Giochi

venerdì 29 gennaio 2010

Flora e Nadia

Una voce allegra chiama Flora da lontano: è Nadia, l'ex compagna di liceo. È in piedi, accanto al cancello di ferro battuto che apre il varco dal giardino alla città.
- Entra, ti stavo aspettando - le risponde al citofono mentre apre l'accesso col radiocomando. Flora beve un sorso di vino e mandragora per prepararsi all'incontro.
Nadia si avvicina; cammina lentamente lungo il vialetto d'accesso lastricato di sassi bianchi, salutando con la mano. Mentre l'amica percorre gli ultimi passi passando sotto al terrazzo, Flora indugia lo sguardo rapito dall'ondeggiamento del suo seno pieno, accentuato dall'ampia scollatura della maglietta chiara. Non molto alta, sembra un'attrice degli anni '50, con fianchi ampi e rotondità desiderabili che oggi sono ingiustamente considerate eccessive.
Al liceo furono amiche inseparabili, quasi fossero sorelle, unite da quell'amicizia speciale e intima che lega le adolescenti alla scoperta della propria sessualità. Nottate intere trascorse a raccontarsi confidenze scherzose, condite talvolta dalla narrazione di peccati indicibili suggellati dal patto di assoluta segretezza.
In quegli anni la solitudine di Flora era molto dolorosa, anche se non lo mostrava indossando una corazza di ostentata sicurezza fasulla. La madre adottiva non si curava di lei e il padre acquisito si tratteneva all'estero per settimane. Nadia per certi versi rappresentò la vera famiglia di Flora.
Eppure col passaggio all'università si persero di vista per dieci anni: diversi gli studi, lontane le città universitarie. Dopo un iniziale periodo di frequentazione sempre meno assidua, le amiche vissute quasi in simbiosi presto diventarono quasi due estranee affidate a mondi diversi e distanti.
Finché un venerdì di due anni prima, apparentemente per uno scherzo del destino, si incontrarono in metropolitana a Milano. Non fu un caso: la notte precedente Flora aveva sognato di raccogliere un papavero in mezzo a un campo di grano abbattuto da una grandinata. Si svegliò con la sensazione che quel giorno sarebbe accaduto qualcosa di speciale.
Mentre viaggiava in metropolitana, sentì una irrefrenabile spinta a cambiare convoglio nonostante non vi fosse ragione apparente. Qualcosa o qualcuno la stava chiamando con forza; era attirata da un potente magnete alla cui forza è impossibile sottrarsi. Flora scese dal vagone e risalì in quello accanto. Nell'ultimo sedile era appisolata una bella ragazza dal viso incorniciato dalla rigogliosa capigliatura nero corvino che le ricadeva morbidamente sulle spalle arrotondate. Riconobbe Nadia immediatamente.
Appena la mora aprì i grandi occhi neri fu sorpresa per l'apparizione della vecchia amica e l'accolse con un sorriso silenzioso. Alzandosi per abbracciarla, la gioia di Nadia si tramutò in sgomento, accorgendosi di aver oltrepassato la fermata da cui raggiungere un cliente importante. Come se lo spazio temporale di quei dieci anni vissuti separatamente fosse durato non più di una giornata, le due rinnovate amiche agirono all'unisono per recuperare la situazione. Raggiunsero in taxi la sede dell'appuntamento in via Cerva. Mentre Nadia discuteva di un progetto di restauro d'interni, Flora l'attendeva nella sala d'aspetto e lasciava correre liberi i pensieri a tutto ciò che avrebbe voluto raccontarle, partendo dall'incontro con un uomo meraviglioso, Giulio, bello e intrigante come un principe delle fiabe, passionale e temerario come un guerriero di Odino.
Più tardi, mentre brindavano in una vecchia caffetteria per l'esito positivo dell'incontro professionale, Nadia confidò a Flora con fare complice: - Di solito per gli spostamenti preferisco lo scooter. Erano anni che non prendevo la metropolitana e, guarda caso, c'eri tu ad aspettarmi. Scommetto che non è stato un caso.
Tra le due donne l'amicizia risbocciò immediatamente come un fiore del deserto, rimasto per anni in attesa della goccia d'acqua che lo fa schiudere in tutto il suo fulgido splendore. Solo qualche tempo più tardi Flora capì perché aveva avuto bisogno che Nadia tornasse nella sua quotidianità: presto il destino le avrebbe strappato l'uomo più desiderato di questa vita, dandole in cambio la nascita della piccola Dora. Un amore spezzato dalla falce della Morte che si abbatte piegando ma non tagliando di netto, ripagato con un altro che in tutto il suo splendore si affaccia al mondo pieno di vitalità. Una nuova vita contro un'altra sospesa in un dannato polmone d'acciaio senza apparente via d'uscita. Una tortura psicologica atroce per Flora, che aveva già sperimentato i tormenti fisici e psichici messi in atto dagli aguzzini al soldo degli Inquisitori. L'unica sua speranza nella tragedia in atto era che l'amato non si rendesse conto della propria condizione: l'encefalogramma piatto le dava al contempo conforto e disperazione.


