La porta dell'ingresso del loft di Nadia si spalanca all'improvviso sbattendo contro la parete con un boato, come spinta da una potentissima raffica confluita a folle velocità nella galleria del vento. Flora appare sulla soglia come una visione demoniaca e subito entra come una furia scatenata. Sembra essere stata trasportata alla velocità del vento, aggrappata al collo di un drago argentato dalle squame dure come corno, dopo aver solcato le vette più alte, il dorso dei fiumi e il ventre degli oceani.
I lunghi capelli scarmigliati ricadono scomposti sull'abito blu sgualcito. Ma è soprattutto la sua espressione sconvolta a preoccupare Nadia: il è viso avvampato come se fosse stato vicino al magma in eruzione. Gli occhi sono atterriti, come se avessero incrociato lo sguardo di uno spirito a caccia di vendetta ultraterrena, ma anche furenti, come se l'ira funesta di Achille fosse stata assorbita dalle pupille di Flora.
- Flora che ti è successo? - Nadia cerca di sdrammatizzare - Sembra che un vampiro ti abbia stuprata nell'androne del palazzo...
Nonostante l'arrivo inaspettato di Flora come un ciclone che si abbatte sulla costa Atlantica, l'aria che si respira nell'ampio salone è ancora impregnata dal profumo dolce dell'incenso che, assieme alle piccole bolle luminose formate dalle candele tonde che giacciono sparse sul pavimento, sono i resti tangibili di un ardente incontro di passione tra due donne che si amano alla follia: Nadia e Grazia.
Nadia ha ancora un istante di tempo per leccarsi le labbra e assaporare il dolce aroma della donna appassionata che le ha lasciato tatuato nell'anima l'estatico piacere del suo corpo.
- Grazia è uscita dall'appartamento da una manciata di secondi. Strano che non vi siate scontrate, mi pare che tu neanche faccia attenzione a dove metti i piedi...
Nadia quasi balbetta, si rende conto di pronunciare frasi insensate, senza riflettere, quasi tentasse di accatastare le parole una di seguito all'altra giusto per emettere suoni e non restare in un silenzio d'imbarazzo. Osserva stupita la ricercatrice che attraversa la stanza avanti e indietro senza neppure farle un cenno di qualsiasi genere. L'alone del ricordo dell'amplesso con la sua compagna deve ora lasciare il posto alla realtà di un'altra donna molto importante della sua vita.
Flora cammina avanti e indietro come un padre che nervosamente attende in corridoio l'esito del primo parto della moglie, temendo che il travaglio stia avendo un epilogo mortale. Si rosicchia un'unghia e guarda a terra pensierosa senza fissare nessun punto in particolare.
Un attimo dopo, con un movimento deciso del braccio, la ricercatrice spalanca le tende color avorio. La luce violenta del primo pomeriggio invade l'ambiente vanificando l'effetto tremolante delle fiammelle che sfumano come lucciole al chiarore dell'alba. L'ampia sala arredata con gusto minimalista si rivela in tutto il suo splendore, ma Flora non muta l'atteggiamento di un millimetro, come se fosse cieca agli stimoli esterni. In perpetuo movimento come una trottola in assenza di attrito, dopo qualche minuto di attesa, finalmente la ricercatrice si rivolge a Nadia con tono imperioso avvicinadola in pochi passi.
- Ora siediti e ascoltami senza fare domande!
Afferra i polsi di Nadia e la spinge fino a farla cadere all'indietro, seduta sul divano color corda, quasi schiacciata sotto al suo peso. La distanza tra i loro visi è ridotta a pochi millimetri. Il respiro affannato di Flora riscalda le labbra carnose della mora, il cui battito cardiaco subisce un'impennata.
- Flora che hai? Ti sembra il modo di piombare in casa mia?
- Taci, poi capirai.
- Ti dà di volta il cervello? Sei sdraiata sopra di me...
Sono anni che la mora non vede l'amica così agitata. Sa che deve essere successo qualcosa di veramente particolare e in fondo teme di essere coinvolta in avvenimenti superiori alle proprie capacità. Ama Flora di un sentimento unico e profondo, ma ha il terrore di essere testimone di eventi che hanno dell'incredibile. Ha già assistito a molto e saputo particolari che l'hanno turbata parecchio.
- Niente domande. Ho bisogno che mi ascolti fino in fondo ma stai zitta e buona.
Flora lascia i polsi dell'amica, si ritrae e le siede di fronte. Sfila i sandali liberando i piedi gonfi per la lunga camminata sull'asfalto bollente e incrocia le gambe mostrando involontariamente pelle nuda fino all'inguine. Si passa le mani tra i capelli massaggiandosi alla base dell'ipotalamo, sistema due ciocche dietro le orecchie e guarda dritto gli occhi ansiosi dell'amica. Prende un profondo respiro come se dovesse tentare un'apnea lunga otto minuti.
- Sono stata da Vinicio Amaranto, il collezionista d'arte, nonché antiquario, mercante di opere, ex psichiatra ma soprattutto accusato un tempo di magia nera.
- Di chi diamine stai parlando? Non è l'uomo per cui lavori da tre anni?
- Sì. Sapevo che anni fa l'avevano accusato di maneggi con la magia nera, ma credevo fossero balle montate dai giornali per screditarlo. Invece poco fa è successa una cosa che ha dell'incredibile. - fa una pausa per sistemare gli occhiali - Sai, vero, che mia nonna Leila mi ha trasmesso un po' del suo vasto sapere dell'arte della divinazione...
Nadia ha un sussulto che le ricorda la puntura di un gigantesco spillone alla radice della colonna vertebrale.
- Come dimenticare tua nonna...
Dedicatasi allo studio dell'Alchimia, della Cabala e dei Tarocchi, conscia del valore universale dei simbolo, l'anziana strega riteneva di poter ricondurre le varie correnti esoteriche a una matrice comune, attraverso l'impiego di una simbologia derivata direttamente dai concetti archetipici del pensiero magico. Con movimenti sapienti delle lunghe dita nodose come lunghi rami rinsecchiti dal gelo dell'inverno, nonna Leila stendeva le carte sulla tavola della cucina per la divinazione. Di nascosto dalla figlia Dafne che tentava di proteggere la bambina dalla maledizione che accompagna la vita di ogni strega, Leila aveva instillato nell'anima di Flora goccia dopo goccia, giorno dopo giorno, tutto ciò che poteva sulle antiche tradizioni ancestrali. Finché un giorno, per proteggere la nipote da un terribile attacco di una forza maligna esterna, aveva fatto in modo che tutto il sapere cadesse in una specie di sonno latente. Quando Flora si era risvegliata dal torpore indotto, tutto il sapere di Leila era esploso più potente che mai nella nipote predestinata.
*****
Il racconto di Flora è durato quasi un'ora. Nadia è ancora spossata ma soprattutto incredula per quanto le ha raccontato l'amica, che ora dorme profondamente con la testa posata sulle sue ginocchia. La mora fatica a raccogliere le idee e ricordare il filo logico degli avvenimenti narrati. I capelli chiari di Flora giacciono sparpagliati sui cuscini color porpora. Nadia le accarezza delicatamente le guance bollenti come pietre del deserto sotto il sole di mezzogiorno.
- Certamente ha di nuovo la febbre alta - pensa a voce alta - Questa può essere la prima spiegazione logica per il racconto assurdo che ho appena udito.
La mora cerca di mettersi più comoda sul divano e si muove lentamente per non disturbare il sonno dell'amica. Trattiene il fiato appena nota un movimento delle palpebre fino a quando tutto torna tranquillo.
- Possibile che sia tutto vero? Meglio credere che lei sia vittima di allucinazioni o abbia fatto uno di quei suoi viaggi di fantasia o folle realtà nel passato o nel futuro o chissà dove... mia piccola, cara strega...
Eppure la conosce troppo bene per dubitare del suo racconto, nonostante i particolari che sembrano scaturiti dalla penna di uno scrittore. Ripensa alle parole di Flora che correvano rapide come folate di bora mentre narravano gli accadimenti di poche ore prima vissuti nello studio di via Meravigli, nell'antro dell'antiquario.
L'amica le aveva raccontato che, dopo aver fatto il punto della situazione sulla ricerca, Vinicio Amaranto aveva posato sul piano di cristallo della scrivania una scatola di legno intarsiata, abbellita da pietre dure, o forse erano solo vetri opalescenti. Sfilato il coperchio con un movimento cerimonioso, ne aveva estratto un mazzo di carte consunte, dall'aspetto antico, col dorso rosso color rubino e un pentagono dorato. Flora riconobbe il mazzo di Tarocchi antichi, il cui odore intenso le ricordò i momenti in cui nonna Leila, mentre Dafne in giardino si occupava delle piante officinali, le aveva insegnato a riconoscere gli Arcani maggiori e minori, e le chiavi per l'interpretazione.
Con un rapido gesto della mano l'albino aveva sgombrata la scrivania dai cumuli di scartoffie, procurandosi lo spazio necessario per disporre le carte gettando tutto a terra alla rinfusa. Mentre muoveva le mani bianche come la luna piena in una notte senza stelle, aveva ripreso a parlare con tono stridulo e fastidioso, simile allo stridore delle unghie sulla lavagna.
- Conosci i Tarocchi? - aveva chiesto alla ricercatrice, che lo fissava perplessa. - Io preferisco chiamarli Ludus Trionphorum, che è il loro nome usato fino al Cinquecento.
Flora aveva scosso il capo, mentendo. Sapeva molto bene che i Tarocchi sono le carte più antiche, la cui origine si perde in Oriente, nella cosidetta "notte dei tempi". Furono utilizzati per primi dai sacerdoti dell'antico Egitto e ripresi nel Medioevo in Francia e Spagna dagli zingari. Tuttavia gli Arcani maggiori sono una creazione italiana: lei stessa ne possedette un mazzo quando visse nel Ducato di Ferrara nella prima metà del Quattrocento.
La giovane scrutava i movimenti accurati di Amaranto riflettendo rapidamente: "I Tarocchi possono rivelare passato, presente e futuro - pensava - però la loro lettura e interpretazione sono soggettive: dipendono da chi ne fa uso e dalle motivazioni addotte. Perché allora un ex psichiatra vorrebbe leggere le carte proprio a me?".
Improvvisamente la stanza in cui erano seduti fu avvolta da una penombra che si fece sempre più cupa, come se stesse calando la notte. Le pesanti armadiature colme di libri antichi e suppellettili di ogni genere sembrarono coprirsi da una coltre grigia. Ogni particolare diventò più nebuloso e sfuggente, quasi stesse perdendo di definizione.
"Forse le nuvole stanno oscurando il sole - pensò Flora - anche la temperatura sembra più bassa e fa decisamente freddo."
I brividi a ondate successive le avvolgevano il corpo, come se fosse percorso dalla spirale mortale di un boa che risale dai piedi fino al collo. Sentiva la gola stringersi e poi dilatarsi e la vista perdere ogni punto di riferimento. Dalla bocca le usciva la condensa tiepida che si perdeva in un ambiente ormai freddo come il fondo oscuro di una caverna senza uscita.
- Bene. - disse l'albino toccando le carte disposte ordinatamente sul piano di cristallo - Facciamo un ripasso perché forse ti sei dimenticata qualcosa.
Flora con una smorfia interrogativa finse di non capire il senso della frase di Amaranto.
- Il mazzo completo dei Tarocchi - proseguì l'antiquario - si suddivide in ventidue lame principali, detti Arcani maggiori, alle quali nel tempo sono state affiancate altre cinquantasei lame, gli Arcani minori, per una più completa lettura degli eventi. Gli Arcani maggiori rispecchiano le cause degli avvenimenti, i minori ne indicano invece le conseguenze. Rammenti ora Flora?
Mentre ascoltava, Flora non perdeva di vista il pentagono dorato disegnato sul dorso di ogni tarocco. Nonostante fossero a faccia in giù, mentre le carte passavano da una mano all'altra di Amaranto, la giovane riusciva a intuire i particolari raffigurati sull'altro lato. Non era difficile per lei: le bastava un minimo di concentrazione e percepiva i simboli di Merlino, quelli tradizionali dei poteri, gli uccelli, le spade che rappresentano l'elemento d'aria, il fuoco e la luce, i serpenti e i dragoni.
- Cominciamo. - sentenziò l'albino. Riprese in mano tutti i tarocchi e poi ricominciò daccapo la disposizione sul piano delle dieci carte. Flora riconobbe il metodo della Croce celtica, che è considerato il più attendibile.
Mentre sistemava i tarocchi uno a uno, Amaranto riprese la spiegazione con voce quasi innaturale. I suoi occhi sembravano più celesti del solito e i capelli erano di un biancore uniforme, più folti e lunghi del solito.
- Questa è il Significatore, e rappresenta te e il tuo attuale stato d'essere. La Carta incrociata identifica invece che cosa si oppone o ti influenza. La Carta della Fondazione richiama l'origine della mia domanda. La quarta è il passato recente. La quinta è la Corona e rappresenta possibili eventi futuri, ma la loro realizzazione dipende da come affronterai il presente. La sesta descrive ciò che c'è nel tuo futuro. La carta delle Emozioni descrive il tuo attuale stato d'animo. L'ottava incarna le Forze esterne. La nona indica speranze e desideri ma è la decima che svela l'arcano, è il risultato, la risposta suprema alla domanda. Ricorda che il futuro non è predeterminato. Sarà un indicatore della strada che stai percorrendo, e non un impedimento a percorrerne altre.
Flora restò in attesa silenziosa guardando i dieci dorsi rubino col pentagono color oro. Sapeva che quando si leggono le carte è fondamentale la domanda posta. Lei non aveva chiesto nulla e, secondo l'antica tradizione, non è chi legge i Tarocchi che può porre l'Interrogativo. Attendeva quindi da un momento all'altro che Amaranto le suggerisse la domanda da porgli.
- Flora Leth - esclamò a un tratto l'albino - vorrei che tu chiedessi ora alle carte di darti il responso sul compito che ti aspetta.
- In che senso? - domandò Flora fingendo nuovamente di non capire.
- Chiedi ai Tarocchi l'esito della ricerca che ti ho commissionato.
La giovane corrucciò la fronte. La propria supposizione era corretta anche se assurda. "Possibile che Amaranto mi stia apertamente suggerendo la domanda da fare alle carte", pensò, "Non ha senso che sia il divinatore a imporre il quesito. Tutto viene stravolto se non si seguono le regole tramandate nel corso dei secoli. O è un pazzo, o è uno stregone più potente di quanto immaginassi".
Si impose però di non obiettare: voleva tentare di reggere la parte della ricercatrice razionale che non conosce e, soprattutto, non crede all'arte della divinazione. Anche se a questo punto sapeva che l'albino era più astuto e preparato del previsto.
- Maestro, sono molto scettica. Non s'offenda, ma non credo a queste cose... vorrei andare... - aggiunse fingendo un contegno il più possibile tranquillo.
L'albino distese le grinze della pelle bianchiccia in un ampio sorriso, mostrando i piccoli denti ingrigiti dal fumo: - Fermati ancora un po'. Non c'è nulla di male, cara. Ma ora devi fare un piccolo sforzo...
Flora decise di averne avuto abbastanza: temeva il mutare del comportamento dell'uomo visto tutti i cambiamenti dell'ambiente circostante. Di certo l'albino aveva intuito in lei qualcosa di più e non si sarebbe fidato della sua ammissione di scetticismo nei confronti della lettura dei Tarocchi.
Tentò quindi la strada della fuga. Si mosse per afferrare la borsetta e andarsene, aggiungendo: - Mi spiace ma devo andare. Piuttosto che deluderla con la mia mancanza di fede in questo genere di pratiche...
- Fai la domanda! - tuonò all'improvviso Amaranto diventando imperativo e spaventoso. I suoi piccoli occhi da coniglio sembravano diversi, più grandi e azzurri. I capelli bianchi prima ben pettinati ora erano arruffati, quasi rizzati sulla testa come gli aculei di un istrice pronto alla difesa estrema. Flora notò la luminescenza che adesso incoronava la capigliatura color neve e la vena che gli pulsava sulla fronte liscia e ringiovanita.
Alla donna si accapponò la pelle: le sembrava di aver già vissuto un'esperienza simile almeno un'altra volta, ma non riusciva ora a ricordare il contesto né altri dettagli. Non c'era tempo per rammentare: era il momento di agire per non essere sopraffatta.
Ma non riuscì a fare nulla. Suo malgrado Flora si accasciò sulla sedia come una bambola abbandonata dalla mano dispettosa di una bambina. La borsetta finì a terra in un tonfo sordo. Molti oggetti fuoriuscirono e il taccuino di cuoio rosso rotolò sotto la scrivania. Quasi ipnotizzata, poté udire la propria voce pronunciare parole sgorgate dalla bocca senza averle pensate prima.
- Troverò la chiave del mistero? - sussurrò appena, con gli occhi sbarrati, senza battere le palpebre.
Non riusciva a muovere alcuna parte del corpo. La stanza divenne ancora più gelida e immersa nell'oscurità. Vedeva solamente il diavolo bianco di fronte a lei e i movimenti lenti e sapienti delle sua mani candide, intente a voltare una a una le dieci carte scelte.
Quando girò la prima carta, detta della Fondazione, Flora vide la raffigurazione di un principe biondo, con scettro e corona con diadema a forma di stella a otto punte; addosso l'armatura e la cintura con pietre preziose. Il principe è in piedi sotto a un baldacchino coperto da una stoffa impreziosita da stelle e lune argentate, su cui spicca lo stemma a forma di scudo bianco con un cuore trafitto da una freccia e due ali azzurre. Ai piedi del baldacchino, due sfingi, metà donne e metà leoni, una nera, l'altra bianca. Sullo sfondo, una città fortificata con torri e il mastio di un castello.
- Questa è l'origine della tua domanda - biascicò l'albino. - Ora volto la carta Incrociata, che identifica che cosa si opporrà alla tua ricerca.
Flora vide l'immagine di un eremita dalla lunga barba. In una mano regge la lanterna, nell'altra il bastone. La testa è incappucciata nel lungo saio bianco.
- Ora la Carta della Fondazione, che richiama l'origine della tua domanda. - proseguì l'uomo scoprendo il terzo tarocco.
La giovane notò un grande ramo impugnato come un bastone da una gigantesca mano bianca che spunta da una nuvola. Dal bastone si staccano alcune foglioline verdi, mentre altre restano attaccate. Sullo sfondo, un paesaggio agreste solcato da un corso d'acqua tranquillo.
- La quarta ci informerà sul tuo passato recente.
Flora udiva lo schiocco di ciascuna carta voltata. Il muscolo cardiaco pompava a ritmo crescente, anche se finora le carte non avevano rivelato nulla che la turbassero in particolare. Sentiva però crescere l'inquietudine.
La nuova carta raffigurava tre uomini all'interno di una chiesa gotica, sotto una volta a ogiva retta da una colonna con capitello decorato da tre stelle a cinque punte. I tre uomini sono un frate in saio con la chierica, un viandante con mantello giallo e arancione che regge una pergamena, e un alchimista, con grembiule sopra al camicione, salito in piedi a una panca mentre regge un'ampolla da cui sgorga un liquido misterioso.
- La quinta è la Corona e rappresenta possibili eventi futuri.
Flora vide una regina in trono dal lungo abito celeste con maniche ampie, il mantello blu chiuso da un fermaglio prezioso. Capelli biondi, una grande corona con gemme, regge con entrambe le mani un'urna dorata per le reliquie. Il trono è decorato con tre putti con coda da sirena e i piedi della regnante sono lambiti dalla acque tranquille di un lago.
Gli occhi di Amaranto si facevano sempre più torvi. Pareva che stesse aumentando la concentrazione e il suo corpo sembrava leggermente sollevato dalla seduta della sedia. La sorta di aureola dietro alla sua testa parva farsi più intensa tanto da diventare la più forte fonte di illuminazione dell'intera stanza orami sprofondata nell'oscurità delle tenebre.
- La sesta carta descrive ciò che c'è nel tuo futuro.
La donna fissò con interesse la nuova raffigurazione. È il giovane popolano, con calzamaglia e camicione verde sopra a una camicia bianca, intento a farsi largo in una palude dove i fusti delle canne gli impediscono l'avanzata.
- La carta delle Emozioni descrive il tuo attuale stato d'animo, Flora Leth.
Il respiro di Flora si interruppe per qualche istante. Aveva riconosciuto la carta dell'impiccato. La raffigurazione del giovane biondo con camicia azzurra e calzamaglia rossa che penzola a testa in giù, appeso per un piede da un albero frondoso. La testa è incorniciata dalla luce della ragione.
