Milano, 19 giugno 2001
Una luce accecante sovrasta i cieli di Milano. La spessa umidità palpabile sembra un fastidioso cuscino invisibile che rallenta ogni spostamento. La totale assenza di aria in movimento costringe le persone a boccheggiare come pesci che respirano in un immenso acquario metropolitano. La ricerca dell'ombra è inutile poiché la temperatura è ugualmente insopportabile sia in pieno sole, sia al cospetto di uno dei tanti palazzi grigi del centro città.
In via Montenapoleone la grosse auto di lusso luccicano linde parcheggiate sui marciapiedi, incuranti dei passanti costretti a slalom infiniti. Splendide creature dai corpi perfetti fanno la spola cariche di pacchi e sacchetti tra i negozi e gli autisti, pronti a caricare gli acquisti nei capienti portabagagli. Incuranti dei tacchi vertiginosi che affondano lenti nel catrame surriscaldato, le belle fate dello shopping mascherano le loro fatue emozioni dietro a grandi occhiali da sole che filtrano la realtà rendendola più accettabile anche ai loro occhi di donne vissute.
Flora stamattina deve incontrare Vinicio Amaranto. È in ritardo di qualche giorno sulla data dell'appuntamento, ma è stata costretta a rimandare. La notte seguente l'incredibile incontro con la Monaca di Monza è stata colta da una febbre improvvisa. Il repentino peggioramento di salute ha immediatamente preoccupato Nabe, la tata australiana, che raramente ha visto la donna ammalata nonostante la conosca da almeno duecento anni.
Nonostante le resistenze di Flora, facendo leva sul fatto che la piccola Dora ha bisogno di una madre in piena salute, Nabe è riuscita a convincerla a farsi visitare dal medico di famiglia, che le ha diagnosticato un'infezione da streptococco. Nulla di grave: antibiotici e riposo. La componente più dolorosa è stata che la condanna al letto per qualche giorno e il rischio di contagio le ha impedito di far visita all'amato Giulio. La salute del suo compagno è talmente precaria che deve rinunciare a vederlo anche se ha un semplice raffreddore: inscatolato nel polmone d'acciaio non può reggere agli attacchi virali alle vie respiratorie.
Flora ha potuto però dedicarsi alle coccole di Dora, che ha approfittato della sua presenza in casa per farsi leggere antiche fiabe stampate su libri illustrati, mentre le infilava le dita affusolate tra le ciocche dei capelli biondo oro.
Flora non ha raccontato dell'incontro avvenuto con suor Virginia né a Nadia né tanto meno a suor Angela Barni, anche se l'è sembrata una persona di cui fidarsi. Un paio di giorni prima le aveva comunque fatto una telefonata per rassicurarla del fatto che il malore improvviso probabilmente fosse dovuto all'indebolimento causato dallo streptococco.
Suor Angela aveva concluso la telefonata conservando una sensazione di titubanza: non che mettesse in dubbio le parole di Flora Leth che si annunciava malata, però qualcosa nel comportamento di quella donna le sfuggiva. Svenimento a parte, perché la ricercatrice le aveva chiesto di restare nel chiostro da sola a riflettere sugli appunti per poi invece scappare di corsa dopo meno di due minuti? Mentre stava pensando di chiederle di rimanere a pranzo assieme alle consorelle, Flora si era alzata da terra e le aveva detto che il tempo a sua disposizione era finito e doveva correre dalla figlia.
- Due soli minuti a che le saranno serviti? Venire fin qui per un briciolo di tempo pare una follia. Dev'esserci un'altra spiegazione che non riguarda neppure la malattia, o l'avrebbe detto.
La notte seguente l'incontro con suor Virginia Maria, quella della febbre alta, un sonno agitato non aveva fatto riposare Flora, che la mattina si era svegliata con gli occhi gonfi e un mal di testa che le comprimeva le tempie.
