Monza, 12 giugno 2001
È pomeriggio e Flora ha trascorso la mattinata nell'archivio storico di Monza. Nel taccuino rosso già sgualcito ha trascritto un po' di appunti e ora è sul terrazzo di casa ad aspettare l'arrivo di Nadia. Sprofondata nel cuscino della sedia di midollino sorseggia un bicchiere di vino e mandragora. Annusa l'aria e a malincuore sa che nemmeno oggi cadrà la pioggia. L'afa opprimente le fa rimpiangere la frescura marzolina, ma il tempo non torna indietro mai, solo nei ricordi piantati nel cervello come chiodi acuminati.
Nell'attesa rilegge rapidamente le poche frasi annotate durante l'incontro del giorno precedente con suor Angela Barni del convento di santa Margherita. Il dialogo è stato interrotto per colpa del suo malore: quel dannato crocifisso rosso che tanto l'ha atterrita da adolescente la sta perseguitando anche nel presente. Un incubo dal quale fatica a prendere le distanze.
Le duole ancora la tempia battuta durante lo svenimento. Il ghiaccio ha evitato il gonfiore, ma il dolore permane e anche il livido bluastro.
Domani tornerà al convento: suor Angela ha promesso di lasciarla sola nel chiostro, praticamente tutto ciò che resta dell'antico convento che fu dimora della Signora di Monza.
- Mi sono spesso chiesta se a determinare la triste esistenza di suor Virginia non influì, almeno in parte, la sua condizione storica e sociale - aveva detto suor Angela parlando della Monaca di Monza, dopo che Flora si era ripresa dal malore. Si erano salutate dandosi appuntamento due giorni dopo, per consentire a Flora di rimettersi in salute.
Suona il citofono: finalmente è Nadia. Flora la riconosce subito per la cascata di capelli ricci e l'abbigliamento sempre casual in maglietta aderente e jeans neri.
- Sali, sei in ritardo - le dice al citofono aprendo il cancello. Intanto versa l'estratto di mandragora in due bicchieri di vetro azzurro e li appoggia sul tavolo sopra al vassoio. Nadia la raggiunge sul terrazzo: nonostante il viso teso per qualche preoccupazione è più bella che mai e il suo profumo riempie le narici dell'amica.
- Scusa Flora, oggi sono io a non avere molto tempo da dedicarti. Sto lavorando a un progetto che devo finire al più presto.
Nadia le siede vicino e beve un sorso della bevanda speciale preparata per l'occasione. Una goccia fredda le cade nella scollatura, ricoprendo di brividi la pelle nuda della scollatura. Flora distoglie lo sguardo: "Non è il momento" pensa.
- D'accordo, sarò breve. Parlerò dell'infanzia della Monaca di Monza - dice mentre apre la prima pagina del taccuino e ripassa rapidamente gli appunti.
- Marianna nacque nel 1575 da don Martino De Leyva e da donna Virginia Marino, che all’epoca del matrimonio aveva ventisei anni ed era già vedova del conte Ercole Pio di Savoia con cinque figli. Una situazione difficile anche per una nobildonna ancora giovane e piacente.
- Di che cosa si occupava il padre di Marianna? - domanda Nadia arrotolando un riccio scuro sulle dita.
- Don Martino era il secondogenito di Luigi, che apparteneva a un'illustre famiglia spagnola salita a gran fama grazie al padre Antonio, grande comandante militare. Come figlio cadetto Martino si dedicò alla carriera delle armi sotto le bandiere del re cattolico. Combatté a Granada. Poi nel 1571 partecipò alla cruenta battaglia di Lepanto, che vide la flotta della Santa Lega cristiana, comandata don Giovanni d'Austria, vincere sulla flotta ottomana. Poco più che ventenne don Martino ottenne il comando di una compagnia di lance a Milano. Nel 1574 era ad Alessandria con le sue truppe ma per lui era ormai tempo di puntare a nomine di prestigio.
- Fu un vero condottiero. Era stanco di combattere? - chiede Nadia.
- No, avido di potere. Per puntare in alto aveva bisogno di parecchi soldi.
- Non guadagnava abbastanza in guerra?
- Voleva una montagna di soldi facili! - Flora ride. - Così proprio nel 1574, a ventisei anni, incontrò donna Virginia Maria Marino, figlia dell'uomo più ricco di Milano, il banchiere Marino. La sposò in fretta: il 15 dicembre dello stesso anno. Per don Martino questo matrimonio fu pieno di interessanti risvolti economici. Come detto, donna Virginia era figlia, nonché erede, del banchiere Tommaso Marino.
- Il proprietario di palazzo Marino?
- Sì, l'attuale palazzo comunale. Donna Virginia era vedova del primo marito dal 1572, data di morte anche del padre. Era tornata a Milano a occuparsi dell'eredità lasciando i cinque figli a Sassuolo in cura a uno zio.
- Vedova, giovane, straricca e pure libera dai figli... don Martino De Leyva aveva davvero fiuto!
Nadia incrocia le braccia dietro la nuca e si stira soddisfatta. Flora guarda quel magnifico busto e sospira scherzosamente, certa di essere notata dall'amica.
- Ricomponiti... - Flora dà un leggero colpo al gomito dell'amica per farla ondeggiare sulla sedia. La bella mora si accarezza con voluttà i seni e fa una smorfia beffarda. Flora si succhia la lingua e torna seria controllando gli appunti.
- Gli accordi matrimoniali tra i due stabilirono che donna Virginia avrebbe portato in dote 50 mila scudi. In realtà questa cifra non fu data al neo sposo in contanti, bensì commutati nel possesso di buona parte di palazzo Marino. In pratica una quota di valore equivalente se non addirittura superiore alla cifra pattuita.
- Direi un affarone coi fiocchi.
Flora annuisce: - Questo accordo consentì a don Martino di poter aspirare a cariche di prestigio, cosa per la quale anche nel Cinquecento erano necessari molti soldi.
- Certe cose non cambiano mai.
- La coppia con Marianna bambina abitò per un po' a palazzo Marino. Come ti dicevo, don Martino, il padre di Marianna, futura Monaca di Monza, era il secondogenito di don Luigi e di donna Marianna de la Cueva, principi d'Ascoli. Per eredità diventò quindi Signore di Monza.
- Come mai? - domanda Nadia.
- Il nonno Antonio De Leyva, che fu il primo governatore spagnolo di Milano a partire dal 1535, aveva ottenuto nel 1529 la città di Monza in feudo per sé e i propri discendenti.
- Cosa aveva fatto per meritarsi tanto? Un bel matrimonio di interessi anche lui? - chiede polemica Nadia.
- No, ritrai le unghie! Fu grazie a meriti militari resi al duca Francesco Sforza. La famiglia mantenne questo titolo fino al 1648.
- Caspita, più di cento anni. Di quale battaglia si trattò? - Nadia è assetata di notizie storiche.
Flora sorride. Le piace andare a fondo nelle cose condite da un pizzico di erotismo.
- L'hai voluto tu, ora snocciolo un po' di date, ma lo faccio a modo mio, perché ti voglio bene e non mi va di annoiarti.
Appoggia i gomiti sul tavolo bianco e si protende in avanti con l'intero busto. Afferra l'indice dell'amica e se lo porta alla bocca. Lo appoggia sulle labbra, leccandone maliziosamente la punta. Nadia la guarda con gli occhi scuri che pian piano si accendono di desiderio.
- Nel 1521, alla nomina di Francesco II Sforza, figlio del Moro, da parte dell'Imperatore Carlo V i francesi furono cacciati dal territorio lombardo. Nel 1525 il re di Francia Francesco I conquistò Milano senza colpo ferire. Il re sapeva bene però che senza la presa della roccaforte imperiale di Pavia, difesa dalla guarnigione comandata da Antonio de Leyva, la sua vittoria non poteva dirsi completa. Decise quindi di porre l'assedio alla città.
Una pausa. Massaggia lentamente le dita di Nadia, che non toglie gli occhi piantati in quelli di Flora. Le sorride, un'altra leccata tra il dito medio e l'indice, poi riprende il racconto.
- Nel 1526 i rinforzi imperiali guidati da Carlo de Lannoy, viceré di Napoli, e dal Conestabile di Borbone, diedero battaglia all'esercito assediante, di cui, oltre ai francesi, facevano parte anche gli alleati svizzeri, i lanzichenecchi di Montmorency e le forze italiane del capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere.
Nadia non ha ascoltato una parola, rapita dalle inaspettate avance: - La cosa si complica parecchio. Ma non mi sono pentita di averti chiesto i dettagli.
- Un attimo ancora di pazienza, Nadia, ho quasi finito l'antefatto - Flora ride, adora la sincerità dell'amica. Prosegue accelerando la parlata e le carezze alle dita. - Il re francese guidò personalmente l'assalto della sua cavalleria, ma questa si trovò circondata dalla fanteria imperiale che la massacrò. La battaglia fu durissima. Pensa ai corpi dei guerrieri in cotta di maglia che giacciono a terra mutilati e ridotti a un ammasso di carne martoriata e sanguinolenta.
- Immagino che tu ne abbia un'idea più precisa della mia - ammicca Nadia.
Flora le strizza un occhio e prosegue il racconto storico: - Mentre la celeberrima fanteria svizzera fuggiva, il re Francesco I fu fatto prigioniero. Nel 1529 il Duca d'Urbino, capitano della lega anti imperiale, costrinse Antonio de Leyva a evacuare il Novarese, mentre le forze francesi si spingevano fino a Mortara e Vigevano. Sempre nel 1529 Antonio de Leyva divenne Signore di Monza.
- Mi hai confuso abbastanza le idee - Nadia ritrae la mano tenuta ostaggio dello scherzo erotico di Flora. Ha le guance avvampate - Ora che mi hai mandato su di giri per tenermi tranquilla, dimmi della nostra bella monaca.
- D'accordo, veniamo a Marianna.
Flora sfoglia le pagine del taccuino finché giunge a una piegata all'angolo. Sa bene a che cosa sta pensando la sua ex compagna di liceo. Certi giochi infiammano e portano pericolosamente sul filo della perdizione. È come un equilibrismo sopra una fune sospesa a venti metri da terra senza rete né cavo di sicurezza. Per Flora però quei guizzi di piacere sono una droga da cui fatica a stare lontana. Soprattutto da quando è rimasta senza Giulio. Una piccola dose di giochi erotici presa ogni tanto la fa sentire viva dalla corteccia cerebrale al plesso solare.
- Prima e unica figlia della coppia, Marianna nacque l’anno successivo al matrimonio: appunto nel 1575. Ma la sua vita fu da subito sfortunata: la madre morì di peste quando Marianna aveva circa un anno.
- Quindi la poveretta è defunta a ventisette anni, lasciando in totale sei figli? Povera donna.
- Era però una madre previdente e volle tutelare almeno due dei sei figli. Prima di morire fece testamento a favore di Marianna e Marco Pio, che era il maggiore dei cinque nati dal precedente matrimonio. Il marito, don Martino, doveva ricevere l'usufrutto della dote e un anello con una gemma di valore, forse l'anello nuziale.
- E gli altri quattro figli?
- Era consuetudine che l'eredità andasse solamente al primogenito, di solito al maschio, per non smembrare le proprietà e mantenere forte il nome nella discendenza. Però donna Virginia volle tutelare entrambi i primogeniti. Li lasciò quindi eredi al cinquanta per cento.
- Che fine hanno fatto i figli nati dal primo matrimonio?
- Ricomparirono al momento giusto. Morta la madre, il testamento fu immediatamente impugnato dalle sorelle di Marco Pio. Anche se qualche storico sostiene che fu lo stesso don Martino De Leyva a bloccare l'eredità. Fatto sta che fu chiesto un inventario completo dei beni. La causa riguardante l’eredità Marino proseguì per quattro anni, fino al 1580. In quell'anno il padre di Marianna accettò un compromesso con le sorelle di Marco Pio: di dodici parti dell’eredità, cinque andarono a Martino e alla figlia, sette ai figli di primo letto.
- Ma fu un furto nei confronti della piccola Marianna! - Nadia detesta le ingiustizie: è allegra e ben disposta verso la gente, persino troppo. Nella vita ha avuto brutte sorprese da persone credute amiche e che invece l'hanno pugnalata alle spalle.
Un inverno portò a casa un barbone trovato infreddolito nell'androne di un vecchio palazzo. Lo rifocillò e gli fece fare un bagno. Parlarono un po', poi l'uomo, un francese sulla quarantina, le mostrò una brutta ferita a un polpaccio rimediata, a suo dire, durante il furto delle scarpe un paio di notti prima. Nadia si commosse. Corse fuori casa e per acquistare pomate, antibiotici e tutto il necessario per una medicazione semi professionale. Si fermò in un negozio di scarpe e prese pesanti scarponi antigelo. Gli comprò anche un giubbotto col pelo, guanti e cappello. Tornò a casa carica e felice. Trovò la porta d'ingresso appena socchiusa. L'appartamento era deserto. Il francese se n'era andato portandosi via il televisore, il computer portatile e un crocifisso d'oro che la nonna le aveva regalato al battesimo e che teneva appeso vicino all'ingresso come portafortuna.
- Don Martino de Leyva accettò il compromesso con i figli di primo letto della moglie perché forse aveva fretta, voleva lasciare Milano per seguire altre campagne militari. La famiglia de Leyva non era certo in ristrettezze. Secondo un documento del 25 luglio 1580 il bilancio delle entrate milanesi di Martino e figlia ammontava a oltre 9 mila lire l’anno. Si trattava delle rendite milanesi derivanti dalla dogana e dalla mercanzia. C’erano poi le tenute di Mirabello e della Torrazza, le rendite della contea di Monza, il dazio dell’imbottato. La contea di Monza era un’entrata dei de Leyva che turnavano tra loro fratelli ogni due anni.
- Cos'era il dazio dell'imbottato?
- Una tassa comunale che dava diritto di "imbottare li grani et vini".
Il viso di Nadia si illumina con un grande sorriso: - Già, mettere nella botte...
Flora annuisce: - Nonostante i ricchi introiti, il padre non era soddisfatto. Secondo il racconto del Manzoni, Gertrude è destinata al chiostro fin dalla nascita. Ma questo non sembra essere stato il reale destino iniziale di Marianna. La prova è una lettera del padre del 1586. Don Martino scrive della dote di Marianna riguardo a un eventuale matrimonio, che dovrebbe ammontare a 7 mila ducati, pari a 33.860 lire imperiali. Una somma davvero consistente.
- Che cosa successe, allora, per far cambiare idea al padre e convincerlo a sbatterla in convento quando era ancora una bambina?
- Probabilmente il cambiamento di prospettiva avvenne nel 1588, quando il padre si risposò a Valenza con una nobildonna spagnola, Anna Viquez De Moncada, allontanandosi così definitivamente da Milano. Grazie a questo importante matrimonio Martino ottenne la carica di Maestro di Campo generale della cavalleria e della gente d’armi del regno di Napoli. Ovviamente Marianna, alla vigilia delle nuove nozze, diventò scomoda per don Martino.
- Si dava da fare! Marianna aveva più o meno tredici anni quando il padre si risposò?
- Per l'epoca anche questa era una prassi normale. Anzi, era rimasto vedovo piuttosto a lungo, circa dodici anni.
- Si vede che aspettava una vedova danarosa o una giovinetta con ricca dote.
- Più probabilmente era in battaglia. Su questo posso fare solamente congetture. Devo attenermi ai documenti. Dal secondo matrimonio nacquero poi tre figli maschi: Luigi, Antonio e Gerolamo, che lo seguirono nella carriera militare e, dopo la morte di don Martino cinquantenne nel 1599, condivisero con la sorellastra monaca l'autorità nel feudo di Monza, a rotazione biennale. La tendenza a monacare le figlie fu attuata comunque anche nei confronti dell’unica figlia spagnola, Adriana. Le altre due figlie nate dalla seconda moglie, Maddalena e Giovanna, morirono all’età di 11 e 8 anni.
- I maschi in guerra e le femmine in convento o sottoterra... bella prospettiva davvero!
- Eravamo rimasti a quando Marianna per il padre era diventata un peso per la sua nuova situazione familiare, ma soprattutto per le sue mire di carriera e… pecuniarie. Quei soldi gli servivano tutti. Altro che la dote per la figlia! Ecco allora la decisione di destinarla al chiostro.
Nadia beve un altro sorso di vino e mandragora e un'altra goccia cade dritto dritto nella profonda fessura tra i seni. Si asciuga con le dita. Poi guarda Flora e, col suo bel sorriso, aggiunge maliziosa: - O forse volevi leccarmela tu?
