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lunedì 11 gennaio 2010

Monza, 9 giugno 2001 - Il parto di Flora

Il profumo dell'aglio selvatico è ormai solo un vago ricordo. Passo dopo passo Flora Leth percorre lentamente un sentiero di terra battuta nel parco di Monza. Osserva distrattamente le felci del sottobosco che coronano le radici dei fusti degli alberi aggrediti dall'edera, ascolta il rumore dei propri pensieri che guizzano rapidi nelle pagine dei ricordi. Sta stringendo le mani della sua bambina che da pochi giorni è alla scoperta del mondo tentando i primi passi incerti. Il verde brillante dell'erba nuova ricorda il colore delle lievi colline ondulate d'Irlanda. Una fine pioggia notturna ha imperlato i petali delle margherite e dei trifogli. Sorridendo di se stessa: ogni pochi passi si china per raccogliere un nuovo quadrifoglio che sembra cresciuto apposta per farsi trovare da lei.
Oggi ricorre la Festa di Vesta, le cui origini nel mondo pagano si perdono nello scorrere dei millenni, come il vapore venefico di una pozione mortale i cui effluvi sfumano lentamente nell'aria sopra al calderone.
È trascorso un anno da quando è nata Dora. Mentre Flora le accarezza i capelli biondo oro, ripensa al giorno del suo parto: il primo di questa vita, forse l'ultimo di cento altre.

*****

La certezza di sapere che avrebbe avuto una figlia femmina l'aveva accompagnata per tutta la gravidanza. Così era sempre stato: il suo grembo non può generare altro. Giulio, il suo fugace compagno di piaceri carnali, desiderava un primogenito maschio, ma lei rifiutò l'ecografia con la scusa che la tecnologia toglie il sapore romantico della sorpresa da gustare in sala parto. Flora lasciò che il giovane si cullasse nell'illusione dell'incertezza.
Poi però accadde l'incidente dal quale lui non si è ripreso più. Strappato alla vita cosciente da un banalissimo scontro tra auto appena un mese prima la nascita della figlia, ora giace intrappolato in un polmone d'acciaio senza un briciolo di dignità; davvero una speranza di ripresa su un milione, secondo i pareri dei luminari. Il suo coma non è irreversibile, quindi niente espianto.
- Questa non è vita, è peggio della morte - pensa ogni volta Flora al suo capezzale.


*****

Quando si ruppero le acque era già in ritardo di una decina di giorni sulla presunta data del parto. Flora sentiva che la bambina sarebbe nata sotto una buona stella e non aveva fretta. Era in città, per strada, in una mattinata assolata. Sentiva la testa appesantita da pensieri nefasti per il nuovo bollettino drammatico sulla mancanza di miglioramenti di Giulio: ancora encefalogramma piatto.
- Le stesse funzioni vitali di una pianta d'appartamento - disse laconicamente il primario per smorzare ogni sua speranza.
Improvvisamente Flora percepì la fuoriuscita del liquido che le bagnava le gambe. Sentì il caldo umido nell'interno coscia. Scorse a terra la piccola pozza d'umidità formatasi tra i suoi piedi. L'estate era imminente, indossava leggeri pantaloni neri di lino e pensò che nessuno avrebbe notato l'alone bagnato. Era la prima volta, eppure le pareva di aver vissuto quel momento altre mille. In tutta tranquillità, attraversò la strada per proseguire la sua lunga passeggiata. Lo strazio del dolore per la sua solitudine lasciò il posto ai dolci pensieri sul futuro della sua piccola creatura, ormai pronta a irrompere piena di vitalità.
- Le congiunzioni astrali plasmano il carattere il giorno della nascita - pensò.
Se la bambina fosse nata l'indomani avrebbe goduto del sole e dell'ascendente in ariete. Avrebbe amato curiosare, penetrare l'anima altrui con adattabilità alle situazioni più diverse. L'ascendente le avrebbe conferito intraprendenza, volitività, dinamismo ed energia. Ne sarebbe derivata una persona rapida nel pensiero e nell'azione, talvolta precipitosa, però entusiasta.
Flora sorrise e rallentò il passo facendosi più morbida e assaporando il profumo di fiori di magnolia carnosi insinuarsi inebriante nelle narici.
Ritornò in ospedale solamente nel pomeriggio. Mentre all'ottavo piano il suo uomo vegetava inchiodato al proprio destino, la loro bambina si sarebbe affacciata alla vita nello stesso edificio, sette piani più in basso.
- Destini che si intrecciano e forse chi le ha dato la vita potrà ricevere giovamento dalla linfa vitale della nuova nata - mormorò tra sé speranzosa.
Flora avrebbe potuto partorire da sola a casa, ma i tempi erano cambiati e una scelta simile avrebbe suscitato l'attenzione dei curiosi. Già faticava molto per tenere nascoste certe "stranezze" del suo modo di essere.