Mentre misurava la febbre le venne in mente che la notte aveva ricordato la terza santa raffigurata nelle decorazioni della chiesa di san Maurizio di Monza. Dopo Margherita e le vicende di Caterina, nel buio della sua camera da letto aveva lungamente ripensato a Cecilia. Tutte e tre ricordate come sante dalla tradizione cristiana, tutte e tre invece streghe potenti secondo le sensazioni provate da Flora.
Qualcuno potrebbe pensare che anni di studio di libri, documenti e manoscritti, uniti alla visione di immagini miniate o dipinte da artisti fantasiosi le abbiano iniettato tali e tante informazioni e nozioni che quando la sua mente è affaticata o sopita si scatenano, iniziando una danza macabra nel suo subconscio, creando ricordi a metà strada tra il sogno e la veglia, tra la visione e l'allucinazione. Tra la follia e la realtà: questa potrebbe essere una spiegazione razionale. Flora ride: - Quasi quasi potrei parlarne ora con Vinicio Amaranto, che è stato uno psicanalista e sicuramente potrebbe tentare una terapia per curarmi.
Lo strano sogno è cominciato con una musica lontana. Era la cetra suonata ai tempi di Cecilia, la nobile romana moglie di Valeriano che, tra tante fanciulle di buona famiglia, scelse lei: la più seducente, la più conturbante. Danzava morbidamente al centro del salone riccamente decorato e illuminato da torce come se fosse pieno giorno. Occhi da cerbiatta, movenze da gatta, corpo esile e vita sottile. Il biondo Valeriano fu stregato da Cecilia con un antico sortilegio ottenuto da radici di mandragola preparato da Flora in persona, che viveva ai margini della corte di Roma.
Subito dopo le nozze la sposa con sfacciataggine rivelò al neo sposo di aver fatto voto di perpetua verginità: aveva scelto di restare fedele a Cristo.
Lo sgomento catturò il povero Valeriano, che si accasciò carico di dolore sui cuscini color porpora: tanto aveva bramato il corpo di quella meravigliosa fanciulla. Non volle però ripudiare Cecilia perché l'amava. La tradizione cristiana narra che il marito preferì accettare la situazione e lasciarsi convertire al cristianesimo. Flora rammenta invece che fu un potentissimo incantesimo preparato con sangue di toro sgozzato a tenere legati Cecilia e Valeriano, il quale forse sperava di ottenere in cambio, prima o poi, favori particolari dalla amata moglie.
Passò qualche tempo. Spesso Cecilia si inginocchiava a pregare in estasi celestiale. Altre volte preparava misteriose ricette da servirgli in coppe fumanti obbligandolo a bere con dolce insistenza. Il desiderio di possederla crebbe sempre più, ma la moglie era abile e riusciva a sfuggire alle sottili richieste di Valeriano.
Lo sventurato marito in breve tempo si ammalò. Ansimava bagnato di sudore nel suo letto, avvolto da lenzuola di seta bianca, mentre le schiave gli inumidivano la fronte. Cecilia prima pregava Dio con trasporto e poi recitava parole magiche nella speranza che un miracolo o un sortilegio strappassero dalla morte il buon marito. Nascosta nei suoi appartamenti, consultava gli spiriti delle antenate per farsi rivelare la formula di una pozione per guarirlo. Ma i disperati tentativi di Cecilia non riuscirono a strappare alla morte Valeriano.
Rimasta vedova e senza protezione, la giovane donna era perduta. Il suo potere si affievolì molto. Almachio, lo spregevole prefetto di Roma, la desiderava da tempo, sin dalla prima volta che la vide al banchetto di nozze. La invitò a una passeggiata nel suo giardino abbellito da fontane zampillanti e piante di cedro. Dapprima le parlò con gentilezza, poi tentò di cingerle la vita. Cecilia lo respinse con sdegno: quell'uomo grasso e puzzolente come un porco non doveva neppure osare a sfiorarla con un dito.
