissionano ricerche di oggetti particolari per arredare una dimora appena acquisita oppure per ritrovare antichi gioielli di famiglia perduti nel corso di cessioni di proprietà. Oppure certi ricchi uomini d'affari sono desiderosi di dare lustro alla propria casata e si rivolgono ad Amaranto per fargli pubblicare un volume sulla storia dei propri beni antichi, ville nobiliari tramandate nei secoli, opere d'arte commissionate ad artisti famosi da antenati mecenati.
Un giorno capitò anche che un'aristocratica donna annoiata, invaghita di un giovane artista sconosciuto, spinta dal desiderio di lanciarlo nell'olimpo della notorietà, gli chiese di realizzare un catalogo d'arte firmato da noti critici, con approfondite ricerche sulle più svariate origini dello stile pittorico del suo beniamino. Tanta aria fritta per cercare di dare un briciolo di notorietà al giovanotto. In cambio di denaro Amaranto non si tira mai indietro: la sua cupidigia è infinita. Potrebbe vivere di rendita, ma è affamato come un lupo che studia un gregge di pecore al pascolo.
Mentre compila i moduli, l'antiquario ripensa ad Alfonso Della Porta. Quell'uomo inquietante ha qualcosa di diverso dagli altri che gli sfugge nonostante la sua grande esperienza di varia umanità e di casi clinici.
Per prima cosa Amaranto ha fatto una breve ricerca e non ha trovato traccia dell'uomo: certamente non abita a Milano e neppure nei dintorni. È arrivato al suo studio senza alcuna telefonata di preavviso: semplicemente la settimana prima si è presentato in portineria, senza appuntamento.
- È stato fortunato a trovarmi - pensa l'albino - perché viaggio spesso.
Eppure gli sembrava giunto lì a colpo sicuro. Della Porta non ha voluto dare alcuna referenza. Ha detto solo di discendere da un'importante famiglia nobile milanese, ingiustamente estromessa dall'eredità di alcune proprietà. Nessun dettaglio, nonostante le insistenze di Vinicio Amaranto, che odia lasciare le cose al caso. Tra i beni sottratti, Della Porta ha elencato alcuni gioielli di famiglia, che non sono preziosi per i metalli impiegati o le pietre preziose incastonate, bensì per una ragione puramente affettiva.
Il primo incontro è stato inatteso, veloce e ha lasciato del tutto spiazzato Amaranto. Il secondo è stato addirittura terrorizzante: la comparsa improvvisa di Della Porta come uno spirito, l'ingresso nello studio senza che qualcuno gli avesse aperto, i modi freddi e quell'aria da assassino. Tutti fatti che spingerebbero un uomo di buon senso a rompere l'accordo e occuparsi d'altro. L'ex psichiatra non può agire come una persona qualsiasi: dalla sua parte ha la scienza, l'arte e la magia. Attraverso uno dei tre canali riuscirà a vincere anche questa sfida.
Per il momento l'albino ha preferito non mettere al corrente Flora Leth né della personalità, né degli oggetti ricercati dal committente. Sa che è una donna perspicace con capacità che vanno aldilà della normale intuizione. Teme che lei possa scavalcarlo e lavorare direttamente per Della Porta.
Il particolare più curioso è la data di scadenza. Il nobiluomo ha insistito affinché la persona incaricata della ricerca chiuda la sua ricognizione assolutamente entro il 31 dicembre 2001. Nonostante le proteste di Amaranto, Della Porta si è mostrato fermo. A suo dire sei mesi mesi sono più che sufficienti per ritrovare gli oggetti.
Le rimostranze dello psichiatra sono svanite del tutto quando l'uomo misterioso ha estratto da una valigetta nera cinque blocchetti di banconote nuove di zecca da cinquecento euro. Il viso bianco e grinzoso dell'albino si è disteso in un largo sorriso. Per Amaranto cinque mila euro anticipati in nero e senza la richiesta di alcuna ricevuta sono una motivazione che reprime ogni inutile resistenza.
- Carta canta e quando si tratta di denaro contante i latini hanno perfettamente ragione! - esclama ridendo tra sé Vinicio Amaranto mentre firma l'ultimo documento.

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