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venerdì 8 gennaio 2010

Milano, Anno Domini 1610. Nelle segrete

Un grosso ratto dal pelo ispido raspa lento il terreno umido. Le zampe lerce rovistano, raschiano speranzose. Le unghie stridono a contatto con la roccia viva delle pareti e dei vecchi laterizi marciti divorati da muffa spessa. Il topo segue il segnale olfattivo, fidandosi dell'istinto, scrutando lo spazio angusto nell'oscurità. Ancora qualche passo e il suo muso baffuto si alza ad annusare l'aria. Ecco l'atteso segnale. Un uomo è poco lontano. È ancora vivo, l'animale ne percepisce l'odore inconfondibile. Dove vive un uomo, il cibo non manca mai: forse briciole, magari avanzi. Ma il ratto desidera un brandello di quella carne umana.
I piccoli occhi neri da roditore sembrano due buchi visti da colui che, seminudo, giace incatenato nell'antro del sotterraneo. I due prigionieri per un istante si guardano fisso. La preda e il cacciatore. Ruoli che a volte la vita inverte senza preavviso. Colui che un giorno fu re del proprio destino, adesso è alla mercè di un ratto. L'uomo reagisce: si alza di scatto e batte le mani. Il topo per un attimo si ritrae ma poi gli mostra i denti aguzzi.
«Fiamma non spegnerti. Illumina ancor un poco la mia lunga notte di terrore. Aspetta, non temere, respirerò con un sol fiato. Anzi, tratterrò l'aere se sarà necessario, ma non rabbuiare questa nera tenebra che mi preme lo petto e fa tenere li occhi aperti come a cercare luce lontana. Mia fiamma, ecco vedi, cingo con la mano lo tuo corpo fine che dondola senza sosta, si ché ti darò riparo dall'aere che potrebbe fievolire la tua luce. Non m'abbandonare, ti prego. O la paura mi squarcerà lo petto, sicché lo mio cuore distrutto d'amore et d'abbandono si spezzerà et si farà briciole sparse quaggiù, sullo pavimento lercio, ricoperto di sozzura».
Un odore acre di umido gli penetra le narici fino a far lacrimare gli occhi. Attorno a sé ode lo squittìo di altri topi che corrono lesti. Forse accorrono richiamati dal capo branco per mettere a segno una caccia molto redditizia.
Il muscolo cardiaco dell'uomo pompa sangue alle tempie. Si ritrae inginocchiandosi nell'angolo di una segreta. Con le mani cerca di proteggere dagli spifferi la fiamma di una lampada ad olio appoggiata su un tavolaccio contro al muro. Accanto, una ciotola con i resti di una scarna cena.
«Orde di ratti in questa cantinaccia putre. Ah, male dico lo destino infame che mi ha condotto quaggiù! Male dico tutto e tutti! Infami, viscidi, ma vi conosco uno a uno, ricordo li vostri nomi di famiglia e persino li sopra nomi. Antichi servi fedeli: prete Paolo Arrigone e Rainerio lo farmacista incarcerati e torturati. Ci rivedremo allo inferno. E invece quelli altri, li nobili, li "gentili signori" di Milano, che furon amici di un tempo, leccapiedi fedeli finché fui ricco, finché le monete di oro mi uscian dalle brache. E poi? Poi li lascivi falsi omaggiatori furon presto pronti a pugnalarmi al dorso...appena sorella fortuna mi voltò le terga. E tu, tu cagna fortuna! M'abbandonasti quando ero vincitore dello destino! Come hai osato gettarmi così in basso, quasi fossi uno appestato degno solo di crepare in un fossato».
L'uomo interrompe il suo delirio perché i passetti veloci dei roditori annunciano la loro furtiva avanzata. Un filo d'aria sottile come una lama di rasoio gli sferza il dorso riempiendolo di brividi. La fiamma trema convulsamente. L'uomo sussulta spaventato.
«No! Non spegnerti mia fiamma! Resti solo tu come compagna di questa lunga et trista notte. Le streghe vinsero sullo mio destino, hora divenuto infame. Qual sortilegio? Quale intruglio permise questa rovina? Sono uno uomo morto, oramai. Odoro lo puzzo di cadavere se annuso le mie dita. Non più mani, solo escrescenze di carne livida et nera, che oramai non san più reggere questa vecchia spada rugginita. Antica amica fedele di scorribande notturne, di bravate piene di avventure. Ora giaci a terra deforme et in utile, neppure lo fabbro che ti forgiò saprebbe più che sei divenuta solida e potente nelle sue sapienti mani».
La luce fioca non illumina alcuna vecchia arma. È solo la sua immaginazione a fargliela riconoscere tra le ombre, come se fosse gettata tra il lerciume e l'umidità che ricopre il suolo. Di tanto in tanto, brillano gli occhi dei topi incuriositi dall'insolito ospite notturno. L'uomo scivola carponi in un angolo. Gli abiti logori, consumati dal lungo esilio forzato, sono incollati al suo corpo sporco e precocemente invecchiato. I lunghi capelli un tempo fluenti e castani gli scendono sulle spalle in ricci ingrigiti e crespi. Il giovane e bell'uomo ha lasciato il posto a uno sfatto fuggitivo indebolito e spossato.
«Sto già putridendo et la stanchezza avviluppa le mie membra come la peste che si insinua lenta nelle carni. Sono nelle cantine dello più bello dei palazzi di Milano, nelle cantine! Io! Giian Paolo Osio, signore di quel feudo che porta ancor fiero lo mio nome! Per me non una stanza con letto et camino, coltri di stoffe rilucenti et cuscini morbidi. Per me resta solo una fetida segreta sepolta sotto la terra. Una tomba prima della morte. Della morte che già troppe volte ha bussato la mia porta. Et non sono già morto io? Il corpo ancor no, ma per quanto scamperò ancora alla taglia che Fuentes mi ha appiccicato sul capo? Mille scudi sulla mia testa ha messo lo bastardo! Lo governatore ha svegliato la cupidigia di tutti li mej antichi amici. Et così eccomi quivi, braccato come la lepre inseguita dallo branco di cani affamati, intrappolata nella tana senza vie di fuga. Soltanto lo vecchio Taverna accettò di darmi nascondiglio. Qui, nello suo palazzo nello ventre stesso di Milano, nascosto alli occhi dello mondo perché lo governatore mi vuole ai ferri prima di farmi smembrare e gettare li mie resti al vento di tramontana. Et io spero che lo vecchio conte mantenga la sua promessa di darmi la salvezza, di mettere quella buona parola che convinca lo Fuentes ad ascoltare la mia supplica, et accogliere le mie istanze. Solo Taverna potè darmi lo aiuto ormai insperato, perché li suoi forzieri sono zeppi di oro e quelli mille scudi della mia taglia non posson ingolosire anch'egli. Et che almeno egli mi nasconda finché li tempi non saranno migliorati e tutti si dimentichino di me et della mia trista storia».
Il freddo avvolge il corpo dell'uomo, che percepisce i brividi impossessarsi dei suoi arti come artigli conficcati nell'epidermide. Eppure gocce di sudore gli imperlano la fronte e le tempie. La paura si è incollata alla sua carne come una seconda pelle. Il cuore pulsa e il petto ansima.
«Solo lo corpo è ancor vivo. La carne non è morta. Ma lo mio spirito defunse quando ella dimenticò lo suo Gio Paolo. Quando dalle sue labbra uscì neppure una parolina dolce, nemmeno uno piccolo gesto per me. Suor Virginia, Marianna mia, ventre mio! Mi dimenticasti e la mia anima dannata cadde morta e quivi giacque per sempre».

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