Almachio, roso dalla rabbia per la cocente umiliazione si vendicò e l'accusò in pubblico di professare il cristianesimo. Ordinò alle guardie di trascinarla per i capelli in carcere per interrogarla e farla confessare con l'aiuto di tenaglie roventi. Cecilia ammise fieramente di professare il culto proibito e finì i suoi giorni decapitata con un colpo netto. La sua bella testa riccioluta finì nella cesta. Gli occhi da cerbiatta rimasero semiaperti. I suoi poteri indeboliti nulla poterono contro gli aguzzini.
L'alba seguente Flora si era svegliata madida di sudore, la febbre era salita nella notte. Voleva alzarsi per prendere un bicchiere d'acqua, ma non riusciva a muoversi dal letto. Nonostante la testa pesante, continuava a pensare a Cecilia.
- Da dove arriva questo ricordo? L'ho conosciuta nell'antica Roma o ho immaginato tutto? L'ho vista raffigurata nella chiesa vicino al convento di santa Margherita: ero con suor Angela. Cecilia era dipinta secondo la tradizione, con in mano un organo.
Ripensandoci, non sapeva nemmeno perché ancora oggi la santa sia venerata come la patrona della musica.
- Fu un'errata interpretazione medievale degli scritti latini. Cecilia non sapeva suonare!
Flora ricorda che al banchetto nuziale, al quale partecipò come indovina, erano i musici a suonare.
- In realtà i codici più antichi riportano Candentibus organis, Caecilia virgo... Gli "organi", quindi, non sarebbero affatto strumenti musicali, ma di tortura. Quei ferri incandescenti che le lacerarono le carni. Fatto sta che la tradizione iconografica pittorica l'ha sempre rappresentata con un piccolo organo a canne a fianco.
Mentre si arrovellava intrecciando nozioni storiche con ricordi pazzeschi di una vita vissuta mille cinquecento anni prima, improvvisamente Flora avvertì un pungente torpore al braccio destro. Solo in quel momento si accorse che Dora stava dormendo premendole il braccio.
- Come ha fatto la bambina ad arrivare qui da sola? Impossibile che abbia scavalcato le sbarre del lettino. Impossibile.
*****
Mentre cammina con la borsa a tracolla in zona Brera, Flora ripensa alla silhouette della Monaca di Monza e alla sua voce che sembra figlia di un tempo remoto. Ancora adesso ripensando a quei momenti le si riempiono di brividi le braccia nude. Tra tanti flash back reali come ricordi vissuti, sogni inquietanti e visioni così vivide da sembrare vere, mai in questa vita aveva provato la sensazione così forte e reale di essere in prossimità di quella che poteva essere solamente un'apparizione. Né un fantasma, né un'allucinazione: pareva così reale che allungando un braccio di certo l'avrebbe toccata.
- Certo è che quel chiostro ha qualcosa di magico. Devo assolutamente tornarci. L'importante è non destare sospetti in suor Angela Barni, non voglio finire rinchiusa in un manicomio.
Flora ascolta il rumore prodotto dai suoi tacchi bassi sul pavé e guarda la punta delle dita non smaltate che fanno capolino dai sandali aperti blu. C'è poco traffico: le scuole sono finite e Milano si sta vuotando progressivamente. Le signore bene di quest'angolo fortunato di città hanno già raggiunto splendide località marine dove rinfrescarsi coi bambini.
- Povera Dora, costretta con questo caldo in città almeno fino ad agosto.
Flora si è vestita con cura stamattina, indossando l'abitino di seta cotta che a Giulio piaceva tanto.
- Che gli piace tanto - si corregge aggrottando le sopracciglia e aggiustandosi gli occhiali da sole scivolati sul naso sudato.
******
Prima di lasciarla salire allo studio del terzo piano di Vinicio Amaranto, Martin ha scrupolosamente avvisato il padrone che Flora Leth è in attesa in portineria.