*****


Nadia raggiunge Flora sul terrazzo. Stampato sul viso ha il suo bel sorriso coi denti regolari. Indossa jeans e una maglietta che lascia scoperte le spalle accarezzate da un intrico di ricci morbidi.
- Nadia, ho bisogno del tuo aiuto, siediti vicino a me.
Flora si versa un bicchiere di vino e mandragora per distogliere lo sguardo dall'amica. Si è imposta di non pensarla con desiderio. Sono passati tanti anni dall'ultima volta.
- Ne vuoi anche tu?
- Vedo che non perdi il vizio - commenta la mora annuendo.
Flora le porge il bicchiere pieno e prende il taccuino degli appunti.
- Come ti ho spiegato al telefono, ho bisogno di coinvolgerti nella mia ricerca sulla famiglia De Leyva. Ora ascoltami, per favore, non ho molto tempo e vorrei concludere qualcosa oggi.
- D'accordo.
- Marianna De Leyva, alias suor Virginia, visse a cavallo tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, epoca caratterizzata dalla Riforma protestante e dalla Controriforma cattolica.
- Hai delle gambe fantastiche - commenta Nadia posando il bicchiere sul tavolo.
Flora la guarda seria e riprende il discorso fingendo di non aver sentito. La mandragora ha un effetto afrodisiaco particolarmente acuto sulle persone più sensibili. Nonostante nella brocca ve ne siano poche gocce, le guance della mora sono accese.
- Stanotte comincerò a leggere gli atti del processo. Durante gli interrogatori alla Monaca di Monza su parlò anche la stregoneria.
Nadia conosce bene l'argomento: - Non c'è da neravigliarsi: nel Cinquecento le paure esasperavano le credenze magico-religiose e nel Seicento si giunse al fanatismo. La gente era superstiziosa, praticava magie scaramantiche e riti di origine pagana».
Flora annuisce: - La crudeltà folle pervadeva intere popolazioni di villaggi, soprattutto in Spagna e in Nord Europa, dove la caccia alle streghe sfociò nella tortura e uccisione di centinaia, talvolta migliaia di donne, e anche uomini e persino bambini. E tutto ad opera del clero, che ebbe influenti protezioni.
- Furono soprattutto i protestanti a massacrare le streghe! - interrompe Nadia risentita - fu un capitolo oscuro della Chiesa cattolica, che è fatta di uomini che hanno sbagliato.
- Massacravano in nome di Dio. Non difendere la Chiesa. Il Seicento fu il secolo della caccia alle streghe e ai "diversi", come accattoni, giocolieri e vagabondi. Furono massacrate migliaia di persone: non si conosce neppure il numero esatto! Senza dimenticare le violente repressioni delle eresie o presunte tali. Ma quello è un argomento che esce dal mio ambito. Si credeva che la stregoneria fosse un maleficio fatto con l'intervento del diavolo. La magia bianca e la stregoneria, ovvero la magia nera, erano radicate soprattutto tra la gente semplice e i contadini. Ma traevano origine dai ceti alti.
- Il Seicento fu sì un secolo di grandi disordini sociali e la peste decimò le popolazioni. Però fu anche l'epoca di grandi teologi e pensatori.
Flora prosegue: - Fu proprio il Rinascimento a favorire la ricerca culturale e quindi il “dubbio”. Si cominciò allora a pensare che la mente del vero studioso dovesse essere aperta a ogni tipo di sapere. E sai quanto sia importante per uno scienziato moderno non avere la mente stretta dalla morsa imposta dalla religione.
- Ne fai sempre una questione di limiti imposti dalla Chiesa - commenta seccamente Nadia, toccata nel vivo, - invece fu proprio grazie ad essa che una vasta schiera di pensatori illuminati riuscirono a far progredire il pensiero dell'uomo, per secoli chiuso. Devi riconoscere il grande merito della Chiesa e dei suoi uomini.
- Tra tanti assassini qualcuno dovremo pure salvarlo dall'inferno, no?
Nadia incassa. Si avvicina a Flora e le pizzica una gamba: - Nel clero brillarono Santi illuminati, come Filippo Neri e Luigi Gonzaga. Sei una donna intelligente e quando mi farai ancora infilare una mano tra le tue cosce ricorderai cosa ti stai perdendo in tutti questi anni...
- Non cambi mai! - scoppia a ridere Flora versandole un altro bicchiere di estratto di mandragora - la tua idea contorta di cattolicesimo ti porta sempre a conciliare la fede con la tua omosessualità condannata dalla Chiesa. Se tu fossi nata un paio di secoli fa avresti fatto una fine atroce con le carni sfondate da una tenaglia rovente che ti avrebbe dilaniato le carni fino all'uterio.
Nadia è seria, ritrae la mano e il suo tono di voce si fa greve.
- Sbagli, Flora. Un giorno mi dedicherai una giornata intera e verrai con me a parlare con chi vive con Cristo nel cuore e nella mente e forse riuscirai a capire che noi cattolici non giudichiamo nessuno e, soprattutto, cerchiamo di andare fino in fondo a quello che siamo e a ciò che facciamo.
Nadia si alza per avvicinarsi alla balaustra in ferro battuto della terrazza. Voltando le spalle a Flora, appoggia i gomiti apparentemente per lasciare vagare lo sguardo nella magnificenza delle piante rigogliose del giardino all'italiana. La silhouette morbida si staglia nella sua perfezione e la linea curva è spezzata solo all'altezza delle spalle dalla massa ricciuta.
Flora ripensa a una vacanza a Parigi di tanti anni prima. Nadia si era presa una cotta incredibile per un bel ragazzo che faceva il fotomodello e non voleva legami sentimentali. Lei gli sussurrava parole d'amore, lui rispondeva di preferire la libertà. Nadia avrebbe fatto qualsiasi cosa per legarlo a sé: si prodigava in rapporti orali che lui gradiva, ma poi le rammentava di essere solo un flirt.
La ragazza decise di dargli la grande prova d'amore. La rigida educazione cattolica le imponeva di conservare la verginità. Il compromesso tra fede e amore fu di offrire al giovane l'altra parte del suo corpo.
Il dono supremo di Nadia non servì allo scopo. Il fotomodello apprezzò l'atto con superficiale distacco. Nel giro di qualche giorno già si consolava nelle lenzuola di un'altra.
- I ricercatori dell'epoca tentarono di scoprire una realtà che trascendeva i dogmi ufficiali dettati dalla chiesa cattolica. Erano affascinati dalla possibilità di recuperare antiche arti perdute e tra esse la magia. La massoneria attirò così molti pensatori, perché sembrava dare accesso a una sapienza da tempo tenuta gelosamente nascosta. Una parte dell’élite colta arrivò così al rifiuto dei dogmi, anche se si guardarono bene dal manifestare la loro convinzione miscredente. Il terrore era di incappare nelle maglie della sacra inquisizione.
- Beh - interrompe Nadia - non ho mai detto che si potesse andare in giro a dire che Dio non esiste senza alcuna conseguenza.
Flora guarda l'amica dritto negli occhi nero pece: - Non era necessario arrivare a negare l'esistenza di Dio per finire sotto tortura. Nel Seicento la maggior parte della gente aveva un'idea superficiale della fede cristiana, mescolata a superstizioni antiche. Sacro e profano si miscelavano dando vita a una religiosità molto particolare, fatta di autentica devozione e bassa superstizione. Un po' come fai tu: ti senti una buona cattolica perché ti confessi e vai ogni domenica a messa, ma poi scivoli nel letto delle donne che frequenti. Meriteresti una dura punizione!
- Cazzate! Io resisto alle tentazioni! - Nadia ride e le accarezza una gamba dal ginocchio e poi su su, fino all'inguine.
Flora lascia correre liberamente la mano sulla coscia. Risata liberatoria di entrambe. Si guardano negli occhi per un paio di secondi. Flora ripensa a quella vacanza parigina. Fu doloroso vederla distrutta per la delusione d'amore. Una sera, mentre Nadia piangeva, la prese tra le braccia per consolarla. Erano sedute sul letto, il buio della stanza rischiarato dalle luci della notte che brillavano dalla finestra senza tende. Dopo un lungo silenzio Nadia smise di piangere e disse: - Sai che mi fai venire voglia?
Flora pensò che in fondo tra amiche, in determinate situazioni, certe cose si possono anche provare. I tempi erano maturi per tentare un'esperienza nuova senza temere più di cadere nelle maglie della Santa Inquisizione. Così lasciò fare mentre le dita lunghe di Nadia le sbottonavano la camicia alla scoperta del suo corpo. Socchiuse appena le labbra mentre le sfiorava il seno con delicati movimenti rotatori che partivano dall'esterno e a spirale raggiungevano i capezzoli. E sapeva già fino a che punto si sarebbe spinta nel momento esatto in cui Nadia le slacciò i pantaloni e la spinse indietro per stenderla tra i cuscini. Il primo violento sussulto di piacere le attraversò il ventre quando, dopo averle accarezzato il monte di Venere, Nadia affondò le unghie lunghe alla ricerca del frutto proibito.
Toccò poi a Flora contraccambiare i gesti di tenerezza. Il seno florido dell'amica sedicenne si manifestò come un'opera d'arte morbida e vellutata dal sapore delizioso, una preziosa primizia.
Oggi Nadia è un'affermata restauratrice e Flora è fiera di averle fatto intuire quale fosse la sua vera natura.
- Donna, cancella i pensieri insani. Fammi proseguire - Flora beve un altro sorso di vino ed estratto di mandragora. Vuole concludere la rapida revisione degli appunti e ha bisogno di concentrarsi.
- Il caso di suor Virginia De Leyva per me è esemplare per illustrare la mentalità dell’epoca. La sua vicenda comprende malefici e sortilegi, oltre a tentazioni lussuriose e pratiche ascetiche di autodisciplina. Nella vicenda ci fu anche un prete corrotto, Arrigone. Per redimere la Monaca di Monza si ricorse a rimedi devozionali e persino a esorcismi. L'argomento è infarcito di una mistura di cedimenti erotici con Gian Paolo Osio, mescolati alle osservanze esteriori della regola monacale. Pensa che l'Osio fece persino un pellegrinaggio a Loreto.
- Incredibile - commenta Nadia - è un intreccio di zolfo e acqua santa!
- Sì - riprende Flora - per questo la Chiesa intervenne energicamente. Riforma e Controriforma hanno molti punti in comune e una stessa origine: sono eredi della tradizione umanistica e riformatrice. Entrambe volevano estirpare la superstizione e inculcare una moralità nuova. Si criticava la religiosità superficiale che sconfinava nella superstizione. Per fare ciò si arrivò ad apportare alcune modifiche anche alla prassi religiosa e ai riti liturgici nel tentativo di eliminare il lassismo morale, fortificando la vita di fede e morigerando i costumi. Riforma e Controriforma, benché in lotta tra loro, confluirono in un unico, grande moto di trasformazione di usanze e mentalità della futura Europa. La vicenda di Virginia De Leyva si inserisce in quel contesto storico.
Flora ha le guance rosse per l'eccitazione e si specchia nel desiderio comunicato dagli occhi fiammeggianti di Nadia. Adora vedere nell'amica quello sguardo compiaciuto mentre legge i suoi appunti: è il suo feedback emozionale.
All'improvviso suona il citofono e le amiche sussultano. L'interruzione ha l'effetto di bloccare il flusso di adrenalina che corre nelle vene. Nabe ha riportato a casa Dora. Nel giardino echeggiano le sue risate come acqua cristallina che si infrange nelle cascatelle dei torrenti di montagna. Flora vuole concludere la lettura in fretta, prima di aprire la porta.
- Le alte sfere del clero insistettero sull’applicazione dei decreti tridentini. Però la paura del protestantesimo, serpeggiante da noi, e imperante in alcune regioni europee, portò a infierire sulla vita religiosa della gente, attraverso un’azione dell’autorità ecclesiastica imperniata, spesso, sulla repressione violenta di tutto ciò che odorava di eresia, o anche solo di pericoloso.
- È stato allora che ti hanno bruciato, mia cara strega? - domanda Nadia con un sorriso malizioso.
Flora contraccambia lo sguardo strizzando un occhio. Si alza, entra in casa e abbraccia la sua bambina.

