10 giugno 2001
Flora Leth è davanti al portone di legno pregiato dell'elegante palazzo di inizio Novecento. Il battacchio a forma di grifone alato in bronzo è solo un ornamento: il videocitofono è sempre in funzione. Dal quarto piano Vinicio Amaranto comanda il suo quartier generale, caratterizzato da linee morbide abbellite da balconi panciuti con balaustre in ferro battuto e finestre incorniciate da bordature con variopinti motivi floreali.
Martin, il portiere pachistano in livrea blu, la saluta con un cenno mentre apre la cancellata interna che protegge l'accesso alle scale di marmo dall'ingresso dell'edificio. Flora contraccambia con un sorriso e sale al quarto piano con lo splendido ascensore liberty. La cabina in legno con intarsi e porte di ferro battuto consentono di godere dello spettacolo della lenta ascesa. Una panchetta in noce con cuscini di velluto rosso, la grande specchiera di inizio Novecento, i tasti d'ottone: Flora si siede appagata, anche se bastano pochi secondi per giungere al piano.
- Una meraviglia, venire fin qui è appagante anche solo per questo viaggio - pensa.
La porta blindata dello studio è socchiusa. La giovane entra chiedendo educatamente permesso. Avanza nel silenzio assoluto lungo un corridoio stretto e buio, illuminato da una vecchia lampada a soffitto che emana una luce gialla. Alle pareti sono accatastate pile ordinate di tele dipinte di grandi dimensioni. Sulle mensole di marmo grigioverde di Taormina sono posati due candelabri porcellana Meissen, un piccolo astrolabio finemente decorato e un abat-jour con il paralume di perline azzurre. Le pareti sono tappezzate da quadri di arte contemporanea. Riconosce rapidamente un Emilio Vedova, un Renato Guttuso nell'angolo, un Francis Bacon bluastro e cupo, un cavallo di Aligi Sassu in una teca di vetro. A destra e a sinistra si aprono stanze senza porte piene di opere d'arte impilate come vecchi libri di cui si è dimenticato persino l'autore.
Dal fondo proviene la voce stridula e cantilenata di Vinicio Amaranto: - Vieni avanti, mia cara.
Il corridoio curva a sinistra e Flora procede lentamente, giocando a riconoscere quei dipinti sempre diversi. Sembra il deposito di un antico bazar di Costantinopoli. Molti quadri sono ancora imballati, altri sembrano accatastati alla rinfusa. Amaranto è un fine collezionista e anche un mercante d'arte.
- Buongiorno, Maestro - risponde Flora appena entra nello studio privato dell'albino.
L'uomo ama farsi chiamare così da tutti, inclusa la bella moglie Giuditta De Marco. Fuma un sigaro cubano dall'odore inconfondibile stando steso sul lettino da psicanalista.
- Non ti dà fastidio il fumo, vero?
- No Maestro - mente Flora. L'odore è quasi palpabile e impregna tende e arredi. Accanto, l'ampia scrivania di cristallo fumé è ingombra di carte e appunti, libri e fogli vergati a mano.
- Accomodati.
La ragazza si siede sull'imbottitura verde della sedia a sua disposizione, da dove è costretta a osservare l'uomo di tre quarti.
- Ho da commissionarti una ricerca. So che Monza è il tuo campo d'azione primario. La ricerca partirà da lì.
- Mi spieghi meglio, per favore.
Flora estrae dalla borsetta il suo taccuino con la copertina di pelle rossa. Vuole prendere appunti perché quando Amaranto parla, difficilmente spiega due volte.
- Tutto converge lì, nella tua sonnacchiosa città - aspira lentamente l'aria tenendo il sigaro con le sue dita bianche. Dalle labbra socchiuse lascia fuggire una nuvola di fumo azzurrognola che si espande fino al soffitto.
- Ho ricercato molto nella mia Monza, così negli anni gli spunti di approfondimento sono arrivati da soli.
- Per questo ho pensato a te. È venuto nel mio studio un uomo che vuole conoscere le origini della sua antica famiglia. Non posso dirti chi sia, ma è molto interessato a soddisfare la sua curiosità.
- Perché no? Di chi si tratta?
- Se ti dico chi è, cambia qualcosa nel tuo lavoro?
- Sì, altrimenti da dove comincio?
- Marianna De' Leyva, la Monaca di Monza. Parti da questa vicenda. Studia gli atti del processo. Sono lì - indica la scrivania e aggiunge: - Hai troppa fretta di sapere.
Flora sospira. La pratica della psichiatria ha reso l'albino molto attento e abile nel sondare la psiche degli interlocutori.
- Una stratificazione di avvenimenti accaduti in epoche vicine e lontane sembra essere lì, appena sotto un leggero strato di polvere, pronta per esplodere in tutto il suo potere evocativo.
La giovane è titubante: - Credo di non aver capito. Il nostro uomo è l'erede di una famiglia coinvolta nella vicenda storica o sta cercando qualcosa o qualcuno in particolare?
Amaranto si alza voltandosi fino a restare seduto con le gambe penzolanti. Le palpebre ora aperte rivelano gli occhi da coniglio bianco. I folti capelli candidi sono leggermente spettinati. Indossa un elegante abito blu con camicia azzurra e cravatta dai disegni minuti.
- Dimmi, mia cara, che cosa ti interessa maggiormente nel tuo lavoro?
- Mi piace scoprire qualcosa che getti un punto di vista diverso in un determinato fatto storico. La conferma o la smentita.
L'uomo annuisce sorridendo. Si alza dal lettino e spegne il sigaro nel posacenere di ceramica smaltato. Stando in piedi, sovrasta Flora, che è costretta a guardarlo dal basso verso l'alto.