- Sono le nuove disposizione del Maestro - si giustifica con un sorriso imbarazzato il giovane pachistano che conosce la ragazza ormai da tre anni. La pelle tesa del viso ambrato lascia spazio a un sorriso contagioso caratterizzato da una dentatura perfetta dal mirabile candore. Flora contraccambia senza dire nulla mentre pensa a un antico amore vissuto in India forse mille anni prima con uno splendido incantatore di serpenti e di anime umane: gli stessi occhi neri rimarcati dall'henné, una simile capigliatura fortificata da un'alimentazione molto speziata, entrambi dotati di fisico estremamente asciutto che denota autodisciplina alimentare quotidiana.
Ottenuto il permesso di accedere, Flora sale le scale a piedi rinunciando al solito viaggio suggestivo nell'ascensore liberty. Vuole recuperare le forze in fretta dopo la febbre e i giorni trascorsi chiusa in casa immersa nella lettura di libri sulla storia di Monza nel Cinquecento.
Vinicio Amaranto l'aspetta comodamente disteso sul lettino da psicanalista, un vezzo al quale davvero non riesce a rinunciare. L'aria condizionata non funziona e l'odore stantio di chiuso, unito a quello di sigaro, aggrediscono l'olfatto sensibile di Flora che istintivamente fa una smorfia di disgusto.
Nonostante il caldo afoso insopportabile, l'albino indossa un impeccabile abito blu scuro. Camicia allacciata fino all'ultimo bottone per consentire alla cravatta di stringere delicatamente il collo rugoso e bianchiccio. Poiché è steso Flora nota i suoi calzini blu e le scarpe nuove e lucide, tanto da sembrare intonse, come se fossero state indossate per camminare sulle nuvole senza aver mai toccato terra prima, oppure tenute nella confezione originaria fino a un attimo prima che entrasse la sua ospite.
- Parlami di Monza al tempo di suor Virginia - esordisce Amaranto dopo aver staccato la punta di un Havana enorme con un tranciasigari di legno e metallo nichelato.
Flora gli siede accanto. È come se i ruoli, almeno in apparenza, fossero ribaltati e lui fosse il paziente e lei il medico psichiatra. Si sente rilassata: quell'incontro è puramente un passo formale che serve a entrambi per fare il punto della situazione sulla ricerca.
- Con l'arrivo in Italia degli Spagnoli, Monza, sebbene fosse ancora sotto l'influenza del Ducato di Milano, diventa feudo della famiglia De Leyva. Per Monza e per il resto delle zone sotto la dominazione spagnola inizia un periodo di stallo, se non addirittura di decadenza.
- Un passo indietro. Qual è la tua fonte più illustre per queste notizie storiche? - domanda l'ex psichiatra tenendo gli occhi chiusi. È infastidito dalla luce di mezzogiorno che riesce ugualmente a filtrare nonostante le pesanti tende scure che schermano la grande vetrata affacciata su via Meravigli.
- È Cesare Cantù: parla di Monza nei suoi Ragionamenti - risponde Flora, che si sente un po' come una scolaretta di liceo chiamata alla lavagna per l'interrogazione. Ma ha studiato bene la lezione e non teme di essere colta in fallo.
- Vai avanti - dalla bocca dell'uomo esce una piccola nuvola azzurra che riempie la stanza di un tanfo insopportabile. Flora trattiene la smorfia di disgusto poiché teme di essere vista.
Per dare maggiore enfasi alle proprie affermazioni, apre il taccuino con la copertina di cuoio rosso e inizia a leggere un passo.
- Cantù sottolinea che: "Monza, che fu quasi capitale al tempo del regno longobardo, dell'antica sua importanza conservò vestigi nella chiesa, che estendeva la giurisdizione fin sopra Sesto, Cologno, Castelmarte, San Giovanni di Varenna, santa Maria di Bizzarrone; avea liturgia propria, diversa dalla ambrosiana; era indipendente dall'arcivescovo, e immediatamente sottoposta a Roma; l'arciprete usava gli ornamenti episcopali, e sopra molte corti esercita signoria temporale". Ancora oggi è così.