Flora ride. Adora queste chiacchierate con Nadia, spezzando con queste pause frizzanti. Se solo potesse dimenticare per un momento chi è e qual è il suo ruolo di moglie e madre, non ci metterebbe più di una frazione di secondo a dare seguito all'istinto bestiale di afferrare quella prorompente offerta tondeggiante e soda. Un attimo di distrazione e le sue mani affonderebbero come artigli di un rapace. Ben ricorda la consistenza morbida e compatta allo stesso tempo, la pelle liscia e tesa, il tepore e il sapore di quella pelle olivastra.
Un istante per ritornare coi piedi per terra.
- In realtà - prosegue Flora - per entrare in convento era necessaria una somma. Quindi Marianna andò a Monza con una dote di 6 mila lire imperiali. E se la matematica mi dà ragione, l’ulteriore furto pecuniario perpetrato dal padre ai danni della figlia fu dunque, apparentemente, di 27.860 lire.
- Ma non mi dire! Insomma, don Martino faceva la cresta dappertutto. Era proprio portato per la carriera politica! - Nadia abbandona la testa indietro e i ricci morbidi le inondano le spalle tornite.
Flora ride: Portatissimo, direi! In realtà il furto fu totale, perché don Martino in seguito non versò nemmeno quella cifra al notaio cui avrebbe, stando agli accordi, dovuto consegnarla in deposito.
- Anche truffatore!
- Concentriamoci ora su Mariana, che quindi entrò in monastero con una promessa di dote, ma “ereditando” in realtà solamente il nome della sua illustre casata. Anche il Manzoni, in Fermo e Lucia, fece amaramente dire a Geltrude: "…io non ho da essi ereditato che il nome”.
- Beh, avrebbero dovuto allora espellerla dal convento. Scusa, dovevano pure mantenerla? O era consuetudine anche quella di truffare monache e preti? Non c'era la sacra Inquisizione?
- No, l'inquisizione si occupava di altro. Il sant'Uffizio era l'attività svolta da tribunali ecclesiastici speciali nati con l'incarico di garantire l'unità della fede e reprimere l'eresia.
- Ho capito. Dimmi allora della sfiga di Marianna.
- Un punto fondamentale per fare luce sull'intera vicenda riguarda l’educazione religiosa ricevuta da Marianna.
- Intendi la famosa bambola vestita da monaca di cui parla Alessandro Manzoni?
- No - risponde Flora con un sorriso - quella è stata una felice invenzione letteraria.
- Che altro? Fu violentata da bambina?
- Nemmeno, ma non fu un'infanzia felice. La bambina trascorse i primi anni a palazzo Marino nella più totale assenza di affetti familiari. Morta la madre, fu affidata alle cure di una balia con la supervisione della zia paterna, donna Marianna De Leyva Soncino. Questa fu una donna terribile e di una religiosità assolutamente bigotta e autoritaria. Obbligò un figlio a diventare carmelitano e in punto di morte fece giurare al marito di abbandonare tutto e tutti per farsi frate cappuccino e andare in Marocco e Algeria a predicare il vangelo ai miscredenti. Era così bigotta che rifiutò di allevare direttamente la nipote. Dato che aveva solo figli maschi, non riteneva una cosa moralmente accettabile che Marianna, per quanto infante, crescesse in promiscuità con i suoi figli di sesso opposto.
Nadia guarda Flora a bocca spalancata: - Ma era pazza, una maniaca religiosa! E il marito davvero si fece frate cappuccino?
- Sì. È per questo che mi interessa capire quale fosse il tipo di religione insegnato a Marianna. Da bambina crebbe in un clima in cui religione e fede erano viste e vissute come una serie infinita di pratiche molto formali. Consuetudini e precetti morali e sociali si intrecciavano e influirono completamente su ogni cosa.
- Il suo rapporto con Dio dev'essere dunque stato freddo, impersonale e distanziato. Non le hanno insegnato l'amore di Cristo e per Cristo.
Flora annuisce. Adora quando Nadia coglie al volo le sfumature delle sue affermazioni.
- La ragion di stato, ovvero i doveri del censo, furono il cardine portante attorno al quale Marianna vide ruotare tutta l’esistenza della sua famiglia blasonata.
- Ho capito. Lo sviluppo della costruzione della coscienza religiosa di Marianna fu quindi instabile e influenzata dagli eventi che le capitarono».
- Questa è una tua congettura da cui prendo le distanze - Flora strizza nuovamente l'occhio a Nadia: - Io guardo i fatti. Ora però tolgo il cappello di ricercatrice e indosso quello di pettegola.
Si avvicina all'orecchio dell'amica come per sussurrare un segreto: - Posso quindi dire che Marianna de Leyva crebbe nello splendido isolamento di palazzo Marino, esteticamente magnifico, ma sola e in un clima familiare privo di calore umano, affidata a balie e precettori, forse anche a qualche educandato, senza mai sperimentare la gioia e il calore di un rapporto affettivo autentico. Penso che questa carenza ebbe profonde conseguenze sia nel suo rapporto amoroso con Gian Paolo Osio, sia nel suo rapporto materno con Francesca, la figlia avuta dall'Osio».
- La Monaca di Monza ha avuto una figlia?
Flora si porta l'indice alla bocca, e le indica di fare silenzio: - Sì, ma non voglio fare salti in avanti. Marianna visse l'infanzia a cavallo tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, in un ambiente fortemente filo ispanico, dove regnava l'atmosfera rigida e inflessibile della Controriforma cattolica. Questo deve aver sicuramente influito sul tipo di educazione religiosa ricevuta dalla bambina.
- Ma se inizialmente Marianna era destinata al matrimonio, non può aver ricevuto quell'educazione di preparazione alla vita monastica narrata dal Manzoni?
- Non è da escludere la possibilità che la sua educazione sia stata affiancata da una altrettanto scrupolosa finalizzata al chiostro. Non dimenticare infatti la presenza a palazzo Marino della religiosissima, terribile zia, piena di fobie religiose.
- Una strega!
- No. Non fu una strega - risponde seccamente Flora e il suo pensiero corre a torture, grida, carni straziate di innocenti finite poi sul patibolo. Sacerdoti assassini in nome di un'idea sbagliata di Dio. La tempia duole un pochino, un leggero massaggio e riprende il discorso.
- Furono cause economiche e sentimentali, aggiunte alle ambizioni di fare carriera militare quelle che spinsero il padre di Marianna a votarla al chiostro, nell'intento di liberarsi senza troppa spesa di una figlia divenuta scomoda.
- Senza alcuna spesa, vorrai dire.
- Sì, il puro calcolo, privo di ogni aspetto religioso, spinse perciò don Martino a indirizzare la figlia verso la vocazione monastica. La semplice obbedienza ai voleri del padre portò la tredicenne Marianna a varcare la soglia claustrale e a divenire, poi, monaca per sempre.
- Tredici anni? Era una bambina.
Una bambina di tredici e una di dodici anni. Che differenza fa? Una in monastero, l'altra tra le grinfie di un orco. Flora ha un forte capogiro: - Scusa Nadia, devo andare un attimo in bagno.
martedì 23 febbraio 2010
domenica 21 febbraio 2010
Amaranto e D'Adda
Milano, 11 giugno 2001
Dopo l'uscita della moglie Carolina Mainetti D'Orta, l'albino è rimasto solo nello studio. Si siede alla scrivania per compilare gli ultimi documenti necessari per assicurare le opere d'arte da spedire a Tokyo. Detesta la burocrazia, vorrebbe occuparsi solamente di arte, artisti, antiquariato, studio della magia antica e conteggio di denaro. Gli affari vanno bene: commercia parecchi oggetti preziosi e ogni anno collabora con case d'asta in Italia e all'estero che si fidano delle sue eccezionali conoscenze e del suo fiuto. Talvolta clienti facoltosi gli commissionano ricerche di oggetti particolari per arredare una dimora appena acquisita oppure per ritrovare antichi gioielli di famiglia perduti nel corso di cessioni di proprietà. Oppure certi ricchi uomini d'affari sono desiderosi di dare lustro alla propria casata e si rivolgono ad Amaranto per fargli pubblicare un volume sulla storia dei propri beni antichi, ville nobiliari tramandate nei secoli, opere d'arte commissionate ad artisti famosi da antenati mecenati.
Un giorno capitò anche che un'aristocratica donna annoiata, invaghita di un giovane artista sconosciuto, spinta dal desiderio di lanciarlo nell'olimpo della notorietà, gli chiese di realizzare un catalogo d'arte firmato da noti critici, con approfondite ricerche sulle più svariate origini dello stile pittorico del suo beniamino. Tanta aria fritta per cercare di dare un briciolo di notorietà al giovanotto. In cambio di denaro Amaranto non si tira mai indietro: la sua cupidigia è infinita. Potrebbe vivere di rendita, ma è affamato come un lupo che studia un gregge di pecore al pascolo.
Mentre compila i moduli, l'antiquario ripensa ad Alfonso Della Porta. Quell'uomo inquietante ha qualcosa di diverso dagli altri che gli sfugge nonostante la sua grande esperienza di varia umanità e di casi clinici.
Per prima cosa Amaranto ha fatto una breve ricerca e non ha trovato traccia dell'uomo: certamente non abita a Milano e neppure nei dintorni. È arrivato al suo studio senza alcuna telefonata di preavviso: semplicemente la settimana prima si è presentato in portineria, senza appuntamento.
- È stato fortunato a trovarmi - pensa l'albino - perché viaggio spesso.
Eppure gli sembrava giunto lì a colpo sicuro. Della Porta non ha voluto dare alcuna referenza. Ha detto solo di discendere da un'importante famiglia nobile milanese, ingiustamente estromessa dall'eredità di alcune proprietà. Nessun dettaglio, nonostante le insistenze di Vinicio Amaranto, che odia lasciare le cose al caso. Tra i beni sottratti, Della Porta ha elencato alcuni gioielli di famiglia, che non sono preziosi per i metalli impiegati o le pietre preziose incastonate, bensì per una ragione puramente affettiva.
Il primo incontro è stato inatteso, veloce e ha lasciato del tutto spiazzato Amaranto. Il secondo è stato addirittura terrorizzante: la comparsa improvvisa di Della Porta come uno spirito, l'ingresso nello studio senza che qualcuno gli avesse aperto, i modi freddi e quell'aria da assassino. Tutti fatti che spingerebbero un uomo di buon senso a rompere l'accordo e occuparsi d'altro. L'ex psichiatra non può agire come una persona qualsiasi: dalla sua parte ha la scienza, l'arte e la magia. Attraverso uno dei tre canali riuscirà a vincere anche questa sfida.
Per il momento l'albino ha preferito non mettere al corrente Flora Leth né della personalità, né degli oggetti ricercati dal committente. Sa che è una donna perspicace con capacità che vanno aldilà della normale intuizione. Teme che lei possa scavalcarlo e lavorare direttamente per Della Porta.
Il particolare più curioso è la data di scadenza. Il nobiluomo ha insistito affinché la persona incaricata della ricerca chiuda la sua ricognizione assolutamente entro il 31 dicembre 2001. Nonostante le proteste di Amaranto, Della Porta si è mostrato fermo. A suo dire sei mesi mesi sono più che sufficienti per ritrovare gli oggetti.
Le rimostranze dello psichiatra sono svanite del tutto quando l'uomo misterioso ha estratto da una valigetta nera cinque blocchetti di banconote nuove di zecca da cinquecento euro. Il viso bianco e grinzoso dell'albino si è disteso in un largo sorriso. Per Amaranto cinque mila euro anticipati in nero e senza la richiesta di alcuna ricevuta sono una motivazione che reprime ogni inutile resistenza.
- Carta canta e quando si tratta di denaro contante i latini hanno perfettamente ragione! - esclama ridendo tra sé Vinicio Amaranto mentre firma l'ultimo documento.
Dopo l'uscita della moglie Carolina Mainetti D'Orta, l'albino è rimasto solo nello studio. Si siede alla scrivania per compilare gli ultimi documenti necessari per assicurare le opere d'arte da spedire a Tokyo. Detesta la burocrazia, vorrebbe occuparsi solamente di arte, artisti, antiquariato, studio della magia antica e conteggio di denaro. Gli affari vanno bene: commercia parecchi oggetti preziosi e ogni anno collabora con case d'asta in Italia e all'estero che si fidano delle sue eccezionali conoscenze e del suo fiuto. Talvolta clienti facoltosi gli commissionano ricerche di oggetti particolari per arredare una dimora appena acquisita oppure per ritrovare antichi gioielli di famiglia perduti nel corso di cessioni di proprietà. Oppure certi ricchi uomini d'affari sono desiderosi di dare lustro alla propria casata e si rivolgono ad Amaranto per fargli pubblicare un volume sulla storia dei propri beni antichi, ville nobiliari tramandate nei secoli, opere d'arte commissionate ad artisti famosi da antenati mecenati.
Un giorno capitò anche che un'aristocratica donna annoiata, invaghita di un giovane artista sconosciuto, spinta dal desiderio di lanciarlo nell'olimpo della notorietà, gli chiese di realizzare un catalogo d'arte firmato da noti critici, con approfondite ricerche sulle più svariate origini dello stile pittorico del suo beniamino. Tanta aria fritta per cercare di dare un briciolo di notorietà al giovanotto. In cambio di denaro Amaranto non si tira mai indietro: la sua cupidigia è infinita. Potrebbe vivere di rendita, ma è affamato come un lupo che studia un gregge di pecore al pascolo.
Mentre compila i moduli, l'antiquario ripensa ad Alfonso Della Porta. Quell'uomo inquietante ha qualcosa di diverso dagli altri che gli sfugge nonostante la sua grande esperienza di varia umanità e di casi clinici.
Per prima cosa Amaranto ha fatto una breve ricerca e non ha trovato traccia dell'uomo: certamente non abita a Milano e neppure nei dintorni. È arrivato al suo studio senza alcuna telefonata di preavviso: semplicemente la settimana prima si è presentato in portineria, senza appuntamento.
- È stato fortunato a trovarmi - pensa l'albino - perché viaggio spesso.
Eppure gli sembrava giunto lì a colpo sicuro. Della Porta non ha voluto dare alcuna referenza. Ha detto solo di discendere da un'importante famiglia nobile milanese, ingiustamente estromessa dall'eredità di alcune proprietà. Nessun dettaglio, nonostante le insistenze di Vinicio Amaranto, che odia lasciare le cose al caso. Tra i beni sottratti, Della Porta ha elencato alcuni gioielli di famiglia, che non sono preziosi per i metalli impiegati o le pietre preziose incastonate, bensì per una ragione puramente affettiva.
Il primo incontro è stato inatteso, veloce e ha lasciato del tutto spiazzato Amaranto. Il secondo è stato addirittura terrorizzante: la comparsa improvvisa di Della Porta come uno spirito, l'ingresso nello studio senza che qualcuno gli avesse aperto, i modi freddi e quell'aria da assassino. Tutti fatti che spingerebbero un uomo di buon senso a rompere l'accordo e occuparsi d'altro. L'ex psichiatra non può agire come una persona qualsiasi: dalla sua parte ha la scienza, l'arte e la magia. Attraverso uno dei tre canali riuscirà a vincere anche questa sfida.
Per il momento l'albino ha preferito non mettere al corrente Flora Leth né della personalità, né degli oggetti ricercati dal committente. Sa che è una donna perspicace con capacità che vanno aldilà della normale intuizione. Teme che lei possa scavalcarlo e lavorare direttamente per Della Porta.
Il particolare più curioso è la data di scadenza. Il nobiluomo ha insistito affinché la persona incaricata della ricerca chiuda la sua ricognizione assolutamente entro il 31 dicembre 2001. Nonostante le proteste di Amaranto, Della Porta si è mostrato fermo. A suo dire sei mesi mesi sono più che sufficienti per ritrovare gli oggetti.
Le rimostranze dello psichiatra sono svanite del tutto quando l'uomo misterioso ha estratto da una valigetta nera cinque blocchetti di banconote nuove di zecca da cinquecento euro. Il viso bianco e grinzoso dell'albino si è disteso in un largo sorriso. Per Amaranto cinque mila euro anticipati in nero e senza la richiesta di alcuna ricevuta sono una motivazione che reprime ogni inutile resistenza.
