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mercoledì 13 gennaio 2010

Vinicio Amaranto

10 giugno 2001

La luce pura del primo sole del mattino illumina il viso assorto di Flora che in bagno si prepara per uscire. Di fronte allo specchio, l'ultimo colpo di spazzola ai capelli, un velo di rossetto sulle labbra sottili. Di nuovo le torna il nostalgico ricordo degli occhi verdi di Giulio che si posavano lievi sui suoi fianchi ammorbiditi dalla gravidanza. Sono trascorsi tredici mesi, eppure sembra essere quasi vicino, come se il suo corpo fosse ancora lì, davanti a lei, sprofondato nella poltrona rossa.
- Flora, talvolta penso che tu sia un'unica persona, con tante anime - le aveva detto la mattina stessa dell'incidente - forse sei un involucro che contiene numerose donne. Oppure sei una moltitudine di anime che si sono succedute nel corso dei secoli lasciando tracce in te.
- Non credo nella reincarnazione - gli aveva risposto mentendo - e neppure nell'anima. Stasera torno tardi, non aspettarmi sveglio.
Quella fu l'ultima volta che gli parlò.


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Flora Leth è nella sua piccola auto verde. Ha lasciato Dora con Nabe, la giovane baby sitter australiana. Ha un appuntamento a Milano con Vinicio Amaranto, il celebre antiquario e mercante, alla guida di una redditizia rete di gallerie e boutique esclusive, un vero impero d'arte antica e contemporanea, in grado di soddisfare i palati più fini di appassionati e collezionisti di rarità.
Flora è una ricercatrice storiografica. Ha iniziato all'università per curiosità. In breve la passione è cresciuta trasformandosi in mestiere. Supportata da repentini viaggi a ritroso a metà strada tra ricordi inconsci, sogno e follia, oggi il suo mondo è costituito da archivi celebri, che hanno sede in luoghi di pensiero spesso fastosi anche se desueti e poco frequentati; oppure dalle raccolte di materiali ormai abbandonati dall'incuria, stipati in stanzette oscure e semi dimenticate, talvolta lasciate al loro destino in attesa di un previdente committente che investa denaro per salvare il patrimonio raccolto, gelosamente custodito da un vecchio archivista appassionato.
Fondi di biblioteche, polverosi faldoni di documenti, carte e missive con sigilli in ceralacca, pergamene e antiche stampe, incunaboli e miniature, libri di carta ingiallita, mappe consunte. Per Flora queste opere dell'ingegno hanno il fascino raro del soffio della brezza mattutina che disvela lentamente il passato. Sono la traccia di ciò che accadde, la voce del tempo in attesa di un attento uditore. Lei lavora per scovare la chiave per aprire questi scrigni di conoscenza.
- Ogni oggetto del passato giunto fino a noi conserva la traccia di chi l'ha ideato, costruito, manipolato, più e più volte utilizzato - spiegò un giorno a Giulio.
- Come tutta la materia esistente, essi sono composti da atomi che ne costituiscono le molecole. Gli atomi sono legati tra loro ma non in posizione fissa, sono in costante movimento. Ciò accade da quando la materia è nella forma in cui i nostri sensi la percepiscono. Anche le nostre mani sono costituite da cellule composte da molecole e quindi da atomi. Per il tempo non c'è differenza tra materia vivente e non. Quindi se qualcuno ha toccato ripetutamente un oggetto è probabile che in esso sia rimasta traccia di quel contatto. È una sorta di scambio di atomi che influisce sulla scorza più esterna dell'oggetto il quale, se da allora è stato toccato lievemente e custodito secondo particolari accorgimenti, potrebbe essere immutato nel corso dei decenni, addirittura dei secoli.
- Ti è sufficiente toccarli?
- Dipende, la materia così com'è è percepita dai nostri cinque sensi umani. Esiste poi il famoso "sesto senso" teorizzato da tanti. Esistono poi altre percezioni sensoriali provate solamente da poche persone e per ragioni diverse: maggiore sensibilità, spiccata osservazione e persino follia latente o conclamata. Ecco, io sono in grado talvolta di "sentire" quello scambio molecolare avvenuto magari cento anni prima. E mi capita così di immedesimarmi in colui che ha originato la trasmigrazione di particelle. So che sembra impossibile, ma è così.