domenica 24 gennaio 2010

Vino ed estratto di mandragora

Monza, 10 giugno 2001


Flora è sul terrazzo al primo piano di casa, l'antica villa di famiglia rimasta di sua proprietà nonostante i ripetuti tentativi dei suoi genitori adottivi di svenderla pur di raccimolare un po' di liquidità negli anni in cui furono nominati suoi tutori.
I potenti raggi di sole oltrepassano faticosamente lo spesso strato di umidità che opprime l'aria del pomeriggio. Il cielo grigio è sinonimo di assenza di vento e immobilità delle nubi. Le ampie foglie verde scuro della maestosa magnolia fiorita sembrano di plastica lucida. Il frinire di una cicala maschio annidata sul ramo ritma lo scorrere del tempo con la monotonia dei suoi timballi. L'ombra creata dal tendone ecrù non le dà alcun sollievo. Le restano solo un paio d'ore per riflettere sugli appunti presi prima che Nabe, la tata australiana, concluda la lunga passeggiata nel parco con Dora.
Accoccolata nella sedia di midollino dall'ampio schienale a ventaglio, sprofondata in un cuscino troppo morbido per sostenerla ritta, Flora indossa un lungo abito leggero in voille dai colori tenui. In una mano il taccuino con la copertina rossa, nell'altra un bicchiere di vino con estratto di mandragora, una specialità che l'inquisizione proibì. Eppure mescolata con oppio e giusquiamo in parti uguali fu adoperata per secoli anche in Cina come anestetico durante le amputazioni. Tutta colpa delle sue radici doppie dalla forma vagamente umana: un paio di gambe, corpo peloso e testa con ciuffi di crine che paiono capelli. Secondo gli inquisitori se lasciata nella terra, la pianta in sette anni diventava un essere vivente, angelico o demoniaco, del quale ci si poteva servire per cerimonie magiche.
Si credeva che crescesse soltanto sotto gli alberi dove era stato impiccato qualcuno: negli spasmi dell'agonia il condannato emetteva alcune gocce di urina e sperma, e da queste nasceva la pianta. Questo pensiero diverte Flora: forse il punto in cui crescono rigogliose le sue mandragore dai fiorellini giallo verde è proprio dove pose fine alle sue sofferenze il prozio Laerte, il giorno in cui scoprì la moglie Leila, creduta frigida, trastullarsi tra le braccia dell'avvenente giardiniere.
Fu proprio la prozia Leila, una volta sbarazzatasi del marito, a insegnare alla curiosa bis nipote l'antico modo di raccogliere la pianta: bisognava addestrare un cane nero, legarlo alla mandragora per la coda o il collo e, all'alba del sabato, costringere l'animale a strappare la pianta dalla terra che, sradicandosi, emetteva un urlo terribile. Bisognava poi sacrificare il cane e il suo sangue spargerlo sulla buca lasciata vuota dall'estirpazione. Solo in tal modo la mandragora poteva essere usata per le pozioni magiche: faceva partorire donne sterili, ridava giovanile vigore sessuale a uomini vecchi e stanchi, guariva l'emicrania, il languore e il torcicollo, proteggeva dagli attentati, permetteva di rendersi invisibili, faceva produrre più latte alle proprie mucche e meno a quelle del vicino; infine indicava dove erano i tesori nascosti.
Flora non ha mai sperimentato tutte queste meravigliose proprietà: la ripugna solo l'idea di sacrificare un povero cane. Però la vecchia Leila l'ammoniva: nel Medioevo si diceva che nella mandragora vive un demone e che chiunque cerchi di sradicarla morirà. Per il suo potere narcortico le streghe la utilizzarono nella preparazione di unguenti e filtri anche per partecipare ai Sabba. Contiene principi attivi che producono una specie di stato ipnotico, simile a quello riscontrabile nella fase REM del sonno, quando si sogna. Flora la usa come calmante, narcotico e come potente afrodisiaco. Non a caso l'appellativo di Afrodite, la dea greca dell’Amore, era “Mandragoritis”. Per beneficiare di tali virtù afrodisiache si ingeriscono piccole quantità di radice, oppure si indossa un amuleto con un rametto di mandragora.

martedì 19 gennaio 2010

*****


Vinicio Amaranto, seduto alla scrivania del suo studio in Brera, è al telefono con la moglie Giuditta De Marco. La temperatura interna è fresca, mitigata dall'aria condizionata. I raggi solari sono filtrati dai doppi vetri oscurati per non infastidire gli occhi delicati dell'albino. Scosta appena una tenda per ammirare il panorama in bianco e nero degli aristocratici edifici di via Meravigli.
Saluta la moglie, termina la conversazione, si volta e sobbalza come se gli fosse apparso uno spettro. Nella penombra intravede un uomo.
L'albino tenta di alzarsi e gridare, ma gli mancano le forze e la voce gli muore in gola.
- Non l'avrò spaventata, Maestro Amaranto? - esclama lo sconosciuto con voce gutturale sgorgata dal profondo del petto, come se le sue corde vocali fossero posizionate nello stomaco. Il vecchio avanza
di un solo passo: la luce illumina il suo viso molto scavato dal tempo, la pelle grinzosa e svuotata, con profonde occhiaie bluastre che gli contornano gli occhi ridotti a due sottili fessure. Sembra molto alto per via della forte magrezza, accentuata dall'abito scuro che gli pende dalle spalle come se fosse più largo di due taglie
L'antiquario ne riconosce i tratti.
- Signor Della Porta, come ha fatto ad entrare? - domanda con un filo di voce; lo spavento tarda a svanire.
- La porta era socchiusa. Non mi ha aperto lei? - domanda l'uomo sedendosi di fronte all'ex psichiatra.
- Veramente no e perdoni la mia sorpresa. Abbiamo molte opere d'arte di pregio e la sicurezza per noi è fondamentale. Non l'hanno fermata in portineria? Martin è molto scrupoloso e non lascia mai passare qualcuno senza prima avvisarmi.
- Devo essere entrato in un momento in cui il portiere si era assentato un attimo.
Della Porta si sbottona la giacca. Le sue dita lunghe e nodose terminano in unghie opache ben curate, mentre il dorso della mano è punteggiato di macchie marroni.
- Devo parlare con Martin. È inaccettabile che sia successa una tale svista. Sarebbe potuto entrare chiunque e rubare opere di inestimabile valore. Ho il terrore dei ladri - cerca di calmarsi - Desidera un sigaro? È un Cohiba, il re dei sigari cubani.
- Grazie, ma non fumo. Si vive più a lungo stando lontano da Bacco, tabacco e Venere.
- Ha ragione, ma preferisco vivere un po' meno e godere delle gioie della vita.
Amaranto preme il pulsante dell'interfono. Vuole parlare subito col portiere.
- Ho poco tempo. Ha incontrato la donna di cui mi ha parlato?
L'antiquario desiste dall'intento: chiamerà Martin più tardi.
- Sì, è tutto a posto. Fa poche domande e lavora bene. Troveremo le risposte che cerca.
Alfonso Della Porta non gli piace e non solo per come gli è piombato davanti all'improvviso spaventandolo. Il suo modo di fare sbrigativo e misterioso non lo convincono. Però ha pagato l'anticipo pattuito in contanti e questa è la credenziale che Amaranto preferisce.
- Mi raccomando, dovete stare nei tempi concordati. Devo assolutamente recuperare ciò che mi appartiene entro la fine dell'anno».
- Non si preoccupi. Siamo già d'accordo. La terrò informato. Mi lasci un suo biglietto da visita».
- Non serve, la cercherò io.
Della Porta si alza con uno scatto imprevisto per un uomo di quell'età. Si volta su se stesso, riabbottona rapidamente la giacca scura e senza porgere la mano abbandona la stanza lasciando esterrefatto l'albino.
Amaranto insegue l'uomo lungo il corridoio già deserto. L'ascensore è al piano, vuoto. Non riesce neppure a scorgere Della Porta affacciandosi dalla tromba dello scalone elicoidale.
L'antiquario è perplesso, non comprende la ragione di tanta fretta improvvisa. Si gira a osservare la porta blindata.
- Posso far scattare la serratura solamente io dalla mia scrivania. Come ha fatto a uscire? Forse l'aveva lasciata aperta lui quando è entrato. Ma perché?
Si aprono le porte dell'ascensore. È Martin.
- Mi ha chiamato, Maestro?
- Veramente non ancora.
Amaranto è sbigottito. Fissa gli occhi scuri e sinceri del giovanotto in livrea blu.
- Te l'ha detto quell'uomo che è appena uscito di salire da me?
- Quale uomo, Maestro? A parte la signora Flora Leth stamattina non è entrato nessuno.