A questo punto la ricercatrice cominciò a temere che Amaranto fosse davvero in grado di leggere le carte con una profondità superiore a quella di uno studioso qualunque. Il suo timore era che l'uomo svelasse i suoi segreti e li usasse per un oscuro ricatto.
L'albino sembrò non fare caso allo stupore di Flora. Era molto concentrato. Proseguì nella rapida rivelazione dei Tarocchi.
- L'ottava carta incarna le Forze esterne.
Era l'immagine dello scudiero che, muovendosi a passo di danza, regge cinque spade tenendole per l'elsa. Altre due spade sono infilzate nel terreno. Alle sue spalle, un accampamento militare, con tende variopinte e un gruppo di uomini lontani intento a discutere piani d'attacco.
- La nona - proseguì Amaranto - indica le tue speranze e i desideri.
Voltò la carta del cavaliere di coppe. Bardato in un'armatura lucida, coperta da un mantello decorato con pesci e onde, indossa l'elmo alato. Regge la coppa dorata della saggezza e il suo destriero bianco ha la zampa sollevata pronta per spiccare il balzo che lo condurrà dall'altra parte del fiume agitato. Flora pensò al suo amato Giulio, il cavaliere di questa vita con cui avrebbe voluto spiccare il volo di una realtà completamente diversa.
- Ma è la decima che svela l'arcano! - gridò fuori di sé l'albino.
Flora intravide un bagliore rapido nei suoi occhi azzurri diventati più grandi e luminosi. Una nuova ondata di paura le percorse le membra immobilizzate.
La carta fu voltata. Apparve l'imperatore: l'immagine di un uomo anziano con barba e capelli lunghi e candidi, seduto sopra al trono di pietra decorato dalla testa di quattro arieti. Il capo incoronato, lo scettro impugnato con la destra, nella mano sinistra la sfera della sapienza. Dalla veste porpora spuntano i gambali di metallo dell'armatura. Sullo sfondo si stagliano lingue di fuoco.
*****
Lo squillo del cellulare di Flora fa sobbalzare Nadia, che è ancora seduta sul divano con la testa dell'amica addormentata, abbandonata sulle sue ginocchia. La borsetta vermiglia è poco distante e la mora allungandosi un po' riesce ad afferrare il portatile e rispondere. È Nabe, che cerca la signora. Nadia la tranquillizza, evitando di raccontarle i particolari più assurdi della narrazione udita poco fa da Flora.
Le dice solamente che la donna ha nuovamente la febbre, nulla di grave. Un'aspirina e la rimanda a casa in tempo per l'orario del bagnetto della bambina.
Nadia conclude la telefonata e attorciglia le dita tra i capelli chiari dell'amica che ha la fronte ancora cocente. Ripensa al racconto di Flora, che da strano si è trasformato in pazzesco.
La giovane ha detto che improvvisamente, quando il collezionista Vinicio Amaranto, trasfigurato nell'aspetto, ha terminato di voltare uno a uno i dieci Tarocchi, le raffigurazioni hanno iniziato a mutare aspetto.
Dapprima impietrita per colpa di un misterioso potere emanato dall'albino stesso, poi completamente terrorizzata da ciò che stava accadendo sotto il suo sguardo allibito, Flora ha assistito alla metamorfosi di alcune carte che la sua esperienza le faceva ritenere innocue.
Nadia non ricorda più quali carte abbiano cambiato magicamente il disegno, ma sa che Flora in particolare era colpita dalla trasformazione di cinque, che avevano a che fare con una croce, un pozzo, un prete e una suora.
- Tutto qui? Non è possibile - pensa - Flora mi ha detto altro.
In quel momento gli occhi da cerbiatta di Flora si aprono. Solleva la testa lentamente, con l'aria di chi non sa dove abbia dormito. Appena riconosce il loft di Nadia, si rizza a sedere.
- Devo subito chiamare Nabe per sapere come sta Dora! - esclama cercando il cellulare nella borsetta.
- Ho parlato con lei un minuto fa, - interrompe Nadia - le ho detto che hai la febbre ma che torni a casa in orario.
Flora fruga nella borsetta con aria preoccupata.
- Grazie. Ma non trovo...
- Scusa! - interviene ancora l'amica - è sul divano il tuo cellulare. - Indicandole il Nokia lì accanto.
- L'ho visto, ma non cerco quello... dove diavolo è finito il mio taccuino degli appunti?
- Cerca meglio, hai un tale marasma in quella borsetta...
- Non dire sciocchezze, il taccuino è sempre al suo posto...
- Non so, sarà caduto, proviamo a cercare sul tappeto o sotto al divano. Sei entrata in questa casa agitata come una pazza, ti sarà finito per terra...
Entrambe si inginocchiano sul pavimento, ma non c'è nulla. Flora, agitata, rovescia tutto il contenuto della borsetta a terra: ecco chiavi, portafogli, fazzoletti di carta, biro, monetine, biglietti della metropolitana e altre inutilità. Flora è pallida come una candela.
- Me l'ha preso Amaranto! - grida all'improvviso balzando in piedi.
- Sei sicura? Ti sarà caduto da qualche parte...
Nadia cerca di tranquillizzare l'amica che è scattata come un gatto spaventato dalla vista della propria immagine allo specchio.
- Adesso ho capito a che cosa è servita tutta quella messa in scena della lettura dei Tarocchi...
- In che senso? Cosa vuoi dire Flora?
- Con non so quale sortilegio mi ha distratto, intorpidendo i miei movimenti e facendomi perdere di vista l'unico oggetto importante che avevo con me...
- Dici che Amaranto ti ha preso il taccuino?
- Certo che sì! Ha organizzato tutto perché voleva prendermelo... forse perché non si fidava di ciò che gli avevo detto e neppure del responso delle carte...
- Che responso è stato? - domanda Nadia.
- Ora non posso, devo tornare subito da quel dannato albino.
La giovane infila rapida tutti gli oggetti nella borsa e raggiunge di corsa la porta. Nadia la insegue e fa in tempo ad afferrarla per un braccio.
- Calmati, Flora. Non stai bene, ragiona. Non puoi precipitarti nell'ufficio di quell'uomo accusandolo di averti sottratto gli appunti.
Flora guarda Nadia e l'ascolta in silenzio.
- Pensaci: se quello che dici non fosse vero, faresti una pessima figura e rischieresti di essere licenziata all'istante. Carte o non carte, potrebbe dire che ti sei sognata tutto!
- È tutto vero! - protesta l'amica.
- Lo so, mia cara. Ma se invece è stato tutto un piano orchestrato per prenderti il taccuino... insomma, se fosse vero e hai ragione, allora devi agire con astuzia, non puoi mica prenderlo di petto.
- Non posso lasciargli in mano i miei appunti! Potrebbe trovare da solo ciò che cerca...
- Se è vero quello che mi hai raccontato devi stare attenta! Quello è un uomo pericoloso...
- È tutto vero! - grida Flora sbarrando gli occhi. Nadia si pente di aver dubitato delle sue parole.
- Flora, allora siediti e ripetimi cos'è successo, perché alcuni particolari mi sfuggono. Magari pensiamo a qualcosa assieme.
Flora sembra più tranquilla e il rossore delle guance ha lasciato il posto a un nuovo pallore. Le amiche si rimettono sedute.
- Deve avermelo preso mentre le immagini della carte si stavano trasfigurando!
Flora raccontò che quando le dieci carte furono scoperte la stanza cadde nella totale oscurità e un vento gelido e sibilante le sferzava il corpo e il volto. Le uniche fonti di luce erano emanate dall'aureola dei capelli bianchi di Amaranto e dal dorso di ciascun tarocco, come se ogni pentagono dorato fosse alimentato da una piccola fiammella invisibile. L'albino sembrava essersi trasformato in un giovane stregone. La pelle grinzosa e biancastra dell'ex psichiatra aveva lasciato il posto a una carnagione più olivastra e liscia come quella di un ragazzo.
- Quell'uomo conosce a fondo l'arte della divinazione arcaica. - sentenzia Flora - Non ho tentato più di muovermi dalla sedia. Sapevo che fino a che tutto non fosse terminato e Amaranto avesse carpito i miei segreti leggendo le carte, nulla avrei potuto fare per allontanarmi da lì. La prima carta, quella della Fondazione, iniziò la lenta metamorfosi. I contorni della figura cambiavano lentamente e dapprima ne notai la rappresentazione principale, poi anche i dettagli secondari. Il principe biondo, con scettro, corona e armatura si trasformò in giovane moro abbigliato secondo lo stile spagnolo. Ritto in piedi, era brutalmente ferito: aveva il petto trafitto da una freccia e il sangue sgorgava copiosamente dal cuore. Il volto era pallido e gli occhi stralunati si voltarono indietro.
- Non credevo ai miei occhi... - aggiunge Flora.
- Di quale sortilegio è capace Amaranto? - domanda Nadia spaventata - Sa modificare le figure disegnate sui Tarocchi?
- È capace di dare quell'illusione. Si tratta comunque di un potere di cui pochi sono capaci. Leila non mi aveva mai parlato di nulla di simile...
- Se ci fosse ancora Leila potremmo chiedere a lei...
- Aspetta. - riprende Flora - È stato poi il turno della carta Incrociata, quella che identifica cosa si opporrà alla ricerca. Ho visto che l'eremita dalla lunga barba e il saio bianco si trasformava in prete moderno, con la veste nera e il crocifisso smaltato di rosso.
Nadia corruccia la fronte intuendo i pensieri di Flora.
- Per un istante il mio cuore si è fermato. Nadia credimi, quella era l'immagine precisa al millimetro di don Angelo Scaraffi, l'orco della mia adolescenza.
- Non posso crederci...
- Il prete guardava verso di me con un sorriso beffardo che ben conosco...
Una sensazione mista di ripulsa e desiderio sbiadito sfociato in odio intrappola come un vortice senza uscita le sensazioni che pervadono i pensieri di Flora. I rapporti sessuali forzati, gli incontri proibiti, l'intimità della carne imparata e subita, l'odio estremo e il desiderio folle per il suo carnefice. Tutto ruota turbinosamente.
Nadia dà un buffetto sulla guancia dell'amica: - Flora! Flora che hai? Riprenditi, vai avanti nel racconto e non pensare a quella bestia pedofila...
- Sì, scusa, va tutto bene. - Flora si passa entrambe le mani sugli occhi, stira le braccia e fa schioccare il collo a destra e a sinistra, come per scaricare una forte tensione anche fisica accumulata.
- Anche gli altri Tarocchi iniziarono a mutare disegno. La carta della Corona, che rappresenta gli eventi futuri, poco prima rappresentava una regina in trono decorato da tre putti. Mentre la guardavo, la regnante mutò lentamente in una vecchia monaca, dal viso stanco ed emaciato, con indosso un saio scuro lungo fino ai talloni, i piedi scalzi. Guardando meglio, ho notato che la povera donna doveva aver subito delle torture atroci, perché dalle maniche colavano rivoli di sangue e, osservando con maggiore attenzione, ho visto con orrore che gli occhi le erano stati strappati e giacevano a terra, accanto a un forziere colmo di antiche pergamene. Attorno alla monaca, alte mura di mattoni a spina di pesce le impedivano ogni via d'uscita.
- Flora... la Monaca di Monza...
- Poi è iniziata a cambiare anche la carta delle Emozioni. La corda che sorreggeva l'impiccato, penzolante a testa in giù appeso per un piede, ha iniziato a sfilacciarsi e il giovane stava per essere risucchiato in un pozzo dall'ampia imboccatura.
Flora chiude gli occhi per riprendere un po' di energie residue.
- Nadia credimi: potevo sentiva il rumore della corda che cedeva un istante dopo l'altro e mi sembrava di riuscire a condividere il terrore provato dal condannato a una morte terribile.
- Miodio, vai avanti, anche se ho paura di sentire la fine del racconto.
- E infatti è stata la decima carta, quella che svela l'arcano, a colpirmi l'immaginario come un fendente violento inferto alla gola. Sotto al mio sguardo pietrificato la raffigurazione dell'anziano imperatore seduto sul trono di pietra veniva lentamente divorata dalle lingue di fuoco, che prima si intravedevano sullo sfondo. Ho guardato sgomenta ogni attimo del rogo che avvolgeva il suo corpo.
- Il fuoco ha ucciso l'imperatore? Che cosa vuol dire tutto ciò, Flora?
L'amica scuote la testa senza saper rispondere.
- Prima i fatti, poi le interpretazioni.
- D'accordo. - acconsente Nadia.
- Quando le fiamme si sono placate, al posto dei resti anneriti del vecchio imperatore è comparsa una bambina bionda con gli occhi celesti. Seduta con sguardo compito sullo scranno imperiale, reggeva tra le braccia un pupazzo...
Nadia fissa Flora con gli occhi fuori dalle orbite e la bocca spalancata in un grido muto...
- Proprio così amica mia. In quell'immagine ho riconosciuto mia figlia Dora.
martedì 27 aprile 2010
lunedì 19 aprile 2010
Nadia e Grazia
L'aria dell'angolo del loft nel quale è ricavata la camera di Nadia è una sinfonia di profumi di incenso dolce. Ha voluto un letto ricavato dal tronco di un ulivo in memoria di Ulisse e del suo talamo d'amore con Penelope, della quale ammirava l'amore totale sopravvissuto nonostante i vent'anni di separazione.
Decine di candele bianche e tonde sono sparse ovunque: sui mobili di legno vengué, sul tappeto di corda indiano, sul davanzale interno della finestra serrata dai tendaggi morbidi.
- Io credo che quando nasce un poeta al cielo si aggiunge una stella in più. La Via Lattea è così ricca di astri perché si è premunita di annotare visivamente, tutte le nascite di questi individui speciali. Ecco cos'è il firmamento, Nadia: sono appunti brillanti nel buio che annotano il primo vagito di tutti i poeti delle civiltà umane, del passato e del presente, come se...
Grazia è una ventisettenne dall'ovale perfetto e il corpo asciutto e tonico. Ha lunghi capelli folti di un rosso Tiziano ravvivato da una fiala colorante suggerita da un abile parrucchiere. Grandi occhi verdi, carnagione candida, il naso piccolo e una spruzzata di lentiggini le donano un aspetto sbarazzino.
Nadia non la sta ascoltando. È in preda all'agitazione da quando, pochi minuti prima, ha ricevuto la telefonata allarmata di Flora. Il suo straordinario micro villaggio paradisiaco, abitato solo da lei e dalla donna che parla di poeti e stelle, è stato raggiunto da un avamposto di Barbari, che preannunciano le intenzioni bellicose del resto dell'esercito che si avvicina a passo di marcia. "È solo questione di mezz'ora e poi Flora scatenerà la battaglia nella mia vita" pensa, "un'altra volta".
Al telefono Flora gridava talmente tanto che per riuscire a capire il senso di qualche frase in più Nadia aveva allontanato il ricevitore dall'orecchio. E con un misero risultato. La ricercatrice in quel momento si stava dirigendo da lei. A breve l'uragano Flora avrebbe devastato il suo pomeriggio.
- Quella benedetta ragazza a volte ce la mette tutta per complicare le cose... - sussurra la mora mentre libera i riccioli impigliati in un orecchino.
- Di chi parli? Non mi stai ascoltando, amore? - domanda con voce piagnucolosa Grazia, che la osserva imbronciata come una bambina.
La sua compagna non risponde, assorbita dalle congetture su Flora. Non era riuscita a calmarla mentre farfugliava qualcosa a proposito di una visione magica durante la lettura dei Tarocchi. O di chissà quale altra diavoleria.
Nadia lascia cadere la testa in avanti e raccoglie i riccioli dietro la nuca, arrotolandoli in una crocchia.
- Flora non finisce mai di stupirmi. Da quando la conosco è sempre fonte di novità incredibili. E ora siamo alle visioni...
- Flora? - chiede Grazia accentuando la smorfia infantile - Io sono qui con te e tu pensi a lei?
Nadia sbuffa mentre si lascia ricadere indietro sul cuscino soffice, le mani dietro la nuca. Fissa il soffitto e si abbandona a un po' di sconforto.
- Piccola mia, proprio oggi che avrei voluto regalarmi e regalarti una giornata di assoluto relax dopo tre giorni di lavoro convulso per terminare quel progetto...
- Che succede con Flora? Cosa ti ha detto quella?
- Amore, la telefonata è terminata con lei che mi ha supplicato di incontrarla il più presto possibile perché deve assolutamente raccontarmi quanto è successo... Tra frasi senza senso e parole ripetute, alla fine ho capito solo che è a Milano e che dal suo capo Amaranto è successo qualcosa che l'ha davvero sconvolta.
- Non è vero! - protesta Grazia - Le hai detto tu di venire qui! Mi dici bugie...
Grazia si volta dall'altra parte dandole di proposito le spalle. A Nadia non piace quando si comporta come una ragazzina viziata, ma d'altra parte è colpa sua, l'ha abituata così. Non è mai stata capace di dire di no: né a Flora, né a Grazia. Due donne troppo importanti per rischiare di ferirle o peggio ancora perderle. Così diverse e complementari da poter essere fuse in un'unica super donna, una dea del passato unica e invincibile, che vive nel presente divisa in due metà come la celebre mela descritta da Platone. Ama entrambe alla follia, anche se con sfumature sentimentali diverse. Le vorrebbe per sé tutte e due ma, essendo modesta e umile di carattere, Nadia è convinta di dover già ringraziare il buon Dio se le ha concesso di avere l'amore di una e l'amicizia dell'altra.
Ora però non sa come spiegare alla ragazza stesa accanto a lei di dover sgusciare dalle lenzuola di raso, rivestirsi e lasciare in fretta l'abitazione. Non vuole coinvolgere Grazia in questa vicenda poco chiara. Deve proteggere la sua ingenuità e soprattutto Flora è solo sua. È convinta che Grazia non capirebbe molte cose, o forse la sottovaluta. Ma tant'è: deve andarsene e lasciarle il campo libero con l'amica di sempre.
Mentre Grazia si è nuovamente voltata e ora le accarezza la schiena per fare pace, Nadia riflette sull'affetto che la lega a Flora. Il loro è un rapporto davvero speciale. Una lunga amicizia sbocciata al liceo, tanti anni prima. Una relazione presto condita da tenerezza e reciproche scoperte sessuali.
Eppure, dopo molte esperienze vissute assieme, era avvenuta l'interruzione durata dieci anni; in parte perché altri incontri e nuove amicizie avevano lentamente sfaldato il loro legame prima così esclusivo. Quando Flora si innamorò per la prima volta di un ragazzo, smise di frequentare assiduamente Nadia. La mora, nonostante il dispiacere acuto, capì: era giunto il momento di mettersi da parte e lasciar spiccare il volo all'amata amica, che sicuramente era molto diversa da lei e aveva bisogno d'altro.
Era però anche emersa un'altra questione che aveva allontanato le due ragazze invece che unirle: Flora per anni le aveva nascosto un terribile segreto, che Nadia riuscì a farle confessare solamente dopo l'epilogo drammatico. Quando seppe la verità, si sentì doppiamente tradita per non essere stata considerata un valido supporto, una confidente a cui narrare gli obbrobriosi incontri cui era costretta.
Prima di scoprire la verità aveva intuito che qualcuno turbava profondamente la compagna, che però si ostinava a negare e a minimizzare certi atteggiamenti: ferite sul corpo, paura ad aggirarsi da sola nell'edificio scolastico, strani comportamenti quando entrava in aula il prete che insegnava loro religione e canto... eppure Flora le aveva sempre detto che tutto procedeva per il meglio.
Quel segreto non confidato alla lunga iniziò a pesare troppo, come una lastra di marmo appoggiata sul petto di un condannato a morte. Quando fu rivelato, Nadia crollò. Per un po' mascherò la delusione, poi accusò il colpo e cercò inconsciamente una scusa valida per allontarsi da lei.
La gelosia nutrita nei confronti di ogni maschio visto come possibile usurpatore del suo ruolo di amica e confidente, oltre che di amante, unita al pensiero che qualcun altro fosse più un più abile confidente, fecero maturare in Nadia il desiderio di prendere una strada tutta sua.
Quando si iscrissero a facoltà universitarie in due città distanti, Nadia colse l'occasione per sentirsi libera. Ma la libertà provata fu molto simile a quella di un canarino nato e vissuto in una voliera che riesce a fuggire ma poi, pentito, non sa più come tornare al nido sicuro.
Fu dolorosissimo dire addio all'amica. Fu ancora peggio giustificare l'allontanamento con se stessa. Molti ricordi ed esperienze le avevano unite in quei cinque anni. E le sarebbe mancato quel bocciolo di rosa che in più occasioni si era mostrato pronto a donarsi alle sue carezze più profonde.
Per dieci anni non seppe più nulla di Flora. All'inizio la pensò spesso, poi sempre meno. Senza però dimenticarla mai.