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Dopo quasi un'ora di strada Flora ha raggiunto il cuore di Milano. Passeggia nell'antica Brera, cenacolo di artisti italiani che fin dall'Ottocento gravitavano attorno all'Accademia di Belle Arti, trasformando il quartiere in uno dei più caratteristici della città. L'ateneo ancor'oggi è fucina di straordinari talenti, costretti sempre più spesso a emigrare alla disperata ricerca di un pubblico concreto e aperto, che dia ascolto alla loro poetica artistica. In Italia è troppo alto il rischio di rimanere imbrigliati nelle maglie dei burocrati vacui, che si piccano di essere intenditori d'arte.
Vinicio Amaranto è un uomo particolare e non solo per l'aspetto albino. Il suo sguardo indagatore governato dagli occhi grigio-bluastri mette in difficoltà anche gli interlocutori più navigati. Uomo di profonda cultura, è un fine collezionista e uno stratega sopraffino e Flora lo stima profondamente.
Per anni fu uno stimato psichiatra, finché fu radiato dall'albo perché accusato di mistificazione. Qualcuno vociferò persino di dedizione all'occulto. Durante gli anni Settanta ebbe in cura i personaggi più altolocati della "Milano bene", che lo consideravano un personaggio eccentrico sì, ma altamente professionale e capace di sondare in profondità l'animo dei pazienti e risolvendone i conflitti più intimi.
La rapida ascesa sociale di Amaranto si arrestò bruscamente quando i figli di una facoltosa aristocratica, alla morte della madre, si ritrovarono inspiegabilmente estromessi dalla cospicua eredità a favore dello psichiatra. Le ultime volontà della contessa furono che beni immobili e denaro contante confluissero nelle tasche di colui che le aveva donato la serenità psicologica degli ultimi anni di vita.
Ne derivò una causa che più che in tribunale fu dibattuta sulle pagine dei rotocalchi dell'epoca. Improvvisamente, altri ex pazienti dichiararono di aver subito tentativi di coercizione rilasciando interviste a giornali scandalistici su come avessero fatto a ravvisare l'inganno per tempo. Più d'uno ottenne poi contratti diventando opinionisti seppur per un breve periodo. Pochi furono quelli disposti a mettere invece la propria faccia per scagionarlo.
L'opinione dei milanesi si spaccò in due: da una parte gli innocentisti, che riconoscevano nel medico il professionista etico che aveva ottenuto l'eredità come gesto estremo di riconoscenza da parte di una donna che aveva vissuto un'esistenza agiata ma dolorosa e che finalmente aveva raggiunto la serenità; dall'altra i colpevolisti, che ravvisavano invece nell'inaspettata fortuna dell'uomo l'obiettivo perseguito attraverso la tessitura di una rete sottile studiata nei minimi dettagli. Cominciò persino a circolare insistentemente la voce che Amaranto avesse convinto la contessa e altri pazienti a devolvergli lasciti favolosi grazie alla pratica di arti divinatorie. Un'accusa per certi versi ridicola, ma che da millenni suscita un fascino irresistibile.
Amaranto uscì dalla burrasca vincitore e vinto al contempo. Il giudice lo scagionò dall'accusa di plagio, ma lo condannò per tentata truffa e parallelamente si aprì un processo civile per evasione fiscale.
In parte fu quindi riabilitato. Però il polverone sollevato dai media spinse l'Ordine dei medici ad allontanarlo platealmente. La radiazione fu giustificata come la volontà di voler ripulire l'onore della categoria: si vollero estirpare eventuali dubbi e fastidiosi strascichi. Si mormorò anche che qualcuno molto in alto puntasse ad accaparrarsi la sua danarosa clientela.
Amaranto, saldati i debiti con la giustizia, si tenne comunque una dignitosa parte dei quattrini ricevuti durante la pratica della psichiatria. Cambiò pelle, si inventò un mestiere e si dedicò alle sue passioni legate al mondo dell'arte.

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