La ricerca

Milano, 10 giugno 2001

Flora ha concluso da poco l'incontro a Milano con l'antiquario Vinicio Amaranto. Ha talmente fretta di tornare a Monza che preferisce rimandare a più tardi l'inizio della caccia, nonostante si senta come un giaguaro nella savana che ha puntato la prossima preda. Il sole è allo zenit e il catrame dei marciapiedi si apre in piccole voragini improvvise che le inghiottiscono i tacchi dei sandali.
- Indagare sul rapporto amoroso tra Gian Paolo Osio e Marianna De Leyva, divenuta famosa come Monaca di Monza!
Flora è entusiasta e ansiosa allo stesso tempo.
È affascinata dalla vita di Marianna, ovvero suor Virginia Maria, la Gertrude manzoniana. Vorrebbe iniziare a lavorare immediatamente, ma teme di partire con la mente piena di pregiudizi. Dimenticare quanto romanzato dal Manzoni, affidarsi ai documenti storici. La vastità e la delicatezza dell'argomento sono un grosso ostacolo; la scarsità di documenti fa il resto. Deve sgombrare la mente: pensare, riflettere prima, agire in un secondo momento.
Amaranto è stato chiaro: ha sei mesi di tempo per raggiungere l'oscuro obiettivo. Per ora sa solo da dove iniziare. È già un buon punto: deve focalizzare l'attenzione sulla coppia dannata Gertrude-Gian Paolo Osio descritta nei Promessi Sposi e, soprattutto, dagli atti del processo alla monaca.
- Quale parte della vita travagliata e infelice della monaca potrebbe interessare al misterioso committente? Ogni congettura ora sarebbe prematura. Se il Maestro voleva dirmi qualcosa in più, l'avrebbe fatto.

giovedì 14 gennaio 2010

Nell'antro dell'antiquario

10 giugno 2001

Flora Leth è davanti al portone di legno pregiato dell'elegante palazzo di inizio Novecento. Il battacchio a forma di grifone alato in bronzo è solo un ornamento: il videocitofono è sempre in funzione. Dal quarto piano Vinicio Amaranto comanda il suo quartier generale, caratterizzato da linee morbide abbellite da balconi panciuti con balaustre in ferro battuto e finestre incorniciate da bordature con variopinti motivi floreali.
Martin, il portiere pachistano in livrea blu, la saluta con un cenno mentre apre la cancellata interna che protegge l'accesso alle scale di marmo dall'ingresso dell'edificio. Flora contraccambia con un sorriso e sale al quarto piano con lo splendido ascensore liberty. La cabina in legno con intarsi e porte di ferro battuto consentono di godere dello spettacolo della lenta ascesa. Una panchetta in noce con cuscini di velluto rosso, la grande specchiera di inizio Novecento, i tasti d'ottone: Flora si siede appagata, anche se bastano pochi secondi per giungere al piano.
- Una meraviglia, venire fin qui è appagante anche solo per questo viaggio - pensa.
La porta blindata dello studio è socchiusa. La giovane entra chiedendo educatamente permesso. Avanza nel silenzio assoluto lungo un corridoio stretto e buio, illuminato da una vecchia lampada a soffitto che emana una luce gialla. Alle pareti sono accatastate pile ordinate di tele dipinte di grandi dimensioni. Sulle mensole di marmo grigioverde di Taormina sono posati due candelabri porcellana Meissen, un piccolo astrolabio finemente decorato e un abat-jour con il paralume di perline azzurre. Le pareti sono tappezzate da quadri di arte contemporanea. Riconosce rapidamente un Emilio Vedova, un Renato Guttuso nell'angolo, un Francis Bacon bluastro e cupo, un cavallo di Aligi Sassu in una teca di vetro. A destra e a sinistra si aprono stanze senza porte piene di opere d'arte impilate come vecchi libri di cui si è dimenticato persino l'autore.
Dal fondo proviene la voce stridula e cantilenata di Vinicio Amaranto: - Vieni avanti, mia cara.
Il corridoio curva a sinistra e Flora procede lentamente, giocando a riconoscere quei dipinti sempre diversi. Sembra il deposito di un antico bazar di Costantinopoli. Molti quadri sono ancora imballati, altri sembrano accatastati alla rinfusa. Amaranto è un fine collezionista e anche un mercante d'arte.
- Buongiorno, Maestro - risponde Flora appena entra nello studio privato dell'albino.
L'uomo ama farsi chiamare così da tutti, inclusa la bella moglie Giuditta De Marco. Fuma un sigaro cubano dall'odore inconfondibile stando steso sul lettino da psicanalista.
- Non ti dà fastidio il fumo, vero?
- No Maestro - mente Flora. L'odore è quasi palpabile e impregna tende e arredi. Accanto, l'ampia scrivania di cristallo fumé è ingombra di carte e appunti, libri e fogli vergati a mano.
- Accomodati.
La ragazza si siede sull'imbottitura verde della sedia a sua disposizione, da dove è costretta a osservare l'uomo di tre quarti.
- Ho da commissionarti una ricerca. So che Monza è il tuo campo d'azione primario. La ricerca partirà da lì.
- Mi spieghi meglio, per favore.
Flora estrae dalla borsetta il suo taccuino con la copertina di pelle rossa. Vuole prendere appunti perché quando Amaranto parla, difficilmente spiega due volte.
- Tutto converge lì, nella tua sonnacchiosa città - aspira lentamente l'aria tenendo il sigaro con le sue dita bianche. Dalle labbra socchiuse lascia fuggire una nuvola di fumo azzurrognola che si espande fino al soffitto.
- Ho ricercato molto nella mia Monza, così negli anni gli spunti di approfondimento sono arrivati da soli.
- Per questo ho pensato a te. È venuto nel mio studio un uomo che vuole conoscere le origini della sua antica famiglia. Non posso dirti chi sia, ma è molto interessato a soddisfare la sua curiosità.
- Perché no? Di chi si tratta?
- Se ti dico chi è, cambia qualcosa nel tuo lavoro?
- Sì, altrimenti da dove comincio?
- Marianna De' Leyva, la Monaca di Monza. Parti da questa vicenda. Studia gli atti del processo. Sono lì - indica la scrivania e aggiunge: - Hai troppa fretta di sapere.
Flora sospira. La pratica della psichiatria ha reso l'albino molto attento e abile nel sondare la psiche degli interlocutori.
- Una stratificazione di avvenimenti accaduti in epoche vicine e lontane sembra essere lì, appena sotto un leggero strato di polvere, pronta per esplodere in tutto il suo potere evocativo.
La giovane è titubante: - Credo di non aver capito. Il nostro uomo è l'erede di una famiglia coinvolta nella vicenda storica o sta cercando qualcosa o qualcuno in particolare?
Amaranto si alza voltandosi fino a restare seduto con le gambe penzolanti. Le palpebre ora aperte rivelano gli occhi da coniglio bianco. I folti capelli candidi sono leggermente spettinati. Indossa un elegante abito blu con camicia azzurra e cravatta dai disegni minuti.
- Dimmi, mia cara, che cosa ti interessa maggiormente nel tuo lavoro?
- Mi piace scoprire qualcosa che getti un punto di vista diverso in un determinato fatto storico. La conferma o la smentita.
L'uomo annuisce sorridendo. Si alza dal lettino e spegne il sigaro nel posacenere di ceramica smaltato. Stando in piedi, sovrasta Flora, che è costretta a guardarlo dal basso verso l'alto.
- Così passi gran parte delle giornate chiusa in ambienti polverosi, dove l'aria spesso è stantia. Gli archivi sotterranei sono privi di finestre ed è facile perdere la cognizione del tempo. Eppure lì ti senti nel tuo ambiente naturale. Come in un guscio protettivo al riparo dal tempo.
Stringe gli occhi azzurri arrossati e si passa una mano tra i capelli chiarissimi.
Prosegue: - Il fascino di quei luoghi è talmente incredibile che a volte riesci a stento a smettere. Fatichi a interrompere il flusso di pensieri che ti sprona a proseguire il cammino per trovare il tassello successivo. L'unico vero limite per te è il tempo.
A Flora non piace sentirsi scandagliare l'animo così in profondità. Però la voce di Amaranto ha un timbro incantatore.
- Non so di cosa stia parlando, Maestro.
- Come farai nell'arco di una sola vita a consultare tutti i documenti che via via attireranno l'attenzione dei tuoi occhi bisognosi di leggere tra le righe, osservare dove altri hanno solo guardato, annotare spunti e riflessioni che possano davvero illuminare pagine già scritte da altri e lasciati incompleti? Flora, quante vite ti saranno ancora necessarie per arrivare alla fine suprema?
- Quando il mio tempo sarà finito invocherò Odino - esclama beffarda Flora, che ha voglia di stupire l'ex medico.
- Intendi dire Chronos, il dio del tempo - la stuzzica l'uomo.
- No, Odino. Pare che io sia una discendente dei Longobardi, che piantarono parte delle loro radici a Modoetia, l'antica Monza, per volere della regina Teodelinda.
Gli occhi dell'antiquario sono più stretti e arrossati per mettere a fuoco l'interlocutrice.
- La sapienza di Odino è conoscenza, magia e poesia al tempo stesso. Nella sua "Historia Langobardorum" Paolo Diacono scrisse che fu Wotan, ovvero Odino, a coniare la parola "Longobardi". Questa popolazione nomade di origine scandinava si chiamava in realtà Winnili. Essi, assediati dai Vandali in una regione a nord dell'attuale Germania, nell'imminenza di una battaglia, cercando protezione dal dio Odino, si presentarono di fronte al sole nascente per farsi riconoscere. Le donne dei Winnili, comprendendo la propria inferiorità numerica rispetto ai nemici, per far credere al dio che i guerrieri fossero più numerosi, si legarono i lunghi capelli intorno al viso, come fossero barbe. Quando Odino li vide, ne fu colpito ed esclamò: "Langbärte!" ovvero "Lunghe barbe", da cui la latinizzazione in Longobardi.
L'uomo esplode in una fragorosa risata.
- Gustoso aneddoto. Ma Odino non si occupò mai del tempo, era un lascivo. Dio della magia, praticando la divinazione si trastullava in comportamenti sessuali ambigui e vergognosi. Il fratellastro Lokasenna lo accusò di avere modi effeminati.
- Odino è il guerriero per eccellenza, non un effeminato - ribatte Flora risentita - impugnando la sua infallibile lancia e indossando l'elmo d'oro porta il terrore tra i suoi nemici, anche perché è esperto nell'arte della trasformazione.
Le guance di Flora sono accalorate dalla discussione: - Odino ha il potere di accecare, assordare e atterrire i nemici, scatenando il terrore nelle schiere. Sa rendere le armi inette a ferire come semplici ramoscelli.
- Odino è una divinità insulsa, che ebbe poco seguito e solamente in popolazioni con poca cultura, che ben presto si convertirono ad altre religioni.
Amaranto pungola Flora vibrando parole che le colpiscono direttamente l'ipotalamo. E lei cade nella trappola come il topo attirato sotto la cesta dal profumo dell'esca.
- Per secoli è stata la principale divinità del mito scandinavo e dei popoli del Nord. Si dice che nessuno possa scagliare una lancia nella mischia senza che Odino riesca a fermarla con un solo sguardo. Le sue capacità guerriere hanno una base magica, perché dipendono dalla sua conoscenza delle rune e degli incantesimi.
Amaranto interrompe Flora afferrandole la mano e stringendola forte tra le sue.
- A volte il pensiero della domanda suprema diventa un tarlo, che lentamente ti rode i pensieri facendoti perdere qualche ora di sonno. Poi però la passione prevale e la curiosità ti sprona a continuare senza esitazioni.
Flora capisce di essere caduta nella trappola come il topolino che penzola a testa in giù trattenuto per la coda. Dondola inerme mentre Vinicio Amaranto le stringe l'estremità e la guarda soddisfatto. Non può più tirarsi indietro: qualunque sia l'incarico che lo psichiatra le commissionerà, lei accetterà incurante dei rischi.
- Flora Leth, se prima la tua vita aveva valore solo per te stessa, adesso non puoi più permetterti di giocare col destino. Sarebbe un delitto perdere rovinosamente la vita per un atto di vanità. Tua figlia non ha un padre, dipende solamente da te, fisicamente e psicologicamente. E tu dipendi da lei, non puoi lasciarla sola.
La giovane fissa stordita la pagina completamente bianca del taccuino.
- Ho bisogno di un lavoro fatto bene e in fretta. Ti dirò io via via come procedere. Parti dalla ricerca sulla famiglia della Monaca di Monza e analizza la sua vita. Sei stata una Valchiria di Odino?
- Forse - Flora sorride mentre si alza - quanto tempo ho per la ricerca?
- Sei mesi da adesso. Ti aspetto settimana prossima.