Non appena la rivide quel giorno in metropolitana, per Nadia fu come riannodare un filo rosso appena sfilacciato.
Nadia ha un moto di tenerezza nei confronti di Grazie. Si volta e il suo sguardo plana sull'affascinante rossa stesa accanto a lei. Ha il capo posato sul cuscino e la guarda con occhi languidi. Giace morbida, velata in un baby doll verde impreziosito da fiorellini bianchi. Un braccio nudo fa capolino dalle lenzuola color avorio, la bocca sottile schiusa in un sorriso appena accennato. I capelli scarmigliati formano un nido fulvo per il suo viso infantile.
La ragazza corruccia la fronte. Ha intuito il pensiero che ha attraversato come un lampo la mente di Nadia. Ha ora la certezza che Flora le impedirà di stare tutto il pomeriggio tra le braccia della sua compagna.
Nadia cerca le parole giuste per non offenderla. "Sembra una bambina", pensa. Guardandola ora stenta a credere che poco prima si sia lasciata catturare dalle sue mani. Movimenti sapienti, ritmati da parole d'amore appena sussurrate, Nadia è un'artista dell'amore saffico. Le sue dita sono scomparse nell'anfratto più dolce, incorniciato da sottili peli rossicci. Toccare quell'orchidea magnifica, tastarne il centro, titillarne ogni petalo vellutato e poi accogliere sulla mano il succo sgorgato dalle viscere del suo piacere. Impossibile resistere: solo assaporando il gusto di quegli umori il desiderio di Nadia si appaga ed è pronto per essere corrisposto.
*****
Fin da bambina Grazia era stata rigidamente educata dalla famiglia al culto estremo della verginità. Quando conobbe e poi si innamorò di Giacomo, fu estremamente chiara e gli spiegò quanto fosse importante per lei attendere la prima notte di matrimonio. Il giovane, nonostante la dura prova, accettò, parzialmente convinto di riuscire a far cambiare idea alla bella fidanzata. Lei fu invece irremovibile. Giacomo non era casto, ma lo divenne per amore e rispetto, nonostante le prese in giro degli amici e i racconti delle loro prodezze sessuali.
Trascorsi i cinque lunghi anni di fidanzamento, finalmente giunsero le attese nozze. Mentre Grazia, aiutata dalla madre e dalle amiche, aveva studiato per un lustro intero, fin nei minimi dettagli, quella magnifica giornata - scegliendo l'abito e l'acconciatura, i fiori e le bomboniere, il menù del ristorante e le tovaglie in tinta col centro tavola - Giacomo si era concentrato su un unico pensiero: quanto sarebbe stata piacevole la lunga nottata da trascorrere in totale intimità con la sua donna. L'amava, era felice di infilarle la fede al dito, era eccitato per l'inizio della nuova vita, era contento di partire per la luna di miele, ma in tutta sincerità l'unico pensiero che gli dava la sensazione reale che il sangue gli scorresse fluido nelle vene era quello di sua moglie in guepierre bianca che l'attendeva stesa sul letto in posizione inequivocabile.
Durante il matrimonio e il ricevimento gli amici notarono quante volte il neo sposo controllasse l'ora. Se avesse potuto, avrebbe afferrato il sole con entrambe le mani e l'avrebbe abbassato con forza, spinto in basso, fino a farlo sparire dietro le montagne, per agevolare l'arrivo della sera. Grazia era invece tranquilla e serena, chiacchierava amabilmente con gli ospiti e sembrava a suo agio in quella giornata così tumultuosa.
Il termine della festa arrivò, anche se a Giacomo parve aver perso troppo tempo in saluti e convenevoli. Prese per una mano la moglie e la strattonò all'auto. Montò alla guida e si lanciò in una corsa folle verso la nuova casa, sfrecciando tra le auto incolonnate come se dovesse raggiungere il pronto soccorso, incurante delle proteste degli automobilisti e persino di un semaforo rosso. Era giunto al limite fisico dell'attesa: finalmente per lui iniziava una nuova, sospirata, vita da uomo.
La prima notte di nozze fu un disastro e accadde ciò che Giacomo non avrebbe mai potuto aspettarsi in cinque anni di sogni erotici. L'attesa durata tutti quegli anni fu letale. Quando il neo sposo cercò di cogliere il primo fiore, Grazia fu presa dal panico e non riuscì nemmeno a lasciarsi spogliare. Colta da sensi di colpa ingiustificati e tremore, gli impedì persino di sbottonarle l'abito bianco. Tolse solamente il velo leggero come una nuvola di piume e le scarpe immacolate come neve appena caduta. Nulla più.
La giovane si addormentò bagnata di lacrime, col trucco sfatto e i riccioli rossi abbandonati sul guanciale. Indossava ancora il vestito nuziale. Il neo sposo passò una notte bianca furente come il leone che ha fallito l'agguato alla gazzella dopo ore di pazienti appostamenti. Verso l'alba l'umore di Giacomo era mutato: la rabbia, stemperata dal sole giallo oro del nuovo giorno, si era trasformata in volontà di cambiare le cose in maniera graduale. Però non sapeva davvero cosa fare per aiutarla. Il miscuglio di rancore e desiderio represso furono gli ingredienti di un primo giorno di nozze da incubo da non raccontare mai agli amici.
Nelle settimane successive seguirono parecchi tentativi di approcci amorosi, tutti miseramente falliti e sfociati nei pianti di lei e nella disperazione crescente di lui. Poi fu chiaro che Grazia soffriva di un blocco psicologico. I sensi di colpa nei confronti del marito deluso e i pianti isterici sempre più frequenti fecero il resto. Il matrimonio appena celebrato rischiava già il collasso.
Nonostante la giovane età Giacomo dimostrò grande tenacia e amore. Piano piano, tentativo dopo tentativo, la giovane riuscì a togliersi completamente gli abiti. Giunse a farsi toccare e ad accettare qualche cauto contatto fisico. Ma mai penetrazioni.
Ogni volta che il marito cercava di farla sua, Grazia si bloccava, si ritraeva chiudendosi a riccio e le calde lacrime ricominciavano a rigarle il bel viso.
Giacomo pazientò quasi un anno, senza raccontare nulla nemmeno agli amici più cari. Lo avevano già abbondantemente deriso per la sua castità durante il fidanzamento, figuriamoci quanto lo avrebbero biasimato per la sua paradossale vita matrimoniale.
In occasione del primo anniversario, il marito passò la notte insonne. Era esasperato. Pensò di prendere la moglie con un po' di violenza, senza esagerare, ma ebbe paura di rovinare del tutto il loro rapporto condito solo da coccole. Non voleva però condannarsi a una vita di autoerotismo per convivere con colei che si comportava come una sorella. Per sfogare gli istinti più bassi avrebbe potuto pagare una prostituta, ma la sua auto stima sarebbe definitivamente crollata.
Come un lampo che attraversa improvviso il cielo cupo rischiarando il paesaggio e conferendo una luce completamente diversa, Giacomo escogitò una soluzione. Il giorno seguente convinse Grazia ad andare assieme a lui da uno psicologo coniugale. Forse avrebbe dovuto farlo prima, pensò, ma l'orgoglio gli aveva impedito di chiedere un aiuto esterno. La giovane accettò di buon grado la proposta e iniziarono una terapia di coppia con uno specialista. Gli incontri funzionarono, anche se i primi risultati arrivarono dopo altri sei mesi, parecchie sedute dal terapeuta e un conto salato da saldare.
Finalmente giunse il gran giorno: Grazia si concesse. Il rapporto fu molto difficoltoso: la giovane restò immobile, come se fosse in attesa di provare un dolore lacerante provocato da un pugnale acuminato. Il matrimonio fu consumato, ma l'esperienza non le piacque e pianse una volta ancora.
Giacomo era però determinato a non mollare. Sapeva di essere sulla strada giusta. La coppia proseguì con le sedute e i tentativi in nome dell'amore che li univa. Molto lentamente le cose si normalizzarono in una dignitosa intimità sessuale, senza alcuna variante: baci, carezze ma mai nulla di più.
*****
Mentre abbandona lentamente il grande letto intagliato nel grande ulivo Grazia ha afferrato un cuscino per nascondersi, fingendo timidezza. Nadia osserva malinconicamente le movenze di quella meravigliosa creatura ricoperta da una cascata di capelli rossi: spalle esili, seno piccolo e sodo, fianchi stretti che si appoggiano su un fondoschiena a forma di cuore. Ogni parte di quel corpo è stata sua.
Una vampata di desiderio assale la mora, che avverte il calore salirle dalla schiena, raggiungere e avvilupparle la testa e da lì piombare come una goccia di piombo fuso nel ventre. L'assale l'istinto improvviso di mandare al diavolo Flora e riportare nel letto l'amica... ma sa che non può.
Grazia lascia cadere sul parquet scuro il cuscino: è un ultimo tentativo per convincere l'amica a farla restare.
- Sembri una dea pronta a compiacere la tua adoratrice. - sospira Nadia; Grazia le sorride speranzosa.
"Devo chiederle di rivestirsi subito e uscire" pensa, ma le muore la voce in gola.
Avverte l'irresistibile richiamo del ventre mentre segue le pieghe del baby doll con un dito immaginario. Dagli slip trasparenti affiora il morbido rigonfiamento del monte di Venere.
Nadia le fa cenno di avvicinarsi. Seduta sul letto, si sporge e afferra le gambe di Grazia, che si ferma in piedi, davanti a lei. Le abbondanti mammelle della mora aderiscono alle cosce della rossa, che prende con entrambe le mani la nuca della compagna. Le insinua le dita tra i ricci e chiude gli occhi per un attimo. Poi ruota in avanti il pube fino a incollarlo alla bocca di Nadia. Riapre le palpebre e le due donne si guardano intensamente. Occhi verdi e occhi neri: un unico desiderio le avviluppa come le spire di un serpente costrittore che vuole divorare due prede in un solo boccone. Le parole non servono.
La mora assaggia quell'ostrica fresca e profumata, coi denti ne mordicchia la perla rosa. Insinua la punta della lingua oltre la soglia, appagata dai gemiti di Grazia, che le pianta le unghie alla base del collo. Un brivido inesauribile le corre lungo la schiena. La rossa reclina la testa indietro abbandonandosi alle sensazioni sublimi. I capelli fulvi le sfiorano le natiche. Nadia sorride compiaciuta e termina il suo dono d'amore.
Grazia è appagata e il broncio pare scomparso. Mentre si riveste, la mora guarda a capo chino il baby doll verde abbandonato sul tappeto di corda indiano. Con movimenti rapidi, la rossa infila un abitino fiorato. Le ha chiesto scusa per l'imprevisto e Grazia sembra meno contrariata.
- Che pazzia doverti cacciare per accogliere Flora e i suoi racconti folli.
La rossa infila i piedi sottili dalle unghie laccate di rosso nei sandali bianchi.
- Come sei diversa ora rispetto a quando abbiamo iniziato a frequentarci. La ragazzina timida e innocente si è trasformata in una tigre che artiglia quando è contrariata.
*****
Nadia conobbe Grazia in seguito a una telefonata. Con voce decisa le aveva spiegato di essere alla ricerca di una nuova occupazione. Laureata in architettura, aveva voglia di dedicarsi alla sua carriera in un posto esclusivamente femminile.
Nadia non aveva bisogno di una nuova collaboratrice, ma accettò di incontrarla. Quando quella fantastica rossa varcò la soglia del suo studio di via Solari a Milano, per lo stupore per poco non cancellò un intero file dal mac. Dopo un istante aveva già deciso che lei sarebbe diventata la sua nuova assistente. Quando poi Grazia le si sedette di fronte accavallando le gambe e scoprendo la pelle fino a metà cosce, Nadia decise che avrebbe fatto di tutto pur di infilare la sua lingua appena un po' più in alto.
Il giorno dopo Grazia si presentò puntuale. Nel frattempo la sua nuova datrice di lavoro era andata dal parrucchiere per sistemare i folti ricci.
Nadia impostò il rapporto professionale in modo molto amichevole. Le altre ragazze che lavoravano nello studio conoscevano bene la restauratrice capo: sapevano che tutto quanto faceva parte della sua comprovata tattica d'attacco e conquista.
Pause a base di tisane rinfrescanti, chiacchierate sorseggiando un caffè in tazze grandi, complimenti che sembravano gettati lì per caso erano tutti gli ingredienti di una sapiente avanzata. Ogni giorno Nadia studiava la sua tenera preda, scrutandone le reazioni, per cercare di capire fino a che punto avrebbe potuto spingersi e tentare l'assedio.
La giovane rossa non sospettava affatto che il suo capo fosse interessato a lei. Ancora innocente, non poteva immaginare di essere l'oggetto dei desideri di una donna. Interpretò il comportamento di Nadia come quello di un'amica sincera.
Una mattina di ottobre Milano era immersa in nubi grigie e cupe. Pioveva così tanto che sembrava che la città si sarebbe allagata entro sera. Pozzanghere immense d'acqua gialla invadevano le strade, dove automobilisti maleducati lanciavano a folle velocità le auto incuranti dei passanti condannati a docce indesiderate. Di fronte a due tazze fumanti di tè verde, Grazia non ebbe difficoltà a raccontare tutto il suo calvario sessuale vissuto col marito. Dagli albori a quella che lei considerava la propria emancipazione sessuale, spiegò a Nadia quanto le fosse costato quel viaggio complicato alla scoperta del proprio corpo e di quello del marito.
Nadia ne fu intenerita. Pensò che dietro quei grandi occhi verdi si nascondeva davvero una bambina inesperta del mondo e della vita. Già sentiva di provare un sentimento nuovo e forte per lei. In fondo avevano in comune l'iniziale difficoltà a donarsi a un uomo per mantenere la verginità. Per il resto erano completamente agli antipodi. Grazia era rimasta pura nel cuore e nell'anima. Nadia invece aveva subito aggirato il tabù della verginità abbandonandosi a rapporti alternativi. Nadia aveva però perso la vera verginità, quella mentale, in ampio anticipo rispetto alla deflorazione fisica.
Grazia le raccontò anche che il suo percorso sessuale si era concluso in modo davvero inaspettato. Le sedute dal terapeuta assieme a Giacomo erano proseguite per un po'. Un giorno lo psicologo le spiegò che era ancora troppo limitata e abitudinaria. La convinse che era giunto il momento di abbandonare la crisalide in cui si era ostinatamente rinchiusa e volare via, come se si fosse trasformata in una nuova sfavillante farfalla.
Grazia si licenziò immediatamente dal posto dove lavorava da quando aveva diciotto anni. Partecipò a un colloquio e, sbaragliando la concorrenza, ottenne un incarico come assistente del direttore di uno studio di architettura multinazionale. Aveva voglia di realizzarsi: nella nuova società le offrirono l'occasione che desiderava.
Qualche tempo dopo alla bella rossa fu affidato il compito di ricevere un cliente veneziano. All'apuntamento si presentò un aitante giovanotto biondo dal forte accento. Grazia lo accolse con gentilezza, bevvero un caffè, parlarono di lavoro e poi andarono assieme a colazione. Nel ristorante successe l'evento che stravolse la vita di Grazia: per la prima volta in vita sua elaborò una fantasia sessuale dove l'oggetto del suo improvviso quanto inestinguibile desiderio era proprio il cliente seduto di fronte a lei.
Grazia immaginò di essere sola con quel biondo sconosciuto mentre, abbigliato da gondoliere, con la tradizionale maglia a righe orizzontali bianca e nera e cappello di paglia, la conduceva nei canali più tranquilli e lontani dal flusso dei turisti. Rimasti soli, il giovane virava l'imbarcazione per attraccarla, poi toglieva il cappello che copriva la capigliatura color oro spettinata dalla brezza marina e si spogliava rivelando un torace muscoloso. Mentre il giovane si accingeva a sfilare il foulard rosso dai passanti dei calzoni, Grazia sognava di essere già rimasta vestita solamente di uno splendido sorriso malizioso. Senza dire una parola, lui si avventava su di lei sdraiandola sopra uno dei romantici seggiolini imbottiti color cremisi. I suoi occhi fissavano il lungo remo immaginando una similitudine con le doti mascoline del marinaio. La fantasia di Grazia si spingeva fino a godersi la scena dell'amplesso amplificata dallo sciabordio delle onde contro la caratteristica imbarcazione di Venezia.
Senza entrare nei dettagli con Nadia, Grazia disse solo di aver sperimentato un pensiero osceno, talmente spinto e audace da travolgerla. Per lei tutto ciò rappresentò un peccato vergognoso: un'ignominia, per dirla con le sue parole. Nonostante la confessione in chiesa quella sera stessa, la rossa sentiva di aver commesso il più obbrobrioso dei delitti nei confronti del marito Giacomo.
Mentre spiegava a Nadia la vicenda, scoppiò a piangere e, tra le lacrime, le chiedeva come fosse possibile per una moglie irreprensibile concepire un pensiero così spinto con un perfetto estraneo appena conosciuto.
Asciugandosi i grandi occhi verdi con un fazzoletto di carta, Grazia proseguì il racconto narrando il ritorno a casa dal marito, quando gli confessò il desiderio provato nei confronti del biondo veneziano. Senza nemmeno dare a Giacomo l'opportunità di capire che cosa stesse succedendo davanti ai suoi occhi, la moglie si precipitò in camera da letto e preparò le valigie. Per lui. Lo mise fuori casa e nessuna azione né frase del marito riuscirono a farle cambiare idea.
La spiegazione data lasciò Nadia senza parole: se una donna tradisce col pensiero l'uomo che ama, allora non lo sta amando. Matrimonio finito alla velocità del pensiero.
Per Giacomo gli anni di attesa e dedizione non valsero nulla: Grazia non accettò alcuna spiegazione. Avvilito, ma spinto da amore totale e cieco, Giacomo accettò ancora una volta le condizioni imposte dalla moglie e se ne andò di casa. Trovò un'altra abitazione nella speranza che Grazia cambiasse idea e accettasse di riprenderlo con sé.
Lei non vide mai più quel cliente di Venezia, che alla fine decise di rivolgersi a un altro studio d'architetti e che nemmeno lontanamente poteva supporre di essere stato causo di un tale stravolgimento.
Grazia fu irremovibile nella decisione di separarsi e nella volontà di trovare un altro studio d'architettura in cui lavorare. Fu così che conobbe Nadia.
Terminato il racconto della sua nuova dipendente, in quel lontano giorno di ottobre Nadia pensò che nella vita di Grazia poteva esserci spazio anche per lei. Dopotutto avevano in comune lo stesso tipo di educazione sbagliata. Negli anni aveva dovuto affrontare una drammatica metamorfosi scoprendo di essere lesbica. Questa consapevolezza, che s'era fatta strada in lei lentamente, l'aveva allontanata completamente prima dalla famiglia e poi dalla chiesa. Aveva sofferto molto perché la sua educazione la portava a rifiutare l'omosessualità. Ma ogni volta che si era innamorata, era successo per una ragazza, nonostante si fosse più volte imposta di frequentare maschi.
Poi aveva ceduto le armi e aveva iniziato a frequentare ragazze di cui timidamente si invaghiva. Per un po' era anche riuscita a nascondere la sua vera natura alla famiglia, trovando fidanzati fittizi da presentare in casa per cancellare ogni sospetto. Quando la verità esplose come una mina antiuomo ben nascosta, i genitori l'allontanarono con sdegno. Per Nadia fu un duro colpo e così provò a non frequentare più donne e a tentare nuovamente con gli uomini, ma non funzionò. Era troppo infelice e così lasciò la casa natale. Per la vergogna decise di allontanarsi anche dalla chiesa: smise di confessarsi e non andò più a messa.
Crescendo e confrontandosi con altre persone che vivevano la sua stessa lacerazione aveva imparato molte cose su di sé e sugli altri. Si sentiva spezzata. Aveva rotto con i suoi affetti più cari: i genitori e Dio.
Iniziò un lungo percorso con una psicologa. Il consiglio della professionista fu che per ritrovare la parte di se stessa inutilmente negata era giunto il momento di parlare con un prete. Proprio così: solo un sacerdote sensibile all'argomento avrebbe saputo come confortare la ragazza. Nadia era molto perplessa, ma poi seguì il consiglio e andò dalla persona giusta, che l'aiutò e le ridiede stima di sé e fiducia negli altri.
Oggi sa di essere una persona degna dell'amore di Dio come tutte le altre. Come tutti sbaglia, come tutti è una peccatrice. È vero, in lei ciò che fa sgorgare il mare di passioni emotive ed erotiche è sempre e solo un'appartenente al genere femminile. Sa però che questa differenza non è un abominio, ma semplicemente un modo diverso di amare. Da quando Dio è tornato nella sua vita, Nadia è una persona rinata.