*****

Il travaglio iniziò solamente la sera. Nella penombra, confinata in un letto di ospedale, Flora era a disagio sulle ruvide lenzuola bianche. Era l'unica partoriente senza il proprio uomo accanto. Sarebbe stata forte, la natura apre varchi anche dove la volontà si oppone.
Le prime contrazioni arrivarono in sordina, quasi bussando per chiedere il permesso. In breve diventarono più frequenti, anche se erano quelle preliminari. Dopo qualche ora, mentre il suo ventre si contraeva sempre più spasmodicamente, qualcosa di inaspettato accadde.
Flora ebbe improvvisamente la visione di se stessa vista dall'esterno. Come se il suo punto di vista fosse cambiato, diventando quello di un'altra persona che la osservava contorcersi per i dolori del travaglio. Inaspettatamente, conservava ancora i ricordi di un'esperta levatrice. Piena di meraviglia, si guardò mentre abbandonava il letto e si sedeva a cavalcioni sulla sedia vicina, aggrappandosi saldamente allo schienale per compensare l'insistente susseguirsi di dolori acuti. Respirava profondamente come un mantice. Dalla sottile camicia da notte bianca aperta sul davanti, trasparivano le sue forme ammorbidite. Al sopraggiungere di ogni nuova contrazione, scrutava con distacco la sua stessa smorfia, osservava i muscoli del viso contratti mentre il dolore, cingendole l'addome, si propagava a raggiera fino ad allargarsi lungo tutta la schiena verso l'alto. Riusciva a intuire la forma della bambina premuta contro i suoi organi interni. Poi il dolore lentamente scemava e i muscoli si distendevano. Solamente in quei momenti riusciva a riprendere il controllo dei propri pensieri. In attesa della contrazione seguente.

*****

Al momento opportuno Flora sentì di dover spingere la pelvi e rientrò in se stessa. Intervenne l'ostetrica per accompagnarla nella vicina sala parto. Rifiutando l'aiuto, Flora percorse lo stretto corridoio fino all'apposito letto. Si mise supina con le gambe divaricate, i piedi ai fermi, e afferrò i maniglioni.
Quando sentì sopraggiungere la prima forte spinta fu come avvertire una morsa d'acciaio conficcata nella carne che, arpionato del tessuto cutaneo interno, cerca di strapparlo fuori. Assecondò il bisogno di spingere. L'ostetrica verificò il respiro corretto di Flora e le tastò il polso. La spinta successiva arrivò troppo rapidamente. La morsa fu ancora più intensa. La giovane sentiva tendere allo spasmo i muscoli del collo, mentre le gocce di sudore formavano un sottile rigagnolo vicino all'attaccatura dei capelli. E poi un'altra e un'altra ancora, finché il medico, intervenuto per controllare la situazione, annunciò che finalmente si scorgeva la testa del bambino.
In Flora l'entusiasmo per l'annuncio si tramutò presto in disperazione. Nonostante le sue spinte potenti il feto non usciva. Pareva incastrato. Il grande orologio a muro della sala parto segnava le tre del mattino del 9 giugno.
- È ormai giunta la data prestabilita - pensò.
Da un'ora spingeva con tutte le proprie forze e la stanchezza stava prendendo il sopravvento. Chiuse gli occhi per raccogliere le ultime energie. Avrebbe voluto avere vicino a sé Giulio. Lo pensò così intensamente che le sembrò di rasentare la follia. Vide un lampo di luce balenare nella stanza: era il segnale dell'apertura di uno spazio temporale improvviso.
Il fetore di erba secca impregnata di urina colmò l'aria asettica della sala parto. Ormai Flora era altrove, anima e corpo.