- In che senso?
- Monza ha ancora il Duomo, quello che la tradizione vuole fondato dalla regina longobarda Teodelinda, e il proprio arciprete. Inoltre, pur essendo relativamente vicina a Milano, ha sempre mantenuto il rito romano così come altri paesi della Brianza.
- Interessante. Prosegui in quello che scrisse il Cantù.
- Secondo Cesare Cantù nel 1531 Francesco Sforza diede la città di Monza in feudo ad Antonio de Leiva navarrese, principe d'Ascoli, "in premio d'averla orribilmente malmenata, e d'aver aiutato efficacemente a ridurre lo Stato milanese sotto a quel dominio, i cui frutti sono manifestati a pennellate indelebili ne' Promessi Sposi". Il feudo fu confermato da Carlo V al figlio di Antonio e alla sua discendenza nel 1537, "con mero e misto imperio, podestà della spada nel civile e nel criminale, molti privilegi e regalie".
- Bene - commenta Amaranto senza muovere un muscolo, - prosegui.
Flora inizia a spazientirsi. Non è venuta a Milano per leggere pagine tratte dalla cronaca del Cantù. Da un lato rimpiange le chiacchierate inframmezzate da desiderio erotico e battute anche sciocche scambiate con Nadia. È vero - pensa - si comportano ancora come due liceali rozze e ninfomani, ma meglio di quel mortorio con il Maestro. Dall'altro lato ora si sente travolta da un'ansia estrema. Ha parlato con suor Virginia in persona e chissà quali altri spunti potrebbe ricevere da un nuovo, sperato incontro. Invece deve reggere questo dialogo proforma con un uomo che pare assorto in tutt'altri pensieri.
Poiché però l'albino tace in attesa, Flora prosegue la lettura con tono tranquillo.
- Cantù informa poi che il feudo non rimase a lungo alla famiglia De Leyva, in quanto: "Agente di questa ricca famiglia era un Durino; e per uno di quei rivolgimenti, di cui non rari s'incontrano gli esempj, esso don Luigi Antonio ed il cavaliere Girolamo suo cugino, per un valore di trentamila ducati, cedettero poco di poi quel feudo al Durino, nella cui illustrata famiglia rimase fino ai nostri giorni". Cioè fino al XIX secolo.
Vinicio Amaranto apre gli strani occhi azzurri e fissa il soffitto bianco.
- Quindi Cantù sostiene che la famiglia Durini riuscì a strappare l'acquisto del feudo di Monza a un prezzo molto conveniente?
Un'altra nuvola di fumo si allarga nella stanza rinfrescata finalmente dall'avvio dell'aria condizionata. Un brivido piacevole corre lungo le braccia di Flora rinfrescate da nuovo ossigeno depurato.
- Sì, Maestro, era "gente di mondo", come si diceva all'epoca. I Durini fecero uno straordinario affare. I De Leyva dimostrarono ancora una volta che, a causa di tanta avarizia più volte manifestata, non sapevano affatto amministrare a dovere le proprie rendite e i possedimenti. Una prova è che bastò un agente intraprendente e furbo per sottrarre loro il feudo che avrebbero potuto vendere ad almeno il triplo del prezzo.
Il collezionista mostra appena un accenno di sorriso. Oggi non è di buon umore, pensa Flora, è inutile buttargli l'appiglio per una battuta. Meglio, così può concludere rapidamente il discorso sulla situazione storica di Monza alla fine del Cinquecento e andarsene. L'odore di sigaro le ha già impregnato l'abitino blu e i capelli sciolti. Appena sarà a casa si regalerà una lunga doccia rigeneratrice e dedicherà almeno un'ora di gioco esclusivo con la piccola Dora.
- Vai avanti Flora, non ti distrarre.