Mentre il ticchettio della pioggia sui vetri dello studio battevano il tempo che trascorreva, quel giorno ottobrino Grazia aveva confessato quello che considerava il proprio peccato più grave mai commesso.
Nadia si era specchiata nei suoi occhi verdi inumiditi dalle lacrime. Le aveva allora confidato che molte persone sperimentano fantasie erotiche anche con sconosciuti. "È naturale" le disse, "come annusare un profumo di una fragranza meravigliosa e abbandonarsi alle sensazioni intense e incontrollabili che si sprigionano nelle sinapsi".
Lì per lì Grazia non le credette. Rispose che anche suo marito aveva detto una cosa simile, ma era una bugia.
La restauratrice si spinse oltre. Affermò che anche tra donne si provano certi desideri. Grazia la guardò seria, con occhi indagatori, ma volle sapere di più. Nadia mentì con viltà. Il desiderio di accarezzare quel bacino sottile la spingeva ad agire con sotterfugi.
Le spiegò che non è un peccato vero e proprio fare l'amore tra donne, perché è una cosa dolce e tenera. "Non si procrea", disse, "quindi non si tradisce". La giovane era perplessa ma ascoltò con attenzione.
Dopo qualche giorno, con la scusa di darle qualche consiglio per migliorare l'arredamento con poca spesa, Nadia si fece invitare a casa di Grazia.
Varcò la soglia di un appartamento pulito e fresco, dalle pareti dipinte con colori accesi: giallo in soggiorno, verde mela in cucina, azzurro ghiaccio in camera da letto.
Giunte vicino al letto matrimoniale, Nadia intuì che Grazia era in silenzio ad attendere che qualcosa succedesse. La rossa indossava pantaloni bianchi di lino e un top azzurro con nastrini bianchi. I capelli le ricadevano morbidi e fluenti sul petto e la schiena.
Nadia osò. Le prese la mano e la fece adagiare sul copriletto azzurro. Non diceva una parola, ma le sorrideva. Ancora non sapeva fino a che punto sarebbe arrivata, ma il gusto sottile di essere così vicina alla possibilità di cogliere quel frutto proibito la stuzzicava infinitamente.
Con delicatezza, iniziò ad abbassarle le spalline sottili del top. Le accarezzò delicatamente il piccolo seno. Nadia sentiva crescere la smania di toccare quel corpo snello ma flessuoso. Le sbottonò i pantaloni e glieli sfilò piano, scoprendo le lunghe gambe depilate.
Nadia si tolse i vestiti rapidamente. Faticava a mantenere la calma necessaria per non impaurire la ragazza.
Il contrasto tra le due non poteva essere maggiore. Alta, sottile, di carnagione bianca l'una, statuaria, morbida e olivastra l'altra. Capelli fiammeggianti, occhi verdi e languidi da una parte, riccioli scuri e sguardo nero e penetrante dall'altra. Si guardarono in silenzio. Poi Grazia chiese di spegnere la luce. Nadia ubbidì e nel buio totale si infilarono sotto le lenzuola. Si amarono per quasi due ore.
Nadia fece di tutto per non turbare troppo la sua tenera amante. La sfiorò e la baciò come solo un'innamorata può fare. Ne assaggiò i sapori diversi delle varie parti del corpo. Tastò i suoi muscoli atletici e affondò le unghie nella sua pelle elastica. Solamente quando fu sicura di aver stimolato un desiderio incontrollabile nella ragazza decise di insinuarsi nella sua intimità. Non dimenticherà mai il picco di piacere provocato così facilmente in quella dolcissima creatura.
*****
Grazia afferra la borsetta bianca e attraversa a passo lesto il loft, schivando le fila ordinate di candele ancora accese sul parquet. Nadia la segue per accompagnarla alla porta. È mortificata per la situazione, ma sa che la sua rossa agisce d'impulso. Qualche coccola in più e domani la perdonerà. D'altra parte bisogna saper prendere le persone dal verso giusto. Non come fece il marito Giacomo, che restò alla finestra ad aspettare. E mentre lui stava immobile a guardare, Nadia dava scacco al re portandosi la tenera moglie nella sua alcova. Per sempre.
Decine di candele bianche e tonde sono sparse ovunque: sui mobili di legno vengué, sul tappeto di corda indiano, sul davanzale interno della finestra serrata dai tendaggi morbidi.
- Io credo che quando nasce un poeta al cielo si aggiunge una stella in più. La Via Lattea è così ricca di astri perché si è premunita di annotare visivamente, tutte le nascite di questi individui speciali. Ecco cos'è il firmamento, Nadia: sono appunti brillanti nel buio che annotano il primo vagito di tutti i poeti delle civiltà umane, del passato e del presente, come se...
Grazia è una ventisettenne dall'ovale perfetto e il corpo asciutto e tonico. Ha lunghi capelli folti di un rosso Tiziano ravvivato da una fiala colorante suggerita da un abile parrucchiere. Grandi occhi verdi, carnagione candida, il naso piccolo e una spruzzata di lentiggini le donano un aspetto sbarazzino.
Nadia non la sta ascoltando. È in preda all'agitazione da quando, pochi minuti prima, ha ricevuto la telefonata allarmata di Flora. Il suo straordinario micro villaggio paradisiaco, abitato solo da lei e dalla donna che parla di poeti e stelle, è stato raggiunto da un avamposto di Barbari, che preannunciano le intenzioni bellicose del resto dell'esercito che si avvicina a passo di marcia. "È solo questione di mezz'ora e poi Flora scatenerà la battaglia nella mia vita" pensa, "un'altra volta".
Al telefono Flora gridava talmente tanto che per riuscire a capire il senso di qualche frase in più Nadia aveva allontanato il ricevitore dall'orecchio. E con un misero risultato. La ricercatrice in quel momento si stava dirigendo da lei. A breve l'uragano Flora avrebbe devastato il suo pomeriggio.
- Quella benedetta ragazza a volte ce la mette tutta per complicare le cose... - sussurra la mora mentre libera i riccioli impigliati in un orecchino.
- Di chi parli? Non mi stai ascoltando, amore? - domanda con voce piagnucolosa Grazia, che la osserva imbronciata come una bambina.
La sua compagna non risponde, assorbita dalle congetture su Flora. Non era riuscita a calmarla mentre farfugliava qualcosa a proposito di una visione magica durante la lettura dei Tarocchi. O di chissà quale altra diavoleria.
Nadia lascia cadere la testa in avanti e raccoglie i riccioli dietro la nuca, arrotolandoli in una crocchia.
- Flora non finisce mai di stupirmi. Da quando la conosco è sempre fonte di novità incredibili. E ora siamo alle visioni...
- Flora? - chiede Grazia accentuando la smorfia infantile - Io sono qui con te e tu pensi a lei?
Nadia sbuffa mentre si lascia ricadere indietro sul cuscino soffice, le mani dietro la nuca. Fissa il soffitto e si abbandona a un po' di sconforto.
- Piccola mia, proprio oggi che avrei voluto regalarmi e regalarti una giornata di assoluto relax dopo tre giorni di lavoro convulso per terminare quel progetto...
- Che succede con Flora? Cosa ti ha detto quella?
- Amore, la telefonata è terminata con lei che mi ha supplicato di incontrarla il più presto possibile perché deve assolutamente raccontarmi quanto è successo... Tra frasi senza senso e parole ripetute, alla fine ho capito solo che è a Milano e che dal suo capo Amaranto è successo qualcosa che l'ha davvero sconvolta.
- Non è vero! - protesta Grazia - Le hai detto tu di venire qui! Mi dici bugie...
Grazia si volta dall'altra parte dandole di proposito le spalle. A Nadia non piace quando si comporta come una ragazzina viziata, ma d'altra parte è colpa sua, l'ha abituata così. Non è mai stata capace di dire di no: né a Flora, né a Grazia. Due donne troppo importanti per rischiare di ferirle o peggio ancora perderle. Così diverse e complementari da poter essere fuse in un'unica super donna, una dea del passato unica e invincibile, che vive nel presente divisa in due metà come la celebre mela descritta da Platone. Ama entrambe alla follia, anche se con sfumature sentimentali diverse. Le vorrebbe per sé tutte e due ma, essendo modesta e umile di carattere, Nadia è convinta di dover già ringraziare il buon Dio se le ha concesso di avere l'amore di una e l'amicizia dell'altra.
Ora però non sa come spiegare alla ragazza stesa accanto a lei di dover sgusciare dalle lenzuola di raso, rivestirsi e lasciare in fretta l'abitazione. Non vuole coinvolgere Grazia in questa vicenda poco chiara. Deve proteggere la sua ingenuità e soprattutto Flora è solo sua. È convinta che Grazia non capirebbe molte cose, o forse la sottovaluta. Ma tant'è: deve andarsene e lasciarle il campo libero con l'amica di sempre.
Mentre Grazia si è nuovamente voltata e ora le accarezza la schiena per fare pace, Nadia riflette sull'affetto che la lega a Flora. Il loro è un rapporto davvero speciale. Una lunga amicizia sbocciata al liceo, tanti anni prima. Una relazione presto condita da tenerezza e reciproche scoperte sessuali.
Eppure, dopo molte esperienze vissute assieme, era avvenuta l'interruzione durata dieci anni; in parte perché altri incontri e nuove amicizie avevano lentamente sfaldato il loro legame prima così esclusivo. Quando Flora si innamorò per la prima volta di un ragazzo, smise di frequentare assiduamente Nadia. La mora, nonostante il dispiacere acuto, capì: era giunto il momento di mettersi da parte e lasciar spiccare il volo all'amata amica, che sicuramente era molto diversa da lei e aveva bisogno d'altro.
Era però anche emersa un'altra questione che aveva allontanato le due ragazze invece che unirle: Flora per anni le aveva nascosto un terribile segreto, che Nadia riuscì a farle confessare solamente dopo l'epilogo drammatico. Quando seppe la verità, si sentì doppiamente tradita per non essere stata considerata un valido supporto, una confidente a cui narrare gli obbrobriosi incontri cui era costretta.
Prima di scoprire la verità aveva intuito che qualcuno turbava profondamente la compagna, che però si ostinava a negare e a minimizzare certi atteggiamenti: ferite sul corpo, paura ad aggirarsi da sola nell'edificio scolastico, strani comportamenti quando entrava in aula il prete che insegnava loro religione e canto... eppure Flora le aveva sempre detto che tutto procedeva per il meglio.
Quel segreto non confidato alla lunga iniziò a pesare troppo, come una lastra di marmo appoggiata sul petto di un condannato a morte. Quando fu rivelato, Nadia crollò. Per un po' mascherò la delusione, poi accusò il colpo e cercò inconsciamente una scusa valida per allontarsi da lei.
La gelosia nutrita nei confronti di ogni maschio visto come possibile usurpatore del suo ruolo di amica e confidente, oltre che di amante, unita al pensiero che qualcun altro fosse più un più abile confidente, fecero maturare in Nadia il desiderio di prendere una strada tutta sua.
Quando si iscrissero a facoltà universitarie in due città distanti, Nadia colse l'occasione per sentirsi libera. Ma la libertà provata fu molto simile a quella di un canarino nato e vissuto in una voliera che riesce a fuggire ma poi, pentito, non sa più come tornare al nido sicuro.
Fu dolorosissimo dire addio all'amica. Fu ancora peggio giustificare l'allontanamento con se stessa. Molti ricordi ed esperienze le avevano unite in quei cinque anni. E le sarebbe mancato quel bocciolo di rosa che in più occasioni si era mostrato pronto a donarsi alle sue carezze più profonde.
Per dieci anni non seppe più nulla di Flora. All'inizio la pensò spesso, poi sempre meno. Senza però dimenticarla mai.
Non appena la rivide quel giorno in metropolitana, per Nadia fu come riannodare un filo rosso appena sfilacciato.
Nadia ha un moto di tenerezza nei confronti di Grazie. Si volta e il suo sguardo plana sull'affascinante rossa stesa accanto a lei. Ha il capo posato sul cuscino e la guarda con occhi languidi. Giace morbida, velata in un baby doll verde impreziosito da fiorellini bianchi. Un braccio nudo fa capolino dalle lenzuola color avorio, la bocca sottile schiusa in un sorriso appena accennato. I capelli scarmigliati formano un nido fulvo per il suo viso infantile.
La ragazza corruccia la fronte. Ha intuito il pensiero che ha attraversato come un lampo la mente di Nadia. Ha ora la certezza che Flora le impedirà di stare tutto il pomeriggio tra le braccia della sua compagna.
Nadia cerca le parole giuste per non offenderla. "Sembra una bambina", pensa. Guardandola ora stenta a credere che poco prima si sia lasciata catturare dalle sue mani. Movimenti sapienti, ritmati da parole d'amore appena sussurrate, Nadia è un'artista dell'amore saffico. Le sue dita sono scomparse nell'anfratto più dolce, incorniciato da sottili peli rossicci. Toccare quell'orchidea magnifica, tastarne il centro, titillarne ogni petalo vellutato e poi accogliere sulla mano il succo sgorgato dalle viscere del suo piacere. Impossibile resistere: solo assaporando il gusto di quegli umori il desiderio di Nadia si appaga ed è pronto per essere corrisposto.
*****
Fin da bambina Grazia era stata rigidamente educata dalla famiglia al culto estremo della verginità. Quando conobbe e poi si innamorò di Giacomo, fu estremamente chiara e gli spiegò quanto fosse importante per lei attendere la prima notte di matrimonio. Il giovane, nonostante la dura prova, accettò, parzialmente convinto di riuscire a far cambiare idea alla bella fidanzata. Lei fu invece irremovibile. Giacomo non era casto, ma lo divenne per amore e rispetto, nonostante le prese in giro degli amici e i racconti delle loro prodezze sessuali.
Trascorsi i cinque lunghi anni di fidanzamento, finalmente giunsero le attese nozze. Mentre Grazia, aiutata dalla madre e dalle amiche, aveva studiato per un lustro intero, fin nei minimi dettagli, quella magnifica giornata - scegliendo l'abito e l'acconciatura, i fiori e le bomboniere, il menù del ristorante e le tovaglie in tinta col centro tavola - Giacomo si era concentrato su un unico pensiero: quanto sarebbe stata piacevole la lunga nottata da trascorrere in totale intimità con la sua donna. L'amava, era felice di infilarle la fede al dito, era eccitato per l'inizio della nuova vita, era contento di partire per la luna di miele, ma in tutta sincerità l'unico pensiero che gli dava la sensazione reale che il sangue gli scorresse fluido nelle vene era quello di sua moglie in guepierre bianca che l'attendeva stesa sul letto in posizione inequivocabile.
Durante il matrimonio e il ricevimento gli amici notarono quante volte il neo sposo controllasse l'ora. Se avesse potuto, avrebbe afferrato il sole con entrambe le mani e l'avrebbe abbassato con forza, spinto in basso, fino a farlo sparire dietro le montagne, per agevolare l'arrivo della sera. Grazia era invece tranquilla e serena, chiacchierava amabilmente con gli ospiti e sembrava a suo agio in quella giornata così tumultuosa.
Il termine della festa arrivò, anche se a Giacomo parve aver perso troppo tempo in saluti e convenevoli. Prese per una mano la moglie e la strattonò all'auto. Montò alla guida e si lanciò in una corsa folle verso la nuova casa, sfrecciando tra le auto incolonnate come se dovesse raggiungere il pronto soccorso, incurante delle proteste degli automobilisti e persino di un semaforo rosso. Era giunto al limite fisico dell'attesa: finalmente per lui iniziava una nuova, sospirata, vita da uomo.
La prima notte di nozze fu un disastro e accadde ciò che Giacomo non avrebbe mai potuto aspettarsi in cinque anni di sogni erotici. L'attesa durata tutti quegli anni fu letale. Quando il neo sposo cercò di cogliere il primo fiore, Grazia fu presa dal panico e non riuscì nemmeno a lasciarsi spogliare. Colta da sensi di colpa ingiustificati e tremore, gli impedì persino di sbottonarle l'abito bianco. Tolse solamente il velo leggero come una nuvola di piume e le scarpe immacolate come neve appena caduta. Nulla più.
La giovane si addormentò bagnata di lacrime, col trucco sfatto e i riccioli rossi abbandonati sul guanciale. Indossava ancora il vestito nuziale. Il neo sposo passò una notte bianca furente come il leone che ha fallito l'agguato alla gazzella dopo ore di pazienti appostamenti. Verso l'alba l'umore di Giacomo era mutato: la rabbia, stemperata dal sole giallo oro del nuovo giorno, si era trasformata in volontà di cambiare le cose in maniera graduale. Però non sapeva davvero cosa fare per aiutarla. Il miscuglio di rancore e desiderio represso furono gli ingredienti di un primo giorno di nozze da incubo da non raccontare mai agli amici.
Nelle settimane successive seguirono parecchi tentativi di approcci amorosi, tutti miseramente falliti e sfociati nei pianti di lei e nella disperazione crescente di lui. Poi fu chiaro che Grazia soffriva di un blocco psicologico. I sensi di colpa nei confronti del marito deluso e i pianti isterici sempre più frequenti fecero il resto. Il matrimonio appena celebrato rischiava già il collasso.
Nonostante la giovane età Giacomo dimostrò grande tenacia e amore. Piano piano, tentativo dopo tentativo, la giovane riuscì a togliersi completamente gli abiti. Giunse a farsi toccare e ad accettare qualche cauto contatto fisico. Ma mai penetrazioni.
Ogni volta che il marito cercava di farla sua, Grazia si bloccava, si ritraeva chiudendosi a riccio e le calde lacrime ricominciavano a rigarle il bel viso.
Giacomo pazientò quasi un anno, senza raccontare nulla nemmeno agli amici più cari. Lo avevano già abbondantemente deriso per la sua castità durante il fidanzamento, figuriamoci quanto lo avrebbero biasimato per la sua paradossale vita matrimoniale.
In occasione del primo anniversario, il marito passò la notte insonne. Era esasperato. Pensò di prendere la moglie con un po' di violenza, senza esagerare, ma ebbe paura di rovinare del tutto il loro rapporto condito solo da coccole. Non voleva però condannarsi a una vita di autoerotismo per convivere con colei che si comportava come una sorella. Per sfogare gli istinti più bassi avrebbe potuto pagare una prostituta, ma la sua auto stima sarebbe definitivamente crollata.
Come un lampo che attraversa improvviso il cielo cupo rischiarando il paesaggio e conferendo una luce completamente diversa, Giacomo escogitò una soluzione. Il giorno seguente convinse Grazia ad andare assieme a lui da uno psicologo coniugale. Forse avrebbe dovuto farlo prima, pensò, ma l'orgoglio gli aveva impedito di chiedere un aiuto esterno. La giovane accettò di buon grado la proposta e iniziarono una terapia di coppia con uno specialista. Gli incontri funzionarono, anche se i primi risultati arrivarono dopo altri sei mesi, parecchie sedute dal terapeuta e un conto salato da saldare.
Finalmente giunse il gran giorno: Grazia si concesse. Il rapporto fu molto difficoltoso: la giovane restò immobile, come se fosse in attesa di provare un dolore lacerante provocato da un pugnale acuminato. Il matrimonio fu consumato, ma l'esperienza non le piacque e pianse una volta ancora.
Giacomo era però determinato a non mollare. Sapeva di essere sulla strada giusta. La coppia proseguì con le sedute e i tentativi in nome dell'amore che li univa. Molto lentamente le cose si normalizzarono in una dignitosa intimità sessuale, senza alcuna variante: baci, carezze ma mai nulla di più.
*****
Mentre abbandona lentamente il grande letto intagliato nel grande ulivo Grazia ha afferrato un cuscino per nascondersi, fingendo timidezza. Nadia osserva malinconicamente le movenze di quella meravigliosa creatura ricoperta da una cascata di capelli rossi: spalle esili, seno piccolo e sodo, fianchi stretti che si appoggiano su un fondoschiena a forma di cuore. Ogni parte di quel corpo è stata sua.
Una vampata di desiderio assale la mora, che avverte il calore salirle dalla schiena, raggiungere e avvilupparle la testa e da lì piombare come una goccia di piombo fuso nel ventre. L'assale l'istinto improvviso di mandare al diavolo Flora e riportare nel letto l'amica... ma sa che non può.
Grazia lascia cadere sul parquet scuro il cuscino: è un ultimo tentativo per convincere l'amica a farla restare.
- Sembri una dea pronta a compiacere la tua adoratrice. - sospira Nadia; Grazia le sorride speranzosa.
"Devo chiederle di rivestirsi subito e uscire" pensa, ma le muore la voce in gola.