*****

Rivide se stessa mentre aiutava un'altra partoriente. La giovane dalla pelle olivastra era sdraiata sopra un pagliericcio. Odore di sudore e sangue ovunque nella baracca rischiarata dalla luce di una candela. Attorno, i volti pallidi di tre donne coperte di vesti consunte. Il viso della gravida, stravolto dalla fatica e dal dolore, era incorniciato da lunghi capelli scuri incollati dal sudore alla fronte. La ragazza aveva spinto a lungo, attorniata dalla vecchia madre sdentata e da altre donne del villaggio, che sul ventre gonfio come un otre le avevano spalmato un unguento profumato per aiutarla ad espellere il bambino. Neppure il monile con la pietra di lava legato al collo teneva lontano la malasorte. Era passato troppo tempo dai primi dolori e la ragazza rischiava di morire da un momento all'altro.
Flora sapeva cosa fare. Infilò le dita nel canale vaginale della partoriente e riuscì a tastare il bambino. Era podalico. Senza esitazione introdusse più che poté la mano, incurante delle urla delle donne che si facevano il segno della croce, mentre il sangue della giovane le colava fino al gomito impregnando il giaciglio. La partoriente ormai non aveva più fiato per gridare e subiva passivamente le spinte come una pigotta strattonata malamente. Con uno sforzo tremendo Flora afferrò entrambi i piedini come in una morsa, cercando di non eccedere nella presa. Attese una nuova contrazione: premette col braccio sinistro sul ventre della ragazza sfruttando tutto il proprio peso. Col destro tirò a sé con tutte le forze.
- O adesso o mai più, pensò.
Il bambino sgusciò fuori lentamente fino al bacino. Poi si bloccò nuovamente ma solo per qualche istante. Grazie alla spinta successiva Flora riuscì a estrarlo completamente. Il neonato aveva il volto cianotico, sembrava una statua opalescente. Ci vollero quattro o cinque colpi per fargli emettere il primo vagito. La giovane madre, una giovinetta forse al suo primo parto, era spossata e non più in sé. Il bambino era un grosso maschio sano e robusto. Sarebbe sopravvissuto trovandogli presto una balia. Il prete lo battezzò all'alba e dopo celebrò frettolosamente il funerale della madre. Flora era già fuggita dal villaggio attraverso i boschi per non essere accusata di stregoneria.

*****

Flora tornò in sé. La mente sgombra da cattivi pensieri, sentiva il suo corpo completamente rinvigorito. Ora sapeva esattamente che cosa fare. Il ginecologo era pronto con bisturi e anestesia per praticarle l'episiotomia, ma lei non gli lasciò il tempo di agire. Attese la spinta successiva: si inarcò in avanti, puntò i piedi sui fermi, appoggiò entrambi gli avambracci sul proprio ventre e spinse più che poté. Era un fascio di muscoli contratti guidati da una mente lucida ed esperta.
Pareva impossibile, eppure Flora percepì un dolore ancora più acuto dei precedenti. Ma era quello definitivo. Sentì scorrere dentro di sé il corpo del feto. La testa passò, subito seguita dal violento strappo interno che sanciva la fuoriuscita completa del corpo del bambino.
L'ostetrica, che aveva assistito alla scena a bocca spalancata, accolse tra le mani tremanti il neonato. Il medico era stupefatto: non aveva mai visto niente del genere in trent'anni di carriera.
- È una bambina - esclamò con un filo di voce, mentre in mano reggeva ancora il bisturi inutilizzato.
Dolore, stanchezza, paura, ansia svanirono, per lasciare in Flora il posto alla più totalizzante deflagrazione emotiva che una donna possa sperimentare. Spalancò gli occhi e vide per la prima volta la sua piccola, meravigliosa bambina. Un delicato, stentato vagito e Flora sentì impadronire il suo cuore di una tenerezza smisurata. Il medico, ancora incredulo per quanto visto pochi minuti prima, adagiò la piccola sul ventre della puerpera, ormai svuotato da quel dolce ingombro vivo. Madre e figlia erano ancora unite dal cordone ombelicale. Odore di sangue e carne. Flora osservò ogni centimetro di pelle del piccolo essere, che già tentava di stabilire un contatto con lei con sguardo sereno e tranquillo. La nuova nata aveva finalmente una forma e un volto. Dopo un attimo di esitazione, Flora sfiorò la pelle umida della bambina. Liscia, calda, imbrattata di sangue, l'ultima nata delle sue molte figlie. Le lacrime scesero inaspettate rigandole le guance. Trasmise un potente pensiero all'uomo che aveva contribuito alla generazione della bambina.

*****

Durante la medicazione, mentre il ginecologo le suturava delicatamente le lacerazioni interne, Flora cercava di fissare nei ricordi le emozioni vissute attimo per attimo. La paura, il dolore, la speranza, la forza di volontà, la tenacia e la felicità, tutto senza dimenticare l'amato compagno di vita.
Improvvisamente l'ago la punse in un punto preciso. Flora sussultò come se una tenaglia infuocata l'avesse straziato la carne in profondità. Il dolore violento le riportò bruscamente il ricordo bruciante e vivido di un oggetto acuminato che la lacerava internamente. Scacciò la nuova opportunità di un viaggio a ritroso nel tempo. Ne aveva abbastanza per oggi.
Flora strinse le palpebre più che poté e si concentrò per reprimere quel ricordo orribile emerso all'improvviso da un vecchio baule chiuso a chiave e nascosto nella parte più remota della sua mente. Non voleva che il passato rovinasse il momento più bello della sua nuova vita. Soverchiata dallo sforzo, spossata dalla fatica, si addormentò profondamente.

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