mercoledì 13 gennaio 2010

Vinicio Amaranto

10 giugno 2001

La luce pura del primo sole del mattino illumina il viso assorto di Flora che in bagno si prepara per uscire. Di fronte allo specchio, l'ultimo colpo di spazzola ai capelli, un velo di rossetto sulle labbra sottili. Di nuovo le torna il nostalgico ricordo degli occhi verdi di Giulio che si posavano lievi sui suoi fianchi ammorbiditi dalla gravidanza. Sono trascorsi tredici mesi, eppure sembra essere quasi vicino, come se il suo corpo fosse ancora lì, davanti a lei, sprofondato nella poltrona rossa.
- Flora, talvolta penso che tu sia un'unica persona, con tante anime - le aveva detto la mattina stessa dell'incidente - forse sei un involucro che contiene numerose donne. Oppure sei una moltitudine di anime che si sono succedute nel corso dei secoli lasciando tracce in te.
- Non credo nella reincarnazione - gli aveva risposto mentendo - e neppure nell'anima. Stasera torno tardi, non aspettarmi sveglio.
Quella fu l'ultima volta che gli parlò.


*****

Flora Leth è nella sua piccola auto verde. Ha lasciato Dora con Nabe, la giovane baby sitter australiana. Ha un appuntamento a Milano con Vinicio Amaranto, il celebre antiquario e mercante, alla guida di una redditizia rete di gallerie e boutique esclusive, un vero impero d'arte antica e contemporanea, in grado di soddisfare i palati più fini di appassionati e collezionisti di rarità.
Flora è una ricercatrice storiografica. Ha iniziato all'università per curiosità. In breve la passione è cresciuta trasformandosi in mestiere. Supportata da repentini viaggi a ritroso a metà strada tra ricordi inconsci, sogno e follia, oggi il suo mondo è costituito da archivi celebri, che hanno sede in luoghi di pensiero spesso fastosi anche se desueti e poco frequentati; oppure dalle raccolte di materiali ormai abbandonati dall'incuria, stipati in stanzette oscure e semi dimenticate, talvolta lasciate al loro destino in attesa di un previdente committente che investa denaro per salvare il patrimonio raccolto, gelosamente custodito da un vecchio archivista appassionato.
Fondi di biblioteche, polverosi faldoni di documenti, carte e missive con sigilli in ceralacca, pergamene e antiche stampe, incunaboli e miniature, libri di carta ingiallita, mappe consunte. Per Flora queste opere dell'ingegno hanno il fascino raro del soffio della brezza mattutina che disvela lentamente il passato. Sono la traccia di ciò che accadde, la voce del tempo in attesa di un attento uditore. Lei lavora per scovare la chiave per aprire questi scrigni di conoscenza.
- Ogni oggetto del passato giunto fino a noi conserva la traccia di chi l'ha ideato, costruito, manipolato, più e più volte utilizzato - spiegò un giorno a Giulio.
- Come tutta la materia esistente, essi sono composti da atomi che ne costituiscono le molecole. Gli atomi sono legati tra loro ma non in posizione fissa, sono in costante movimento. Ciò accade da quando la materia è nella forma in cui i nostri sensi la percepiscono. Anche le nostre mani sono costituite da cellule composte da molecole e quindi da atomi. Per il tempo non c'è differenza tra materia vivente e non. Quindi se qualcuno ha toccato ripetutamente un oggetto è probabile che in esso sia rimasta traccia di quel contatto. È una sorta di scambio di atomi che influisce sulla scorza più esterna dell'oggetto il quale, se da allora è stato toccato lievemente e custodito secondo particolari accorgimenti, potrebbe essere immutato nel corso dei decenni, addirittura dei secoli.
- Ti è sufficiente toccarli?
- Dipende, la materia così com'è è percepita dai nostri cinque sensi umani. Esiste poi il famoso "sesto senso" teorizzato da tanti. Esistono poi altre percezioni sensoriali provate solamente da poche persone e per ragioni diverse: maggiore sensibilità, spiccata osservazione e persino follia latente o conclamata. Ecco, io sono in grado talvolta di "sentire" quello scambio molecolare avvenuto magari cento anni prima. E mi capita così di immedesimarmi in colui che ha originato la trasmigrazione di particelle. So che sembra impossibile, ma è così.