- Carta canta e quando si tratta di denaro contante i latini hanno perfettamente ragione! - esclama ridendo tra sé Vinicio Amaranto mentre firma l'ultimo documento.
venerdì 19 febbraio 2010
L'ipnosi dell'avvocato
Milano, 11 giugno 2001
Il fumo azzurrognolo dell'Havana avvolge in una sottile nebbia Vinicio Amaranto, mentre ammira una tela di grandi dimensioni appesa nel suo studio in Brera. È opera di un pittore russo degli anni '30, Aleksandar Rajkovic, uno dei suoi prediletti.
L'albino è in piedi in fondo all'ampia stanza oscurata dalle pesanti coltri, ingombra di dipinti accatastati ovunque. Strizzando gli occhi grigio-azzurri, scruta le tracce delle pennellate di rosa ingrigito del tramonto espressionista su san Pietroburgo. Distingue a fatica le case ritratte: ovunque incombe un'atmosfera cupa nonostante l'artista le abbia rappresentate con la gamma dei rosa.
Improvvisamente scatta la serratura della porta d'ingresso. Amaranto si volta atterrito: teme un nuovo faccia a faccia col vecchio Della Porta sbucato dal nulla come un demone.
Sulla soglia appare invece come una visione Carolina Mainetti D'Orta, sua moglie. Visibilmente confortato da quella presenza familiare, l'ex psichiatra sgonfia i polmoni dal fumo di sigaro.
- Maestro, fai colazione con me? - domanda la donna con quella sua caratteristica "erre" aristocratica.
Avanza sorridente verso di lui e gli spolvera il pulviscolo depositato sulla giacca blu.
Il mercante d'arte guarda l'ovale perfetto e i capelli biondo miele della donna sposata quand'era poco più che una bambina. Rappresenta tutto ciò che un uomo può umanamente desiderare: ricca ereditiera dagli occhi verdi da gatta e gambe lunghe e affusolate. Un albino brutto e già vecchio come lui non avrebbe potuto ambire a tanto se la fortuna e un sapiente ricorso alla Magia nera non l'avessero assistito.
*****
Carolina Mainetti D'Orta era capitata nello studio di Vinicio Amaranto quando ancora era una studentessa del terzo anno di liceo. Rimasta figlia unica, era orfana di madre morta suicida e con un padre perennemente in viaggio.
All'epoca l'albino era già un professionista dalla carriera avviata e tra i suoi clienti non mancavano i rampolli della miglior società milanese. Qualcuno aveva indicato a Carolina l'indirizzo dello studio dello psichiatra e lei vi era andata indossando stivali anni '70 di vernice rossa con la suola di gomma bianca, acquistati in via Montenapoleone e pagati quanto lo stipendio mensile della sua tata tedesca.
La ragazzina dai capelli biondi intrecciati e il vestito rosa corto fino all'inguine si sdraiò sul lettino del medico, mettendo in bella mostra stivali e cosce sode. Per le quattro ore successive il medico ascoltò con interesse una per una delle parole pronunciate con quella erre aristocratica.
Carolina raccontò del suicidio dell'unico fratello avvenuto due anni prima, che aveva respirato il gas di scarico della Bentley di famiglia nella tenuta di Portofino. Narrò del dolore della madre distrutta per la perdita del figlio prediletto e che, mal sopportando i ripetuti tradimenti del consorte, aveva messo fine alla propria vita impiccandosi con la cintura dell'accappatoio di spugna. Parlò del padre assente e del suo pallino di creare imprese dall'esito disastroso per la sua cronica incapacità negli affari. Spiegò della sua totale solitudine e della preoccupazione per la difficile gestione di una potenziale eredità.
A queste parole Amaranto sentì sulla punta della lingua il sapore dolce dell'acquolina.
Carolina descrisse dimore antiche, appartamenti, oggetti preziosi e, soprattutto, la preziosa collezione d'arte costituita dal nonno paterno che conobbe e mantenne a Milano alcuni dei principali pittori che ebbero successo all'inizio del Novecento.
Due giorni dopo Carolina fece le valigie e scappò di casa per infilarsi tra le lenzuola del suo principe bianco, che le sapeva cingere i fianchi insegnandole una danza di pensieri e sensazioni del tutto nuova.
*****
- Non posso ora Principessa - risponde Amaranto alla moglie - devo finire la selezione di opere per la prossima mostra di Tokyo. Appena possibile andremo a cena dove piace a te.
Da qualche tempo forse trascura la moglie e teme che la donna si stanchi. I corteggiatori non le mancano: ha trentotto anni ed è un raro fiore ambito.
- Ti stanchi troppo, Maestro. Vorrei fare un viaggio con te, magari torniamo a San Pietroburgo.
Osserva rapidamente il dipinto con aria annoiata, si passa una mano tra i capelli perfettamente curati, si avvicina e gli bacia una guancia.
- Ancora qualche settimana di pazienza, Principessa, poi avremo del tempo da dedicare solamente a noi due.
Imbronciata come una bambina viziata, Carolina Mainetti D'Orta si allontana ed esce silenziosamente dallo studio del marito.
Vinicio Amaranto aspira profondamente il fumo del sigaro e ripensa a quel giorno di vent'anni prima, quando lei irruppe nella sua vita. Rimase folgorato dalla bellezza sfacciata della ragazza poco più che sedicenne. Quando capì chi era, il suo cervello calcolatore andò in fibrillazione e non esitò un attimo.
La conquistò quel giorno stesso con un trucco antico, imparato con la professione e condito dall'antica arte affabulatoria. Raccolse con estremo interesse ogni sua goccia verbale, ripagandola con dolci parole sussurate negli orecchi. Versò pioggia d'affetto sulla landa desolata del suo cuore.
Catturata dai modi gentili e capaci dello psichiatra, Carolina esplose come un bocciolo giunto alla piena maturazione. Si lasciò cullare dalle sue parole sapienti e la sera stessa tornò a casa decisa a cambiare vita. Riempì una valigia di vestiti, salutò Bebo, il bambolotto preferito, e disse addio alla sua infanzia. Scrisse un biglietto d'addio e abbandonò quella villa troppo grande e vuota, dove viveva sola con la servitù fedele ma indifferente.
Quando a notte fonda la ragazza bussò allo studio del dottor Vinicio Amaranto, l'uomo era pronto ad accoglierla come una dea. La prese in braccio e le fece varcare la soglia come una novella sposa. Carolina scoppiò a piangere: era al colmo della felicità. Come buon auspicio l'uomo aveva disseminato quaranta piccole candele sul pavimento, perché secondo i sacri testi questo numero è il valore “soglia”, la cosiddetta "porta ai grandi numeri".
Lo psichiatra la adagiò sul lettino di pelle nera. Le sfilò delicatamente il mini abito rosa cipria e mentre muoveva i suoi lombi bianchi cancellava rapidamente il senso di colpa dovuto ai trent'anni di differenza.
Dopo una settimana di passione, all'alba suonò alla porta una coppia di carabinieri. Vinicio Amaranto fu invitato a presentarsi immediatamente al comando: era accusato di plagio, sequestro di persona e violenza carnale su minorenne dall'ingegner Tommaso Mainetti D'Orta, padre di Carolina.
Lo psichiatra era pronto: aveva previsto questo momento fin nei minimi dettagli. Rifiutò le manette e seguì i militari in auto. Carolina gli si aggrappò al suo braccio e lo accompagnò col viso rigato dalle lacrime.
Tommaso Mainetti D'Orta non si era presentato di persona: a fare le sue veci aveva mandato Carlo Giuzzi, un avvocato giovane e agguerrito, ansioso di fare bella figura, sicuro di finire sui giornali.
Amaranto rifiutò di chiamare un difensore personale: avrebbe fatto da sé. Interrogato dal maresciallo, l'albino fece un'ottima impressione: era ben vestito, dai modi gentili ed educati, ma soprattutto dotato di una parlantina compita ed elegante, in grado di spiegare con chiarezza la situazione in cui era costretta a vivere la povera Carolina, sola e abbandonata dalla famiglia. Senza imbarazzo aggiunse di esserne innamorato e di avere intenzioni serie: l'avrebbe sposata subito.
Carolina supplicò l'avvocato Giuzzi di riferire al padre che era felice con quell'uomo e voleva vivere con lui. Giuzzi non era stupido: capì le manovre dello psichiatra e gli strizzò un occhio. Il maresciallo aveva altro da fare e non desiderava perdere tempo con ricche ragazzine viziate, padri gelosi e avvocati arrivisti: tagliò corto e suggerì ai due di discutere privatamente e tentare un accordo prima di decidere se procedere o meno con la denuncia penale.
Non appena furono soli, l'avvocato disse che per intercedere nei confronti dell'ingegner Mainetti D'Orta e convincerlo a ritirare la pesante denuncia avrebbe voluto in cambio una bella fetta della dote: si sarebbe accontentato di un anticipo di cento milioni di lire.
Amaranto gli sorrise benevolmente, poi iniziò a parlare con tono tranquillo e pacato, raccontando della propria brillante carriera professionale. Spiegò a Giuzzi di essere in grado di ipnotizzare le persone, pratica largamente utilizzata in terapia. Il giovane avvocato rise nervosamente, si sentiva preso in giro. Lo psichiatra lo invitò allora a ubbidire ai suggerimenti e a non opporre resistenza. Giuzzi iniziò subito a respirare tranquillamente e profondamente fissandolo negli occhi. Dopo pochi secondi Amaranto lo persuase che i suoi occhi erano stanchi, si chiudevano dal sonno, e che sentiva stanchezza in tutte le membra. Alzò una mano e invitò l'altro a fissarla. Poi l'abbassò lentamente: ottenne così che seguendo il movimento della mano, le palpebre di Giuzzi si chiusero lentamente. Pronunciò le parole: "Sei preso dal sonno, le tue palpebre si chiudono, tu stai ora per addormentarti".
L'avvocato rimase nel sonno ipnotico cinque minuti, il tempo sufficiente allo psichiatra per catturare il suo io e trasferirgli quanto come avrebbe dovuto agire. Al termine, Amaranto lo svegliò col comando: "Conterò fino a tre, quando sarò giunto a tre ti sveglierai" e l'avvocato riaprì gli occhi.
Il mese dopo, ottenuta la dispensa per il matrimonio, Carolina e Vinicio convolarono a nozze. Amaranto portò in dote se stesso, la sua scienza e la magia. Carolina qualcosa come due miliardi di lire, che diventarono venti quando l'aereo pilotato dal padre esplose in volo.
Il fumo azzurrognolo dell'Havana avvolge in una sottile nebbia Vinicio Amaranto, mentre ammira una tela di grandi dimensioni appesa nel suo studio in Brera. È opera di un pittore russo degli anni '30, Aleksandar Rajkovic, uno dei suoi prediletti.
L'albino è in piedi in fondo all'ampia stanza oscurata dalle pesanti coltri, ingombra di dipinti accatastati ovunque. Strizzando gli occhi grigio-azzurri, scruta le tracce delle pennellate di rosa ingrigito del tramonto espressionista su san Pietroburgo. Distingue a fatica le case ritratte: ovunque incombe un'atmosfera cupa nonostante l'artista le abbia rappresentate con la gamma dei rosa.
Improvvisamente scatta la serratura della porta d'ingresso. Amaranto si volta atterrito: teme un nuovo faccia a faccia col vecchio Della Porta sbucato dal nulla come un demone.
Sulla soglia appare invece come una visione Carolina Mainetti D'Orta, sua moglie. Visibilmente confortato da quella presenza familiare, l'ex psichiatra sgonfia i polmoni dal fumo di sigaro.
- Maestro, fai colazione con me? - domanda la donna con quella sua caratteristica "erre" aristocratica.
Avanza sorridente verso di lui e gli spolvera il pulviscolo depositato sulla giacca blu.
Il mercante d'arte guarda l'ovale perfetto e i capelli biondo miele della donna sposata quand'era poco più che una bambina. Rappresenta tutto ciò che un uomo può umanamente desiderare: ricca ereditiera dagli occhi verdi da gatta e gambe lunghe e affusolate. Un albino brutto e già vecchio come lui non avrebbe potuto ambire a tanto se la fortuna e un sapiente ricorso alla Magia nera non l'avessero assistito.
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Carolina Mainetti D'Orta era capitata nello studio di Vinicio Amaranto quando ancora era una studentessa del terzo anno di liceo. Rimasta figlia unica, era orfana di madre morta suicida e con un padre perennemente in viaggio.
All'epoca l'albino era già un professionista dalla carriera avviata e tra i suoi clienti non mancavano i rampolli della miglior società milanese. Qualcuno aveva indicato a Carolina l'indirizzo dello studio dello psichiatra e lei vi era andata indossando stivali anni '70 di vernice rossa con la suola di gomma bianca, acquistati in via Montenapoleone e pagati quanto lo stipendio mensile della sua tata tedesca.
La ragazzina dai capelli biondi intrecciati e il vestito rosa corto fino all'inguine si sdraiò sul lettino del medico, mettendo in bella mostra stivali e cosce sode. Per le quattro ore successive il medico ascoltò con interesse una per una delle parole pronunciate con quella erre aristocratica.
Carolina raccontò del suicidio dell'unico fratello avvenuto due anni prima, che aveva respirato il gas di scarico della Bentley di famiglia nella tenuta di Portofino. Narrò del dolore della madre distrutta per la perdita del figlio prediletto e che, mal sopportando i ripetuti tradimenti del consorte, aveva messo fine alla propria vita impiccandosi con la cintura dell'accappatoio di spugna. Parlò del padre assente e del suo pallino di creare imprese dall'esito disastroso per la sua cronica incapacità negli affari. Spiegò della sua totale solitudine e della preoccupazione per la difficile gestione di una potenziale eredità.
A queste parole Amaranto sentì sulla punta della lingua il sapore dolce dell'acquolina.
Carolina descrisse dimore antiche, appartamenti, oggetti preziosi e, soprattutto, la preziosa collezione d'arte costituita dal nonno paterno che conobbe e mantenne a Milano alcuni dei principali pittori che ebbero successo all'inizio del Novecento.
Due giorni dopo Carolina fece le valigie e scappò di casa per infilarsi tra le lenzuola del suo principe bianco, che le sapeva cingere i fianchi insegnandole una danza di pensieri e sensazioni del tutto nuova.
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- Non posso ora Principessa - risponde Amaranto alla moglie - devo finire la selezione di opere per la prossima mostra di Tokyo. Appena possibile andremo a cena dove piace a te.
Da qualche tempo forse trascura la moglie e teme che la donna si stanchi. I corteggiatori non le mancano: ha trentotto anni ed è un raro fiore ambito.
- Ti stanchi troppo, Maestro. Vorrei fare un viaggio con te, magari torniamo a San Pietroburgo.
Osserva rapidamente il dipinto con aria annoiata, si passa una mano tra i capelli perfettamente curati, si avvicina e gli bacia una guancia.
- Ancora qualche settimana di pazienza, Principessa, poi avremo del tempo da dedicare solamente a noi due.
Imbronciata come una bambina viziata, Carolina Mainetti D'Orta si allontana ed esce silenziosamente dallo studio del marito.
Vinicio Amaranto aspira profondamente il fumo del sigaro e ripensa a quel giorno di vent'anni prima, quando lei irruppe nella sua vita. Rimase folgorato dalla bellezza sfacciata della ragazza poco più che sedicenne. Quando capì chi era, il suo cervello calcolatore andò in fibrillazione e non esitò un attimo.
La conquistò quel giorno stesso con un trucco antico, imparato con la professione e condito dall'antica arte affabulatoria. Raccolse con estremo interesse ogni sua goccia verbale, ripagandola con dolci parole sussurate negli orecchi. Versò pioggia d'affetto sulla landa desolata del suo cuore.
Catturata dai modi gentili e capaci dello psichiatra, Carolina esplose come un bocciolo giunto alla piena maturazione. Si lasciò cullare dalle sue parole sapienti e la sera stessa tornò a casa decisa a cambiare vita. Riempì una valigia di vestiti, salutò Bebo, il bambolotto preferito, e disse addio alla sua infanzia. Scrisse un biglietto d'addio e abbandonò quella villa troppo grande e vuota, dove viveva sola con la servitù fedele ma indifferente.
Quando a notte fonda la ragazza bussò allo studio del dottor Vinicio Amaranto, l'uomo era pronto ad accoglierla come una dea. La prese in braccio e le fece varcare la soglia come una novella sposa. Carolina scoppiò a piangere: era al colmo della felicità. Come buon auspicio l'uomo aveva disseminato quaranta piccole candele sul pavimento, perché secondo i sacri testi questo numero è il valore “soglia”, la cosiddetta "porta ai grandi numeri".
