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mercoledì 10 febbraio 2010

Il convento e il segreto

Il sole non è ancora alto ma l'umidità avvolge i corpi come un rivestimento appiccicoso impossibile da staccare. Flora e Angela Barni sono davanti alla chiesa di san Maurizio a Monza.
- La facciata è del Settecento? - domanda Flora.
- Sì, barocchetto lombardo - risponde la suora. Poi indica a sinistra: - Guardi, laggiù si intravede ancora il portico d'ingresso dell'antico convento, con il vano che ospitava la ruota dove depositare i bambini abbandonati. Ora andiamo a vedere l'interno.
Si asciuga la fronte e apre il portale con una grossa chiave in ferro battuto. Dall'interno della chiesa esce l'aria fresca che per un istante dà sollievo alle donne. Lo scatto della serratura, il cigolio del vecchio legno e l'odore dell'incenso avviluppa l'olfatto di Flora provocandole nausea. I loro passi rimbombano nel silenzio assoluto della navata.
- L’interno anticamente era diviso da un muro trasversale per separare lo spazio riservato alle monache da quello pubblico, mentre il presbiterio era delimitato da una balaustra. Questa era la tipologia diffusa nelle chiese monastiche del tempo della Controriforma. Dopo la soppressione del 1785 il muro trasversale fu demolito.
Flora si guarda attorno. Adesso è tranquilla e può ammirare le decorazioni della chiesa avvolte nella penombra.
- Vi sono due altari laterali realizzati in occasione della ripresa del culto nell'Ottocento. Quello di sinistra è dedicato alla Madonna e la pala è un affresco quattrocentesco staccato dalla chiesa distrutta di san Maurizio. Quello di destra proviene dall’originaria chiesa di santa Margherita.
Flora osserva e scrive qualche parola sul taccuino. La poca luce non aiuta, ma il luogo è davvero suggestivo.
- Gli autori dei dipinti - prosegue la religiosa - sono Carlo Innocenzo Carloni, Carlo Perrucchetti e Giuseppe Castelli Juniore, che vi lavorarono attorno al 1740. Altre pitture sono attribuite a Francesco Antonio Bonacina, un quadraturista.
Flora osserva il dipinto del Bonacina, che ha realizzato al centro della volta un medaglione con una Gloria angelica e nelle volte a botte piccoli busti di sante: Caterina d'Alessandria con l'attributo della ruota, Margherita d'Antiochia, Cecilia con canne d'organo, Barbara con la torre.
- Qui non c'è altro da vedere. Ora andiamo nel convento - conclude suor Angela uscendo.
Chiude con cura le ampie ante di legno, fa scomparire in tasca la chiave di ferro battuto, sorride e si incammina nel convento, ultima vestigia del monastero che fu della badessa di Monza. Entrano dalla porta principale.
Flora ascolta le parole di suor Angela mentre avanzano nell'edificio.
- Al tempo di suor Virginia Maria De Leyva il monastero di santa Margherita si allungava lungo lo Spalto di Porta de' Grandi, oggi via Azzone Visconi, che costeggia il Lambretto. Vi si accedeva da un vicolo che adesso si chiama in sua memoria "via della Signora". Il monastero era stato un tempo delle Umiliate per passare poi all’ordine benedettino. Nel 1588 ospitava circa venti monache. Il convento da parecchi anni ospita una scuola dell'infanzia.
Si odono le voci allegre dei bambini.
- Andiamo in un posto più tranquillo.
Ancora pochi passi lungo il corridoio che un tempo era il portico del chiostro e suor Angela apre una porta: entra in un piccolo studiolo semplice, con una scrivania e qualche elemento di arredamento. La donna si siede sistemando la veste e il velo. Flora non vorrebbe sederle di fronte per evitare di trovarsi di nuovo faccia a faccia con quel crocifisso rosso sangue così simile a quello odiato per anni, ma non ha scelta. Si accomoda di fronte a lei, sulla sedia di legno.
- Le dirò quello che so sulla Monaca di Monza, ma non è molto.