*****

Dopo quasi un'ora di strada Flora ha raggiunto il cuore di Milano. Passeggia nell'antica Brera, cenacolo di artisti italiani che fin dall'Ottocento gravitavano attorno all'Accademia di Belle Arti, trasformando il quartiere in uno dei più caratteristici della città. L'ateneo ancor'oggi è fucina di straordinari talenti, costretti sempre più spesso a emigrare alla disperata ricerca di un pubblico concreto e aperto, che dia ascolto alla loro poetica artistica. In Italia è troppo alto il rischio di rimanere imbrigliati nelle maglie dei burocrati vacui, che si piccano di essere intenditori d'arte.
Vinicio Amaranto è un uomo particolare e non solo per l'aspetto albino. Il suo sguardo indagatore governato dagli occhi grigio-bluastri mette in difficoltà anche gli interlocutori più navigati. Uomo di profonda cultura, è un fine collezionista e uno stratega sopraffino e Flora lo stima profondamente.
Per anni fu uno stimato psichiatra, finché fu radiato dall'albo perché accusato di mistificazione. Qualcuno vociferò persino di dedizione all'occulto. Durante gli anni Settanta ebbe in cura i personaggi più altolocati della "Milano bene", che lo consideravano un personaggio eccentrico sì, ma altamente professionale e capace di sondare in profondità l'animo dei pazienti e risolvendone i conflitti più intimi.
La rapida ascesa sociale di Amaranto si arrestò bruscamente quando i figli di una facoltosa aristocratica, alla morte della madre, si ritrovarono inspiegabilmente estromessi dalla cospicua eredità a favore dello psichiatra. Le ultime volontà della contessa furono che beni immobili e denaro contante confluissero nelle tasche di colui che le aveva donato la serenità psicologica degli ultimi anni di vita.
Ne derivò una causa che più che in tribunale fu dibattuta sulle pagine dei rotocalchi dell'epoca. Improvvisamente, altri ex pazienti dichiararono di aver subito tentativi di coercizione rilasciando interviste a giornali scandalistici su come avessero fatto a ravvisare l'inganno per tempo. Più d'uno ottenne poi contratti diventando opinionisti seppur per un breve periodo. Pochi furono quelli disposti a mettere invece la propria faccia per scagionarlo.
L'opinione dei milanesi si spaccò in due: da una parte gli innocentisti, che riconoscevano nel medico il professionista etico che aveva ottenuto l'eredità come gesto estremo di riconoscenza da parte di una donna che aveva vissuto un'esistenza agiata ma dolorosa e che finalmente aveva raggiunto la serenità; dall'altra i colpevolisti, che ravvisavano invece nell'inaspettata fortuna dell'uomo l'obiettivo perseguito attraverso la tessitura di una rete sottile studiata nei minimi dettagli. Cominciò persino a circolare insistentemente la voce che Amaranto avesse convinto la contessa e altri pazienti a devolvergli lasciti favolosi grazie alla pratica di arti divinatorie. Un'accusa per certi versi ridicola, ma che da millenni suscita un fascino irresistibile.
Amaranto uscì dalla burrasca vincitore e vinto al contempo. Il giudice lo scagionò dall'accusa di plagio, ma lo condannò per tentata truffa e parallelamente si aprì un processo civile per evasione fiscale.
In parte fu quindi riabilitato. Però il polverone sollevato dai media spinse l'Ordine dei medici ad allontanarlo platealmente. La radiazione fu giustificata come la volontà di voler ripulire l'onore della categoria: si vollero estirpare eventuali dubbi e fastidiosi strascichi. Si mormorò anche che qualcuno molto in alto puntasse ad accaparrarsi la sua danarosa clientela.
Amaranto, saldati i debiti con la giustizia, si tenne comunque una dignitosa parte dei quattrini ricevuti durante la pratica della psichiatria. Cambiò pelle, si inventò un mestiere e si dedicò alle sue passioni legate al mondo dell'arte.

lunedì 11 gennaio 2010

Monza, 9 giugno 2001 - Il parto di Flora

Il profumo dell'aglio selvatico è ormai solo un vago ricordo. Passo dopo passo Flora Leth percorre lentamente un sentiero di terra battuta nel parco di Monza. Osserva distrattamente le felci del sottobosco che coronano le radici dei fusti degli alberi aggrediti dall'edera, ascolta il rumore dei propri pensieri che guizzano rapidi nelle pagine dei ricordi. Sta stringendo le mani della sua bambina che da pochi giorni è alla scoperta del mondo tentando i primi passi incerti. Il verde brillante dell'erba nuova ricorda il colore delle lievi colline ondulate d'Irlanda. Una fine pioggia notturna ha imperlato i petali delle margherite e dei trifogli. Sorridendo di se stessa: ogni pochi passi si china per raccogliere un nuovo quadrifoglio che sembra cresciuto apposta per farsi trovare da lei.
Oggi ricorre la Festa di Vesta, le cui origini nel mondo pagano si perdono nello scorrere dei millenni, come il vapore venefico di una pozione mortale i cui effluvi sfumano lentamente nell'aria sopra al calderone.
È trascorso un anno da quando è nata Dora. Mentre Flora le accarezza i capelli biondo oro, ripensa al giorno del suo parto: il primo di questa vita, forse l'ultimo di cento altre.

*****

La certezza di sapere che avrebbe avuto una figlia femmina l'aveva accompagnata per tutta la gravidanza. Così era sempre stato: il suo grembo non può generare altro. Giulio, il suo fugace compagno di piaceri carnali, desiderava un primogenito maschio, ma lei rifiutò l'ecografia con la scusa che la tecnologia toglie il sapore romantico della sorpresa da gustare in sala parto. Flora lasciò che il giovane si cullasse nell'illusione dell'incertezza.
Poi però accadde l'incidente dal quale lui non si è ripreso più. Strappato alla vita cosciente da un banalissimo scontro tra auto appena un mese prima la nascita della figlia, ora giace intrappolato in un polmone d'acciaio senza un briciolo di dignità; davvero una speranza di ripresa su un milione, secondo i pareri dei luminari. Il suo coma non è irreversibile, quindi niente espianto.
- Questa non è vita, è peggio della morte - pensa ogni volta Flora al suo capezzale.


*****

Quando si ruppero le acque era già in ritardo di una decina di giorni sulla presunta data del parto. Flora sentiva che la bambina sarebbe nata sotto una buona stella e non aveva fretta. Era in città, per strada, in una mattinata assolata. Sentiva la testa appesantita da pensieri nefasti per il nuovo bollettino drammatico sulla mancanza di miglioramenti di Giulio: ancora encefalogramma piatto.
- Le stesse funzioni vitali di una pianta d'appartamento - disse laconicamente il primario per smorzare ogni sua speranza.
Improvvisamente Flora percepì la fuoriuscita del liquido che le bagnava le gambe. Sentì il caldo umido nell'interno coscia. Scorse a terra la piccola pozza d'umidità formatasi tra i suoi piedi. L'estate era imminente, indossava leggeri pantaloni neri di lino e pensò che nessuno avrebbe notato l'alone bagnato. Era la prima volta, eppure le pareva di aver vissuto quel momento altre mille. In tutta tranquillità, attraversò la strada per proseguire la sua lunga passeggiata. Lo strazio del dolore per la sua solitudine lasciò il posto ai dolci pensieri sul futuro della sua piccola creatura, ormai pronta a irrompere piena di vitalità.
- Le congiunzioni astrali plasmano il carattere il giorno della nascita - pensò.
Se la bambina fosse nata l'indomani avrebbe goduto del sole e dell'ascendente in ariete. Avrebbe amato curiosare, penetrare l'anima altrui con adattabilità alle situazioni più diverse. L'ascendente le avrebbe conferito intraprendenza, volitività, dinamismo ed energia. Ne sarebbe derivata una persona rapida nel pensiero e nell'azione, talvolta precipitosa, però entusiasta.
Flora sorrise e rallentò il passo facendosi più morbida e assaporando il profumo di fiori di magnolia carnosi insinuarsi inebriante nelle narici.
Ritornò in ospedale solamente nel pomeriggio. Mentre all'ottavo piano il suo uomo vegetava inchiodato al proprio destino, la loro bambina si sarebbe affacciata alla vita nello stesso edificio, sette piani più in basso.
- Destini che si intrecciano e forse chi le ha dato la vita potrà ricevere giovamento dalla linfa vitale della nuova nata - mormorò tra sé speranzosa.
Flora avrebbe potuto partorire da sola a casa, ma i tempi erano cambiati e una scelta simile avrebbe suscitato l'attenzione dei curiosi. Già faticava molto per tenere nascoste certe "stranezze" del suo modo di essere.