Lo psichiatra la adagiò sul lettino di pelle nera. Le sfilò delicatamente il mini abito rosa cipria e mentre muoveva i suoi lombi bianchi cancellava rapidamente il senso di colpa dovuto ai trent'anni di differenza.
Dopo una settimana di passione, all'alba suonò alla porta una coppia di carabinieri. Vinicio Amaranto fu invitato a presentarsi immediatamente al comando: era accusato di plagio, sequestro di persona e violenza carnale su minorenne dall'ingegner Tommaso Mainetti D'Orta, padre di Carolina.
Lo psichiatra era pronto: aveva previsto questo momento fin nei minimi dettagli. Rifiutò le manette e seguì i militari in auto. Carolina gli si aggrappò al suo braccio e lo accompagnò col viso rigato dalle lacrime.
Tommaso Mainetti D'Orta non si era presentato di persona: a fare le sue veci aveva mandato Carlo Giuzzi, un avvocato giovane e agguerrito, ansioso di fare bella figura, sicuro di finire sui giornali.
Amaranto rifiutò di chiamare un difensore personale: avrebbe fatto da sé. Interrogato dal maresciallo, l'albino fece un'ottima impressione: era ben vestito, dai modi gentili ed educati, ma soprattutto dotato di una parlantina compita ed elegante, in grado di spiegare con chiarezza la situazione in cui era costretta a vivere la povera Carolina, sola e abbandonata dalla famiglia. Senza imbarazzo aggiunse di esserne innamorato e di avere intenzioni serie: l'avrebbe sposata subito.
Carolina supplicò l'avvocato Giuzzi di riferire al padre che era felice con quell'uomo e voleva vivere con lui. Giuzzi non era stupido: capì le manovre dello psichiatra e gli strizzò un occhio. Il maresciallo aveva altro da fare e non desiderava perdere tempo con ricche ragazzine viziate, padri gelosi e avvocati arrivisti: tagliò corto e suggerì ai due di discutere privatamente e tentare un accordo prima di decidere se procedere o meno con la denuncia penale.
Non appena furono soli, l'avvocato disse che per intercedere nei confronti dell'ingegner Mainetti D'Orta e convincerlo a ritirare la pesante denuncia avrebbe voluto in cambio una bella fetta della dote: si sarebbe accontentato di un anticipo di cento milioni di lire.
Amaranto gli sorrise benevolmente, poi iniziò a parlare con tono tranquillo e pacato, raccontando della propria brillante carriera professionale. Spiegò a Giuzzi di essere in grado di ipnotizzare le persone, pratica largamente utilizzata in terapia. Il giovane avvocato rise nervosamente, si sentiva preso in giro. Lo psichiatra lo invitò allora a ubbidire ai suggerimenti e a non opporre resistenza. Giuzzi iniziò subito a respirare tranquillamente e profondamente fissandolo negli occhi. Dopo pochi secondi Amaranto lo persuase che i suoi occhi erano stanchi, si chiudevano dal sonno, e che sentiva stanchezza in tutte le membra. Alzò una mano e invitò l'altro a fissarla. Poi l'abbassò lentamente: ottenne così che seguendo il movimento della mano, le palpebre di Giuzzi si chiusero lentamente. Pronunciò le parole: "Sei preso dal sonno, le tue palpebre si chiudono, tu stai ora per addormentarti".
L'avvocato rimase nel sonno ipnotico cinque minuti, il tempo sufficiente allo psichiatra per catturare il suo io e trasferirgli quanto come avrebbe dovuto agire. Al termine, Amaranto lo svegliò col comando: "Conterò fino a tre, quando sarò giunto a tre ti sveglierai" e l'avvocato riaprì gli occhi.
Il mese dopo, ottenuta la dispensa per il matrimonio, Carolina e Vinicio convolarono a nozze. Amaranto portò in dote se stesso, la sua scienza e la magia. Carolina qualcosa come due miliardi di lire, che diventarono venti quando l'aereo pilotato dal padre esplose in volo.
sabato 13 febbraio 2010
Il sogno di Flora
È sera e Dora si è addormentata nonostante il caldo opprimente. Così adagiata nel lettino ricorda a Flora la bambola di ceramica dai tratti perfetti con cui giocava forse nella vita precedente. Completamente abbandonata nel sonno, i capelli scompigliati imperlati di sudore, la bambina sembra animata solo dal lento respiro che gonfia il petto e le increspa le labbra a forma di spicchi d'agrume. A ogni carezza ricevuta alle guance tese come mele mature fa seguire inconsciamente un piccolo sussulto, quasi fosse infastidita da tante tenerezze materne.
Flora ha un bisogno estremo di fisicità e stampa un bacio sulle labbra della piccola, che si ritrae da una parte mugolando come un gattino appena nato. La mamma sorride e l'accarezza di nuovo. È difficile vivere la notte in solitudine, quando gli impegni della giornata sfumano come colori diluiti nell'acqua e lasciano il posto all'irruzione prepotente dei ricordi della sua ultima appassionata storia d'amore. Le manca Giulio in maniera dolorosa e quando cala l'oscurità sopraggiungono i momenti peggiori e talvolta la disperazione prende il sopravvento. Con l'ispessirsi delle tenebre Flora indossa suo malgrado il velo nero di una vedova senza dignità, perché lui è ancora in vita, tecnicamente, e non può piangerlo sulla tomba. Eppure non è né vivo, né morto: è nel limbo, rinchiuso in una capsula grigia di esistenza dalla quale solo chi crede nei miracoli si attende un ritorno completo. Chi confida in Dio e nell'anima degli uomini si accontenterebbe di un semplice cenno di vita, una palpebra che si muove, una smorfia della bocca. Ma Flora desidera di più, desidera il suo uomo nella sua interezza.
Il cuore di Giulio batte e il sangue circola, le sue cellule si riproducono e respira, ma solo perché è assistito da un polmone d'acciaio. Persino le sue unghie, i capelli e la barba crescono: però non è più in grado di alimentarsi né di dissetarsi, non sa controllare gli sfinteri e soprattutto non è più. I suoi pensieri, le sue idee, i suoi sentimenti e la sua anima, semmai esista, tutto è interrotto da neuroni che non si connettono più tra loro.
- Che differenza c'è tra lui e una pianta? - pensa.
Quante volte ha desiderato avere il coraggio di staccare quella spina che lo lega a una sopravvivenza fittizia. Quante volte si è chiesta se Giulio, potendo scegliere, vorrebbe proseguire questo calvario senza fine né via d'uscita.
- No, Giulio non avrebbe mai accettato questo compromesso di esistenza vegetale. Si dovrà trovare una soluzione.
*****
Dopo molta resistenza da parte di Flora che masochisticamente si tortura pensando a Giulio, Morfeo riesce a stringerla dolcemente nelle sue spire e le insuffla un sogno ispirato dalle tre sante ammirate la mattina nelle pitture della chiesa di san Maurizio a Monza.
Caterina, Cecilia e Barbara, tenendosi a braccetto, ridono e si prendono gioco dei numerosi devoti inginocchiati al loro cospetto. Le fanciulle scherzano e improvvisano movimenti ancheggianti, che ricordano una primitiva danza del ventre. La musica invade lo spazio indefinito e le tre giovani si separano. Iniziano a spogliarsi mostrando corpi acerbi ma già conturbanti. Lunghi capelli lungo la schiena e la pelle nuda delle braccia, dita sinuose che reggono i lembi di lunghi veli variopinti, ondeggiamenti di ventri piatti, giochi di reciproci sguardi maliziosi. Nonostante il palese invito alla perdizione, i devoti restano solidamente impermeabili allo spettacolo, immersi in preghiere cieche.
Flora si sveglia all'improvviso in uno stato di eccitazione. Madida di sudore, avverte di nuovo il forte dolore alla tempia destra, battuta violentemente durante lo svenimento nello studio di suor Angela Barni. Si tocca la parte dolente, ancora tumefatta.
- Possibile che mi basti rivedere un crocifisso identico a quello del dannato prete per sentirmi così male fino allo svenimento?
Si alza per prepararsi una borsa del ghiaccio con cui lenire il gonfiore. Torna al giaciglio tristemente solitario, ma il sonno sembra svanito come l'arcobaleno illuminato dai raggi di sole.
È notte fonda e un nuovo tarlo le arrovella i pensieri. Vorrebbe alzarsi, ma l'abbraccio ancora potente di Morfeo le impedisce ogni movimento. Si abbandona allora al flusso di pensieri e in poco tempo piomba nel dormiveglia.
A metà strada tra sogno e ricordo, le sembra di tornare indietro all'epoca in cui conobbe la dolce Caterina d'Alessandria. Flora ne ricorda la straordinaria bellezza, i lunghi capelli corvini, gli occhi rimarcati dall'hennè e la passione per la magia ereditata dalla madre. Di stirpe reale, era la figlia del re di Cipro. Avrebbe potuto godere di una vita serena e agiata, ma era ambiziosa e si lasciò sedurre dal nuovo culto cristiano, in quel periodo già represso duramente.
Un giorno Caterina in gran segreto andò in visita da un vecchio eremita nel deserto. Quella stessa notte sognò Gesù bambino che la rifiutava come sposa perché non era abbastanza bella.
Al risveglio la vanitosa fanciulla quasi impazzì di rabbia: nel sogno i suoi poteri incantatori non avevano potuto nulla. Corse nell'antro di Flora e le chiese una pozione per accrescere il proprio fascino anche durante nel sonno. La richiesta era insensata, ma la giovane principessa fu irremovibile e Flora le propinò un intruglio a base di erbe officinali dall'odore nauseabondo. Caterina la ripagò con un rubino. Bevve la falsa pozione, ma l'esito non fu soddisfacente: non le appariva più in sogno il Bambino sacro.
Dopo qualche giorno la fanciulla delusa tornò in lacrime dall'eremita, che la convinse che Cristo l'avrebbe voluta solo se convertita e lei capitolò.
In seguito al battesimo, Caterina sognò di nuovo Gesù, il quale finalmente le infilava l'anello nuziale. L'indomani, travolta dall'entusiasmo, la giovane decise di andare al cospetto del governatore Massimino Daia, appena insediato ad Alessandria d'Egitto, per persuaderlo ad abbracciare il cristianesimo.
Con andatura nobile e fiera la diciottenne ebbe l'ardire di presentarsi nello scintillante palazzo del governatore nel bel mezzo dei festeggiamenti. Il potente Massimino e i suoi invitati, aiutati dai sacerdoti, stavano celebrando un baccanale, condito da sacrifici di animali per propiziarsi il favore degli dei.
Caterina indossava un abito di seta bianca coi profili dorati, che le fasciava morbidamente le forme delicate. La sua pelle ambrata profumava di essenze pregiate. Giunta nel vasto salone vide i partecipanti: decine di uomini e donne che giacevano a terra su montagne di cuscini finemente tessuti, altri appoggiati ai lunghi tavoli imbanditi con frutta matura e carne speziata. Alcuni si accoppiavano, altri ridevano sguaiatamente bevendo da coppe dorate.
Nell'aria aleggiava un odore intenso di carne appena macellata. Un gruppo ammirava eccitato il taglio della gola di un capretto con le zampe legate che belava terrorizzato. Poco più in là due servitori portavano sulle spalle i cadaveri di tre agnelli esanimi. Sul pavimento a mosaico erano sparse pozze di sangue e le colonne di marmo ocra erano imbrattate da schizzi rossi qua e là già coagulati. L'atmosfera di guaiti e morte eccitava la platea.
Un uomo invitò Caterina a partecipare all'orgia, un altro le prese un braccio per avvicinarla al luogo dei sanguinosi sacrifici di animali. La giovane, nonostante le insistenze, si divincolò e rifiutò ogni invito a partecipare.
Raggiunse il governatore Massimino che sedeva sul trono attorniato dalle favorite e gli chiese di riconoscere Gesù Cristo come redentore dell'umanità. Si udì un boato di risate. Qualcuno pensò che la sfrontata scherzasse.
Massimino invece capì immediatamente la pericolosità dell'intrusa. Doveva porre rimedio subito. Si alzò dallo scranno e chiamò un servitore di fiducia. In breve, in una stanza attigua, fece convocare un gruppo di retori, affinché convincessero pubblicamente Caterina a onorare gli dei.
Ma non andò come previsto. Il governatore rimase a bocca aperta osservando la terribile figura di impotenza che fecero quegli oratori, ritenuti i massimi sapienti d'Egitto, di fronte alle semplici, eppur conturbanti parole della fanciulla.
Secondo l'agiografia, fu lo spirito divino a illuminare Caterina, in odore di santità, donandole la capacità di convincere i sapienti portando la parola di Dio.
Per Flora la spiegazione del dono dell'eloquenza è un'altra. Caterina non solo conosceva le arti magiche, imparate dalla madre esperta nell'uso di erbe guaritrici, ma l'eremita che la convertì nel deserto altro non era che un demonio molto astuto che, facendo leva sulla sua vanità, le aveva carpito l'anima per l'eternità.
I vecchi saggi non ebbero abbastanza argomentazioni per confutare le parole della giovane egiziana. Non solo non la convinsero, ma essi stessi furono prontamente convertiti al cristianesimo. Caterina era divenuta molto potente.
Il governatore d'Egitto e Siria tremò. Il suo ruolo e il suo stesso potere erano vivamente messi in pericolo dall'azione semplice e devastante della piccola sciagurata.
Massimino ordinò l'immediata condanna a morte di tutti i retori così incapaci. Voleva la testa anche di Caterina ma, stregato dal suo splendore, le propose di salvarsi sposandolo. La giovane rifiutò: gli disse di essere già sposata con Gesù Cristo. Il governatore la condannò allora a morire su una ruota dentata, ma prima la fece flagellare a sangue per mortificare quelle carni così perfette ed eccitanti.
Caterina non era una donna come tutte le altre. Secondo la leggenda fu protetta dalla mano di Dio. Secondo Flora fu un'abile stregoneria: la giovane usò nuovamente il potere di incantare chiunque fosse al suo cospetto. Lo strumento di tortura si ruppe: la ruota dentata cadde a pezzi davanti agli occhi dei carnefici che, sconvolti dall'accaduto, corsero a informare Massimino. Terrorizzato, il governatore dovette agire in fretta. Decise di farla decapitare. Un uomo a dorso nudo impugnò una lunga sciabola e le staccò il capo dal collo con un movimento rapido e netto. La sua bella testa fu raccolta e gettata in un pozzo, lontano dal corpo che fu seppellito in una fossa comune.
Caterina morì da vincitrice e diventò santa. La leggenda narra che il suo corpo fu trasportato dagli angeli sul monte Sinai. Molti anni dopo in quel luogo l'imperatore Giustiniano fondò il monastero che porta il nome della santa.
Forse non furono angeli a trasportare i resti mortali della strega santificata. Qualche testimone dell'epoca parlò di un avvistamento notturno di corvi in volo.
Flora ha un bisogno estremo di fisicità e stampa un bacio sulle labbra della piccola, che si ritrae da una parte mugolando come un gattino appena nato. La mamma sorride e l'accarezza di nuovo. È difficile vivere la notte in solitudine, quando gli impegni della giornata sfumano come colori diluiti nell'acqua e lasciano il posto all'irruzione prepotente dei ricordi della sua ultima appassionata storia d'amore. Le manca Giulio in maniera dolorosa e quando cala l'oscurità sopraggiungono i momenti peggiori e talvolta la disperazione prende il sopravvento. Con l'ispessirsi delle tenebre Flora indossa suo malgrado il velo nero di una vedova senza dignità, perché lui è ancora in vita, tecnicamente, e non può piangerlo sulla tomba. Eppure non è né vivo, né morto: è nel limbo, rinchiuso in una capsula grigia di esistenza dalla quale solo chi crede nei miracoli si attende un ritorno completo. Chi confida in Dio e nell'anima degli uomini si accontenterebbe di un semplice cenno di vita, una palpebra che si muove, una smorfia della bocca. Ma Flora desidera di più, desidera il suo uomo nella sua interezza.
Il cuore di Giulio batte e il sangue circola, le sue cellule si riproducono e respira, ma solo perché è assistito da un polmone d'acciaio. Persino le sue unghie, i capelli e la barba crescono: però non è più in grado di alimentarsi né di dissetarsi, non sa controllare gli sfinteri e soprattutto non è più. I suoi pensieri, le sue idee, i suoi sentimenti e la sua anima, semmai esista, tutto è interrotto da neuroni che non si connettono più tra loro.
- Che differenza c'è tra lui e una pianta? - pensa.