Avverte l'irresistibile richiamo del ventre mentre segue le pieghe del baby doll con un dito immaginario. Dagli slip trasparenti affiora il morbido rigonfiamento del monte di Venere.
Nadia le fa cenno di avvicinarsi. Seduta sul letto, si sporge e afferra le gambe di Grazia, che si ferma in piedi, davanti a lei. Le abbondanti mammelle della mora aderiscono alle cosce della rossa, che prende con entrambe le mani la nuca della compagna. Le insinua le dita tra i ricci e chiude gli occhi per un attimo. Poi ruota in avanti il pube fino a incollarlo alla bocca di Nadia. Riapre le palpebre e le due donne si guardano intensamente. Occhi verdi e occhi neri: un unico desiderio le avviluppa come le spire di un serpente costrittore che vuole divorare due prede in un solo boccone. Le parole non servono.
La mora assaggia quell'ostrica fresca e profumata, coi denti ne mordicchia la perla rosa. Insinua la punta della lingua oltre la soglia, appagata dai gemiti di Grazia, che le pianta le unghie alla base del collo. Un brivido inesauribile le corre lungo la schiena. La rossa reclina la testa indietro abbandonandosi alle sensazioni sublimi. I capelli fulvi le sfiorano le natiche. Nadia sorride compiaciuta e termina il suo dono d'amore.
Grazia è appagata e il broncio pare scomparso. Mentre si riveste, la mora guarda a capo chino il baby doll verde abbandonato sul tappeto di corda indiano. Con movimenti rapidi, la rossa infila un abitino fiorato. Le ha chiesto scusa per l'imprevisto e Grazia sembra meno contrariata.
- Che pazzia doverti cacciare per accogliere Flora e i suoi racconti folli.
La rossa infila i piedi sottili dalle unghie laccate di rosso nei sandali bianchi.
- Come sei diversa ora rispetto a quando abbiamo iniziato a frequentarci. La ragazzina timida e innocente si è trasformata in una tigre che artiglia quando è contrariata.
*****
Nadia conobbe Grazia in seguito a una telefonata. Con voce decisa le aveva spiegato di essere alla ricerca di una nuova occupazione. Laureata in architettura, aveva voglia di dedicarsi alla sua carriera in un posto esclusivamente femminile.
Nadia non aveva bisogno di una nuova collaboratrice, ma accettò di incontrarla. Quando quella fantastica rossa varcò la soglia del suo studio di via Solari a Milano, per lo stupore per poco non cancellò un intero file dal mac. Dopo un istante aveva già deciso che lei sarebbe diventata la sua nuova assistente. Quando poi Grazia le si sedette di fronte accavallando le gambe e scoprendo la pelle fino a metà cosce, Nadia decise che avrebbe fatto di tutto pur di infilare la sua lingua appena un po' più in alto.
Il giorno dopo Grazia si presentò puntuale. Nel frattempo la sua nuova datrice di lavoro era andata dal parrucchiere per sistemare i folti ricci.
Nadia impostò il rapporto professionale in modo molto amichevole. Le altre ragazze che lavoravano nello studio conoscevano bene la restauratrice capo: sapevano che tutto quanto faceva parte della sua comprovata tattica d'attacco e conquista.
Pause a base di tisane rinfrescanti, chiacchierate sorseggiando un caffè in tazze grandi, complimenti che sembravano gettati lì per caso erano tutti gli ingredienti di una sapiente avanzata. Ogni giorno Nadia studiava la sua tenera preda, scrutandone le reazioni, per cercare di capire fino a che punto avrebbe potuto spingersi e tentare l'assedio.
La giovane rossa non sospettava affatto che il suo capo fosse interessato a lei. Ancora innocente, non poteva immaginare di essere l'oggetto dei desideri di una donna. Interpretò il comportamento di Nadia come quello di un'amica sincera.
Una mattina di ottobre Milano era immersa in nubi grigie e cupe. Pioveva così tanto che sembrava che la città si sarebbe allagata entro sera. Pozzanghere immense d'acqua gialla invadevano le strade, dove automobilisti maleducati lanciavano a folle velocità le auto incuranti dei passanti condannati a docce indesiderate. Di fronte a due tazze fumanti di tè verde, Grazia non ebbe difficoltà a raccontare tutto il suo calvario sessuale vissuto col marito. Dagli albori a quella che lei considerava la propria emancipazione sessuale, spiegò a Nadia quanto le fosse costato quel viaggio complicato alla scoperta del proprio corpo e di quello del marito.
Nadia ne fu intenerita. Pensò che dietro quei grandi occhi verdi si nascondeva davvero una bambina inesperta del mondo e della vita. Già sentiva di provare un sentimento nuovo e forte per lei. In fondo avevano in comune l'iniziale difficoltà a donarsi a un uomo per mantenere la verginità. Per il resto erano completamente agli antipodi. Grazia era rimasta pura nel cuore e nell'anima. Nadia invece aveva subito aggirato il tabù della verginità abbandonandosi a rapporti alternativi. Nadia aveva però perso la vera verginità, quella mentale, in ampio anticipo rispetto alla deflorazione fisica.
Grazia le raccontò anche che il suo percorso sessuale si era concluso in modo davvero inaspettato. Le sedute dal terapeuta assieme a Giacomo erano proseguite per un po'. Un giorno lo psicologo le spiegò che era ancora troppo limitata e abitudinaria. La convinse che era giunto il momento di abbandonare la crisalide in cui si era ostinatamente rinchiusa e volare via, come se si fosse trasformata in una nuova sfavillante farfalla.
Grazia si licenziò immediatamente dal posto dove lavorava da quando aveva diciotto anni. Partecipò a un colloquio e, sbaragliando la concorrenza, ottenne un incarico come assistente del direttore di uno studio di architettura multinazionale. Aveva voglia di realizzarsi: nella nuova società le offrirono l'occasione che desiderava.
Qualche tempo dopo alla bella rossa fu affidato il compito di ricevere un cliente veneziano. All'apuntamento si presentò un aitante giovanotto biondo dal forte accento. Grazia lo accolse con gentilezza, bevvero un caffè, parlarono di lavoro e poi andarono assieme a colazione. Nel ristorante successe l'evento che stravolse la vita di Grazia: per la prima volta in vita sua elaborò una fantasia sessuale dove l'oggetto del suo improvviso quanto inestinguibile desiderio era proprio il cliente seduto di fronte a lei.
Grazia immaginò di essere sola con quel biondo sconosciuto mentre, abbigliato da gondoliere, con la tradizionale maglia a righe orizzontali bianca e nera e cappello di paglia, la conduceva nei canali più tranquilli e lontani dal flusso dei turisti. Rimasti soli, il giovane virava l'imbarcazione per attraccarla, poi toglieva il cappello che copriva la capigliatura color oro spettinata dalla brezza marina e si spogliava rivelando un torace muscoloso. Mentre il giovane si accingeva a sfilare il foulard rosso dai passanti dei calzoni, Grazia sognava di essere già rimasta vestita solamente di uno splendido sorriso malizioso. Senza dire una parola, lui si avventava su di lei sdraiandola sopra uno dei romantici seggiolini imbottiti color cremisi. I suoi occhi fissavano il lungo remo immaginando una similitudine con le doti mascoline del marinaio. La fantasia di Grazia si spingeva fino a godersi la scena dell'amplesso amplificata dallo sciabordio delle onde contro la caratteristica imbarcazione di Venezia.
Senza entrare nei dettagli con Nadia, Grazia disse solo di aver sperimentato un pensiero osceno, talmente spinto e audace da travolgerla. Per lei tutto ciò rappresentò un peccato vergognoso: un'ignominia, per dirla con le sue parole. Nonostante la confessione in chiesa quella sera stessa, la rossa sentiva di aver commesso il più obbrobrioso dei delitti nei confronti del marito Giacomo.
Mentre spiegava a Nadia la vicenda, scoppiò a piangere e, tra le lacrime, le chiedeva come fosse possibile per una moglie irreprensibile concepire un pensiero così spinto con un perfetto estraneo appena conosciuto.
Asciugandosi i grandi occhi verdi con un fazzoletto di carta, Grazia proseguì il racconto narrando il ritorno a casa dal marito, quando gli confessò il desiderio provato nei confronti del biondo veneziano. Senza nemmeno dare a Giacomo l'opportunità di capire che cosa stesse succedendo davanti ai suoi occhi, la moglie si precipitò in camera da letto e preparò le valigie. Per lui. Lo mise fuori casa e nessuna azione né frase del marito riuscirono a farle cambiare idea.
La spiegazione data lasciò Nadia senza parole: se una donna tradisce col pensiero l'uomo che ama, allora non lo sta amando. Matrimonio finito alla velocità del pensiero.
Per Giacomo gli anni di attesa e dedizione non valsero nulla: Grazia non accettò alcuna spiegazione. Avvilito, ma spinto da amore totale e cieco, Giacomo accettò ancora una volta le condizioni imposte dalla moglie e se ne andò di casa. Trovò un'altra abitazione nella speranza che Grazia cambiasse idea e accettasse di riprenderlo con sé.
Lei non vide mai più quel cliente di Venezia, che alla fine decise di rivolgersi a un altro studio d'architetti e che nemmeno lontanamente poteva supporre di essere stato causo di un tale stravolgimento.
Grazia fu irremovibile nella decisione di separarsi e nella volontà di trovare un altro studio d'architettura in cui lavorare. Fu così che conobbe Nadia.
Terminato il racconto della sua nuova dipendente, in quel lontano giorno di ottobre Nadia pensò che nella vita di Grazia poteva esserci spazio anche per lei. Dopotutto avevano in comune lo stesso tipo di educazione sbagliata. Negli anni aveva dovuto affrontare una drammatica metamorfosi scoprendo di essere lesbica. Questa consapevolezza, che s'era fatta strada in lei lentamente, l'aveva allontanata completamente prima dalla famiglia e poi dalla chiesa. Aveva sofferto molto perché la sua educazione la portava a rifiutare l'omosessualità. Ma ogni volta che si era innamorata, era successo per una ragazza, nonostante si fosse più volte imposta di frequentare maschi.
Poi aveva ceduto le armi e aveva iniziato a frequentare ragazze di cui timidamente si invaghiva. Per un po' era anche riuscita a nascondere la sua vera natura alla famiglia, trovando fidanzati fittizi da presentare in casa per cancellare ogni sospetto. Quando la verità esplose come una mina antiuomo ben nascosta, i genitori l'allontanarono con sdegno. Per Nadia fu un duro colpo e così provò a non frequentare più donne e a tentare nuovamente con gli uomini, ma non funzionò. Era troppo infelice e così lasciò la casa natale. Per la vergogna decise di allontanarsi anche dalla chiesa: smise di confessarsi e non andò più a messa.
Crescendo e confrontandosi con altre persone che vivevano la sua stessa lacerazione aveva imparato molte cose su di sé e sugli altri. Si sentiva spezzata. Aveva rotto con i suoi affetti più cari: i genitori e Dio.
Iniziò un lungo percorso con una psicologa. Il consiglio della professionista fu che per ritrovare la parte di se stessa inutilmente negata era giunto il momento di parlare con un prete. Proprio così: solo un sacerdote sensibile all'argomento avrebbe saputo come confortare la ragazza. Nadia era molto perplessa, ma poi seguì il consiglio e andò dalla persona giusta, che l'aiutò e le ridiede stima di sé e fiducia negli altri.
Oggi sa di essere una persona degna dell'amore di Dio come tutte le altre. Come tutti sbaglia, come tutti è una peccatrice. È vero, in lei ciò che fa sgorgare il mare di passioni emotive ed erotiche è sempre e solo un'appartenente al genere femminile. Sa però che questa differenza non è un abominio, ma semplicemente un modo diverso di amare. Da quando Dio è tornato nella sua vita, Nadia è una persona rinata.
Mentre il ticchettio della pioggia sui vetri dello studio battevano il tempo che trascorreva, quel giorno ottobrino Grazia aveva confessato quello che considerava il proprio peccato più grave mai commesso.
Nadia si era specchiata nei suoi occhi verdi inumiditi dalle lacrime. Le aveva allora confidato che molte persone sperimentano fantasie erotiche anche con sconosciuti. "È naturale" le disse, "come annusare un profumo di una fragranza meravigliosa e abbandonarsi alle sensazioni intense e incontrollabili che si sprigionano nelle sinapsi".
Lì per lì Grazia non le credette. Rispose che anche suo marito aveva detto una cosa simile, ma era una bugia.
La restauratrice si spinse oltre. Affermò che anche tra donne si provano certi desideri. Grazia la guardò seria, con occhi indagatori, ma volle sapere di più. Nadia mentì con viltà. Il desiderio di accarezzare quel bacino sottile la spingeva ad agire con sotterfugi.
Le spiegò che non è un peccato vero e proprio fare l'amore tra donne, perché è una cosa dolce e tenera. "Non si procrea", disse, "quindi non si tradisce". La giovane era perplessa ma ascoltò con attenzione.
Dopo qualche giorno, con la scusa di darle qualche consiglio per migliorare l'arredamento con poca spesa, Nadia si fece invitare a casa di Grazia.
Varcò la soglia di un appartamento pulito e fresco, dalle pareti dipinte con colori accesi: giallo in soggiorno, verde mela in cucina, azzurro ghiaccio in camera da letto.
Giunte vicino al letto matrimoniale, Nadia intuì che Grazia era in silenzio ad attendere che qualcosa succedesse. La rossa indossava pantaloni bianchi di lino e un top azzurro con nastrini bianchi. I capelli le ricadevano morbidi e fluenti sul petto e la schiena.
Nadia osò. Le prese la mano e la fece adagiare sul copriletto azzurro. Non diceva una parola, ma le sorrideva. Ancora non sapeva fino a che punto sarebbe arrivata, ma il gusto sottile di essere così vicina alla possibilità di cogliere quel frutto proibito la stuzzicava infinitamente.
Con delicatezza, iniziò ad abbassarle le spalline sottili del top. Le accarezzò delicatamente il piccolo seno. Nadia sentiva crescere la smania di toccare quel corpo snello ma flessuoso. Le sbottonò i pantaloni e glieli sfilò piano, scoprendo le lunghe gambe depilate.
Nadia si tolse i vestiti rapidamente. Faticava a mantenere la calma necessaria per non impaurire la ragazza.
Il contrasto tra le due non poteva essere maggiore. Alta, sottile, di carnagione bianca l'una, statuaria, morbida e olivastra l'altra. Capelli fiammeggianti, occhi verdi e languidi da una parte, riccioli scuri e sguardo nero e penetrante dall'altra. Si guardarono in silenzio. Poi Grazia chiese di spegnere la luce. Nadia ubbidì e nel buio totale si infilarono sotto le lenzuola. Si amarono per quasi due ore.
Nadia fece di tutto per non turbare troppo la sua tenera amante. La sfiorò e la baciò come solo un'innamorata può fare. Ne assaggiò i sapori diversi delle varie parti del corpo. Tastò i suoi muscoli atletici e affondò le unghie nella sua pelle elastica. Solamente quando fu sicura di aver stimolato un desiderio incontrollabile nella ragazza decise di insinuarsi nella sua intimità. Non dimenticherà mai il picco di piacere provocato così facilmente in quella dolcissima creatura.
*****
Grazia afferra la borsetta bianca e attraversa a passo lesto il loft, schivando le fila ordinate di candele ancora accese sul parquet. Nadia la segue per accompagnarla alla porta. È mortificata per la situazione, ma sa che la sua rossa agisce d'impulso. Qualche coccola in più e domani la perdonerà. D'altra parte bisogna saper prendere le persone dal verso giusto. Non come fece il marito Giacomo, che restò alla finestra ad aspettare. E mentre lui stava immobile a guardare, Nadia dava scacco al re portandosi la tenera moglie nella sua alcova. Per sempre.
martedì 13 aprile 2010
Santa Cecilia e Monza storica
Milano, 19 giugno 2001
Una luce accecante sovrasta i cieli di Milano. La spessa umidità palpabile sembra un fastidioso cuscino invisibile che rallenta ogni spostamento. La totale assenza di aria in movimento costringe le persone a boccheggiare come pesci che respirano in un immenso acquario metropolitano. La ricerca dell'ombra è inutile poiché la temperatura è ugualmente insopportabile sia in pieno sole, sia al cospetto di uno dei tanti palazzi grigi del centro città.
In via Montenapoleone la grosse auto di lusso luccicano linde parcheggiate sui marciapiedi, incuranti dei passanti costretti a slalom infiniti. Splendide creature dai corpi perfetti fanno la spola cariche di pacchi e sacchetti tra i negozi e gli autisti, pronti a caricare gli acquisti nei capienti portabagagli. Incuranti dei tacchi vertiginosi che affondano lenti nel catrame surriscaldato, le belle fate dello shopping mascherano le loro fatue emozioni dietro a grandi occhiali da sole che filtrano la realtà rendendola più accettabile anche ai loro occhi di donne vissute.
Flora stamattina deve incontrare Vinicio Amaranto. È in ritardo di qualche giorno sulla data dell'appuntamento, ma è stata costretta a rimandare. La notte seguente l'incredibile incontro con la Monaca di Monza è stata colta da una febbre improvvisa. Il repentino peggioramento di salute ha immediatamente preoccupato Nabe, la tata australiana, che raramente ha visto la donna ammalata nonostante la conosca da almeno duecento anni.
Nonostante le resistenze di Flora, facendo leva sul fatto che la piccola Dora ha bisogno di una madre in piena salute, Nabe è riuscita a convincerla a farsi visitare dal medico di famiglia, che le ha diagnosticato un'infezione da streptococco. Nulla di grave: antibiotici e riposo. La componente più dolorosa è stata che la condanna al letto per qualche giorno e il rischio di contagio le ha impedito di far visita all'amato Giulio. La salute del suo compagno è talmente precaria che deve rinunciare a vederlo anche se ha un semplice raffreddore: inscatolato nel polmone d'acciaio non può reggere agli attacchi virali alle vie respiratorie.
Flora ha potuto però dedicarsi alle coccole di Dora, che ha approfittato della sua presenza in casa per farsi leggere antiche fiabe stampate su libri illustrati, mentre le infilava le dita affusolate tra le ciocche dei capelli biondo oro.
Flora non ha raccontato dell'incontro avvenuto con suor Virginia né a Nadia né tanto meno a suor Angela Barni, anche se l'è sembrata una persona di cui fidarsi. Un paio di giorni prima le aveva comunque fatto una telefonata per rassicurarla del fatto che il malore improvviso probabilmente fosse dovuto all'indebolimento causato dallo streptococco.
Suor Angela aveva concluso la telefonata conservando una sensazione di titubanza: non che mettesse in dubbio le parole di Flora Leth che si annunciava malata, però qualcosa nel comportamento di quella donna le sfuggiva. Svenimento a parte, perché la ricercatrice le aveva chiesto di restare nel chiostro da sola a riflettere sugli appunti per poi invece scappare di corsa dopo meno di due minuti? Mentre stava pensando di chiederle di rimanere a pranzo assieme alle consorelle, Flora si era alzata da terra e le aveva detto che il tempo a sua disposizione era finito e doveva correre dalla figlia.
- Due soli minuti a che le saranno serviti? Venire fin qui per un briciolo di tempo pare una follia. Dev'esserci un'altra spiegazione che non riguarda neppure la malattia, o l'avrebbe detto.
La notte seguente l'incontro con suor Virginia Maria, quella della febbre alta, un sonno agitato non aveva fatto riposare Flora, che la mattina si era svegliata con gli occhi gonfi e un mal di testa che le comprimeva le tempie.
Mentre misurava la febbre le venne in mente che la notte aveva ricordato la terza santa raffigurata nelle decorazioni della chiesa di san Maurizio di Monza. Dopo Margherita e le vicende di Caterina, nel buio della sua camera da letto aveva lungamente ripensato a Cecilia. Tutte e tre ricordate come sante dalla tradizione cristiana, tutte e tre invece streghe potenti secondo le sensazioni provate da Flora.
Qualcuno potrebbe pensare che anni di studio di libri, documenti e manoscritti, uniti alla visione di immagini miniate o dipinte da artisti fantasiosi le abbiano iniettato tali e tante informazioni e nozioni che quando la sua mente è affaticata o sopita si scatenano, iniziando una danza macabra nel suo subconscio, creando ricordi a metà strada tra il sogno e la veglia, tra la visione e l'allucinazione. Tra la follia e la realtà: questa potrebbe essere una spiegazione razionale. Flora ride: - Quasi quasi potrei parlarne ora con Vinicio Amaranto, che è stato uno psicanalista e sicuramente potrebbe tentare una terapia per curarmi.