- Così passi gran parte delle giornate chiusa in ambienti polverosi, dove l'aria spesso è stantia. Gli archivi sotterranei sono privi di finestre ed è facile perdere la cognizione del tempo. Eppure lì ti senti nel tuo ambiente naturale. Come in un guscio protettivo al riparo dal tempo.
Stringe gli occhi azzurri arrossati e si passa una mano tra i capelli chiarissimi.
Prosegue: - Il fascino di quei luoghi è talmente incredibile che a volte riesci a stento a smettere. Fatichi a interrompere il flusso di pensieri che ti sprona a proseguire il cammino per trovare il tassello successivo. L'unico vero limite per te è il tempo.
A Flora non piace sentirsi scandagliare l'animo così in profondità. Però la voce di Amaranto ha un timbro incantatore.
- Non so di cosa stia parlando, Maestro.
- Come farai nell'arco di una sola vita a consultare tutti i documenti che via via attireranno l'attenzione dei tuoi occhi bisognosi di leggere tra le righe, osservare dove altri hanno solo guardato, annotare spunti e riflessioni che possano davvero illuminare pagine già scritte da altri e lasciati incompleti? Flora, quante vite ti saranno ancora necessarie per arrivare alla fine suprema?
- Quando il mio tempo sarà finito invocherò Odino - esclama beffarda Flora, che ha voglia di stupire l'ex medico.
- Intendi dire Chronos, il dio del tempo - la stuzzica l'uomo.
- No, Odino. Pare che io sia una discendente dei Longobardi, che piantarono parte delle loro radici a Modoetia, l'antica Monza, per volere della regina Teodelinda.
Gli occhi dell'antiquario sono più stretti e arrossati per mettere a fuoco l'interlocutrice.
- La sapienza di Odino è conoscenza, magia e poesia al tempo stesso. Nella sua "Historia Langobardorum" Paolo Diacono scrisse che fu Wotan, ovvero Odino, a coniare la parola "Longobardi". Questa popolazione nomade di origine scandinava si chiamava in realtà Winnili. Essi, assediati dai Vandali in una regione a nord dell'attuale Germania, nell'imminenza di una battaglia, cercando protezione dal dio Odino, si presentarono di fronte al sole nascente per farsi riconoscere. Le donne dei Winnili, comprendendo la propria inferiorità numerica rispetto ai nemici, per far credere al dio che i guerrieri fossero più numerosi, si legarono i lunghi capelli intorno al viso, come fossero barbe. Quando Odino li vide, ne fu colpito ed esclamò: "Langbärte!" ovvero "Lunghe barbe", da cui la latinizzazione in Longobardi.
L'uomo esplode in una fragorosa risata.
- Gustoso aneddoto. Ma Odino non si occupò mai del tempo, era un lascivo. Dio della magia, praticando la divinazione si trastullava in comportamenti sessuali ambigui e vergognosi. Il fratellastro Lokasenna lo accusò di avere modi effeminati.
- Odino è il guerriero per eccellenza, non un effeminato - ribatte Flora risentita - impugnando la sua infallibile lancia e indossando l'elmo d'oro porta il terrore tra i suoi nemici, anche perché è esperto nell'arte della trasformazione.
Le guance di Flora sono accalorate dalla discussione: - Odino ha il potere di accecare, assordare e atterrire i nemici, scatenando il terrore nelle schiere. Sa rendere le armi inette a ferire come semplici ramoscelli.
- Odino è una divinità insulsa, che ebbe poco seguito e solamente in popolazioni con poca cultura, che ben presto si convertirono ad altre religioni.
Amaranto pungola Flora vibrando parole che le colpiscono direttamente l'ipotalamo. E lei cade nella trappola come il topo attirato sotto la cesta dal profumo dell'esca.
- Per secoli è stata la principale divinità del mito scandinavo e dei popoli del Nord. Si dice che nessuno possa scagliare una lancia nella mischia senza che Odino riesca a fermarla con un solo sguardo. Le sue capacità guerriere hanno una base magica, perché dipendono dalla sua conoscenza delle rune e degli incantesimi.
Amaranto interrompe Flora afferrandole la mano e stringendola forte tra le sue.
- A volte il pensiero della domanda suprema diventa un tarlo, che lentamente ti rode i pensieri facendoti perdere qualche ora di sonno. Poi però la passione prevale e la curiosità ti sprona a continuare senza esitazioni.
Flora capisce di essere caduta nella trappola come il topolino che penzola a testa in giù trattenuto per la coda. Dondola inerme mentre Vinicio Amaranto le stringe l'estremità e la guarda soddisfatto. Non può più tirarsi indietro: qualunque sia l'incarico che lo psichiatra le commissionerà, lei accetterà incurante dei rischi.
- Flora Leth, se prima la tua vita aveva valore solo per te stessa, adesso non puoi più permetterti di giocare col destino. Sarebbe un delitto perdere rovinosamente la vita per un atto di vanità. Tua figlia non ha un padre, dipende solamente da te, fisicamente e psicologicamente. E tu dipendi da lei, non puoi lasciarla sola.
La giovane fissa stordita la pagina completamente bianca del taccuino.
- Ho bisogno di un lavoro fatto bene e in fretta. Ti dirò io via via come procedere. Parti dalla ricerca sulla famiglia della Monaca di Monza e analizza la sua vita. Sei stata una Valchiria di Odino?
- Forse - Flora sorride mentre si alza - quanto tempo ho per la ricerca?
- Sei mesi da adesso. Ti aspetto settimana prossima.
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Quando ci sarà la prossima "puntata"?
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