Quante volte ha desiderato avere il coraggio di staccare quella spina che lo lega a una sopravvivenza fittizia. Quante volte si è chiesta se Giulio, potendo scegliere, vorrebbe proseguire questo calvario senza fine né via d'uscita.
- No, Giulio non avrebbe mai accettato questo compromesso di esistenza vegetale. Si dovrà trovare una soluzione.
*****
Dopo molta resistenza da parte di Flora che masochisticamente si tortura pensando a Giulio, Morfeo riesce a stringerla dolcemente nelle sue spire e le insuffla un sogno ispirato dalle tre sante ammirate la mattina nelle pitture della chiesa di san Maurizio a Monza.
Caterina, Cecilia e Barbara, tenendosi a braccetto, ridono e si prendono gioco dei numerosi devoti inginocchiati al loro cospetto. Le fanciulle scherzano e improvvisano movimenti ancheggianti, che ricordano una primitiva danza del ventre. La musica invade lo spazio indefinito e le tre giovani si separano. Iniziano a spogliarsi mostrando corpi acerbi ma già conturbanti. Lunghi capelli lungo la schiena e la pelle nuda delle braccia, dita sinuose che reggono i lembi di lunghi veli variopinti, ondeggiamenti di ventri piatti, giochi di reciproci sguardi maliziosi. Nonostante il palese invito alla perdizione, i devoti restano solidamente impermeabili allo spettacolo, immersi in preghiere cieche.
Flora si sveglia all'improvviso in uno stato di eccitazione. Madida di sudore, avverte di nuovo il forte dolore alla tempia destra, battuta violentemente durante lo svenimento nello studio di suor Angela Barni. Si tocca la parte dolente, ancora tumefatta.
- Possibile che mi basti rivedere un crocifisso identico a quello del dannato prete per sentirmi così male fino allo svenimento?
Si alza per prepararsi una borsa del ghiaccio con cui lenire il gonfiore. Torna al giaciglio tristemente solitario, ma il sonno sembra svanito come l'arcobaleno illuminato dai raggi di sole.
È notte fonda e un nuovo tarlo le arrovella i pensieri. Vorrebbe alzarsi, ma l'abbraccio ancora potente di Morfeo le impedisce ogni movimento. Si abbandona allora al flusso di pensieri e in poco tempo piomba nel dormiveglia.
A metà strada tra sogno e ricordo, le sembra di tornare indietro all'epoca in cui conobbe la dolce Caterina d'Alessandria. Flora ne ricorda la straordinaria bellezza, i lunghi capelli corvini, gli occhi rimarcati dall'hennè e la passione per la magia ereditata dalla madre. Di stirpe reale, era la figlia del re di Cipro. Avrebbe potuto godere di una vita serena e agiata, ma era ambiziosa e si lasciò sedurre dal nuovo culto cristiano, in quel periodo già represso duramente.
Un giorno Caterina in gran segreto andò in visita da un vecchio eremita nel deserto. Quella stessa notte sognò Gesù bambino che la rifiutava come sposa perché non era abbastanza bella.
Al risveglio la vanitosa fanciulla quasi impazzì di rabbia: nel sogno i suoi poteri incantatori non avevano potuto nulla. Corse nell'antro di Flora e le chiese una pozione per accrescere il proprio fascino anche durante nel sonno. La richiesta era insensata, ma la giovane principessa fu irremovibile e Flora le propinò un intruglio a base di erbe officinali dall'odore nauseabondo. Caterina la ripagò con un rubino. Bevve la falsa pozione, ma l'esito non fu soddisfacente: non le appariva più in sogno il Bambino sacro.
Dopo qualche giorno la fanciulla delusa tornò in lacrime dall'eremita, che la convinse che Cristo l'avrebbe voluta solo se convertita e lei capitolò.
In seguito al battesimo, Caterina sognò di nuovo Gesù, il quale finalmente le infilava l'anello nuziale. L'indomani, travolta dall'entusiasmo, la giovane decise di andare al cospetto del governatore Massimino Daia, appena insediato ad Alessandria d'Egitto, per persuaderlo ad abbracciare il cristianesimo.
Con andatura nobile e fiera la diciottenne ebbe l'ardire di presentarsi nello scintillante palazzo del governatore nel bel mezzo dei festeggiamenti. Il potente Massimino e i suoi invitati, aiutati dai sacerdoti, stavano celebrando un baccanale, condito da sacrifici di animali per propiziarsi il favore degli dei.
Caterina indossava un abito di seta bianca coi profili dorati, che le fasciava morbidamente le forme delicate. La sua pelle ambrata profumava di essenze pregiate. Giunta nel vasto salone vide i partecipanti: decine di uomini e donne che giacevano a terra su montagne di cuscini finemente tessuti, altri appoggiati ai lunghi tavoli imbanditi con frutta matura e carne speziata. Alcuni si accoppiavano, altri ridevano sguaiatamente bevendo da coppe dorate.
Nell'aria aleggiava un odore intenso di carne appena macellata. Un gruppo ammirava eccitato il taglio della gola di un capretto con le zampe legate che belava terrorizzato. Poco più in là due servitori portavano sulle spalle i cadaveri di tre agnelli esanimi. Sul pavimento a mosaico erano sparse pozze di sangue e le colonne di marmo ocra erano imbrattate da schizzi rossi qua e là già coagulati. L'atmosfera di guaiti e morte eccitava la platea.
Un uomo invitò Caterina a partecipare all'orgia, un altro le prese un braccio per avvicinarla al luogo dei sanguinosi sacrifici di animali. La giovane, nonostante le insistenze, si divincolò e rifiutò ogni invito a partecipare.
Raggiunse il governatore Massimino che sedeva sul trono attorniato dalle favorite e gli chiese di riconoscere Gesù Cristo come redentore dell'umanità. Si udì un boato di risate. Qualcuno pensò che la sfrontata scherzasse.
Massimino invece capì immediatamente la pericolosità dell'intrusa. Doveva porre rimedio subito. Si alzò dallo scranno e chiamò un servitore di fiducia. In breve, in una stanza attigua, fece convocare un gruppo di retori, affinché convincessero pubblicamente Caterina a onorare gli dei.
Ma non andò come previsto. Il governatore rimase a bocca aperta osservando la terribile figura di impotenza che fecero quegli oratori, ritenuti i massimi sapienti d'Egitto, di fronte alle semplici, eppur conturbanti parole della fanciulla.
Secondo l'agiografia, fu lo spirito divino a illuminare Caterina, in odore di santità, donandole la capacità di convincere i sapienti portando la parola di Dio.
Per Flora la spiegazione del dono dell'eloquenza è un'altra. Caterina non solo conosceva le arti magiche, imparate dalla madre esperta nell'uso di erbe guaritrici, ma l'eremita che la convertì nel deserto altro non era che un demonio molto astuto che, facendo leva sulla sua vanità, le aveva carpito l'anima per l'eternità.
I vecchi saggi non ebbero abbastanza argomentazioni per confutare le parole della giovane egiziana. Non solo non la convinsero, ma essi stessi furono prontamente convertiti al cristianesimo. Caterina era divenuta molto potente.
Il governatore d'Egitto e Siria tremò. Il suo ruolo e il suo stesso potere erano vivamente messi in pericolo dall'azione semplice e devastante della piccola sciagurata.
Massimino ordinò l'immediata condanna a morte di tutti i retori così incapaci. Voleva la testa anche di Caterina ma, stregato dal suo splendore, le propose di salvarsi sposandolo. La giovane rifiutò: gli disse di essere già sposata con Gesù Cristo. Il governatore la condannò allora a morire su una ruota dentata, ma prima la fece flagellare a sangue per mortificare quelle carni così perfette ed eccitanti.
Caterina non era una donna come tutte le altre. Secondo la leggenda fu protetta dalla mano di Dio. Secondo Flora fu un'abile stregoneria: la giovane usò nuovamente il potere di incantare chiunque fosse al suo cospetto. Lo strumento di tortura si ruppe: la ruota dentata cadde a pezzi davanti agli occhi dei carnefici che, sconvolti dall'accaduto, corsero a informare Massimino. Terrorizzato, il governatore dovette agire in fretta. Decise di farla decapitare. Un uomo a dorso nudo impugnò una lunga sciabola e le staccò il capo dal collo con un movimento rapido e netto. La sua bella testa fu raccolta e gettata in un pozzo, lontano dal corpo che fu seppellito in una fossa comune.
Caterina morì da vincitrice e diventò santa. La leggenda narra che il suo corpo fu trasportato dagli angeli sul monte Sinai. Molti anni dopo in quel luogo l'imperatore Giustiniano fondò il monastero che porta il nome della santa.
Forse non furono angeli a trasportare i resti mortali della strega santificata. Qualche testimone dell'epoca parlò di un avvistamento notturno di corvi in volo.
mercoledì 10 febbraio 2010
Il convento e il segreto
Il sole non è ancora alto ma l'umidità avvolge i corpi come un rivestimento appiccicoso impossibile da staccare. Flora e Angela Barni sono davanti alla chiesa di san Maurizio a Monza.
- La facciata è del Settecento? - domanda Flora.
- Sì, barocchetto lombardo - risponde la suora. Poi indica a sinistra: - Guardi, laggiù si intravede ancora il portico d'ingresso dell'antico convento, con il vano che ospitava la ruota dove depositare i bambini abbandonati. Ora andiamo a vedere l'interno.
Si asciuga la fronte e apre il portale con una grossa chiave in ferro battuto. Dall'interno della chiesa esce l'aria fresca che per un istante dà sollievo alle donne. Lo scatto della serratura, il cigolio del vecchio legno e l'odore dell'incenso avviluppa l'olfatto di Flora provocandole nausea. I loro passi rimbombano nel silenzio assoluto della navata.
- L’interno anticamente era diviso da un muro trasversale per separare lo spazio riservato alle monache da quello pubblico, mentre il presbiterio era delimitato da una balaustra. Questa era la tipologia diffusa nelle chiese monastiche del tempo della Controriforma. Dopo la soppressione del 1785 il muro trasversale fu demolito.
Flora si guarda attorno. Adesso è tranquilla e può ammirare le decorazioni della chiesa avvolte nella penombra.
- Vi sono due altari laterali realizzati in occasione della ripresa del culto nell'Ottocento. Quello di sinistra è dedicato alla Madonna e la pala è un affresco quattrocentesco staccato dalla chiesa distrutta di san Maurizio. Quello di destra proviene dall’originaria chiesa di santa Margherita.
Flora osserva e scrive qualche parola sul taccuino. La poca luce non aiuta, ma il luogo è davvero suggestivo.
- Gli autori dei dipinti - prosegue la religiosa - sono Carlo Innocenzo Carloni, Carlo Perrucchetti e Giuseppe Castelli Juniore, che vi lavorarono attorno al 1740. Altre pitture sono attribuite a Francesco Antonio Bonacina, un quadraturista.
Flora osserva il dipinto del Bonacina, che ha realizzato al centro della volta un medaglione con una Gloria angelica e nelle volte a botte piccoli busti di sante: Caterina d'Alessandria con l'attributo della ruota, Margherita d'Antiochia, Cecilia con canne d'organo, Barbara con la torre.
- Qui non c'è altro da vedere. Ora andiamo nel convento - conclude suor Angela uscendo.
Chiude con cura le ampie ante di legno, fa scomparire in tasca la chiave di ferro battuto, sorride e si incammina nel convento, ultima vestigia del monastero che fu della badessa di Monza. Entrano dalla porta principale.
Flora ascolta le parole di suor Angela mentre avanzano nell'edificio.
- Al tempo di suor Virginia Maria De Leyva il monastero di santa Margherita si allungava lungo lo Spalto di Porta de' Grandi, oggi via Azzone Visconi, che costeggia il Lambretto. Vi si accedeva da un vicolo che adesso si chiama in sua memoria "via della Signora". Il monastero era stato un tempo delle Umiliate per passare poi all’ordine benedettino. Nel 1588 ospitava circa venti monache. Il convento da parecchi anni ospita una scuola dell'infanzia.
Si odono le voci allegre dei bambini.
- Andiamo in un posto più tranquillo.
Ancora pochi passi lungo il corridoio che un tempo era il portico del chiostro e suor Angela apre una porta: entra in un piccolo studiolo semplice, con una scrivania e qualche elemento di arredamento. La donna si siede sistemando la veste e il velo. Flora non vorrebbe sederle di fronte per evitare di trovarsi di nuovo faccia a faccia con quel crocifisso rosso sangue così simile a quello odiato per anni, ma non ha scelta. Si accomoda di fronte a lei, sulla sedia di legno.
- Le dirò quello che so sulla Monaca di Monza, ma non è molto.
Flora è nervosa ma deve agire in fretta. Ha una sola opportunità: tentare di fissare negli occhi la suora mentre parla per non guardare il suo sacro monile. Quasi non batte le palpebre mentre respira lentamente per aumentare l'autocontrollo. Ma i ricordi per affiorare non hanno bisogno dello stimolo visivo e nonostante la sua tenace lotta interiore, si fa largo prepotente il doloroso turbamento.
- Come sa il monastero è famoso per la vicenda di Marianna de Leyva, la Gertrude dei Promessi Sposi del Manzoni.
Basta un istante di esitazione e uno sguardo fulmineo un po' più in basso: ecco stagliarsi l'orripilante simbolo del suo personale orrore. Al centro della croce si staglia la figura del Cristo in posizione sofferente. Penzola trionfante al collo della religiosa: rosso lucido, di una tonalità intensa e piena, simile al colore del sangue che sgorga abbondante da una ferita. Flora avverte un primo lieve capogiro e teme che possa in breve invadere ogni ambito della sua mente, correre veloce lungo le sue membra e condurla fino allo svenimento. Deve resistere e ritrovare il controllo per scacciare i ricordi che sembrano voler esplodere come una detonazione violenta. Meglio concentrarsi solo sulle parole. Socchiude le palpebre, deglutisce la saliva divenuta amara e il capogiro pare allontanarsi un poco. Suor Angela non si è accorta del pallore di Flora.
- Marianna de Leyva era nata a Milano nel 1575. A quattordici anni fu rinchiusa nel convento e a sedici diventò monaca benedettina col nome di battesimo della madre, Virginia Maria. Nel 1597 incontrò per la prima volta Gian Paolo Osio, diventato famoso come l'Egidio manzoniano, che apparteneva a una famiglia di ricchi possidenti di origine bergamasca. La relazione durò dieci anni e si concluse nel 1608 con la condanna a morte dell'Osio e la reclusione di suor Virginia, che trascorse tredici anni nel ritiro delle prostitute pentite di Milano, dove morì nel 1652.
Flora tenta di scrivere qualche appunto. Conosce già i dettagli, però le serve uno spunto per aggrapparsi ad azioni concrete e tenere impegnata la mente lontana dal flusso dei ricordi.
- Agli inizi del Settecento - prosegue la monaca - la chiesa era in condizioni tanto precarie che nel 1736 si rese necessario il rifacimento totale. Nel 1785, soppresso il monastero e sconsacrata la chiesa, vari edifici del complesso furono venduti. Quelli del convento a meridione furono ceduti alle suore dell'ordine del Preziosissimo sangue di Cristo, di cui faccio parte anche io, e che vi risiedono tuttora.
Lo stato di Flora peggiora di secondo in secondo e ora sente di essere vicina allo svenimento. Le parole della suora si fanno lontane e la vista si perde nel grigiore avvolto da un ronzio fastidioso che le intrappola i pensieri. Sente le gocce di sudore rotolarle lungo il corpo. Deve resistere.
- Il chiostro fu demolito e sopra, dal 1956, sorge un condominio.
La suora continua a parlare, ma ormai Flora è lontana, il processo di svenimento prosegue. La sagoma bianca della donna sfuma, ma cerca di fissare la sua penna che non ha più la punta appoggiata sul foglio che è quasi completamente bianco. Il ronzio è diventato un rombo. La sua maglietta bianca è intrisa di sudore e lo stomaco si stringe con violenza. La testa duole e la vista è completamente annebbiata. Suor Angela prosegue, non si accorge del malore che ha colpito Flora.
- Dal 1881 la chiesa appartiene al Duomo di Monza che vi ha ripreso il culto trasferendovi il titolo dell’antica vicina chiesa di san Maurizio, che era stata abbattuta per far posto alla via Ferdinandea, che oggi è via Vittorio Emanuele...
Un tonfo sordo e poi più nulla. Flora giace a terra e i ricordi le invadono come un veleno a effetto rapido ogni sinapsi del cervello.