Lo strano sogno è cominciato con una musica lontana. Era la cetra suonata ai tempi di Cecilia, la nobile romana moglie di Valeriano che, tra tante fanciulle di buona famiglia, scelse lei: la più seducente, la più conturbante. Danzava morbidamente al centro del salone riccamente decorato e illuminato da torce come se fosse pieno giorno. Occhi da cerbiatta, movenze da gatta, corpo esile e vita sottile. Il biondo Valeriano fu stregato da Cecilia con un antico sortilegio ottenuto da radici di mandragola preparato da Flora in persona, che viveva ai margini della corte di Roma.
Subito dopo le nozze la sposa con sfacciataggine rivelò al neo sposo di aver fatto voto di perpetua verginità: aveva scelto di restare fedele a Cristo.
Lo sgomento catturò il povero Valeriano, che si accasciò carico di dolore sui cuscini color porpora: tanto aveva bramato il corpo di quella meravigliosa fanciulla. Non volle però ripudiare Cecilia perché l'amava. La tradizione cristiana narra che il marito preferì accettare la situazione e lasciarsi convertire al cristianesimo. Flora rammenta invece che fu un potentissimo incantesimo preparato con sangue di toro sgozzato a tenere legati Cecilia e Valeriano, il quale forse sperava di ottenere in cambio, prima o poi, favori particolari dalla amata moglie.
Passò qualche tempo. Spesso Cecilia si inginocchiava a pregare in estasi celestiale. Altre volte preparava misteriose ricette da servirgli in coppe fumanti obbligandolo a bere con dolce insistenza. Il desiderio di possederla crebbe sempre più, ma la moglie era abile e riusciva a sfuggire alle sottili richieste di Valeriano.
Lo sventurato marito in breve tempo si ammalò. Ansimava bagnato di sudore nel suo letto, avvolto da lenzuola di seta bianca, mentre le schiave gli inumidivano la fronte. Cecilia prima pregava Dio con trasporto e poi recitava parole magiche nella speranza che un miracolo o un sortilegio strappassero dalla morte il buon marito. Nascosta nei suoi appartamenti, consultava gli spiriti delle antenate per farsi rivelare la formula di una pozione per guarirlo. Ma i disperati tentativi di Cecilia non riuscirono a strappare alla morte Valeriano.
Rimasta vedova e senza protezione, la giovane donna era perduta. Il suo potere si affievolì molto. Almachio, lo spregevole prefetto di Roma, la desiderava da tempo, sin dalla prima volta che la vide al banchetto di nozze. La invitò a una passeggiata nel suo giardino abbellito da fontane zampillanti e piante di cedro. Dapprima le parlò con gentilezza, poi tentò di cingerle la vita. Cecilia lo respinse con sdegno: quell'uomo grasso e puzzolente come un porco non doveva neppure osare a sfiorarla con un dito.
Almachio, roso dalla rabbia per la cocente umiliazione si vendicò e l'accusò in pubblico di professare il cristianesimo. Ordinò alle guardie di trascinarla per i capelli in carcere per interrogarla e farla confessare con l'aiuto di tenaglie roventi. Cecilia ammise fieramente di professare il culto proibito e finì i suoi giorni decapitata con un colpo netto. La sua bella testa riccioluta finì nella cesta. Gli occhi da cerbiatta rimasero semiaperti. I suoi poteri indeboliti nulla poterono contro gli aguzzini.
L'alba seguente Flora si era svegliata madida di sudore, la febbre era salita nella notte. Voleva alzarsi per prendere un bicchiere d'acqua, ma non riusciva a muoversi dal letto. Nonostante la testa pesante, continuava a pensare a Cecilia.
- Da dove arriva questo ricordo? L'ho conosciuta nell'antica Roma o ho immaginato tutto? L'ho vista raffigurata nella chiesa vicino al convento di santa Margherita: ero con suor Angela. Cecilia era dipinta secondo la tradizione, con in mano un organo.
Ripensandoci, non sapeva nemmeno perché ancora oggi la santa sia venerata come la patrona della musica.
- Fu un'errata interpretazione medievale degli scritti latini. Cecilia non sapeva suonare!
Flora ricorda che al banchetto nuziale, al quale partecipò come indovina, erano i musici a suonare.
- In realtà i codici più antichi riportano Candentibus organis, Caecilia virgo... Gli "organi", quindi, non sarebbero affatto strumenti musicali, ma di tortura. Quei ferri incandescenti che le lacerarono le carni. Fatto sta che la tradizione iconografica pittorica l'ha sempre rappresentata con un piccolo organo a canne a fianco.
Mentre si arrovellava intrecciando nozioni storiche con ricordi pazzeschi di una vita vissuta mille cinquecento anni prima, improvvisamente Flora avvertì un pungente torpore al braccio destro. Solo in quel momento si accorse che Dora stava dormendo premendole il braccio.
- Come ha fatto la bambina ad arrivare qui da sola? Impossibile che abbia scavalcato le sbarre del lettino. Impossibile.
*****
Mentre cammina con la borsa a tracolla in zona Brera, Flora ripensa alla silhouette della Monaca di Monza e alla sua voce che sembra figlia di un tempo remoto. Ancora adesso ripensando a quei momenti le si riempiono di brividi le braccia nude. Tra tanti flash back reali come ricordi vissuti, sogni inquietanti e visioni così vivide da sembrare vere, mai in questa vita aveva provato la sensazione così forte e reale di essere in prossimità di quella che poteva essere solamente un'apparizione. Né un fantasma, né un'allucinazione: pareva così reale che allungando un braccio di certo l'avrebbe toccata.
- Certo è che quel chiostro ha qualcosa di magico. Devo assolutamente tornarci. L'importante è non destare sospetti in suor Angela Barni, non voglio finire rinchiusa in un manicomio.
Flora ascolta il rumore prodotto dai suoi tacchi bassi sul pavé e guarda la punta delle dita non smaltate che fanno capolino dai sandali aperti blu. C'è poco traffico: le scuole sono finite e Milano si sta vuotando progressivamente. Le signore bene di quest'angolo fortunato di città hanno già raggiunto splendide località marine dove rinfrescarsi coi bambini.
- Povera Dora, costretta con questo caldo in città almeno fino ad agosto.
Flora si è vestita con cura stamattina, indossando l'abitino di seta cotta che a Giulio piaceva tanto.
- Che gli piace tanto - si corregge aggrottando le sopracciglia e aggiustandosi gli occhiali da sole scivolati sul naso sudato.
******
Prima di lasciarla salire allo studio del terzo piano di Vinicio Amaranto, Martin ha scrupolosamente avvisato il padrone che Flora Leth è in attesa in portineria.
- Sono le nuove disposizione del Maestro - si giustifica con un sorriso imbarazzato il giovane pachistano che conosce la ragazza ormai da tre anni. La pelle tesa del viso ambrato lascia spazio a un sorriso contagioso caratterizzato da una dentatura perfetta dal mirabile candore. Flora contraccambia senza dire nulla mentre pensa a un antico amore vissuto in India forse mille anni prima con uno splendido incantatore di serpenti e di anime umane: gli stessi occhi neri rimarcati dall'henné, una simile capigliatura fortificata da un'alimentazione molto speziata, entrambi dotati di fisico estremamente asciutto che denota autodisciplina alimentare quotidiana.
Ottenuto il permesso di accedere, Flora sale le scale a piedi rinunciando al solito viaggio suggestivo nell'ascensore liberty. Vuole recuperare le forze in fretta dopo la febbre e i giorni trascorsi chiusa in casa immersa nella lettura di libri sulla storia di Monza nel Cinquecento.
Vinicio Amaranto l'aspetta comodamente disteso sul lettino da psicanalista, un vezzo al quale davvero non riesce a rinunciare. L'aria condizionata non funziona e l'odore stantio di chiuso, unito a quello di sigaro, aggrediscono l'olfatto sensibile di Flora che istintivamente fa una smorfia di disgusto.
Nonostante il caldo afoso insopportabile, l'albino indossa un impeccabile abito blu scuro. Camicia allacciata fino all'ultimo bottone per consentire alla cravatta di stringere delicatamente il collo rugoso e bianchiccio. Poiché è steso Flora nota i suoi calzini blu e le scarpe nuove e lucide, tanto da sembrare intonse, come se fossero state indossate per camminare sulle nuvole senza aver mai toccato terra prima, oppure tenute nella confezione originaria fino a un attimo prima che entrasse la sua ospite.
- Parlami di Monza al tempo di suor Virginia - esordisce Amaranto dopo aver staccato la punta di un Havana enorme con un tranciasigari di legno e metallo nichelato.
Flora gli siede accanto. È come se i ruoli, almeno in apparenza, fossero ribaltati e lui fosse il paziente e lei il medico psichiatra. Si sente rilassata: quell'incontro è puramente un passo formale che serve a entrambi per fare il punto della situazione sulla ricerca.
- Con l'arrivo in Italia degli Spagnoli, Monza, sebbene fosse ancora sotto l'influenza del Ducato di Milano, diventa feudo della famiglia De Leyva. Per Monza e per il resto delle zone sotto la dominazione spagnola inizia un periodo di stallo, se non addirittura di decadenza.
- Un passo indietro. Qual è la tua fonte più illustre per queste notizie storiche? - domanda l'ex psichiatra tenendo gli occhi chiusi. È infastidito dalla luce di mezzogiorno che riesce ugualmente a filtrare nonostante le pesanti tende scure che schermano la grande vetrata affacciata su via Meravigli.
- È Cesare Cantù: parla di Monza nei suoi Ragionamenti - risponde Flora, che si sente un po' come una scolaretta di liceo chiamata alla lavagna per l'interrogazione. Ma ha studiato bene la lezione e non teme di essere colta in fallo.
- Vai avanti - dalla bocca dell'uomo esce una piccola nuvola azzurra che riempie la stanza di un tanfo insopportabile. Flora trattiene la smorfia di disgusto poiché teme di essere vista.
Per dare maggiore enfasi alle proprie affermazioni, apre il taccuino con la copertina di cuoio rosso e inizia a leggere un passo.
- Cantù sottolinea che: "Monza, che fu quasi capitale al tempo del regno longobardo, dell'antica sua importanza conservò vestigi nella chiesa, che estendeva la giurisdizione fin sopra Sesto, Cologno, Castelmarte, San Giovanni di Varenna, santa Maria di Bizzarrone; avea liturgia propria, diversa dalla ambrosiana; era indipendente dall'arcivescovo, e immediatamente sottoposta a Roma; l'arciprete usava gli ornamenti episcopali, e sopra molte corti esercita signoria temporale". Ancora oggi è così.
- In che senso?
- Monza ha ancora il Duomo, quello che la tradizione vuole fondato dalla regina longobarda Teodelinda, e il proprio arciprete. Inoltre, pur essendo relativamente vicina a Milano, ha sempre mantenuto il rito romano così come altri paesi della Brianza.
- Interessante. Prosegui in quello che scrisse il Cantù.
- Secondo Cesare Cantù nel 1531 Francesco Sforza diede la città di Monza in feudo ad Antonio de Leiva navarrese, principe d'Ascoli, "in premio d'averla orribilmente malmenata, e d'aver aiutato efficacemente a ridurre lo Stato milanese sotto a quel dominio, i cui frutti sono manifestati a pennellate indelebili ne' Promessi Sposi". Il feudo fu confermato da Carlo V al figlio di Antonio e alla sua discendenza nel 1537, "con mero e misto imperio, podestà della spada nel civile e nel criminale, molti privilegi e regalie".
- Bene - commenta Amaranto senza muovere un muscolo, - prosegui.
Flora inizia a spazientirsi. Non è venuta a Milano per leggere pagine tratte dalla cronaca del Cantù. Da un lato rimpiange le chiacchierate inframmezzate da desiderio erotico e battute anche sciocche scambiate con Nadia. È vero - pensa - si comportano ancora come due liceali rozze e ninfomani, ma meglio di quel mortorio con il Maestro. Dall'altro lato ora si sente travolta da un'ansia estrema. Ha parlato con suor Virginia in persona e chissà quali altri spunti potrebbe ricevere da un nuovo, sperato incontro. Invece deve reggere questo dialogo proforma con un uomo che pare assorto in tutt'altri pensieri.
Poiché però l'albino tace in attesa, Flora prosegue la lettura con tono tranquillo.
- Cantù informa poi che il feudo non rimase a lungo alla famiglia De Leyva, in quanto: "Agente di questa ricca famiglia era un Durino; e per uno di quei rivolgimenti, di cui non rari s'incontrano gli esempj, esso don Luigi Antonio ed il cavaliere Girolamo suo cugino, per un valore di trentamila ducati, cedettero poco di poi quel feudo al Durino, nella cui illustrata famiglia rimase fino ai nostri giorni". Cioè fino al XIX secolo.
Vinicio Amaranto apre gli strani occhi azzurri e fissa il soffitto bianco.
- Quindi Cantù sostiene che la famiglia Durini riuscì a strappare l'acquisto del feudo di Monza a un prezzo molto conveniente?
Un'altra nuvola di fumo si allarga nella stanza rinfrescata finalmente dall'avvio dell'aria condizionata. Un brivido piacevole corre lungo le braccia di Flora rinfrescate da nuovo ossigeno depurato.
- Sì, Maestro, era "gente di mondo", come si diceva all'epoca. I Durini fecero uno straordinario affare. I De Leyva dimostrarono ancora una volta che, a causa di tanta avarizia più volte manifestata, non sapevano affatto amministrare a dovere le proprie rendite e i possedimenti. Una prova è che bastò un agente intraprendente e furbo per sottrarre loro il feudo che avrebbero potuto vendere ad almeno il triplo del prezzo.
Il collezionista mostra appena un accenno di sorriso. Oggi non è di buon umore, pensa Flora, è inutile buttargli l'appiglio per una battuta. Meglio, così può concludere rapidamente il discorso sulla situazione storica di Monza alla fine del Cinquecento e andarsene. L'odore di sigaro le ha già impregnato l'abitino blu e i capelli sciolti. Appena sarà a casa si regalerà una lunga doccia rigeneratrice e dedicherà almeno un'ora di gioco esclusivo con la piccola Dora.
- Vai avanti Flora, non ti distrarre.
- Mi stavo concentrando - mente - dicevo che sotto il governo della famiglia Durini, Monza si riprese, sia economicamente sia artisticamente. Sebbene la vera e propria rinascita anche culturale in città avvenne solo con lo sviluppo agricolo e artigianale che caratterizzò il periodo della dominazione austriaca nel Settecento. Ma questa è tutta un'altra storia che non ci riguarda. Ho finito la mia relazione. Direi di darci un nuovo appuntamento a settimana prossima, se per lei va bene.
Flora chiude il taccuino. È pronta per alzarsi e terminare la conversazione.
- Ora dimmi, che cos'hai in mano della Monaca di Monza? - chiede all'improvviso l'albino voltandosi appena verso il punto della stanza in cui Flora sta riponendo il taccuino nella borsetta. La giovane è costretta a fermarsi.
- Sto analizzando passo passo l'intera vita di Marianna De' Leyva, consultando gli atti del processo e i documenti che ho trovato negli archivi di Milano.
Flora sa che ora la discussione punterà al cuore di ciò che interessa ad Amaranto. Non è stata abbastanza veloce e scaltra ad andarsene al momento opportuno.
- Bene - commenta l'antiquario, - non devo farti raccomandazioni di attenerti alla storicità della ricerca.
Lentamente l'uomo si alza dal lettino. Resta dapprima con le gambe penzoloni, poi spicca un insospettabile balzo atletico e si mette in piedi, a meno di mezzo metro da Flora, che lo guarda stupita.
- Hai trovato qualcosa di particolare che ti ha colpito?
- In effetti sono rimasta sorpresa da più di una cosa, ma non vorrei uscire dall'ambito della ricerca e infilarmi in un discorso fatto puramente di impressioni personali...
La giovane donna si chiede se in realtà l'albino abbia già la risposta alla domanda appena posta. Si fa circospetta e guarda il suo interlocutore dritto negli occhi azzurri e arrossati. Per ora lei è stata informata solamente del tema della ricerca. Non sa né cosa deve cercare in particolare, né chi sia il committente. Cerca informazioni generiche? È alla caccia di un antico tesoro o di prove di una rendita vitalizia? È una serie di enigmi insoliti per chi deve svolgere una ricerca. Anche lei freme per strappare qualche indizio in più, ma sa che la bocca di Amaranto è sigillata come il finestrino di un aereo. È in una situazione di svantaggio che non le piace affatto.
- Ovvero? Spiegati meglio, cara. - incalza lo psichiatra.
- Alcune cose sono sciocchezze, altre riguardano questioni più interessanti ma tutte spiegabili con il procedere della ricerca e l'acquisizione di nuove informazioni storiche.
Flora resta volutamente sul vago. Cerca di testare l'interesse dell'uomo. Nota che Amaranto è sulle spine: ha spalancato gli occhi e ha smesso di inspirare fumo. Tiene il sigaro tra le dita appoggiate sul bordo del lettino di pelle nera.
- Non girarci intorno, dimmi... - mormora ostentando tranquillità.
Flora non può restare in silenzio. Qualcosa va detto e deve trovare il modo che il dialogo si svolga a proprio favore, ma non sarà un obiettivo facile da raggiungere con un ex psicanalista.
- Marianna divenne suor Virginia Maria troppo giovane rispetto a quanto stabilito dalla Controriforma.
- Forse non fu un caso isolato.
- C'è altro. Il padre di Marianna, don Martino De Leyva, non pagò mai la cifra pattuita per farla entrare in convento.
- Quindi?
- A rigor di logica nei tempi moderni ci si sarebbe potuti appellare a queste due enormi ingiustizie per scagionare al processo la monaca. Ovviamente in quell'epoca il diritto civile era lontano dall'essere formulato in chiave moderna e non bastava certo dimostrare di essere stati rinchiusi in un monastero per beneficiare delle attenuanti a un comportamento criminale causato da una totale mancanza di vocazione...
Flora non perde di vista un attimo l'albino. Divaga appositamente, banalizzando l'argomento per capire quale sia il grado di interesse dell'interlocutore e cercare di intercettare la mossa successiva.
- Che altro? - incalza l'uomo che apparentemente sembra ancora impassibile, ma non cessa di guardarla con quegli strani occhi inquietanti. Flora ora sa che non sono queste le informazioni che cerca il mercante d'arte. Però è strano che non la rimproveri per queste congetture così superficiali per una ricercatrice.
- Gian Paolo Osio, il celebre Egidio descritto da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, era molto amico di suor Francesca Imbersaga, la madre superiora, colei che obbligò suor Virginia a perdonarlo in base alla regola dell'obbedienza.
- Non capisco, spiegati meglio.
- Osio aveva dovuto fuggire da Monza per un anno intero perché era sospettato di essere il mandante dell'omicidio di un esattore fiscale dei De' Leyva, che a Monza erano i feudatari. Quindi, se non fosse stato per la superiora, suor Virginia non l'avrebbe perdonato e Osio sarebbe rimasto in esilio forzato chissà per quanti anni. Col senno di poi si può dire che "galeotta fu suor Francesca per la coppia di futuri amanti".
Flora fa un'altra pausa. Attende il passo successivo di Amaranto, che però continua a rimanere in piedi, al suo posto, ostentando un contegno impensabile.
Tenta allora un'altra strada per estorcergli qualche informazione magari intercettata anche attraverso un cambiamento di postura o di espressione.
- Un altro particolare che mi ha colpito è lo scambio di doni tra suor Virginia Maria e Gian Paolo Osio.
Mentre la ricercatrice parla, l'antiquario comincia a battere la punta della scarpa nera e lucida sul pavimento di parquet. Il rumore è appena impercettibile, udibile solo da chi ha attraversato le epoche a cavallo del tempo.
Flora finge di non accorgersi e deve trattenere un sorriso compiaciuto. Ha trovato l'argomento principe che sta veramente a cuore all'antiquario. Prosegue il discorso con la stessa verve usata per gli argomenti prima elencati cercando di essere leggera e vaga.
- All'inizio della relazione Osio corteggiava la monaca con l'invio di missive e un fitto scambio di doni. In particolare negli atti del processo si parla di un crocifisso d'argento che, inizialmente suor Virginia aveva rimandato al mittente, e di una calamita battezzata, che sarà poi al centro delle vicende processuali.
Flora è in sospensione: quasi non respira in attesa della reazione di Vinicio Amaranto.
- Dimmi altro su questi oggetti - domanda l'albino con le labbra tirate.
- Negli atti del processo vi si fa solo un piccolo accenno. Non so altro. Magari è tutta un'invenzione della Signora di Monza per discolparsi...
Flora mente ma lo fa in modo poco convincente e ne è consapevole.
- Bene mia cara - commenta l'uomo staccando le mani dal lettino - qualcuno ti ha mai letto le carte?