- Mi stavo concentrando - mente - dicevo che sotto il governo della famiglia Durini, Monza si riprese, sia economicamente sia artisticamente. Sebbene la vera e propria rinascita anche culturale in città avvenne solo con lo sviluppo agricolo e artigianale che caratterizzò il periodo della dominazione austriaca nel Settecento. Ma questa è tutta un'altra storia che non ci riguarda. Ho finito la mia relazione. Direi di darci un nuovo appuntamento a settimana prossima, se per lei va bene.
Flora chiude il taccuino. È pronta per alzarsi e terminare la conversazione.
- Ora dimmi, che cos'hai in mano della Monaca di Monza? - chiede all'improvviso l'albino voltandosi appena verso il punto della stanza in cui Flora sta riponendo il taccuino nella borsetta. La giovane è costretta a fermarsi.
- Sto analizzando passo passo l'intera vita di Marianna De' Leyva, consultando gli atti del processo e i documenti che ho trovato negli archivi di Milano.
Flora sa che ora la discussione punterà al cuore di ciò che interessa ad Amaranto. Non è stata abbastanza veloce e scaltra ad andarsene al momento opportuno.
- Bene - commenta l'antiquario, - non devo farti raccomandazioni di attenerti alla storicità della ricerca.
Lentamente l'uomo si alza dal lettino. Resta dapprima con le gambe penzoloni, poi spicca un insospettabile balzo atletico e si mette in piedi, a meno di mezzo metro da Flora, che lo guarda stupita.
- Hai trovato qualcosa di particolare che ti ha colpito?
- In effetti sono rimasta sorpresa da più di una cosa, ma non vorrei uscire dall'ambito della ricerca e infilarmi in un discorso fatto puramente di impressioni personali...
La giovane donna si chiede se in realtà l'albino abbia già la risposta alla domanda appena posta. Si fa circospetta e guarda il suo interlocutore dritto negli occhi azzurri e arrossati. Per ora lei è stata informata solamente del tema della ricerca. Non sa né cosa deve cercare in particolare, né chi sia il committente. Cerca informazioni generiche? È alla caccia di un antico tesoro o di prove di una rendita vitalizia? È una serie di enigmi insoliti per chi deve svolgere una ricerca. Anche lei freme per strappare qualche indizio in più, ma sa che la bocca di Amaranto è sigillata come il finestrino di un aereo. È in una situazione di svantaggio che non le piace affatto.
- Ovvero? Spiegati meglio, cara. - incalza lo psichiatra.
- Alcune cose sono sciocchezze, altre riguardano questioni più interessanti ma tutte spiegabili con il procedere della ricerca e l'acquisizione di nuove informazioni storiche.
Flora resta volutamente sul vago. Cerca di testare l'interesse dell'uomo. Nota che Amaranto è sulle spine: ha spalancato gli occhi e ha smesso di inspirare fumo. Tiene il sigaro tra le dita appoggiate sul bordo del lettino di pelle nera.
- Non girarci intorno, dimmi... - mormora ostentando tranquillità.
Flora non può restare in silenzio. Qualcosa va detto e deve trovare il modo che il dialogo si svolga a proprio favore, ma non sarà un obiettivo facile da raggiungere con un ex psicanalista.
- Marianna divenne suor Virginia Maria troppo giovane rispetto a quanto stabilito dalla Controriforma.
- Forse non fu un caso isolato.
- C'è altro. Il padre di Marianna, don Martino De Leyva, non pagò mai la cifra pattuita per farla entrare in convento.
- Quindi?
- A rigor di logica nei tempi moderni ci si sarebbe potuti appellare a queste due enormi ingiustizie per scagionare al processo la monaca. Ovviamente in quell'epoca il diritto civile era lontano dall'essere formulato in chiave moderna e non bastava certo dimostrare di essere stati rinchiusi in un monastero per beneficiare delle attenuanti a un comportamento criminale causato da una totale mancanza di vocazione...