*****
Un giorno tutto cominciò. Era ottobre, Flora aveva quindici anni e frequentava il secondo anno di liceo. Come le sue compagne, indossava sopra gli abiti un lungo grembiule blu con una lunga fila di bottoni bianchi allacciati davanti.
Ogni mattina, prima dell'inizio delle lezioni, tutte le alunne dovevano essere a scuola mezz'ora prima per recitare le preghiere e intonare canti, guidate da una suora insegnante. Le piaceva cantare e un giorno le proposero di entrare nel coro della scuola. Accettò volentieri, anche se l'impegno avrebbe implicato ore extra di permanenza nell'istituto per partecipare alle prove. Margot, la madre adottiva, era impegnata a tessere una relazione con un nuovo amante: più Flora stava lontano dagli artigli di quella donna travestita da femme fatale, meglio si sentiva.
Il coro era composto da una ventina di ragazze tra i quindici e i diciotto anni, accompagnate con la chitarra da due suorine giovani, dal viso liscio e pallido, incorniciato dal pesante velo grigio scuro, da cui spuntava appena il bordo della cuffietta bianca. Al collo, un crocifisso rosso sangue.
Il maestro di canto era un prete, don Michele Scaraffi, che era anche l'insegnante di greco: uomo molto alto e solido, dal portamento altero, coi capelli appena brizzolati pettinati all'indietro, non doveva avere più di quarant'anni. Indossava sempre la tradizionale veste nera, lunga fino alle caviglie. L'unica nota di colore che spiccava era il suo crocifisso smaltato di rosso che portava sempre al collo e gli scendeva fino al petto. Mentre parlava, si sfregava di continuo le mani. A Flora ricordava il gesto della mosca quando si posa e poi strofina le zampe anteriori una contro l'altra.
- Scaraffi - aveva pensato - si chiama quasi come gli orrendi bacherozzi neri con la corazza lucida, che sbucano all'improvviso, quando meno te l'aspetti.
Dopo qualche settimana di prove, un pomeriggio don Michele fece chiamare Flora nel suo studio, che era al quarto piano dell'istituto, in un'area del liceo in cui la giovane non aveva mai messo piede. Quando furono soli nell'ampia stanza, lui si sedette dietro la grande scrivania di legno antico, e cominciò a scrutarla. Non c'erano altre sedie, così Flora rimase in piedi in silenzio, in attesa. Quell'uomo le metteva molta soggezione e suscitava in lei un fascino particolare. Non le piaceva e sentiva scaturire da lui sensazioni particolari.
Il prete ruppe il silenzio: - Hai una bella voce, ma va educata a dovere.
Le sorrise e chinò il capo in avanti, facendole cenno di avvicinarsi. Flora, senza dire una parola, girò attorno alla scrivania e si mise proprio di fronte a lui. Don Michele scostò la sedia indietro per farle spazio e bloccò la ragazza tra sé e il tavolo.
- Ora sbottonati questo lungo grembiale, e fammi vedere cos'hai sotto. Le mie ragazze devono sempre essere vestite come si deve.
A Flora la richiesta parve insensata. Però ubbidì e aprì uno a uno i bottoni bianchi. Sotto indossava una camicia lilla e una gonna al ginocchio di lana viola.
Il prete la guardò con un mezzo sorriso, poi le prese un polso e la tirò ancora più vicino a sé. Con estrema rapidità le infilò una mano sotto la gonna, la insinuò nelle mutandine e la toccò fino nell'intimo.
Flora era paralizzata dalla situazione inaspettata. Non reagì. Notò solo la smorfia di stupore dell'uomo.
- Questa signorinella non è una brava bambina. Qui vedo che è già entrato qualcuno.
Flora si sentì raggelare il sangue nelle vene. Il suo segreto più intimo era stato scoperto. Non aveva parlato con nessuno di quell'orribile esperienza vissuta. Nella sua ingenuità da quindicenne non capiva come il prete potesse aver scoperto tutto.
Don Michele tolse la mano: - Hai mai raccontato a qualcuno quello che hai fatto?
- No, mai. - rispose la giovane con un filo di voce, senza guardarlo negli occhi, piena di vergogna.
- Guardami mentre ti parlo, bambina - disse l'uomo con tono rilassato.
Flora alzò lo sguardo. Lui le sorrise con benevolenza ma nei suoi occhi brillava una luce inquietante che le faceva paura.
- Mia bella bambina, hai bisogno di essere educata a dovere, altrimenti finirai su una cattiva strada. Mi occuperò io della tua educazione spirituale, perché non voglio che tu diventi una bambina perduta. In nome di Dio mi occuperò della tua anima. Tu però dovrai fidarti completamente di me, perché ti amo come se fossi una mia figlia.
Flora fissava gli occhi scuri e tremolanti di quel prete e si vedeva riflessa nelle sue pupille che parevano buchi nel tempo. Aveva come la certezza di aver già visto uno sguardo simile secoli prima e sentiva di riflesso sensazioni dolorose alle mani e alle gambe, come se i suoi arti fossero stritolati da ceppi di ferro. Lo stomaco si stringeva e il cuore batteva forte.
- Ricorda Flora. Non dovrai mai raccontare ciò che accade qui dentro. O il diavolo ti porterà dritto all'inferno.
Flora annuì con sincerità.
- Ora vai. Mi raccomando. Dio sa se menti.
Flora si girò di scatto, aprì la porta e corse via, attraversando i corridoi più veloce che poteva, col sangue che le pulsava alle tempie e le guance rigate dalle lacrime. L'offesa era stata feroce e la vergogna era un peso che le premeva sullo stomaco.
Quella sera, sdraiata nel suo letto, ripensò a quanto accaduto e volle trovare un lato positivo. Era una parte importante del suo carattere: per sopravvivere alle situazioni più tragiche bisogna sempre aggrapparsi a un appiglio di positività. Pensò di essere quasi contenta di poter finalmente condividere con qualcuno i suoi terribili segreti. Davvero quel prete avrebbe ripulito la sua anima e la vergogna covata intimamente finalmente sarebbe stata cancellata. Quello fu l'inizio. E fu anche la sua fine.
******
Flora riapre gli occhi e tutto intorno a lei è grigio e immerso in una nebbia confusa. La sua prospettiva è dal basso verso l'alto: intuisce di essere stesa sul pavimento e comprende di essere svenuta. Le voci giungono ancora da lontano, come un'eco proveniente da un'altra stanza. Scorge il volto di suor Angela Barni che la guarda preoccupata tenendole una mano.
- Signora Leth! Flora, si svegli! Aiuto, aiuto! C'è una donna che sta male!
Mentre la voce della monaca diventa comprensibile, anche le immagini diventano più nitide. Flora sta rinvenendo e un tremendo mal di testa si fa largo alla tempia destra.
- Sto bene, grazie, ora mi alzo - sussurra per rassicurare la suora.
- All'improvviso l'ho vista cadere dalla sedia e ho avuto paura che si fosse fatta davvero male - commenta la donna asciugandosi il sudore che le scende copiosamente da fronte e tempie.
- Venga che l'aiuto a rimettersi seduta.
La religiosa le prende entrambi i polsi e con forza inaspettata la issa fino alla vicina sedia. Flora si tasta la tempia e riconosce la tumefazione che le duole al solo tatto. Si apre la porta ed entra una giovane monaca alta e snella, che domanda: - Che succede?
- La signora Leth è svenuta - spiega suor Angela con tono più tranquillo, riprendendo il posto dietro la scrivania, mentre sistema un ciuffo di capelli dentro la cuffia
- Ora sto bene, grazie, è passato. Per fortuna ho solo un bernoccolo. Mi è già capitato: una volta nella caduta ho frantumato gli occhiali e una lente mi ha tagliato il sopracciglio.
- Vado a prenderle del ghiaccio - esclama la giovane suora che, senza attendere la risposta, si volta e sparisce chiudendo la porta dietro di sé.
- È in gravidanza?
Domanda a bruciapelo suor Angela.
- Oh no. A volte mi capita, soffro di pressione bassa e questo caldo fa brutti scherzi
- Farebbe meglio a farsi vedere da un medico.
- Ha ragione, più tardi andrò a misurare la pressione - risponde Flora mentendo. È in forte imbarazzo e vorrebbe chiudere in fretta lo spiacevole episodio, cercando di lasciare di sé un'impressione di assoluta normalità.
Si apre nuovamente la porta e rientra la monaca più giovane.
- Ecco la borsa del ghiaccio, le eviterà un brutto mal di testa.
Flora ringrazia, afferra la borsa morbida e l'appoggia alla tempia.
- La prego di continuare a raccontarmi ciò che sa.
Suor Angela esita un istante, poi decide di proseguire: apprezza la determinazione della giovane donna.
- Va bene, le dirò il resto.
- La facciata è del Settecento? - domanda Flora.
- Sì, barocchetto lombardo - risponde la suora. Poi indica a sinistra: - Guardi, laggiù si intravede ancora il portico d'ingresso dell'antico convento, con il vano che ospitava la ruota dove depositare i bambini abbandonati. Ora andiamo a vedere l'interno.
Si asciuga la fronte e apre il portale con una grossa chiave in ferro battuto. Dall'interno della chiesa esce l'aria fresca che per un istante dà sollievo alle donne. Lo scatto della serratura, il cigolio del vecchio legno e l'odore dell'incenso avviluppa l'olfatto di Flora provocandole nausea. I loro passi rimbombano nel silenzio assoluto della navata.
- L’interno anticamente era diviso da un muro trasversale per separare lo spazio riservato alle monache da quello pubblico, mentre il presbiterio era delimitato da una balaustra. Questa era la tipologia diffusa nelle chiese monastiche del tempo della Controriforma. Dopo la soppressione del 1785 il muro trasversale fu demolito.
Flora si guarda attorno. Adesso è tranquilla e può ammirare le decorazioni della chiesa avvolte nella penombra.
- Vi sono due altari laterali realizzati in occasione della ripresa del culto nell'Ottocento. Quello di sinistra è dedicato alla Madonna e la pala è un affresco quattrocentesco staccato dalla chiesa distrutta di san Maurizio. Quello di destra proviene dall’originaria chiesa di santa Margherita.
Flora osserva e scrive qualche parola sul taccuino. La poca luce non aiuta, ma il luogo è davvero suggestivo.
- Gli autori dei dipinti - prosegue la religiosa - sono Carlo Innocenzo Carloni, Carlo Perrucchetti e Giuseppe Castelli Juniore, che vi lavorarono attorno al 1740. Altre pitture sono attribuite a Francesco Antonio Bonacina, un quadraturista.
Flora osserva il dipinto del Bonacina, che ha realizzato al centro della volta un medaglione con una Gloria angelica e nelle volte a botte piccoli busti di sante: Caterina d'Alessandria con l'attributo della ruota, Margherita d'Antiochia, Cecilia con canne d'organo, Barbara con la torre.
- Qui non c'è altro da vedere. Ora andiamo nel convento - conclude suor Angela uscendo.
Chiude con cura le ampie ante di legno, fa scomparire in tasca la chiave di ferro battuto, sorride e si incammina nel convento, ultima vestigia del monastero che fu della badessa di Monza. Entrano dalla porta principale.
Flora ascolta le parole di suor Angela mentre avanzano nell'edificio.
- Al tempo di suor Virginia Maria De Leyva il monastero di santa Margherita si allungava lungo lo Spalto di Porta de' Grandi, oggi via Azzone Visconi, che costeggia il Lambretto. Vi si accedeva da un vicolo che adesso si chiama in sua memoria "via della Signora". Il monastero era stato un tempo delle Umiliate per passare poi all’ordine benedettino. Nel 1588 ospitava circa venti monache. Il convento da parecchi anni ospita una scuola dell'infanzia.
Si odono le voci allegre dei bambini.
- Andiamo in un posto più tranquillo.
Ancora pochi passi lungo il corridoio che un tempo era il portico del chiostro e suor Angela apre una porta: entra in un piccolo studiolo semplice, con una scrivania e qualche elemento di arredamento. La donna si siede sistemando la veste e il velo. Flora non vorrebbe sederle di fronte per evitare di trovarsi di nuovo faccia a faccia con quel crocifisso rosso sangue così simile a quello odiato per anni, ma non ha scelta. Si accomoda di fronte a lei, sulla sedia di legno.
- Le dirò quello che so sulla Monaca di Monza, ma non è molto.
Flora è nervosa ma deve agire in fretta. Ha una sola opportunità: tentare di fissare negli occhi la suora mentre parla per non guardare il suo sacro monile. Quasi non batte le palpebre mentre respira lentamente per aumentare l'autocontrollo. Ma i ricordi per affiorare non hanno bisogno dello stimolo visivo e nonostante la sua tenace lotta interiore, si fa largo prepotente il doloroso turbamento.
- Come sa il monastero è famoso per la vicenda di Marianna de Leyva, la Gertrude dei Promessi Sposi del Manzoni.
Basta un istante di esitazione e uno sguardo fulmineo un po' più in basso: ecco stagliarsi l'orripilante simbolo del suo personale orrore. Al centro della croce si staglia la figura del Cristo in posizione sofferente. Penzola trionfante al collo della religiosa: rosso lucido, di una tonalità intensa e piena, simile al colore del sangue che sgorga abbondante da una ferita. Flora avverte un primo lieve capogiro e teme che possa in breve invadere ogni ambito della sua mente, correre veloce lungo le sue membra e condurla fino allo svenimento. Deve resistere e ritrovare il controllo per scacciare i ricordi che sembrano voler esplodere come una detonazione violenta. Meglio concentrarsi solo sulle parole. Socchiude le palpebre, deglutisce la saliva divenuta amara e il capogiro pare allontanarsi un poco. Suor Angela non si è accorta del pallore di Flora.
- Marianna de Leyva era nata a Milano nel 1575. A quattordici anni fu rinchiusa nel convento e a sedici diventò monaca benedettina col nome di battesimo della madre, Virginia Maria. Nel 1597 incontrò per la prima volta Gian Paolo Osio, diventato famoso come l'Egidio manzoniano, che apparteneva a una famiglia di ricchi possidenti di origine bergamasca. La relazione durò dieci anni e si concluse nel 1608 con la condanna a morte dell'Osio e la reclusione di suor Virginia, che trascorse tredici anni nel ritiro delle prostitute pentite di Milano, dove morì nel 1652.
Flora tenta di scrivere qualche appunto. Conosce già i dettagli, però le serve uno spunto per aggrapparsi ad azioni concrete e tenere impegnata la mente lontana dal flusso dei ricordi.
- Agli inizi del Settecento - prosegue la monaca - la chiesa era in condizioni tanto precarie che nel 1736 si rese necessario il rifacimento totale. Nel 1785, soppresso il monastero e sconsacrata la chiesa, vari edifici del complesso furono venduti. Quelli del convento a meridione furono ceduti alle suore dell'ordine del Preziosissimo sangue di Cristo, di cui faccio parte anche io, e che vi risiedono tuttora.
Lo stato di Flora peggiora di secondo in secondo e ora sente di essere vicina allo svenimento. Le parole della suora si fanno lontane e la vista si perde nel grigiore avvolto da un ronzio fastidioso che le intrappola i pensieri. Sente le gocce di sudore rotolarle lungo il corpo. Deve resistere.
- Il chiostro fu demolito e sopra, dal 1956, sorge un condominio.
La suora continua a parlare, ma ormai Flora è lontana, il processo di svenimento prosegue. La sagoma bianca della donna sfuma, ma cerca di fissare la sua penna che non ha più la punta appoggiata sul foglio che è quasi completamente bianco. Il ronzio è diventato un rombo. La sua maglietta bianca è intrisa di sudore e lo stomaco si stringe con violenza. La testa duole e la vista è completamente annebbiata. Suor Angela prosegue, non si accorge del malore che ha colpito Flora.
- Dal 1881 la chiesa appartiene al Duomo di Monza che vi ha ripreso il culto trasferendovi il titolo dell’antica vicina chiesa di san Maurizio, che era stata abbattuta per far posto alla via Ferdinandea, che oggi è via Vittorio Emanuele...
Un tonfo sordo e poi più nulla. Flora giace a terra e i ricordi le invadono come un veleno a effetto rapido ogni sinapsi del cervello.
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Un giorno tutto cominciò. Era ottobre, Flora aveva quindici anni e frequentava il secondo anno di liceo. Come le sue compagne, indossava sopra gli abiti un lungo grembiule blu con una lunga fila di bottoni bianchi allacciati davanti.