L'uomo cammina fino alla poltrona di pelle nera dietro la scrivania di cristallo ricoperta di carte e libri. La raggiunge e si siede.
La luce del sole non riesce a illuminare in pieno il volto dell'albino. Flora ammira il biancore lucente dei folti capelli bianchi. Amaranto posa il sigaro in un portacenere viola. Estrae dalla cassettiera un mazzo di Tarocchi piuttosto grandi e lo posa al centro del tavolo. Con un rapido gesto della mano, getta a terra tutti i fogli che ingombrano il piano. Si ode il fruscio di carte che cadono e impattano sulla moquette.
Flora è a bocca aperta. Ha sempre creduto che fossero solo dicerie quelle sulla passione di Amaranto per l'occulto. "Un uomo che per mestiere sa leggere la psiche delle persone non dovrebbe aver bisogno di consultare le carte", pensa. Ma la curiosità inchioda Flora Leth alla sedia nello studio di via Meravigli.
Una luce accecante sovrasta i cieli di Milano. La spessa umidità palpabile sembra un fastidioso cuscino invisibile che rallenta ogni spostamento. La totale assenza di aria in movimento costringe le persone a boccheggiare come pesci che respirano in un immenso acquario metropolitano. La ricerca dell'ombra è inutile poiché la temperatura è ugualmente insopportabile sia in pieno sole, sia al cospetto di uno dei tanti palazzi grigi del centro città.
In via Montenapoleone la grosse auto di lusso luccicano linde parcheggiate sui marciapiedi, incuranti dei passanti costretti a slalom infiniti. Splendide creature dai corpi perfetti fanno la spola cariche di pacchi e sacchetti tra i negozi e gli autisti, pronti a caricare gli acquisti nei capienti portabagagli. Incuranti dei tacchi vertiginosi che affondano lenti nel catrame surriscaldato, le belle fate dello shopping mascherano le loro fatue emozioni dietro a grandi occhiali da sole che filtrano la realtà rendendola più accettabile anche ai loro occhi di donne vissute.
Flora stamattina deve incontrare Vinicio Amaranto. È in ritardo di qualche giorno sulla data dell'appuntamento, ma è stata costretta a rimandare. La notte seguente l'incredibile incontro con la Monaca di Monza è stata colta da una febbre improvvisa. Il repentino peggioramento di salute ha immediatamente preoccupato Nabe, la tata australiana, che raramente ha visto la donna ammalata nonostante la conosca da almeno duecento anni.
Nonostante le resistenze di Flora, facendo leva sul fatto che la piccola Dora ha bisogno di una madre in piena salute, Nabe è riuscita a convincerla a farsi visitare dal medico di famiglia, che le ha diagnosticato un'infezione da streptococco. Nulla di grave: antibiotici e riposo. La componente più dolorosa è stata che la condanna al letto per qualche giorno e il rischio di contagio le ha impedito di far visita all'amato Giulio. La salute del suo compagno è talmente precaria che deve rinunciare a vederlo anche se ha un semplice raffreddore: inscatolato nel polmone d'acciaio non può reggere agli attacchi virali alle vie respiratorie.
Flora ha potuto però dedicarsi alle coccole di Dora, che ha approfittato della sua presenza in casa per farsi leggere antiche fiabe stampate su libri illustrati, mentre le infilava le dita affusolate tra le ciocche dei capelli biondo oro.
Flora non ha raccontato dell'incontro avvenuto con suor Virginia né a Nadia né tanto meno a suor Angela Barni, anche se l'è sembrata una persona di cui fidarsi. Un paio di giorni prima le aveva comunque fatto una telefonata per rassicurarla del fatto che il malore improvviso probabilmente fosse dovuto all'indebolimento causato dallo streptococco.
Suor Angela aveva concluso la telefonata conservando una sensazione di titubanza: non che mettesse in dubbio le parole di Flora Leth che si annunciava malata, però qualcosa nel comportamento di quella donna le sfuggiva. Svenimento a parte, perché la ricercatrice le aveva chiesto di restare nel chiostro da sola a riflettere sugli appunti per poi invece scappare di corsa dopo meno di due minuti? Mentre stava pensando di chiederle di rimanere a pranzo assieme alle consorelle, Flora si era alzata da terra e le aveva detto che il tempo a sua disposizione era finito e doveva correre dalla figlia.
- Due soli minuti a che le saranno serviti? Venire fin qui per un briciolo di tempo pare una follia. Dev'esserci un'altra spiegazione che non riguarda neppure la malattia, o l'avrebbe detto.
La notte seguente l'incontro con suor Virginia Maria, quella della febbre alta, un sonno agitato non aveva fatto riposare Flora, che la mattina si era svegliata con gli occhi gonfi e un mal di testa che le comprimeva le tempie.
Mentre misurava la febbre le venne in mente che la notte aveva ricordato la terza santa raffigurata nelle decorazioni della chiesa di san Maurizio di Monza. Dopo Margherita e le vicende di Caterina, nel buio della sua camera da letto aveva lungamente ripensato a Cecilia. Tutte e tre ricordate come sante dalla tradizione cristiana, tutte e tre invece streghe potenti secondo le sensazioni provate da Flora.
Qualcuno potrebbe pensare che anni di studio di libri, documenti e manoscritti, uniti alla visione di immagini miniate o dipinte da artisti fantasiosi le abbiano iniettato tali e tante informazioni e nozioni che quando la sua mente è affaticata o sopita si scatenano, iniziando una danza macabra nel suo subconscio, creando ricordi a metà strada tra il sogno e la veglia, tra la visione e l'allucinazione. Tra la follia e la realtà: questa potrebbe essere una spiegazione razionale. Flora ride: - Quasi quasi potrei parlarne ora con Vinicio Amaranto, che è stato uno psicanalista e sicuramente potrebbe tentare una terapia per curarmi.
Lo strano sogno è cominciato con una musica lontana. Era la cetra suonata ai tempi di Cecilia, la nobile romana moglie di Valeriano che, tra tante fanciulle di buona famiglia, scelse lei: la più seducente, la più conturbante. Danzava morbidamente al centro del salone riccamente decorato e illuminato da torce come se fosse pieno giorno. Occhi da cerbiatta, movenze da gatta, corpo esile e vita sottile. Il biondo Valeriano fu stregato da Cecilia con un antico sortilegio ottenuto da radici di mandragola preparato da Flora in persona, che viveva ai margini della corte di Roma.
Subito dopo le nozze la sposa con sfacciataggine rivelò al neo sposo di aver fatto voto di perpetua verginità: aveva scelto di restare fedele a Cristo.
Lo sgomento catturò il povero Valeriano, che si accasciò carico di dolore sui cuscini color porpora: tanto aveva bramato il corpo di quella meravigliosa fanciulla. Non volle però ripudiare Cecilia perché l'amava. La tradizione cristiana narra che il marito preferì accettare la situazione e lasciarsi convertire al cristianesimo. Flora rammenta invece che fu un potentissimo incantesimo preparato con sangue di toro sgozzato a tenere legati Cecilia e Valeriano, il quale forse sperava di ottenere in cambio, prima o poi, favori particolari dalla amata moglie.
Passò qualche tempo. Spesso Cecilia si inginocchiava a pregare in estasi celestiale. Altre volte preparava misteriose ricette da servirgli in coppe fumanti obbligandolo a bere con dolce insistenza. Il desiderio di possederla crebbe sempre più, ma la moglie era abile e riusciva a sfuggire alle sottili richieste di Valeriano.
Lo sventurato marito in breve tempo si ammalò. Ansimava bagnato di sudore nel suo letto, avvolto da lenzuola di seta bianca, mentre le schiave gli inumidivano la fronte. Cecilia prima pregava Dio con trasporto e poi recitava parole magiche nella speranza che un miracolo o un sortilegio strappassero dalla morte il buon marito. Nascosta nei suoi appartamenti, consultava gli spiriti delle antenate per farsi rivelare la formula di una pozione per guarirlo. Ma i disperati tentativi di Cecilia non riuscirono a strappare alla morte Valeriano.
Rimasta vedova e senza protezione, la giovane donna era perduta. Il suo potere si affievolì molto. Almachio, lo spregevole prefetto di Roma, la desiderava da tempo, sin dalla prima volta che la vide al banchetto di nozze. La invitò a una passeggiata nel suo giardino abbellito da fontane zampillanti e piante di cedro. Dapprima le parlò con gentilezza, poi tentò di cingerle la vita. Cecilia lo respinse con sdegno: quell'uomo grasso e puzzolente come un porco non doveva neppure osare a sfiorarla con un dito.
Almachio, roso dalla rabbia per la cocente umiliazione si vendicò e l'accusò in pubblico di professare il cristianesimo. Ordinò alle guardie di trascinarla per i capelli in carcere per interrogarla e farla confessare con l'aiuto di tenaglie roventi. Cecilia ammise fieramente di professare il culto proibito e finì i suoi giorni decapitata con un colpo netto. La sua bella testa riccioluta finì nella cesta. Gli occhi da cerbiatta rimasero semiaperti. I suoi poteri indeboliti nulla poterono contro gli aguzzini.
L'alba seguente Flora si era svegliata madida di sudore, la febbre era salita nella notte. Voleva alzarsi per prendere un bicchiere d'acqua, ma non riusciva a muoversi dal letto. Nonostante la testa pesante, continuava a pensare a Cecilia.
- Da dove arriva questo ricordo? L'ho conosciuta nell'antica Roma o ho immaginato tutto? L'ho vista raffigurata nella chiesa vicino al convento di santa Margherita: ero con suor Angela. Cecilia era dipinta secondo la tradizione, con in mano un organo.
Ripensandoci, non sapeva nemmeno perché ancora oggi la santa sia venerata come la patrona della musica.
- Fu un'errata interpretazione medievale degli scritti latini. Cecilia non sapeva suonare!
Flora ricorda che al banchetto nuziale, al quale partecipò come indovina, erano i musici a suonare.
- In realtà i codici più antichi riportano Candentibus organis, Caecilia virgo... Gli "organi", quindi, non sarebbero affatto strumenti musicali, ma di tortura. Quei ferri incandescenti che le lacerarono le carni. Fatto sta che la tradizione iconografica pittorica l'ha sempre rappresentata con un piccolo organo a canne a fianco.
Mentre si arrovellava intrecciando nozioni storiche con ricordi pazzeschi di una vita vissuta mille cinquecento anni prima, improvvisamente Flora avvertì un pungente torpore al braccio destro. Solo in quel momento si accorse che Dora stava dormendo premendole il braccio.
- Come ha fatto la bambina ad arrivare qui da sola? Impossibile che abbia scavalcato le sbarre del lettino. Impossibile.
*****
Mentre cammina con la borsa a tracolla in zona Brera, Flora ripensa alla silhouette della Monaca di Monza e alla sua voce che sembra figlia di un tempo remoto. Ancora adesso ripensando a quei momenti le si riempiono di brividi le braccia nude. Tra tanti flash back reali come ricordi vissuti, sogni inquietanti e visioni così vivide da sembrare vere, mai in questa vita aveva provato la sensazione così forte e reale di essere in prossimità di quella che poteva essere solamente un'apparizione. Né un fantasma, né un'allucinazione: pareva così reale che allungando un braccio di certo l'avrebbe toccata.
- Certo è che quel chiostro ha qualcosa di magico. Devo assolutamente tornarci. L'importante è non destare sospetti in suor Angela Barni, non voglio finire rinchiusa in un manicomio.
Flora ascolta il rumore prodotto dai suoi tacchi bassi sul pavé e guarda la punta delle dita non smaltate che fanno capolino dai sandali aperti blu. C'è poco traffico: le scuole sono finite e Milano si sta vuotando progressivamente. Le signore bene di quest'angolo fortunato di città hanno già raggiunto splendide località marine dove rinfrescarsi coi bambini.
- Povera Dora, costretta con questo caldo in città almeno fino ad agosto.
Flora si è vestita con cura stamattina, indossando l'abitino di seta cotta che a Giulio piaceva tanto.
- Che gli piace tanto - si corregge aggrottando le sopracciglia e aggiustandosi gli occhiali da sole scivolati sul naso sudato.
******
Prima di lasciarla salire allo studio del terzo piano di Vinicio Amaranto, Martin ha scrupolosamente avvisato il padrone che Flora Leth è in attesa in portineria.
- Sono le nuove disposizione del Maestro - si giustifica con un sorriso imbarazzato il giovane pachistano che conosce la ragazza ormai da tre anni. La pelle tesa del viso ambrato lascia spazio a un sorriso contagioso caratterizzato da una dentatura perfetta dal mirabile candore. Flora contraccambia senza dire nulla mentre pensa a un antico amore vissuto in India forse mille anni prima con uno splendido incantatore di serpenti e di anime umane: gli stessi occhi neri rimarcati dall'henné, una simile capigliatura fortificata da un'alimentazione molto speziata, entrambi dotati di fisico estremamente asciutto che denota autodisciplina alimentare quotidiana.
Ottenuto il permesso di accedere, Flora sale le scale a piedi rinunciando al solito viaggio suggestivo nell'ascensore liberty. Vuole recuperare le forze in fretta dopo la febbre e i giorni trascorsi chiusa in casa immersa nella lettura di libri sulla storia di Monza nel Cinquecento.
Vinicio Amaranto l'aspetta comodamente disteso sul lettino da psicanalista, un vezzo al quale davvero non riesce a rinunciare. L'aria condizionata non funziona e l'odore stantio di chiuso, unito a quello di sigaro, aggrediscono l'olfatto sensibile di Flora che istintivamente fa una smorfia di disgusto.
Nonostante il caldo afoso insopportabile, l'albino indossa un impeccabile abito blu scuro. Camicia allacciata fino all'ultimo bottone per consentire alla cravatta di stringere delicatamente il collo rugoso e bianchiccio. Poiché è steso Flora nota i suoi calzini blu e le scarpe nuove e lucide, tanto da sembrare intonse, come se fossero state indossate per camminare sulle nuvole senza aver mai toccato terra prima, oppure tenute nella confezione originaria fino a un attimo prima che entrasse la sua ospite.
- Parlami di Monza al tempo di suor Virginia - esordisce Amaranto dopo aver staccato la punta di un Havana enorme con un tranciasigari di legno e metallo nichelato.
Flora gli siede accanto. È come se i ruoli, almeno in apparenza, fossero ribaltati e lui fosse il paziente e lei il medico psichiatra. Si sente rilassata: quell'incontro è puramente un passo formale che serve a entrambi per fare il punto della situazione sulla ricerca.
- Con l'arrivo in Italia degli Spagnoli, Monza, sebbene fosse ancora sotto l'influenza del Ducato di Milano, diventa feudo della famiglia De Leyva. Per Monza e per il resto delle zone sotto la dominazione spagnola inizia un periodo di stallo, se non addirittura di decadenza.
- Un passo indietro. Qual è la tua fonte più illustre per queste notizie storiche? - domanda l'ex psichiatra tenendo gli occhi chiusi. È infastidito dalla luce di mezzogiorno che riesce ugualmente a filtrare nonostante le pesanti tende scure che schermano la grande vetrata affacciata su via Meravigli.
- È Cesare Cantù: parla di Monza nei suoi Ragionamenti - risponde Flora, che si sente un po' come una scolaretta di liceo chiamata alla lavagna per l'interrogazione. Ma ha studiato bene la lezione e non teme di essere colta in fallo.
- Vai avanti - dalla bocca dell'uomo esce una piccola nuvola azzurra che riempie la stanza di un tanfo insopportabile. Flora trattiene la smorfia di disgusto poiché teme di essere vista.
Per dare maggiore enfasi alle proprie affermazioni, apre il taccuino con la copertina di cuoio rosso e inizia a leggere un passo.
- Cantù sottolinea che: "Monza, che fu quasi capitale al tempo del regno longobardo, dell'antica sua importanza conservò vestigi nella chiesa, che estendeva la giurisdizione fin sopra Sesto, Cologno, Castelmarte, San Giovanni di Varenna, santa Maria di Bizzarrone; avea liturgia propria, diversa dalla ambrosiana; era indipendente dall'arcivescovo, e immediatamente sottoposta a Roma; l'arciprete usava gli ornamenti episcopali, e sopra molte corti esercita signoria temporale". Ancora oggi è così.
- In che senso?
- Monza ha ancora il Duomo, quello che la tradizione vuole fondato dalla regina longobarda Teodelinda, e il proprio arciprete. Inoltre, pur essendo relativamente vicina a Milano, ha sempre mantenuto il rito romano così come altri paesi della Brianza.
- Interessante. Prosegui in quello che scrisse il Cantù.
- Secondo Cesare Cantù nel 1531 Francesco Sforza diede la città di Monza in feudo ad Antonio de Leiva navarrese, principe d'Ascoli, "in premio d'averla orribilmente malmenata, e d'aver aiutato efficacemente a ridurre lo Stato milanese sotto a quel dominio, i cui frutti sono manifestati a pennellate indelebili ne' Promessi Sposi". Il feudo fu confermato da Carlo V al figlio di Antonio e alla sua discendenza nel 1537, "con mero e misto imperio, podestà della spada nel civile e nel criminale, molti privilegi e regalie".
- Bene - commenta Amaranto senza muovere un muscolo, - prosegui.
Flora inizia a spazientirsi. Non è venuta a Milano per leggere pagine tratte dalla cronaca del Cantù. Da un lato rimpiange le chiacchierate inframmezzate da desiderio erotico e battute anche sciocche scambiate con Nadia. È vero - pensa - si comportano ancora come due liceali rozze e ninfomani, ma meglio di quel mortorio con il Maestro. Dall'altro lato ora si sente travolta da un'ansia estrema. Ha parlato con suor Virginia in persona e chissà quali altri spunti potrebbe ricevere da un nuovo, sperato incontro. Invece deve reggere questo dialogo proforma con un uomo che pare assorto in tutt'altri pensieri.
Poiché però l'albino tace in attesa, Flora prosegue la lettura con tono tranquillo.
- Cantù informa poi che il feudo non rimase a lungo alla famiglia De Leyva, in quanto: "Agente di questa ricca famiglia era un Durino; e per uno di quei rivolgimenti, di cui non rari s'incontrano gli esempj, esso don Luigi Antonio ed il cavaliere Girolamo suo cugino, per un valore di trentamila ducati, cedettero poco di poi quel feudo al Durino, nella cui illustrata famiglia rimase fino ai nostri giorni". Cioè fino al XIX secolo.
Vinicio Amaranto apre gli strani occhi azzurri e fissa il soffitto bianco.
- Quindi Cantù sostiene che la famiglia Durini riuscì a strappare l'acquisto del feudo di Monza a un prezzo molto conveniente?
Un'altra nuvola di fumo si allarga nella stanza rinfrescata finalmente dall'avvio dell'aria condizionata. Un brivido piacevole corre lungo le braccia di Flora rinfrescate da nuovo ossigeno depurato.
- Sì, Maestro, era "gente di mondo", come si diceva all'epoca. I Durini fecero uno straordinario affare. I De Leyva dimostrarono ancora una volta che, a causa di tanta avarizia più volte manifestata, non sapevano affatto amministrare a dovere le proprie rendite e i possedimenti. Una prova è che bastò un agente intraprendente e furbo per sottrarre loro il feudo che avrebbero potuto vendere ad almeno il triplo del prezzo.
Il collezionista mostra appena un accenno di sorriso. Oggi non è di buon umore, pensa Flora, è inutile buttargli l'appiglio per una battuta. Meglio, così può concludere rapidamente il discorso sulla situazione storica di Monza alla fine del Cinquecento e andarsene. L'odore di sigaro le ha già impregnato l'abitino blu e i capelli sciolti. Appena sarà a casa si regalerà una lunga doccia rigeneratrice e dedicherà almeno un'ora di gioco esclusivo con la piccola Dora.
- Vai avanti Flora, non ti distrarre.
- Mi stavo concentrando - mente - dicevo che sotto il governo della famiglia Durini, Monza si riprese, sia economicamente sia artisticamente. Sebbene la vera e propria rinascita anche culturale in città avvenne solo con lo sviluppo agricolo e artigianale che caratterizzò il periodo della dominazione austriaca nel Settecento. Ma questa è tutta un'altra storia che non ci riguarda. Ho finito la mia relazione. Direi di darci un nuovo appuntamento a settimana prossima, se per lei va bene.
Flora chiude il taccuino. È pronta per alzarsi e terminare la conversazione.
- Ora dimmi, che cos'hai in mano della Monaca di Monza? - chiede all'improvviso l'albino voltandosi appena verso il punto della stanza in cui Flora sta riponendo il taccuino nella borsetta. La giovane è costretta a fermarsi.