*****

Il travaglio iniziò solamente la sera. Nella penombra, confinata in un letto di ospedale, Flora era a disagio sulle ruvide lenzuola bianche. Era l'unica partoriente senza il proprio uomo accanto. Sarebbe stata forte, la natura apre varchi anche dove la volontà si oppone.
Le prime contrazioni arrivarono in sordina, quasi bussando per chiedere il permesso. In breve diventarono più frequenti, anche se erano quelle preliminari. Dopo qualche ora, mentre il suo ventre si contraeva sempre più spasmodicamente, qualcosa di inaspettato accadde.
Flora ebbe improvvisamente la visione di se stessa vista dall'esterno. Come se il suo punto di vista fosse cambiato, diventando quello di un'altra persona che la osservava contorcersi per i dolori del travaglio. Inaspettatamente, conservava ancora i ricordi di un'esperta levatrice. Piena di meraviglia, si guardò mentre abbandonava il letto e si sedeva a cavalcioni sulla sedia vicina, aggrappandosi saldamente allo schienale per compensare l'insistente susseguirsi di dolori acuti. Respirava profondamente come un mantice. Dalla sottile camicia da notte bianca aperta sul davanti, trasparivano le sue forme ammorbidite. Al sopraggiungere di ogni nuova contrazione, scrutava con distacco la sua stessa smorfia, osservava i muscoli del viso contratti mentre il dolore, cingendole l'addome, si propagava a raggiera fino ad allargarsi lungo tutta la schiena verso l'alto. Riusciva a intuire la forma della bambina premuta contro i suoi organi interni. Poi il dolore lentamente scemava e i muscoli si distendevano. Solamente in quei momenti riusciva a riprendere il controllo dei propri pensieri. In attesa della contrazione seguente.

*****

Al momento opportuno Flora sentì di dover spingere la pelvi e rientrò in se stessa. Intervenne l'ostetrica per accompagnarla nella vicina sala parto. Rifiutando l'aiuto, Flora percorse lo stretto corridoio fino all'apposito letto. Si mise supina con le gambe divaricate, i piedi ai fermi, e afferrò i maniglioni.
Quando sentì sopraggiungere la prima forte spinta fu come avvertire una morsa d'acciaio conficcata nella carne che, arpionato del tessuto cutaneo interno, cerca di strapparlo fuori. Assecondò il bisogno di spingere. L'ostetrica verificò il respiro corretto di Flora e le tastò il polso. La spinta successiva arrivò troppo rapidamente. La morsa fu ancora più intensa. La giovane sentiva tendere allo spasmo i muscoli del collo, mentre le gocce di sudore formavano un sottile rigagnolo vicino all'attaccatura dei capelli. E poi un'altra e un'altra ancora, finché il medico, intervenuto per controllare la situazione, annunciò che finalmente si scorgeva la testa del bambino.
In Flora l'entusiasmo per l'annuncio si tramutò presto in disperazione. Nonostante le sue spinte potenti il feto non usciva. Pareva incastrato. Il grande orologio a muro della sala parto segnava le tre del mattino del 9 giugno.
- È ormai giunta la data prestabilita - pensò.
Da un'ora spingeva con tutte le proprie forze e la stanchezza stava prendendo il sopravvento. Chiuse gli occhi per raccogliere le ultime energie. Avrebbe voluto avere vicino a sé Giulio. Lo pensò così intensamente che le sembrò di rasentare la follia. Vide un lampo di luce balenare nella stanza: era il segnale dell'apertura di uno spazio temporale improvviso.
Il fetore di erba secca impregnata di urina colmò l'aria asettica della sala parto. Ormai Flora era altrove, anima e corpo.

*****

Rivide se stessa mentre aiutava un'altra partoriente. La giovane dalla pelle olivastra era sdraiata sopra un pagliericcio. Odore di sudore e sangue ovunque nella baracca rischiarata dalla luce di una candela. Attorno, i volti pallidi di tre donne coperte di vesti consunte. Il viso della gravida, stravolto dalla fatica e dal dolore, era incorniciato da lunghi capelli scuri incollati dal sudore alla fronte. La ragazza aveva spinto a lungo, attorniata dalla vecchia madre sdentata e da altre donne del villaggio, che sul ventre gonfio come un otre le avevano spalmato un unguento profumato per aiutarla ad espellere il bambino. Neppure il monile con la pietra di lava legato al collo teneva lontano la malasorte. Era passato troppo tempo dai primi dolori e la ragazza rischiava di morire da un momento all'altro.
Flora sapeva cosa fare. Infilò le dita nel canale vaginale della partoriente e riuscì a tastare il bambino. Era podalico. Senza esitazione introdusse più che poté la mano, incurante delle urla delle donne che si facevano il segno della croce, mentre il sangue della giovane le colava fino al gomito impregnando il giaciglio. La partoriente ormai non aveva più fiato per gridare e subiva passivamente le spinte come una pigotta strattonata malamente. Con uno sforzo tremendo Flora afferrò entrambi i piedini come in una morsa, cercando di non eccedere nella presa. Attese una nuova contrazione: premette col braccio sinistro sul ventre della ragazza sfruttando tutto il proprio peso. Col destro tirò a sé con tutte le forze.
- O adesso o mai più, pensò.
Il bambino sgusciò fuori lentamente fino al bacino. Poi si bloccò nuovamente ma solo per qualche istante. Grazie alla spinta successiva Flora riuscì a estrarlo completamente. Il neonato aveva il volto cianotico, sembrava una statua opalescente. Ci vollero quattro o cinque colpi per fargli emettere il primo vagito. La giovane madre, una giovinetta forse al suo primo parto, era spossata e non più in sé. Il bambino era un grosso maschio sano e robusto. Sarebbe sopravvissuto trovandogli presto una balia. Il prete lo battezzò all'alba e dopo celebrò frettolosamente il funerale della madre. Flora era già fuggita dal villaggio attraverso i boschi per non essere accusata di stregoneria.

*****

Flora tornò in sé. La mente sgombra da cattivi pensieri, sentiva il suo corpo completamente rinvigorito. Ora sapeva esattamente che cosa fare. Il ginecologo era pronto con bisturi e anestesia per praticarle l'episiotomia, ma lei non gli lasciò il tempo di agire. Attese la spinta successiva: si inarcò in avanti, puntò i piedi sui fermi, appoggiò entrambi gli avambracci sul proprio ventre e spinse più che poté. Era un fascio di muscoli contratti guidati da una mente lucida ed esperta.
Pareva impossibile, eppure Flora percepì un dolore ancora più acuto dei precedenti. Ma era quello definitivo. Sentì scorrere dentro di sé il corpo del feto. La testa passò, subito seguita dal violento strappo interno che sanciva la fuoriuscita completa del corpo del bambino.
L'ostetrica, che aveva assistito alla scena a bocca spalancata, accolse tra le mani tremanti il neonato. Il medico era stupefatto: non aveva mai visto niente del genere in trent'anni di carriera.
- È una bambina - esclamò con un filo di voce, mentre in mano reggeva ancora il bisturi inutilizzato.
Dolore, stanchezza, paura, ansia svanirono, per lasciare in Flora il posto alla più totalizzante deflagrazione emotiva che una donna possa sperimentare. Spalancò gli occhi e vide per la prima volta la sua piccola, meravigliosa bambina. Un delicato, stentato vagito e Flora sentì impadronire il suo cuore di una tenerezza smisurata. Il medico, ancora incredulo per quanto visto pochi minuti prima, adagiò la piccola sul ventre della puerpera, ormai svuotato da quel dolce ingombro vivo. Madre e figlia erano ancora unite dal cordone ombelicale. Odore di sangue e carne. Flora osservò ogni centimetro di pelle del piccolo essere, che già tentava di stabilire un contatto con lei con sguardo sereno e tranquillo. La nuova nata aveva finalmente una forma e un volto. Dopo un attimo di esitazione, Flora sfiorò la pelle umida della bambina. Liscia, calda, imbrattata di sangue, l'ultima nata delle sue molte figlie. Le lacrime scesero inaspettate rigandole le guance. Trasmise un potente pensiero all'uomo che aveva contribuito alla generazione della bambina.