Ogni mattina, prima dell'inizio delle lezioni, tutte le alunne dovevano essere a scuola mezz'ora prima per recitare le preghiere e intonare canti, guidate da una suora insegnante. Le piaceva cantare e un giorno le proposero di entrare nel coro della scuola. Accettò volentieri, anche se l'impegno avrebbe implicato ore extra di permanenza nell'istituto per partecipare alle prove. Margot, la madre adottiva, era impegnata a tessere una relazione con un nuovo amante: più Flora stava lontano dagli artigli di quella donna travestita da femme fatale, meglio si sentiva.
Il coro era composto da una ventina di ragazze tra i quindici e i diciotto anni, accompagnate con la chitarra da due suorine giovani, dal viso liscio e pallido, incorniciato dal pesante velo grigio scuro, da cui spuntava appena il bordo della cuffietta bianca. Al collo, un crocifisso rosso sangue.
Il maestro di canto era un prete, don Michele Scaraffi, che era anche l'insegnante di greco: uomo molto alto e solido, dal portamento altero, coi capelli appena brizzolati pettinati all'indietro, non doveva avere più di quarant'anni. Indossava sempre la tradizionale veste nera, lunga fino alle caviglie. L'unica nota di colore che spiccava era il suo crocifisso smaltato di rosso che portava sempre al collo e gli scendeva fino al petto. Mentre parlava, si sfregava di continuo le mani. A Flora ricordava il gesto della mosca quando si posa e poi strofina le zampe anteriori una contro l'altra.
- Scaraffi - aveva pensato - si chiama quasi come gli orrendi bacherozzi neri con la corazza lucida, che sbucano all'improvviso, quando meno te l'aspetti.
Dopo qualche settimana di prove, un pomeriggio don Michele fece chiamare Flora nel suo studio, che era al quarto piano dell'istituto, in un'area del liceo in cui la giovane non aveva mai messo piede. Quando furono soli nell'ampia stanza, lui si sedette dietro la grande scrivania di legno antico, e cominciò a scrutarla. Non c'erano altre sedie, così Flora rimase in piedi in silenzio, in attesa. Quell'uomo le metteva molta soggezione e suscitava in lei un fascino particolare. Non le piaceva e sentiva scaturire da lui sensazioni particolari.
Il prete ruppe il silenzio: - Hai una bella voce, ma va educata a dovere.
Le sorrise e chinò il capo in avanti, facendole cenno di avvicinarsi. Flora, senza dire una parola, girò attorno alla scrivania e si mise proprio di fronte a lui. Don Michele scostò la sedia indietro per farle spazio e bloccò la ragazza tra sé e il tavolo.
- Ora sbottonati questo lungo grembiale, e fammi vedere cos'hai sotto. Le mie ragazze devono sempre essere vestite come si deve.
A Flora la richiesta parve insensata. Però ubbidì e aprì uno a uno i bottoni bianchi. Sotto indossava una camicia lilla e una gonna al ginocchio di lana viola.
Il prete la guardò con un mezzo sorriso, poi le prese un polso e la tirò ancora più vicino a sé. Con estrema rapidità le infilò una mano sotto la gonna, la insinuò nelle mutandine e la toccò fino nell'intimo.
Flora era paralizzata dalla situazione inaspettata. Non reagì. Notò solo la smorfia di stupore dell'uomo.
- Questa signorinella non è una brava bambina. Qui vedo che è già entrato qualcuno.
Flora si sentì raggelare il sangue nelle vene. Il suo segreto più intimo era stato scoperto. Non aveva parlato con nessuno di quell'orribile esperienza vissuta. Nella sua ingenuità da quindicenne non capiva come il prete potesse aver scoperto tutto.
Don Michele tolse la mano: - Hai mai raccontato a qualcuno quello che hai fatto?
- No, mai. - rispose la giovane con un filo di voce, senza guardarlo negli occhi, piena di vergogna.
- Guardami mentre ti parlo, bambina - disse l'uomo con tono rilassato.
Flora alzò lo sguardo. Lui le sorrise con benevolenza ma nei suoi occhi brillava una luce inquietante che le faceva paura.
- Mia bella bambina, hai bisogno di essere educata a dovere, altrimenti finirai su una cattiva strada. Mi occuperò io della tua educazione spirituale, perché non voglio che tu diventi una bambina perduta. In nome di Dio mi occuperò della tua anima. Tu però dovrai fidarti completamente di me, perché ti amo come se fossi una mia figlia.
Flora fissava gli occhi scuri e tremolanti di quel prete e si vedeva riflessa nelle sue pupille che parevano buchi nel tempo. Aveva come la certezza di aver già visto uno sguardo simile secoli prima e sentiva di riflesso sensazioni dolorose alle mani e alle gambe, come se i suoi arti fossero stritolati da ceppi di ferro. Lo stomaco si stringeva e il cuore batteva forte.
- Ricorda Flora. Non dovrai mai raccontare ciò che accade qui dentro. O il diavolo ti porterà dritto all'inferno.
Flora annuì con sincerità.
- Ora vai. Mi raccomando. Dio sa se menti.
Flora si girò di scatto, aprì la porta e corse via, attraversando i corridoi più veloce che poteva, col sangue che le pulsava alle tempie e le guance rigate dalle lacrime. L'offesa era stata feroce e la vergogna era un peso che le premeva sullo stomaco.
Quella sera, sdraiata nel suo letto, ripensò a quanto accaduto e volle trovare un lato positivo. Era una parte importante del suo carattere: per sopravvivere alle situazioni più tragiche bisogna sempre aggrapparsi a un appiglio di positività. Pensò di essere quasi contenta di poter finalmente condividere con qualcuno i suoi terribili segreti. Davvero quel prete avrebbe ripulito la sua anima e la vergogna covata intimamente finalmente sarebbe stata cancellata. Quello fu l'inizio. E fu anche la sua fine.
******
Flora riapre gli occhi e tutto intorno a lei è grigio e immerso in una nebbia confusa. La sua prospettiva è dal basso verso l'alto: intuisce di essere stesa sul pavimento e comprende di essere svenuta. Le voci giungono ancora da lontano, come un'eco proveniente da un'altra stanza. Scorge il volto di suor Angela Barni che la guarda preoccupata tenendole una mano.
- Signora Leth! Flora, si svegli! Aiuto, aiuto! C'è una donna che sta male!
Mentre la voce della monaca diventa comprensibile, anche le immagini diventano più nitide. Flora sta rinvenendo e un tremendo mal di testa si fa largo alla tempia destra.
- Sto bene, grazie, ora mi alzo - sussurra per rassicurare la suora.
- All'improvviso l'ho vista cadere dalla sedia e ho avuto paura che si fosse fatta davvero male - commenta la donna asciugandosi il sudore che le scende copiosamente da fronte e tempie.
- Venga che l'aiuto a rimettersi seduta.
La religiosa le prende entrambi i polsi e con forza inaspettata la issa fino alla vicina sedia. Flora si tasta la tempia e riconosce la tumefazione che le duole al solo tatto. Si apre la porta ed entra una giovane monaca alta e snella, che domanda: - Che succede?
- La signora Leth è svenuta - spiega suor Angela con tono più tranquillo, riprendendo il posto dietro la scrivania, mentre sistema un ciuffo di capelli dentro la cuffia
- Ora sto bene, grazie, è passato. Per fortuna ho solo un bernoccolo. Mi è già capitato: una volta nella caduta ho frantumato gli occhiali e una lente mi ha tagliato il sopracciglio.
- Vado a prenderle del ghiaccio - esclama la giovane suora che, senza attendere la risposta, si volta e sparisce chiudendo la porta dietro di sé.
- È in gravidanza?
Domanda a bruciapelo suor Angela.
- Oh no. A volte mi capita, soffro di pressione bassa e questo caldo fa brutti scherzi
- Farebbe meglio a farsi vedere da un medico.
- Ha ragione, più tardi andrò a misurare la pressione - risponde Flora mentendo. È in forte imbarazzo e vorrebbe chiudere in fretta lo spiacevole episodio, cercando di lasciare di sé un'impressione di assoluta normalità.
Si apre nuovamente la porta e rientra la monaca più giovane.
- Ecco la borsa del ghiaccio, le eviterà un brutto mal di testa.
Flora ringrazia, afferra la borsa morbida e l'appoggia alla tempia.
- La prego di continuare a raccontarmi ciò che sa.
Suor Angela esita un istante, poi decide di proseguire: apprezza la determinazione della giovane donna.
- Va bene, le dirò il resto.
giovedì 4 febbraio 2010
Santa Margherita, la strega di Antiochia
Monza, 11 giugno 2001
Il cielo è incolore. Ha perduto l'azzurro per lasciare posto al grigio accecante del fitto strato di umidità. Nonostante sia mattino presto si preannuncia una giornata molto calda e afosa. Flora cammina rapidamente per raggiungere il ventre antico della città. L'aspetta suor Angela Barni per accompagnarla nella visita della chiesa di San Maurizio e del convento, quel poco che resta del monastero di santa Margherita, dove visse Gertrude, la Monaca di Monza. La suora è laureata in storia dell'arte e ha approfondito lo studio dell'architettura lombarda negli anni in cui si è dedicata all'insegnamento nel liceo artistico di Monza.
Flora imbocca la strada che conduce al grande portale di legno di san Maurizio. La chiesa di mattoni rossi si erge sulla sinistra, in fondo alla via. Finché non le si è di fronte, resta nascosta allo sguardo: non ha sagrato e la strada curva è ingombra di auto parcheggiate che luccicano al sole. Soffocate dai palazzi circostanti, convento e chiesa sono inglobate da architetture che annientano lo splendore delle scarne decorazioni esterne.
Quattrocento anni fa poco distante sorgeva la nobile e vasta proprietà di Gian Paolo Osio, l'Egidio descritto da Alessandro Manzoni, l'amante della Monaca di Monza. Era separata dal convento da quella che oggi si chiama "via della Signora". La dimora fu rasa al suolo quando Osio fu condannato a morte per i suoi terribili reati compiuti ai danni delle monache del convento.
Davanti al portale della chiesa Flora scorge suor Angela Barni fasciata nell'abito bianco. Difficile darle un'età: forse cinquant'anni, forse meno. Ha la pelle liscia e senza solchi come una pesca maturata al sole. Dietro le spesse lenti le sopracciglia scure evidenziano occhi sereni, che comunicano una quotidianità tranquilla senza affanni.
- Buongiorno signora Leth, la stavo aspettando.
Si passa una mano sulla cuffia e sistema il velo bianco che lascia visibili solo l'attaccatura dei capelli alle tempie.
- Buongiorno, spero che non mi stia attendendo da troppo tempo. - Risponde Flora sollevando appena gli occhiali da sole per non sembrare maleducata - Scusi, ma questa luce grigia mi dà un fastidio terribile.
Flora si gira per evitare i raggi diretti del sole. Così nota i particolari della bella facciata di mattoni rossi della chiesa.
- Conosceva già la nostra chiesa?
- Sì certo, l'ho già visitata, ma ho bisogno di rivederla con occhio diverso.
- Sta facendo una ricerca sulla Monaca di Monza. Intanto le dico ciò che ho studiato sulla chiesa e il nostro convento. Spesso riceviamo studiosi che partono da qui per farsi un'idea più precisa su quell'oscura vicenda.
Estrae da una tasca nascosta un fazzoletto bianco con cui si deterge il sudore dalla fronte.
Flora si volta e nota improvvisamente il crocifisso smaltato di rosso appeso al collo della suora. Forse la distrazione o il sole negli occhi, ma prima le era sfuggito. Guardando il simbolo sacro che si staglia sulla veste bianca un brivido le percorre la schiena. Distoglie immediatamente lo sguardo ma non basta: sente pulsare il sangue alle tempie e teme che da un momento all'altro le si annebbi completamente la vista. Deve reagire: tenta di focalizzare l'attenzione sulla decorazione che sovrastra il portale. È difficile concentrarsi: il pensiero guizza fulmineo a tanti anni prima, quando un incontro con un altro crocifisso le stravolse la vita. Ma ora deve assolutamente sigillare quel pensiero con la ceralacca della rimozione. Si morde più che può la punta della lingua. Trattiene a stento il dolore: il sapore del sangue tiepido le può ridonare la lucidità necessaria.
- Abbiamo da poco restaurato la facciata di questa splendida chiesa - spiega con orgoglio la monaca incurante del comportamento di Flora - poiché nel tempo i mattoni a vista avevano subito diversi interventi e tutte le scultore erano molto danneggiate dall'inquinamento.
Flora lotta ancora per annientare il ricordo doloroso. Le tremano le mani e fatica a recuperare la concentrazione.
- Abbiamo ingaggiato un architetto di Como davvero bravo - prosegue suor Angela con tono calmo, passandosi nuovamente il fazzoletto sulla fronte. - La facciata oggi presenta l'antica grazia.
Flora sta meglio, ma non vuole staccare gli occhi dal fregio di marmo bianco dove spicca il bassorilievo della Madonna. Incolla gli occhi sul volto elegante della decorazione. Fingendo di volerla ammirare meglio, indietreggia di qualche passo in strada. Il sole è nascosto dietro la facciata della chiesa, lasciandola in ombra. Intravede la sagoma bianca della suora, ma quel punto rosso sul petto le impedisce di guardarla nuovamente in viso. Ha bisogno ancora di qualche minuto di decompressione.
Suor Angela sembra una guida turistica esperta: - La chiesa sorge dal 1469 sul luogo ove un tempo era il monastero di santa Margherita, fondato nel Duecento dagli Umiliati con il nome di Puteo Vaghetto. Inizialmente era misto ma, dalla fine del Trecento, fu occupato solo dalle monache dell’ordine. Col tempo, vi confluirono anche altre comunità umiliate monzesi.
Flora è quasi ritornata in sé. Estrae dalla borsetta il taccuino con la copertina rossa. Prova a prendere appunti per tenere a bada lo stato d'ansia.
- Nel Cinquecento, per volere dell'arcivescovo Carlo Borromeo, entrarono a far parte della comunità anche le monache di santa Maria Maddalena in Monza, che vi rimasero sino alla morte del santo.
La suora fa una breve pausa. Asciuga il sudore che ora le scende anche lungo le tempie. Ricomincia a parlare più lentamente.
- Nel 1469 fu costruita una nuova chiesa dedicata alle sante Margherita e Caterina al posto dell'oratorio medievale. Come avrà notato, la facciata ha il profilo a capanna ed è divisa in due ordini sovrapposti. Il secondo ordine ha il timpano sormontato da quelle tre statue.
Flora adesso è una sola. A parte un po' di affanno, può ritornare a essere se stessa. Può alternare sguardi col naso all'insù a rapidi movimenti per scrivere rapidamente parole chiave per ricostruire poi un discorso più articolato. Si sente più calma.
- Sopra il portale c'è il timpano di marmo bianco, dove spicca al centro un medaglione con il busto della Madonna.
È il fregio che ha colpito Flora poco prima.
- È davvero splendido - commenta Flora ammirata dalla delicatezza dei tratti della Vergine.
- Le due figure allegoriche adagiate sopra i salienti sono la Speranza e la Fede. Sul culmine della facciata si erge la statua di santa Margherita, contraddistinta dalla croce e dal drago.
- Da qui non vedo le statue - Flora interrompe per indietreggiare di una decina di metri tenendo lo sguardo puntato verso l'alto. Bisognerebbe andare in fondo alla via, pensa.
Mentre si allontana, Flora ricorda Margherita di Antiochia, la più bella fanciulla dell'antica città di Siria, sulle rive del fiume Oronte, nell'odierna Turchia. Secondo la leggenda scritta in greco da Teotimo, Margherita nacque nel 275 dopo Cristo. Figlia di un sacerdote pagano, dopo la morte della giovane madre che non sopravvisse al doloroso primo parto, fu affidata alla balia Mirta, che praticava clandestinamente il cristianesimo durante la persecuzione dell'imperatore romano Diocleziano. Senza dire nulla al padre legittimo, Mirta allevò la bambina nella sua religione. Gli anni trascorsero e il sacerdote pagano si rifece una famiglia. Ormai cresciuta e in età da marito, Margherita tornò nella casa del padre, dichiarando la sua fede e la volontà di voler restare vergine. Il buon padre si spaventò a morte. Ben conosceva i supplizi cui erano sottoposti i cristiani e chi li proteggeva. L'uomo la cacciò: temeva il pericolo che la figlia avrebbe fatto abbattere sulla sue proprietà e la sua nuova figliolanza.
Ripudiata dal padre, la giovinetta tornò quindi dalla balia, che la adottò e le affidò la cura del suo gregge.