Flora è nervosa ma deve agire in fretta. Ha una sola opportunità: tentare di fissare negli occhi la suora mentre parla per non guardare il suo sacro monile. Quasi non batte le palpebre mentre respira lentamente per aumentare l'autocontrollo. Ma i ricordi per affiorare non hanno bisogno dello stimolo visivo e nonostante la sua tenace lotta interiore, si fa largo prepotente il doloroso turbamento.
- Come sa il monastero è famoso per la vicenda di Marianna de Leyva, la Gertrude dei Promessi Sposi del Manzoni.
Basta un istante di esitazione e uno sguardo fulmineo un po' più in basso: ecco stagliarsi l'orripilante simbolo del suo personale orrore. Al centro della croce si staglia la figura del Cristo in posizione sofferente. Penzola trionfante al collo della religiosa: rosso lucido, di una tonalità intensa e piena, simile al colore del sangue che sgorga abbondante da una ferita. Flora avverte un primo lieve capogiro e teme che possa in breve invadere ogni ambito della sua mente, correre veloce lungo le sue membra e condurla fino allo svenimento. Deve resistere e ritrovare il controllo per scacciare i ricordi che sembrano voler esplodere come una detonazione violenta. Meglio concentrarsi solo sulle parole. Socchiude le palpebre, deglutisce la saliva divenuta amara e il capogiro pare allontanarsi un poco. Suor Angela non si è accorta del pallore di Flora.
- Marianna de Leyva era nata a Milano nel 1575. A quattordici anni fu rinchiusa nel convento e a sedici diventò monaca benedettina col nome di battesimo della madre, Virginia Maria. Nel 1597 incontrò per la prima volta Gian Paolo Osio, diventato famoso come l'Egidio manzoniano, che apparteneva a una famiglia di ricchi possidenti di origine bergamasca. La relazione durò dieci anni e si concluse nel 1608 con la condanna a morte dell'Osio e la reclusione di suor Virginia, che trascorse tredici anni nel ritiro delle prostitute pentite di Milano, dove morì nel 1652.
Flora tenta di scrivere qualche appunto. Conosce già i dettagli, però le serve uno spunto per aggrapparsi ad azioni concrete e tenere impegnata la mente lontana dal flusso dei ricordi.
- Agli inizi del Settecento - prosegue la monaca - la chiesa era in condizioni tanto precarie che nel 1736 si rese necessario il rifacimento totale. Nel 1785, soppresso il monastero e sconsacrata la chiesa, vari edifici del complesso furono venduti. Quelli del convento a meridione furono ceduti alle suore dell'ordine del Preziosissimo sangue di Cristo, di cui faccio parte anche io, e che vi risiedono tuttora.
Lo stato di Flora peggiora di secondo in secondo e ora sente di essere vicina allo svenimento. Le parole della suora si fanno lontane e la vista si perde nel grigiore avvolto da un ronzio fastidioso che le intrappola i pensieri. Sente le gocce di sudore rotolarle lungo il corpo. Deve resistere.
- Il chiostro fu demolito e sopra, dal 1956, sorge un condominio.
La suora continua a parlare, ma ormai Flora è lontana, il processo di svenimento prosegue. La sagoma bianca della donna sfuma, ma cerca di fissare la sua penna che non ha più la punta appoggiata sul foglio che è quasi completamente bianco. Il ronzio è diventato un rombo. La sua maglietta bianca è intrisa di sudore e lo stomaco si stringe con violenza. La testa duole e la vista è completamente annebbiata. Suor Angela prosegue, non si accorge del malore che ha colpito Flora.
- Dal 1881 la chiesa appartiene al Duomo di Monza che vi ha ripreso il culto trasferendovi il titolo dell’antica vicina chiesa di san Maurizio, che era stata abbattuta per far posto alla via Ferdinandea, che oggi è via Vittorio Emanuele...
Un tonfo sordo e poi più nulla. Flora giace a terra e i ricordi le invadono come un veleno a effetto rapido ogni sinapsi del cervello.