- Sto analizzando passo passo l'intera vita di Marianna De' Leyva, consultando gli atti del processo e i documenti che ho trovato negli archivi di Milano.
Flora sa che ora la discussione punterà al cuore di ciò che interessa ad Amaranto. Non è stata abbastanza veloce e scaltra ad andarsene al momento opportuno.
- Bene - commenta l'antiquario, - non devo farti raccomandazioni di attenerti alla storicità della ricerca.
Lentamente l'uomo si alza dal lettino. Resta dapprima con le gambe penzoloni, poi spicca un insospettabile balzo atletico e si mette in piedi, a meno di mezzo metro da Flora, che lo guarda stupita.
- Hai trovato qualcosa di particolare che ti ha colpito?
- In effetti sono rimasta sorpresa da più di una cosa, ma non vorrei uscire dall'ambito della ricerca e infilarmi in un discorso fatto puramente di impressioni personali...
La giovane donna si chiede se in realtà l'albino abbia già la risposta alla domanda appena posta. Si fa circospetta e guarda il suo interlocutore dritto negli occhi azzurri e arrossati. Per ora lei è stata informata solamente del tema della ricerca. Non sa né cosa deve cercare in particolare, né chi sia il committente. Cerca informazioni generiche? È alla caccia di un antico tesoro o di prove di una rendita vitalizia? È una serie di enigmi insoliti per chi deve svolgere una ricerca. Anche lei freme per strappare qualche indizio in più, ma sa che la bocca di Amaranto è sigillata come il finestrino di un aereo. È in una situazione di svantaggio che non le piace affatto.
- Ovvero? Spiegati meglio, cara. - incalza lo psichiatra.
- Alcune cose sono sciocchezze, altre riguardano questioni più interessanti ma tutte spiegabili con il procedere della ricerca e l'acquisizione di nuove informazioni storiche.
Flora resta volutamente sul vago. Cerca di testare l'interesse dell'uomo. Nota che Amaranto è sulle spine: ha spalancato gli occhi e ha smesso di inspirare fumo. Tiene il sigaro tra le dita appoggiate sul bordo del lettino di pelle nera.
- Non girarci intorno, dimmi... - mormora ostentando tranquillità.
Flora non può restare in silenzio. Qualcosa va detto e deve trovare il modo che il dialogo si svolga a proprio favore, ma non sarà un obiettivo facile da raggiungere con un ex psicanalista.
- Marianna divenne suor Virginia Maria troppo giovane rispetto a quanto stabilito dalla Controriforma.
- Forse non fu un caso isolato.
- C'è altro. Il padre di Marianna, don Martino De Leyva, non pagò mai la cifra pattuita per farla entrare in convento.
- Quindi?
- A rigor di logica nei tempi moderni ci si sarebbe potuti appellare a queste due enormi ingiustizie per scagionare al processo la monaca. Ovviamente in quell'epoca il diritto civile era lontano dall'essere formulato in chiave moderna e non bastava certo dimostrare di essere stati rinchiusi in un monastero per beneficiare delle attenuanti a un comportamento criminale causato da una totale mancanza di vocazione...
Flora non perde di vista un attimo l'albino. Divaga appositamente, banalizzando l'argomento per capire quale sia il grado di interesse dell'interlocutore e cercare di intercettare la mossa successiva.
- Che altro? - incalza l'uomo che apparentemente sembra ancora impassibile, ma non cessa di guardarla con quegli strani occhi inquietanti. Flora ora sa che non sono queste le informazioni che cerca il mercante d'arte. Però è strano che non la rimproveri per queste congetture così superficiali per una ricercatrice.
- Gian Paolo Osio, il celebre Egidio descritto da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, era molto amico di suor Francesca Imbersaga, la madre superiora, colei che obbligò suor Virginia a perdonarlo in base alla regola dell'obbedienza.
- Non capisco, spiegati meglio.
- Osio aveva dovuto fuggire da Monza per un anno intero perché era sospettato di essere il mandante dell'omicidio di un esattore fiscale dei De' Leyva, che a Monza erano i feudatari. Quindi, se non fosse stato per la superiora, suor Virginia non l'avrebbe perdonato e Osio sarebbe rimasto in esilio forzato chissà per quanti anni. Col senno di poi si può dire che "galeotta fu suor Francesca per la coppia di futuri amanti".
Flora fa un'altra pausa. Attende il passo successivo di Amaranto, che però continua a rimanere in piedi, al suo posto, ostentando un contegno impensabile.
Tenta allora un'altra strada per estorcergli qualche informazione magari intercettata anche attraverso un cambiamento di postura o di espressione.
- Un altro particolare che mi ha colpito è lo scambio di doni tra suor Virginia Maria e Gian Paolo Osio.
Mentre la ricercatrice parla, l'antiquario comincia a battere la punta della scarpa nera e lucida sul pavimento di parquet. Il rumore è appena impercettibile, udibile solo da chi ha attraversato le epoche a cavallo del tempo.
Flora finge di non accorgersi e deve trattenere un sorriso compiaciuto. Ha trovato l'argomento principe che sta veramente a cuore all'antiquario. Prosegue il discorso con la stessa verve usata per gli argomenti prima elencati cercando di essere leggera e vaga.
- All'inizio della relazione Osio corteggiava la monaca con l'invio di missive e un fitto scambio di doni. In particolare negli atti del processo si parla di un crocifisso d'argento che, inizialmente suor Virginia aveva rimandato al mittente, e di una calamita battezzata, che sarà poi al centro delle vicende processuali.
Flora è in sospensione: quasi non respira in attesa della reazione di Vinicio Amaranto.
- Dimmi altro su questi oggetti - domanda l'albino con le labbra tirate.
- Negli atti del processo vi si fa solo un piccolo accenno. Non so altro. Magari è tutta un'invenzione della Signora di Monza per discolparsi...
Flora mente ma lo fa in modo poco convincente e ne è consapevole.
- Bene mia cara - commenta l'uomo staccando le mani dal lettino - qualcuno ti ha mai letto le carte?
L'uomo cammina fino alla poltrona di pelle nera dietro la scrivania di cristallo ricoperta di carte e libri. La raggiunge e si siede.
La luce del sole non riesce a illuminare in pieno il volto dell'albino. Flora ammira il biancore lucente dei folti capelli bianchi. Amaranto posa il sigaro in un portacenere viola. Estrae dalla cassettiera un mazzo di Tarocchi piuttosto grandi e lo posa al centro del tavolo. Con un rapido gesto della mano, getta a terra tutti i fogli che ingombrano il piano. Si ode il fruscio di carte che cadono e impattano sulla moquette.
Flora è a bocca aperta. Ha sempre creduto che fossero solo dicerie quelle sulla passione di Amaranto per l'occulto. "Un uomo che per mestiere sa leggere la psiche delle persone non dovrebbe aver bisogno di consultare le carte", pensa. Ma la curiosità inchioda Flora Leth alla sedia nello studio di via Meravigli.
mercoledì 7 aprile 2010
Gian Paolo Osio nella Villa del Taverna
Milano, Anno Domini 1610
Risvegliato di soprassalto da un sonno a metà tra la veglia e lo stato pre comatoso l'uomo ode uno scalpiccio di passi di qualcuno che si avvicina rapidamente. Adesso sente i rumori metallici provocati da una chiave che gira nella toppa della vecchia serratura arrugginita. Ora il clangore stonato delle altre chiavi che battono una contro l'altro.
- Che succede? Chi sarà mai? Lo diavolo in persona è venuto a prendermi?
Un colpo più forte, un ultimo scatto metallico e si spalanca d'improvviso la porta. Come se si aprisse la diga di un lago luminoso, la cella viene inondata dal chiarore innaturale del fascio di luce a cono di una torcia. Le guardie sono due: una di aspetto alto e magro seguita da una bassa e tarchiata, che grida: - Alzati cane schifoso! Il padrone ti attende.
Gian Paolo Osio è ancora steso a terra, bocconi, accanto al pagliericcio. Si era addormentato da poco, schiantato dalla stanchezza e dal lungo digiuno forzato. Adesso è dolente e febbricitante. Si solleva a fatica, volta lo sguardo verso i guardiani e osserva dal basso in sù i loro stivali marroni di cuoio tirati a lucido tanto da riflettere la fiamma. "No, non può essere" pensa, "lo cuoio non può esser così pulito. È lo diavolo personalmente che mi tira un brutto ischerzo".
Un colpo di tosse improvviso lo scuote come una foglia al vento.
I due uomini fanno un rapido passo indietro temendo la natura contagiosa di quella tosse. Si guardano impauriti: hanno fretta di finire quell'incarico ingrato, stando più lontano il possibile da quell'essere puzzolente e abietto.
Un'altra frase urlata: - Muoviti cane! È già l'alba. Lo padrone ha gran fretta di sbarazzarsi di voi!
Osio si aggrappa al tavolaccio alle sue spalle e cerca di rimettersi in piedi. Lo fa più per orgoglio che altro: non vuole mostrarsi piegato dalla malattia e dalla prigionia. Le bastonate non hanno mai fatto paura a uno della sua pasta.
- Cane io? Io so' Gian Paolo Osio! Chi sareste voi, servi di un padrone che non ha manco lo coraggio di venire qua sotto a mostrare lo volto al suo amico di un tempo... quanta viltà coglie chi rimane al comando quando la fortuna volta le spalle al confidente di un tempo... se ancora io fossi quel Gio Paolo dei tempi lustri, allora sì! Il vile vostro padrone mi avrebbe accolto con tutti gli onori di riguardo! Io sono...
- Lo sappiamo chi siete voi! - risponde il corpulento - Ma tacete ora! O vi facciamo passar subito la voglia di dar fiato a la bocca immonda con un tratto di corda. Son figlio di boia e so come si tratta un pari vostro! Assassino di monache...
Il prigioniero ha l'istinto di reagire, sente però le gambe indebolite. Ha freddo e la testa è pesante.
- La vostra luce illumina la mia disgraziata condizione. Guardate come son ridotto: catene alle pareti di una cella sporca e sordida, ricavata nelli sotterranei del palazzo del vostro padrone. Né pertugi né finestre, è buona solo come tana per topi e prigione per assassini e delinquenti. Chissà quanti han finito qui i loro giorni - fa una pausa e indica l'angolo più buio dell'antro - forse le ossa laggiù son di un altro sventurato finito in ceppi e passato alla garrota, che ancora attende una sepoltura di lui che non sarà mai e che qui la sua anima ha trovato la tomba.
Lo interrompe il sopraggiungere di un altro violento colpo di tosse che sembra squarciargli il petto. Osio sputa il sangue sul palmo della mano: lo fissa disgustato e poi si pulisce sulle brache lerce.
- E dire che lo potente senatore Ludovico Taverna era un amico...
- La ruota gira per tutti Osio, un tempo signore senza rivali, oggi condannato a morte... galoppavi felice mentre correvi allo convento a spassartela colla Signora di Monza e le sue monachelle vergini...
- Non fate nemmeno il suo di nome, lei che subisce una pena ben maggiore della morte! Fatemi parlare col vostro padrone!
- Sarete accontentato, foss'anzi il vostro ultimo desiderio che esaudiremo! - le due guardie scoppiano in una fragorosa risata che rimbomba sinistra contro le pareti viscide del sotterraneo.
- Proprio a lui, al vostro padrone Taverna mi ero affidato per chiedere asilo dopo la condanna a morte e la taglia messa sulla mia testa dal Fuentes. Questo suo palazzo è fuori le mura di Milano, un loco adatto per sfuggir alla cattura. Non m'attendeva certo feste e banchetti in mio onore, ma una coperta calda e un letto lindo eran lo giusto trattamento in memoria di una lunga amicizia.
La guardia corpulenta lo afferra per un braccio tirandolo a sé. Osio raccoglie le forze e prova a divincolarsi: non cede e guarda in cagnesco lo sfrontato.
- Uno sgarbo così a me, Gian Paolo Osio, colui che per due lustri ha avuto ai suoi piedi la Feudataria di Monza, la Signora...
- Seguici, cane della malora! Son finiti li bei giorni che facevi li comodi tuoi!
La guardia strattona Osio che si regge a stento sulle gambe malferme. Lo volta di spalle e, afferrati i polsi, li blocca in ceppi uniti da pesanti catene.
- Allora che sia! - grida il prigioniero con un rigurgito d'orgolio, ma lo sforzo gli causa una serie di colpi di tosse che gli levano il fiato.
I tre risalgono lentamente gli stretti scalini umidi che dai sotterranei conducono al piano nobile di Villa Monforte. La residenza si sviluppa su due piani attorno al cortile quadrato, che ha un profondo pozzo nel mezzo, contornato da un bel loggiato sorretto da colonne.
La guardia corpulenta trascina Osio fino all'ingresso di una stanzetta. Apre la porta e scaraventa l'uomo sul pavimento assestandogli un violento calcio al dorso. Gian Paolo cade in avanti e rotola fino a sbattere con violenza il volto contro una cassapanca di legno intarsiato. Un dolore acuto al labbro e ai denti spezzati gli sembra provocato da uno spillone infuocato che gli trapassa il viso piantandosi nelle gengive. Ha i polsi immobilizzati dietro la schiena e non può toccarsi la bocca che si riempie di sangue e fuoriesce, impregnandogli la barba incolta. Riesce a inginocchiarsi e vorrebbe imprecare, ma gli esce solo un gorgoglio di saliva rossa. Si guarda la camicia intrisa e scuote la testa.
- Sono più morto che vivo - pensa.
Raccogliendo tutte le energie, si alza e barcollando si avvicina al muro, appoggiandovi una spalla dolorante. Sputa sangue e schiuma di saliva densa sui tendaggi verdi della finestrella affacciata sul giardino perfettamente curato.
È stanco e avvilito, ma non disperato. Illuminata dalle luci rosa dell'alba, Osio riconosce a ovest le scuderie, mentre dell'ala est destinata alla servitù si vede solo uno scorcio.
Risvegliato di soprassalto da un sonno a metà tra la veglia e lo stato pre comatoso l'uomo ode uno scalpiccio di passi di qualcuno che si avvicina rapidamente. Adesso sente i rumori metallici provocati da una chiave che gira nella toppa della vecchia serratura arrugginita. Ora il clangore stonato delle altre chiavi che battono una contro l'altro.
- Che succede? Chi sarà mai? Lo diavolo in persona è venuto a prendermi?
Un colpo più forte, un ultimo scatto metallico e si spalanca d'improvviso la porta. Come se si aprisse la diga di un lago luminoso, la cella viene inondata dal chiarore innaturale del fascio di luce a cono di una torcia. Le guardie sono due: una di aspetto alto e magro seguita da una bassa e tarchiata, che grida: - Alzati cane schifoso! Il padrone ti attende.
Gian Paolo Osio è ancora steso a terra, bocconi, accanto al pagliericcio. Si era addormentato da poco, schiantato dalla stanchezza e dal lungo digiuno forzato. Adesso è dolente e febbricitante. Si solleva a fatica, volta lo sguardo verso i guardiani e osserva dal basso in sù i loro stivali marroni di cuoio tirati a lucido tanto da riflettere la fiamma. "No, non può essere" pensa, "lo cuoio non può esser così pulito. È lo diavolo personalmente che mi tira un brutto ischerzo".
Un colpo di tosse improvviso lo scuote come una foglia al vento.
I due uomini fanno un rapido passo indietro temendo la natura contagiosa di quella tosse. Si guardano impauriti: hanno fretta di finire quell'incarico ingrato, stando più lontano il possibile da quell'essere puzzolente e abietto.
Un'altra frase urlata: - Muoviti cane! È già l'alba. Lo padrone ha gran fretta di sbarazzarsi di voi!
Osio si aggrappa al tavolaccio alle sue spalle e cerca di rimettersi in piedi. Lo fa più per orgoglio che altro: non vuole mostrarsi piegato dalla malattia e dalla prigionia. Le bastonate non hanno mai fatto paura a uno della sua pasta.
- Cane io? Io so' Gian Paolo Osio! Chi sareste voi, servi di un padrone che non ha manco lo coraggio di venire qua sotto a mostrare lo volto al suo amico di un tempo... quanta viltà coglie chi rimane al comando quando la fortuna volta le spalle al confidente di un tempo... se ancora io fossi quel Gio Paolo dei tempi lustri, allora sì! Il vile vostro padrone mi avrebbe accolto con tutti gli onori di riguardo! Io sono...
- Lo sappiamo chi siete voi! - risponde il corpulento - Ma tacete ora! O vi facciamo passar subito la voglia di dar fiato a la bocca immonda con un tratto di corda. Son figlio di boia e so come si tratta un pari vostro! Assassino di monache...
Il prigioniero ha l'istinto di reagire, sente però le gambe indebolite. Ha freddo e la testa è pesante.
- La vostra luce illumina la mia disgraziata condizione. Guardate come son ridotto: catene alle pareti di una cella sporca e sordida, ricavata nelli sotterranei del palazzo del vostro padrone. Né pertugi né finestre, è buona solo come tana per topi e prigione per assassini e delinquenti. Chissà quanti han finito qui i loro giorni - fa una pausa e indica l'angolo più buio dell'antro - forse le ossa laggiù son di un altro sventurato finito in ceppi e passato alla garrota, che ancora attende una sepoltura di lui che non sarà mai e che qui la sua anima ha trovato la tomba.
Lo interrompe il sopraggiungere di un altro violento colpo di tosse che sembra squarciargli il petto. Osio sputa il sangue sul palmo della mano: lo fissa disgustato e poi si pulisce sulle brache lerce.
- E dire che lo potente senatore Ludovico Taverna era un amico...
- La ruota gira per tutti Osio, un tempo signore senza rivali, oggi condannato a morte... galoppavi felice mentre correvi allo convento a spassartela colla Signora di Monza e le sue monachelle vergini...
- Non fate nemmeno il suo di nome, lei che subisce una pena ben maggiore della morte! Fatemi parlare col vostro padrone!
- Sarete accontentato, foss'anzi il vostro ultimo desiderio che esaudiremo! - le due guardie scoppiano in una fragorosa risata che rimbomba sinistra contro le pareti viscide del sotterraneo.
- Proprio a lui, al vostro padrone Taverna mi ero affidato per chiedere asilo dopo la condanna a morte e la taglia messa sulla mia testa dal Fuentes. Questo suo palazzo è fuori le mura di Milano, un loco adatto per sfuggir alla cattura. Non m'attendeva certo feste e banchetti in mio onore, ma una coperta calda e un letto lindo eran lo giusto trattamento in memoria di una lunga amicizia.
La guardia corpulenta lo afferra per un braccio tirandolo a sé. Osio raccoglie le forze e prova a divincolarsi: non cede e guarda in cagnesco lo sfrontato.
- Uno sgarbo così a me, Gian Paolo Osio, colui che per due lustri ha avuto ai suoi piedi la Feudataria di Monza, la Signora...
- Seguici, cane della malora! Son finiti li bei giorni che facevi li comodi tuoi!
La guardia strattona Osio che si regge a stento sulle gambe malferme. Lo volta di spalle e, afferrati i polsi, li blocca in ceppi uniti da pesanti catene.
- Allora che sia! - grida il prigioniero con un rigurgito d'orgolio, ma lo sforzo gli causa una serie di colpi di tosse che gli levano il fiato.
I tre risalgono lentamente gli stretti scalini umidi che dai sotterranei conducono al piano nobile di Villa Monforte. La residenza si sviluppa su due piani attorno al cortile quadrato, che ha un profondo pozzo nel mezzo, contornato da un bel loggiato sorretto da colonne.
La guardia corpulenta trascina Osio fino all'ingresso di una stanzetta. Apre la porta e scaraventa l'uomo sul pavimento assestandogli un violento calcio al dorso. Gian Paolo cade in avanti e rotola fino a sbattere con violenza il volto contro una cassapanca di legno intarsiato. Un dolore acuto al labbro e ai denti spezzati gli sembra provocato da uno spillone infuocato che gli trapassa il viso piantandosi nelle gengive. Ha i polsi immobilizzati dietro la schiena e non può toccarsi la bocca che si riempie di sangue e fuoriesce, impregnandogli la barba incolta. Riesce a inginocchiarsi e vorrebbe imprecare, ma gli esce solo un gorgoglio di saliva rossa. Si guarda la camicia intrisa e scuote la testa.
- Sono più morto che vivo - pensa.
Raccogliendo tutte le energie, si alza e barcollando si avvicina al muro, appoggiandovi una spalla dolorante. Sputa sangue e schiuma di saliva densa sui tendaggi verdi della finestrella affacciata sul giardino perfettamente curato.
È stanco e avvilito, ma non disperato. Illuminata dalle luci rosa dell'alba, Osio riconosce a ovest le scuderie, mentre dell'ala est destinata alla servitù si vede solo uno scorcio.
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