Fu in questo periodo che la conobbe Flora. Si incontravano alla fonte e chiacchieravano spensieratamente. Margherita era poco più che una bambina, ma a quell'epoca si diventava donne in fretta. Lunghi capelli neri, una leggera tunica lungo i fianchi, occhi ampi e languidi. Un giorno, mentre pascolava le pecore fu notata dal viscido prefetto Ollario che tentò di sedurla. L'approcciò con qualche parola dolce, ma passò subito alle vie di fatto. Complice la tranquillità dei campi, voleva farla sua. Sapeva che la fanciulla non aveva né padre né fratelli, per cui l'avrebbe fatta franca senza problemi. Ma la dolce Margherita fu irremovibile. Trovò in sé una forza impensata. Aveva consacrato la sua verginità a Dio, così restò impassibile mentre Olliaro le infilava le mani lerce sotto la tunica e non ebbe paura di confessargli la sua fede proibita. La leggenda del greco Teotimo narra che bastarono le parole «Solo Dio sarà il mio sposo» per far desistere l'aggressore. Flora invece ricorda che dovette intervenire con un bakudò, un incantesimo di immobilizzazione. Disegnò un cerchio sul terreno, lo divise in quattro parti. La magia incantò il cerchio, causando una fuoriuscita di energia. L'uomo si bloccò, era un debole e vigliacco. Margherita radunò le sue pecore e scappò a casa, sicura che la mano di Dio fosse calata sulla sua testa per proteggerla. Raccontò tutto alla balia Mirta, che l'abbracciò stretta, consapevole dell'ineluttabilità del loro destino.
Nel frattempo, umiliato, il bieco prefetto maturò la sua vendetta: corse a denunciare la fanciulla come cristiana e Flora come strega. Due delitti ritenuti peggiori dell'omicidio. Il giorno stesso Margherita e Flora furono incarcerate separatamente. Mirta fu gettata in una cella non lontana, ma le tre donne non potevano neppure sentire in lontananza le grida reciproche.
Quella notte il demonio in persona visitò Margherita: voleva convincerla a entrare nella vasta schiera delle sue adepte. Le apparve sotto forma di drago e, al suo rifiuto, la inghiottì in un solo boccone. Margherita, secondo Teotimo, armata della croce, squarciò il ventre del drago dall'interno e ne uscì vittoriosa. Per questo motivo la dolce quanto sanguinaria piccola santa è tutt'oggi invocata per ottenere un parto facile. Ma Flora sa che Teotimo documentò il falso. Il demonio non commise uno sbaglio del genere e Margherita non poteva avere con sé una croce in cella. La fanciulla accettò il corteggiamento del potente diavolo dal viso d'angelo che l'affascinò catturandone l'anima per l'eternità.
Il giorno successivo la fanciulla fu nuovamente interrogata e torturata per convincerla ad abiurare, ma continuò a dichiararsi cristiana. Improvvisamente, la terra fu sconvolta da una potente scossa di terremoto. Niente magia, nessun miracolo: fu un sisma naturale che aprì profonde fenditure e inghiottì abitazioni e persone.
Mentre il panico colse l'intera popolazione, Margherita non si scompose e rimase immobile davanti ai suoi carnefici terrorizzati. Secondo la leggenda, quando la terra si fermò, una colomba scese dal cielo e le pose una corona sul capo. Flora ancora sorride pensando a come sia riuscita a incantarli con un trucco così semplice.
Ma neppure questo secondo "miracolo" servì a redimere i tenaci aguzzini. La loro condanna era stata decisa. Dopo aver resistito a vari tormenti, furono infine decapitate. La bella testa di Margherita rotolò dal patibolo, mentre l'anima dannata prese la via degli inferi. Era il 290 dopo Cristo e lei aveva quindici anni.
La sua storia nei secoli non finì qui. La santa e strega Giovanna D'Arco dichiarò che una delle voci celesti che udiva era proprio quella di santa Margherita, che le appariva insieme all'arcangelo Michele e a santa Caterina di Alessandria. Flora sa che Margherita fu più strega che santa, ma questa sottile differenza è stata cancellata nel corso dei secoli.
Assieme a Margherita una schiera di altre fanciulle passò alla storia per la presunta santità, invece che essere incriminate per i sortilegi che usarono. Flora ne ha incontrate tante nelle sue vite passate.
Il cielo è incolore. Ha perduto l'azzurro per lasciare posto al grigio accecante del fitto strato di umidità. Nonostante sia mattino presto si preannuncia una giornata molto calda e afosa. Flora cammina rapidamente per raggiungere il ventre antico della città. L'aspetta suor Angela Barni per accompagnarla nella visita della chiesa di San Maurizio e del convento, quel poco che resta del monastero di santa Margherita, dove visse Gertrude, la Monaca di Monza. La suora è laureata in storia dell'arte e ha approfondito lo studio dell'architettura lombarda negli anni in cui si è dedicata all'insegnamento nel liceo artistico di Monza.
Flora imbocca la strada che conduce al grande portale di legno di san Maurizio. La chiesa di mattoni rossi si erge sulla sinistra, in fondo alla via. Finché non le si è di fronte, resta nascosta allo sguardo: non ha sagrato e la strada curva è ingombra di auto parcheggiate che luccicano al sole. Soffocate dai palazzi circostanti, convento e chiesa sono inglobate da architetture che annientano lo splendore delle scarne decorazioni esterne.
Quattrocento anni fa poco distante sorgeva la nobile e vasta proprietà di Gian Paolo Osio, l'Egidio descritto da Alessandro Manzoni, l'amante della Monaca di Monza. Era separata dal convento da quella che oggi si chiama "via della Signora". La dimora fu rasa al suolo quando Osio fu condannato a morte per i suoi terribili reati compiuti ai danni delle monache del convento.
Davanti al portale della chiesa Flora scorge suor Angela Barni fasciata nell'abito bianco. Difficile darle un'età: forse cinquant'anni, forse meno. Ha la pelle liscia e senza solchi come una pesca maturata al sole. Dietro le spesse lenti le sopracciglia scure evidenziano occhi sereni, che comunicano una quotidianità tranquilla senza affanni.
- Buongiorno signora Leth, la stavo aspettando.
Si passa una mano sulla cuffia e sistema il velo bianco che lascia visibili solo l'attaccatura dei capelli alle tempie.
- Buongiorno, spero che non mi stia attendendo da troppo tempo. - Risponde Flora sollevando appena gli occhiali da sole per non sembrare maleducata - Scusi, ma questa luce grigia mi dà un fastidio terribile.
Flora si gira per evitare i raggi diretti del sole. Così nota i particolari della bella facciata di mattoni rossi della chiesa.
- Conosceva già la nostra chiesa?
- Sì certo, l'ho già visitata, ma ho bisogno di rivederla con occhio diverso.
- Sta facendo una ricerca sulla Monaca di Monza. Intanto le dico ciò che ho studiato sulla chiesa e il nostro convento. Spesso riceviamo studiosi che partono da qui per farsi un'idea più precisa su quell'oscura vicenda.
Estrae da una tasca nascosta un fazzoletto bianco con cui si deterge il sudore dalla fronte.
Flora si volta e nota improvvisamente il crocifisso smaltato di rosso appeso al collo della suora. Forse la distrazione o il sole negli occhi, ma prima le era sfuggito. Guardando il simbolo sacro che si staglia sulla veste bianca un brivido le percorre la schiena. Distoglie immediatamente lo sguardo ma non basta: sente pulsare il sangue alle tempie e teme che da un momento all'altro le si annebbi completamente la vista. Deve reagire: tenta di focalizzare l'attenzione sulla decorazione che sovrastra il portale. È difficile concentrarsi: il pensiero guizza fulmineo a tanti anni prima, quando un incontro con un altro crocifisso le stravolse la vita. Ma ora deve assolutamente sigillare quel pensiero con la ceralacca della rimozione. Si morde più che può la punta della lingua. Trattiene a stento il dolore: il sapore del sangue tiepido le può ridonare la lucidità necessaria.
- Abbiamo da poco restaurato la facciata di questa splendida chiesa - spiega con orgoglio la monaca incurante del comportamento di Flora - poiché nel tempo i mattoni a vista avevano subito diversi interventi e tutte le scultore erano molto danneggiate dall'inquinamento.
Flora lotta ancora per annientare il ricordo doloroso. Le tremano le mani e fatica a recuperare la concentrazione.
- Abbiamo ingaggiato un architetto di Como davvero bravo - prosegue suor Angela con tono calmo, passandosi nuovamente il fazzoletto sulla fronte. - La facciata oggi presenta l'antica grazia.
Flora sta meglio, ma non vuole staccare gli occhi dal fregio di marmo bianco dove spicca il bassorilievo della Madonna. Incolla gli occhi sul volto elegante della decorazione. Fingendo di volerla ammirare meglio, indietreggia di qualche passo in strada. Il sole è nascosto dietro la facciata della chiesa, lasciandola in ombra. Intravede la sagoma bianca della suora, ma quel punto rosso sul petto le impedisce di guardarla nuovamente in viso. Ha bisogno ancora di qualche minuto di decompressione.
Suor Angela sembra una guida turistica esperta: - La chiesa sorge dal 1469 sul luogo ove un tempo era il monastero di santa Margherita, fondato nel Duecento dagli Umiliati con il nome di Puteo Vaghetto. Inizialmente era misto ma, dalla fine del Trecento, fu occupato solo dalle monache dell’ordine. Col tempo, vi confluirono anche altre comunità umiliate monzesi.
Flora è quasi ritornata in sé. Estrae dalla borsetta il taccuino con la copertina rossa. Prova a prendere appunti per tenere a bada lo stato d'ansia.
- Nel Cinquecento, per volere dell'arcivescovo Carlo Borromeo, entrarono a far parte della comunità anche le monache di santa Maria Maddalena in Monza, che vi rimasero sino alla morte del santo.
La suora fa una breve pausa. Asciuga il sudore che ora le scende anche lungo le tempie. Ricomincia a parlare più lentamente.
- Nel 1469 fu costruita una nuova chiesa dedicata alle sante Margherita e Caterina al posto dell'oratorio medievale. Come avrà notato, la facciata ha il profilo a capanna ed è divisa in due ordini sovrapposti. Il secondo ordine ha il timpano sormontato da quelle tre statue.
Flora adesso è una sola. A parte un po' di affanno, può ritornare a essere se stessa. Può alternare sguardi col naso all'insù a rapidi movimenti per scrivere rapidamente parole chiave per ricostruire poi un discorso più articolato. Si sente più calma.
- Sopra il portale c'è il timpano di marmo bianco, dove spicca al centro un medaglione con il busto della Madonna.
È il fregio che ha colpito Flora poco prima.
- È davvero splendido - commenta Flora ammirata dalla delicatezza dei tratti della Vergine.
- Le due figure allegoriche adagiate sopra i salienti sono la Speranza e la Fede. Sul culmine della facciata si erge la statua di santa Margherita, contraddistinta dalla croce e dal drago.
- Da qui non vedo le statue - Flora interrompe per indietreggiare di una decina di metri tenendo lo sguardo puntato verso l'alto. Bisognerebbe andare in fondo alla via, pensa.
Mentre si allontana, Flora ricorda Margherita di Antiochia, la più bella fanciulla dell'antica città di Siria, sulle rive del fiume Oronte, nell'odierna Turchia. Secondo la leggenda scritta in greco da Teotimo, Margherita nacque nel 275 dopo Cristo. Figlia di un sacerdote pagano, dopo la morte della giovane madre che non sopravvisse al doloroso primo parto, fu affidata alla balia Mirta, che praticava clandestinamente il cristianesimo durante la persecuzione dell'imperatore romano Diocleziano. Senza dire nulla al padre legittimo, Mirta allevò la bambina nella sua religione. Gli anni trascorsero e il sacerdote pagano si rifece una famiglia. Ormai cresciuta e in età da marito, Margherita tornò nella casa del padre, dichiarando la sua fede e la volontà di voler restare vergine. Il buon padre si spaventò a morte. Ben conosceva i supplizi cui erano sottoposti i cristiani e chi li proteggeva. L'uomo la cacciò: temeva il pericolo che la figlia avrebbe fatto abbattere sulla sue proprietà e la sua nuova figliolanza.
Ripudiata dal padre, la giovinetta tornò quindi dalla balia, che la adottò e le affidò la cura del suo gregge.
Fu in questo periodo che la conobbe Flora. Si incontravano alla fonte e chiacchieravano spensieratamente. Margherita era poco più che una bambina, ma a quell'epoca si diventava donne in fretta. Lunghi capelli neri, una leggera tunica lungo i fianchi, occhi ampi e languidi. Un giorno, mentre pascolava le pecore fu notata dal viscido prefetto Ollario che tentò di sedurla. L'approcciò con qualche parola dolce, ma passò subito alle vie di fatto. Complice la tranquillità dei campi, voleva farla sua. Sapeva che la fanciulla non aveva né padre né fratelli, per cui l'avrebbe fatta franca senza problemi. Ma la dolce Margherita fu irremovibile. Trovò in sé una forza impensata. Aveva consacrato la sua verginità a Dio, così restò impassibile mentre Olliaro le infilava le mani lerce sotto la tunica e non ebbe paura di confessargli la sua fede proibita. La leggenda del greco Teotimo narra che bastarono le parole «Solo Dio sarà il mio sposo» per far desistere l'aggressore. Flora invece ricorda che dovette intervenire con un bakudò, un incantesimo di immobilizzazione. Disegnò un cerchio sul terreno, lo divise in quattro parti. La magia incantò il cerchio, causando una fuoriuscita di energia. L'uomo si bloccò, era un debole e vigliacco. Margherita radunò le sue pecore e scappò a casa, sicura che la mano di Dio fosse calata sulla sua testa per proteggerla. Raccontò tutto alla balia Mirta, che l'abbracciò stretta, consapevole dell'ineluttabilità del loro destino.
Nel frattempo, umiliato, il bieco prefetto maturò la sua vendetta: corse a denunciare la fanciulla come cristiana e Flora come strega. Due delitti ritenuti peggiori dell'omicidio. Il giorno stesso Margherita e Flora furono incarcerate separatamente. Mirta fu gettata in una cella non lontana, ma le tre donne non potevano neppure sentire in lontananza le grida reciproche.
Quella notte il demonio in persona visitò Margherita: voleva convincerla a entrare nella vasta schiera delle sue adepte. Le apparve sotto forma di drago e, al suo rifiuto, la inghiottì in un solo boccone. Margherita, secondo Teotimo, armata della croce, squarciò il ventre del drago dall'interno e ne uscì vittoriosa. Per questo motivo la dolce quanto sanguinaria piccola santa è tutt'oggi invocata per ottenere un parto facile. Ma Flora sa che Teotimo documentò il falso. Il demonio non commise uno sbaglio del genere e Margherita non poteva avere con sé una croce in cella. La fanciulla accettò il corteggiamento del potente diavolo dal viso d'angelo che l'affascinò catturandone l'anima per l'eternità.
Il giorno successivo la fanciulla fu nuovamente interrogata e torturata per convincerla ad abiurare, ma continuò a dichiararsi cristiana. Improvvisamente, la terra fu sconvolta da una potente scossa di terremoto. Niente magia, nessun miracolo: fu un sisma naturale che aprì profonde fenditure e inghiottì abitazioni e persone.
Mentre il panico colse l'intera popolazione, Margherita non si scompose e rimase immobile davanti ai suoi carnefici terrorizzati. Secondo la leggenda, quando la terra si fermò, una colomba scese dal cielo e le pose una corona sul capo. Flora ancora sorride pensando a come sia riuscita a incantarli con un trucco così semplice.
Ma neppure questo secondo "miracolo" servì a redimere i tenaci aguzzini. La loro condanna era stata decisa. Dopo aver resistito a vari tormenti, furono infine decapitate. La bella testa di Margherita rotolò dal patibolo, mentre l'anima dannata prese la via degli inferi. Era il 290 dopo Cristo e lei aveva quindici anni.
La sua storia nei secoli non finì qui. La santa e strega Giovanna D'Arco dichiarò che una delle voci celesti che udiva era proprio quella di santa Margherita, che le appariva insieme all'arcangelo Michele e a santa Caterina di Alessandria. Flora sa che Margherita fu più strega che santa, ma questa sottile differenza è stata cancellata nel corso dei secoli.
Assieme a Margherita una schiera di altre fanciulle passò alla storia per la presunta santità, invece che essere incriminate per i sortilegi che usarono. Flora ne ha incontrate tante nelle sue vite passate.
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