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domenica 24 gennaio 2010

Vino ed estratto di mandragora

Monza, 10 giugno 2001


Flora è sul terrazzo al primo piano di casa, l'antica villa di famiglia rimasta di sua proprietà nonostante i ripetuti tentativi dei suoi genitori adottivi di svenderla pur di raccimolare un po' di liquidità negli anni in cui furono nominati suoi tutori.
I potenti raggi di sole oltrepassano faticosamente lo spesso strato di umidità che opprime l'aria del pomeriggio. Il cielo grigio è sinonimo di assenza di vento e immobilità delle nubi. Le ampie foglie verde scuro della maestosa magnolia fiorita sembrano di plastica lucida. Il frinire di una cicala maschio annidata sul ramo ritma lo scorrere del tempo con la monotonia dei suoi timballi. L'ombra creata dal tendone ecrù non le dà alcun sollievo. Le restano solo un paio d'ore per riflettere sugli appunti presi prima che Nabe, la tata australiana, concluda la lunga passeggiata nel parco con Dora.
Accoccolata nella sedia di midollino dall'ampio schienale a ventaglio, sprofondata in un cuscino troppo morbido per sostenerla ritta, Flora indossa un lungo abito leggero in voille dai colori tenui. In una mano il taccuino con la copertina rossa, nell'altra un bicchiere di vino con estratto di mandragora, una specialità che l'inquisizione proibì. Eppure mescolata con oppio e giusquiamo in parti uguali fu adoperata per secoli anche in Cina come anestetico durante le amputazioni. Tutta colpa delle sue radici doppie dalla forma vagamente umana: un paio di gambe, corpo peloso e testa con ciuffi di crine che paiono capelli. Secondo gli inquisitori se lasciata nella terra, la pianta in sette anni diventava un essere vivente, angelico o demoniaco, del quale ci si poteva servire per cerimonie magiche.
Si credeva che crescesse soltanto sotto gli alberi dove era stato impiccato qualcuno: negli spasmi dell'agonia il condannato emetteva alcune gocce di urina e sperma, e da queste nasceva la pianta. Questo pensiero diverte Flora: forse il punto in cui crescono rigogliose le sue mandragore dai fiorellini giallo verde è proprio dove pose fine alle sue sofferenze il prozio Laerte, il giorno in cui scoprì la moglie Leila, creduta frigida, trastullarsi tra le braccia dell'avvenente giardiniere.
Fu proprio la prozia Leila, una volta sbarazzatasi del marito, a insegnare alla curiosa bis nipote l'antico modo di raccogliere la pianta: bisognava addestrare un cane nero, legarlo alla mandragora per la coda o il collo e, all'alba del sabato, costringere l'animale a strappare la pianta dalla terra che, sradicandosi, emetteva un urlo terribile. Bisognava poi sacrificare il cane e il suo sangue spargerlo sulla buca lasciata vuota dall'estirpazione. Solo in tal modo la mandragora poteva essere usata per le pozioni magiche: faceva partorire donne sterili, ridava giovanile vigore sessuale a uomini vecchi e stanchi, guariva l'emicrania, il languore e il torcicollo, proteggeva dagli attentati, permetteva di rendersi invisibili, faceva produrre più latte alle proprie mucche e meno a quelle del vicino; infine indicava dove erano i tesori nascosti.
Flora non ha mai sperimentato tutte queste meravigliose proprietà: la ripugna solo l'idea di sacrificare un povero cane. Però la vecchia Leila l'ammoniva: nel Medioevo si diceva che nella mandragora vive un demone e che chiunque cerchi di sradicarla morirà. Per il suo potere narcortico le streghe la utilizzarono nella preparazione di unguenti e filtri anche per partecipare ai Sabba. Contiene principi attivi che producono una specie di stato ipnotico, simile a quello riscontrabile nella fase REM del sonno, quando si sogna. Flora la usa come calmante, narcotico e come potente afrodisiaco. Non a caso l'appellativo di Afrodite, la dea greca dell’Amore, era “Mandragoritis”. Per beneficiare di tali virtù afrodisiache si ingeriscono piccole quantità di radice, oppure si indossa un amuleto con un rametto di mandragora.

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