Flora non perde di vista un attimo l'albino. Divaga appositamente, banalizzando l'argomento per capire quale sia il grado di interesse dell'interlocutore e cercare di intercettare la mossa successiva.
- Che altro? - incalza l'uomo che apparentemente sembra ancora impassibile, ma non cessa di guardarla con quegli strani occhi inquietanti. Flora ora sa che non sono queste le informazioni che cerca il mercante d'arte. Però è strano che non la rimproveri per queste congetture così superficiali per una ricercatrice.
- Gian Paolo Osio, il celebre Egidio descritto da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, era molto amico di suor Francesca Imbersaga, la madre superiora, colei che obbligò suor Virginia a perdonarlo in base alla regola dell'obbedienza.
- Non capisco, spiegati meglio.
- Osio aveva dovuto fuggire da Monza per un anno intero perché era sospettato di essere il mandante dell'omicidio di un esattore fiscale dei De' Leyva, che a Monza erano i feudatari. Quindi, se non fosse stato per la superiora, suor Virginia non l'avrebbe perdonato e Osio sarebbe rimasto in esilio forzato chissà per quanti anni. Col senno di poi si può dire che "galeotta fu suor Francesca per la coppia di futuri amanti".
Flora fa un'altra pausa. Attende il passo successivo di Amaranto, che però continua a rimanere in piedi, al suo posto, ostentando un contegno impensabile.
Tenta allora un'altra strada per estorcergli qualche informazione magari intercettata anche attraverso un cambiamento di postura o di espressione.
- Un altro particolare che mi ha colpito è lo scambio di doni tra suor Virginia Maria e Gian Paolo Osio.
Mentre la ricercatrice parla, l'antiquario comincia a battere la punta della scarpa nera e lucida sul pavimento di parquet. Il rumore è appena impercettibile, udibile solo da chi ha attraversato le epoche a cavallo del tempo.
Flora finge di non accorgersi e deve trattenere un sorriso compiaciuto. Ha trovato l'argomento principe che sta veramente a cuore all'antiquario. Prosegue il discorso con la stessa verve usata per gli argomenti prima elencati cercando di essere leggera e vaga.
- All'inizio della relazione Osio corteggiava la monaca con l'invio di missive e un fitto scambio di doni. In particolare negli atti del processo si parla di un crocifisso d'argento che, inizialmente suor Virginia aveva rimandato al mittente, e di una calamita battezzata, che sarà poi al centro delle vicende processuali.
Flora è in sospensione: quasi non respira in attesa della reazione di Vinicio Amaranto.
- Dimmi altro su questi oggetti - domanda l'albino con le labbra tirate.
- Negli atti del processo vi si fa solo un piccolo accenno. Non so altro. Magari è tutta un'invenzione della Signora di Monza per discolparsi...
Flora mente ma lo fa in modo poco convincente e ne è consapevole.
- Bene mia cara - commenta l'uomo staccando le mani dal lettino - qualcuno ti ha mai letto le carte?
L'uomo cammina fino alla poltrona di pelle nera dietro la scrivania di cristallo ricoperta di carte e libri. La raggiunge e si siede.
La luce del sole non riesce a illuminare in pieno il volto dell'albino. Flora ammira il biancore lucente dei folti capelli bianchi. Amaranto posa il sigaro in un portacenere viola. Estrae dalla cassettiera un mazzo di Tarocchi piuttosto grandi e lo posa al centro del tavolo. Con un rapido gesto della mano, getta a terra tutti i fogli che ingombrano il piano. Si ode il fruscio di carte che cadono e impattano sulla moquette.
Flora è a bocca aperta. Ha sempre creduto che fossero solo dicerie quelle sulla passione di Amaranto per l'occulto. "Un uomo che per mestiere sa leggere la psiche delle persone non dovrebbe aver bisogno di consultare le carte", pensa. Ma la curiosità inchioda Flora Leth alla sedia nello studio di via Meravigli.
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