*****

Durante la medicazione, mentre il ginecologo le suturava delicatamente le lacerazioni interne, Flora cercava di fissare nei ricordi le emozioni vissute attimo per attimo. La paura, il dolore, la speranza, la forza di volontà, la tenacia e la felicità, tutto senza dimenticare l'amato compagno di vita.
Improvvisamente l'ago la punse in un punto preciso. Flora sussultò come se una tenaglia infuocata l'avesse straziato la carne in profondità. Il dolore violento le riportò bruscamente il ricordo bruciante e vivido di un oggetto acuminato che la lacerava internamente. Scacciò la nuova opportunità di un viaggio a ritroso nel tempo. Ne aveva abbastanza per oggi.
Flora strinse le palpebre più che poté e si concentrò per reprimere quel ricordo orribile emerso all'improvviso da un vecchio baule chiuso a chiave e nascosto nella parte più remota della sua mente. Non voleva che il passato rovinasse il momento più bello della sua nuova vita. Soverchiata dallo sforzo, spossata dalla fatica, si addormentò profondamente.

venerdì 8 gennaio 2010

Milano, Anno Domini 1610. Nelle segrete

Un grosso ratto dal pelo ispido raspa lento il terreno umido. Le zampe lerce rovistano, raschiano speranzose. Le unghie stridono a contatto con la roccia viva delle pareti e dei vecchi laterizi marciti divorati da muffa spessa. Il topo segue il segnale olfattivo, fidandosi dell'istinto, scrutando lo spazio angusto nell'oscurità. Ancora qualche passo e il suo muso baffuto si alza ad annusare l'aria. Ecco l'atteso segnale. Un uomo è poco lontano. È ancora vivo, l'animale ne percepisce l'odore inconfondibile. Dove vive un uomo, il cibo non manca mai: forse briciole, magari avanzi. Ma il ratto desidera un brandello di quella carne umana.
I piccoli occhi neri da roditore sembrano due buchi visti da colui che, seminudo, giace incatenato nell'antro del sotterraneo. I due prigionieri per un istante si guardano fisso. La preda e il cacciatore. Ruoli che a volte la vita inverte senza preavviso. Colui che un giorno fu re del proprio destino, adesso è alla mercè di un ratto. L'uomo reagisce: si alza di scatto e batte le mani. Il topo per un attimo si ritrae ma poi gli mostra i denti aguzzi.
«Fiamma non spegnerti. Illumina ancor un poco la mia lunga notte di terrore. Aspetta, non temere, respirerò con un sol fiato. Anzi, tratterrò l'aere se sarà necessario, ma non rabbuiare questa nera tenebra che mi preme lo petto e fa tenere li occhi aperti come a cercare luce lontana. Mia fiamma, ecco vedi, cingo con la mano lo tuo corpo fine che dondola senza sosta, si ché ti darò riparo dall'aere che potrebbe fievolire la tua luce. Non m'abbandonare, ti prego. O la paura mi squarcerà lo petto, sicché lo mio cuore distrutto d'amore et d'abbandono si spezzerà et si farà briciole sparse quaggiù, sullo pavimento lercio, ricoperto di sozzura».
Un odore acre di umido gli penetra le narici fino a far lacrimare gli occhi. Attorno a sé ode lo squittìo di altri topi che corrono lesti. Forse accorrono richiamati dal capo branco per mettere a segno una caccia molto redditizia.
Il muscolo cardiaco dell'uomo pompa sangue alle tempie. Si ritrae inginocchiandosi nell'angolo di una segreta. Con le mani cerca di proteggere dagli spifferi la fiamma di una lampada ad olio appoggiata su un tavolaccio contro al muro. Accanto, una ciotola con i resti di una scarna cena.
«Orde di ratti in questa cantinaccia putre. Ah, male dico lo destino infame che mi ha condotto quaggiù! Male dico tutto e tutti! Infami, viscidi, ma vi conosco uno a uno, ricordo li vostri nomi di famiglia e persino li sopra nomi. Antichi servi fedeli: prete Paolo Arrigone e Rainerio lo farmacista incarcerati e torturati. Ci rivedremo allo inferno. E invece quelli altri, li nobili, li "gentili signori" di Milano, che furon amici di un tempo, leccapiedi fedeli finché fui ricco, finché le monete di oro mi uscian dalle brache. E poi? Poi li lascivi falsi omaggiatori furon presto pronti a pugnalarmi al dorso...appena sorella fortuna mi voltò le terga. E tu, tu cagna fortuna! M'abbandonasti quando ero vincitore dello destino! Come hai osato gettarmi così in basso, quasi fossi uno appestato degno solo di crepare in un fossato».
L'uomo interrompe il suo delirio perché i passetti veloci dei roditori annunciano la loro furtiva avanzata. Un filo d'aria sottile come una lama di rasoio gli sferza il dorso riempiendolo di brividi. La fiamma trema convulsamente. L'uomo sussulta spaventato.
«No! Non spegnerti mia fiamma! Resti solo tu come compagna di questa lunga et trista notte. Le streghe vinsero sullo mio destino, hora divenuto infame. Qual sortilegio? Quale intruglio permise questa rovina? Sono uno uomo morto, oramai. Odoro lo puzzo di cadavere se annuso le mie dita. Non più mani, solo escrescenze di carne livida et nera, che oramai non san più reggere questa vecchia spada rugginita. Antica amica fedele di scorribande notturne, di bravate piene di avventure. Ora giaci a terra deforme et in utile, neppure lo fabbro che ti forgiò saprebbe più che sei divenuta solida e potente nelle sue sapienti mani».
La luce fioca non illumina alcuna vecchia arma. È solo la sua immaginazione a fargliela riconoscere tra le ombre, come se fosse gettata tra il lerciume e l'umidità che ricopre il suolo. Di tanto in tanto, brillano gli occhi dei topi incuriositi dall'insolito ospite notturno. L'uomo scivola carponi in un angolo. Gli abiti logori, consumati dal lungo esilio forzato, sono incollati al suo corpo sporco e precocemente invecchiato. I lunghi capelli un tempo fluenti e castani gli scendono sulle spalle in ricci ingrigiti e crespi. Il giovane e bell'uomo ha lasciato il posto a uno sfatto fuggitivo indebolito e spossato.
«Sto già putridendo et la stanchezza avviluppa le mie membra come la peste che si insinua lenta nelle carni. Sono nelle cantine dello più bello dei palazzi di Milano, nelle cantine! Io! Giian Paolo Osio, signore di quel feudo che porta ancor fiero lo mio nome! Per me non una stanza con letto et camino, coltri di stoffe rilucenti et cuscini morbidi. Per me resta solo una fetida segreta sepolta sotto la terra. Una tomba prima della morte. Della morte che già troppe volte ha bussato la mia porta. Et non sono già morto io? Il corpo ancor no, ma per quanto scamperò ancora alla taglia che Fuentes mi ha appiccicato sul capo? Mille scudi sulla mia testa ha messo lo bastardo! Lo governatore ha svegliato la cupidigia di tutti li mej antichi amici. Et così eccomi quivi, braccato come la lepre inseguita dallo branco di cani affamati, intrappolata nella tana senza vie di fuga. Soltanto lo vecchio Taverna accettò di darmi nascondiglio. Qui, nello suo palazzo nello ventre stesso di Milano, nascosto alli occhi dello mondo perché lo governatore mi vuole ai ferri prima di farmi smembrare e gettare li mie resti al vento di tramontana. Et io spero che lo vecchio conte mantenga la sua promessa di darmi la salvezza, di mettere quella buona parola che convinca lo Fuentes ad ascoltare la mia supplica, et accogliere le mie istanze. Solo Taverna potè darmi lo aiuto ormai insperato, perché li suoi forzieri sono zeppi di oro e quelli mille scudi della mia taglia non posson ingolosire anch'egli. Et che almeno egli mi nasconda finché li tempi non saranno migliorati e tutti si dimentichino di me et della mia trista storia».
Il freddo avvolge il corpo dell'uomo, che percepisce i brividi impossessarsi dei suoi arti come artigli conficcati nell'epidermide. Eppure gocce di sudore gli imperlano la fronte e le tempie. La paura si è incollata alla sua carne come una seconda pelle. Il cuore pulsa e il petto ansima.
«Solo lo corpo è ancor vivo. La carne non è morta. Ma lo mio spirito defunse quando ella dimenticò lo suo Gio Paolo. Quando dalle sue labbra uscì neppure una parolina dolce, nemmeno uno piccolo gesto per me. Suor Virginia, Marianna mia, ventre mio! Mi dimenticasti e la mia anima dannata cadde morta e quivi giacque per sempre».
Quattro volte l'anno, con Samhain, Imbolc, Beltane e Lammas vedrai i grandi Sabbat tornare e le Streghe in festa per loro danzare. Altrettante volte vedrai la Notte in lunghezza il Giorno pareggiare e dalle Streghe i Sabbat minori celebrare. Tredici invece sono le Lune di una Strega come tredici sono i membri di una congrega, da gennaio a dicembre l'Esbat van festeggiando e ad ogni Luna Piena, con gioia van danzando.