*****

Un giorno tutto cominciò. Era ottobre, Flora aveva quindici anni e frequentava il secondo anno di liceo. Come le sue compagne, indossava sopra gli abiti un lungo grembiule blu con una lunga fila di bottoni bianchi allacciati davanti.
Ogni mattina, prima dell'inizio delle lezioni, tutte le alunne dovevano essere a scuola mezz'ora prima per recitare le preghiere e intonare canti, guidate da una suora insegnante. Le piaceva cantare e un giorno le proposero di entrare nel coro della scuola. Accettò volentieri, anche se l'impegno avrebbe implicato ore extra di permanenza nell'istituto per partecipare alle prove. Margot, la madre adottiva, era impegnata a tessere una relazione con un nuovo amante: più Flora stava lontano dagli artigli di quella donna travestita da femme fatale, meglio si sentiva.
Il coro era composto da una ventina di ragazze tra i quindici e i diciotto anni, accompagnate con la chitarra da due suorine giovani, dal viso liscio e pallido, incorniciato dal pesante velo grigio scuro, da cui spuntava appena il bordo della cuffietta bianca. Al collo, un crocifisso rosso sangue.
Il maestro di canto era un prete, don Michele Scaraffi, che era anche l'insegnante di greco: uomo molto alto e solido, dal portamento altero, coi capelli appena brizzolati pettinati all'indietro, non doveva avere più di quarant'anni. Indossava sempre la tradizionale veste nera, lunga fino alle caviglie. L'unica nota di colore che spiccava era il suo crocifisso smaltato di rosso che portava sempre al collo e gli scendeva fino al petto. Mentre parlava, si sfregava di continuo le mani. A Flora ricordava il gesto della mosca quando si posa e poi strofina le zampe anteriori una contro l'altra.
- Scaraffi - aveva pensato - si chiama quasi come gli orrendi bacherozzi neri con la corazza lucida, che sbucano all'improvviso, quando meno te l'aspetti.
Dopo qualche settimana di prove, un pomeriggio don Michele fece chiamare Flora nel suo studio, che era al quarto piano dell'istituto, in un'area del liceo in cui la giovane non aveva mai messo piede. Quando furono soli nell'ampia stanza, lui si sedette dietro la grande scrivania di legno antico, e cominciò a scrutarla. Non c'erano altre sedie, così Flora rimase in piedi in silenzio, in attesa. Quell'uomo le metteva molta soggezione e suscitava in lei un fascino particolare. Non le piaceva e sentiva scaturire da lui sensazioni particolari.
Il prete ruppe il silenzio: - Hai una bella voce, ma va educata a dovere.
Le sorrise e chinò il capo in avanti, facendole cenno di avvicinarsi. Flora, senza dire una parola, girò attorno alla scrivania e si mise proprio di fronte a lui. Don Michele scostò la sedia indietro per farle spazio e bloccò la ragazza tra sé e il tavolo.
- Ora sbottonati questo lungo grembiale, e fammi vedere cos'hai sotto. Le mie ragazze devono sempre essere vestite come si deve.
A Flora la richiesta parve insensata. Però ubbidì e aprì uno a uno i bottoni bianchi. Sotto indossava una camicia lilla e una gonna al ginocchio di lana viola.
Il prete la guardò con un mezzo sorriso, poi le prese un polso e la tirò ancora più vicino a sé. Con estrema rapidità le infilò una mano sotto la gonna, la insinuò nelle mutandine e la toccò fino nell'intimo.
Flora era paralizzata dalla situazione inaspettata. Non reagì. Notò solo la smorfia di stupore dell'uomo.
- Questa signorinella non è una brava bambina. Qui vedo che è già entrato qualcuno.
Flora si sentì raggelare il sangue nelle vene. Il suo segreto più intimo era stato scoperto. Non aveva parlato con nessuno di quell'orribile esperienza vissuta. Nella sua ingenuità da quindicenne non capiva come il prete potesse aver scoperto tutto.
Don Michele tolse la mano: - Hai mai raccontato a qualcuno quello che hai fatto?
- No, mai. - rispose la giovane con un filo di voce, senza guardarlo negli occhi, piena di vergogna.
- Guardami mentre ti parlo, bambina - disse l'uomo con tono rilassato.
Flora alzò lo sguardo. Lui le sorrise con benevolenza ma nei suoi occhi brillava una luce inquietante che le faceva paura.
- Mia bella bambina, hai bisogno di essere educata a dovere, altrimenti finirai su una cattiva strada. Mi occuperò io della tua educazione spirituale, perché non voglio che tu diventi una bambina perduta. In nome di Dio mi occuperò della tua anima. Tu però dovrai fidarti completamente di me, perché ti amo come se fossi una mia figlia.
Flora fissava gli occhi scuri e tremolanti di quel prete e si vedeva riflessa nelle sue pupille che parevano buchi nel tempo. Aveva come la certezza di aver già visto uno sguardo simile secoli prima e sentiva di riflesso sensazioni dolorose alle mani e alle gambe, come se i suoi arti fossero stritolati da ceppi di ferro. Lo stomaco si stringeva e il cuore batteva forte.
- Ricorda Flora. Non dovrai mai raccontare ciò che accade qui dentro. O il diavolo ti porterà dritto all'inferno.
Flora annuì con sincerità.
- Ora vai. Mi raccomando. Dio sa se menti.
Flora si girò di scatto, aprì la porta e corse via, attraversando i corridoi più veloce che poteva, col sangue che le pulsava alle tempie e le guance rigate dalle lacrime. L'offesa era stata feroce e la vergogna era un peso che le premeva sullo stomaco.
Quella sera, sdraiata nel suo letto, ripensò a quanto accaduto e volle trovare un lato positivo. Era una parte importante del suo carattere: per sopravvivere alle situazioni più tragiche bisogna sempre aggrapparsi a un appiglio di positività. Pensò di essere quasi contenta di poter finalmente condividere con qualcuno i suoi terribili segreti. Davvero quel prete avrebbe ripulito la sua anima e la vergogna covata intimamente finalmente sarebbe stata cancellata. Quello fu l'inizio. E fu anche la sua fine.

******


Flora riapre gli occhi e tutto intorno a lei è grigio e immerso in una nebbia confusa. La sua prospettiva è dal basso verso l'alto: intuisce di essere stesa sul pavimento e comprende di essere svenuta. Le voci giungono ancora da lontano, come un'eco proveniente da un'altra stanza. Scorge il volto di suor Angela Barni che la guarda preoccupata tenendole una mano.
- Signora Leth! Flora, si svegli! Aiuto, aiuto! C'è una donna che sta male!
Mentre la voce della monaca diventa comprensibile, anche le immagini diventano più nitide. Flora sta rinvenendo e un tremendo mal di testa si fa largo alla tempia destra.
- Sto bene, grazie, ora mi alzo - sussurra per rassicurare la suora.
- All'improvviso l'ho vista cadere dalla sedia e ho avuto paura che si fosse fatta davvero male - commenta la donna asciugandosi il sudore che le scende copiosamente da fronte e tempie.
- Venga che l'aiuto a rimettersi seduta.
La religiosa le prende entrambi i polsi e con forza inaspettata la issa fino alla vicina sedia. Flora si tasta la tempia e riconosce la tumefazione che le duole al solo tatto. Si apre la porta ed entra una giovane monaca alta e snella, che domanda: - Che succede?
- La signora Leth è svenuta - spiega suor Angela con tono più tranquillo, riprendendo il posto dietro la scrivania, mentre sistema un ciuffo di capelli dentro la cuffia
- Ora sto bene, grazie, è passato. Per fortuna ho solo un bernoccolo. Mi è già capitato: una volta nella caduta ho frantumato gli occhiali e una lente mi ha tagliato il sopracciglio.
- Vado a prenderle del ghiaccio - esclama la giovane suora che, senza attendere la risposta, si volta e sparisce chiudendo la porta dietro di sé.
- È in gravidanza?
Domanda a bruciapelo suor Angela.
- Oh no. A volte mi capita, soffro di pressione bassa e questo caldo fa brutti scherzi
- Farebbe meglio a farsi vedere da un medico.
- Ha ragione, più tardi andrò a misurare la pressione - risponde Flora mentendo. È in forte imbarazzo e vorrebbe chiudere in fretta lo spiacevole episodio, cercando di lasciare di sé un'impressione di assoluta normalità.
Si apre nuovamente la porta e rientra la monaca più giovane.
- Ecco la borsa del ghiaccio, le eviterà un brutto mal di testa.
Flora ringrazia, afferra la borsa morbida e l'appoggia alla tempia.
- La prego di continuare a raccontarmi ciò che sa.
Suor Angela esita un istante, poi decide di proseguire: apprezza la determinazione della giovane donna.
- Va bene, le dirò il resto.

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