Giochi

giovedì 24 giugno 2010

Il prete Paolo Arrigone

Monza, 20 giugno 2001

Flora è infinitamente a disagio ogni volta che torna al capezzale di Giulio. A disagio con lui e con se stessa, impotente e inutile piccola strega incapace di ogni sortilegio. Mela bacata di un albero maestoso di frutti rossi e maturi, figli di un ramo spezzato che le ha instillato solo una piccola dose di linfa vitale. Superfluo bocciolo mai sbocciato, capace solo di pensare ma poco di agire. Tante fantasie, infiniti sogni, un'unica realtà: una dolce, la presenza di sua figlia, e una amara come fiele, il suo uomo diventato un cadavere vivente.
Davanti al polmone d'acciaio si sente come la protagonista di un incubo che scopre di essere in mezzo alla folla completamente nuda e tutti cominciano ad additarla e a ridere di lei. Eppure non riesce a fare a meno di passare in ospedale a vederlo così ridotto, anche se ogni volta una sensazione di sconforto immensa la ingloba fagocitandola e rendendola impotente.
Tra poco lascerà la sala di rianimazione per tornare a casa e ributtarsi nel lavoro. Per ora è in piedi, abbracciata da un camice azzurro legato dietro la schiena in tre punti, immersa in una stanza senza suppellettili né decorazioni, illuminata dalla stessa luce artificiale giorno e notte, disturbata in continuazione dal medesimo ronzio di macchinari che monitorano lo stato del suo compagno.
Flora non ha giorni fissi in cui passa a vederlo: semplicemente quella mattina ha sentito il bisogno di stabilire un contatto almeno visivo con lui. L'unico che questa realtà le consenta. Per il resto, può solo accontentarsi dei ricordi e viverlo almeno nei sogni, dove spesso si incontrano, parlano come se nulla fosse. Incontri onirici che al risveglio si dilavano dai suoi sensi, lasciandole il sapore amaro della sconfitta e della disillusione.
Adesso le resta solo la possibilità di poterlo guardare, anche se si tratta di un percorso sensoriale univoco. Giulio ha gli occhi semi aperti ma non manifesta alcun segnale di vita: né un battito di palpebra, né un fremito, neppure un movimento dell'angolo della bocca. Che lei ci sia o no, nulla cambia. Il suo battito cardiaco è basso ma costante, il respiro è indotto, la vita cerebrale inesistente. Neppure il dolore per le piaghe da decubito che scarnificano il suo corpo sembra interferire con lo stato di apparente morte.
Prima di andarsene lo osserva ancora un momento: "Eccolo lì pallido, col volto scavato e gli zigomi prominenti. E quei capelli pettinati tutti da una parte come un ometto di altri tempi proprio lo imbruttiscono" pensa.
È così profondamente diverso dall'uomo meraviglioso con cui divideva i momenti liberi delle sue intense giornate.
"Dov'è finito il tuo ciuffo di capelli perennemente spettinati da motociclista? E i tuoi occhi verdi da gatto selvatico? Quanto saresti felice di vedere Dora, almeno per un istante... sarà banale, ma è così bella!"
Pensarlo com'era da vivo e vivente è peggio di sopportare una dolorosa catena legata stretta al collo e unita alle caviglie all'altra estremità. Vederlo immobilizzato e trasfigurato è la peggior tortura cui sia mai stata sottoposta nel corso dei secoli.
"Se tutto ciò è stato disegnato a tavolino da qualcuno per colpirmi nell'intimo... ecco, questa è la strada giusta per indebolirmi, ma non per distruggermi. Ma se quel qualcuno decidesse ora di colpirmi attraverso Dora, sarei capace di uccidere a mani nude per difendere mia figlia e sarei pronta a giustiziare anche chi ha ridotto Giulio in questo stato".
Squilla il suo cellulare nella borsetta. Ha dimenticato di spegnerlo: è severamente vietato tenerlo attivo nel reparto di rianimazione intensiva. Lo cerca frettolosamente nella borsetta sulla sedia. È un numero sconosciuto.
- Pazienza, richiamerai.
Flora si volta e saluta il suo compagno imprigionato nella capsula del tempo, al quale ha mentalmente raccontato tutte le vicende accadute in quegli ultimi giorni.
- Amore un abbraccio... vorrei solamente un abbraccio amore mio. Anche se in tutta sincerità mi accontenterei anche di un tuo solo sguardo.
Un violento senso di colpa assale Flora: le sembra di stare meglio, ma la febbre non accenna a scomparire del tutto. Gli svenimenti dei giorni precedenti la rendono ansiosa come se sentisse una sciarpa di seta legata troppo stretta alla gola.
Lascia la stanza asettica. In corridoio toglie il camice, le sovrascarpe, la cuffietta, i guanti di lattice e la mascherina. Getta tutto nell'apposito raccoglitore di rifiuti. È fondamentale portare all'interno della camera il minor numero possibile di germi e batteri per evitare forme d'infezione che potrebbero essere letali per la vita di Giulio, già così minata dallo stato vegetativo.


*****

Flora è tornata a casa, nel suo rifugio preferito. È seduta alla scrivania bianca del suo studio ricavato in una stanza dell'abitazione e sta rileggendo ancora una volta gli atti del processo a suor Virginia, Signora di Monza. Avrebbe voglia di tornare nel chiostro di san Maurizio con la sottile speranza di incontrare ancora Marianna. Non ha però preso accordi con suor Angela Barni. Teme di insospettirla: è meglio aspettare qualche giorno prima di ripresentarsi al convento.
Non è sola: Nadia è sdraiata sulla chaise longue di cavallino disegnata da Le Corbusier sistemata poco distante. Le dedicherà la giornata perché è preoccupata per la sua salute. Per raggiungerla a Monza ha dovuto delegare un po' di lavoro e spostare un appuntamento a Firenze per un sopralluogo in un'antica chiesa. Il suo problema principale è stato però giustificarsi con Grazia, gelosa del suo legame con Flora.
"Non hai nulla da temere" le ha detto prima di uscire di casa, "Flora sta poco bene e ha tanto lavoro da sbrigare. Le dò una mano... e lo sai che lei nemmeno mi piace!".
Grazia l'aveva guardata di traverso prima di prendere la pochette rosa e lasciare il loft.
Mentre sorseggia tè tiepido arricchito giusto da un pizzico di mandragora, Flora cerca di schiarirsi le idee. Ha una gran smania di procedere nella ricerca da quando il suo prezioso taccuino rosso è stato sottratto da Vinicio Amaranto.
- Non ho tempo da perdere, - commenta d'un tratto a voce alta - devo capire che cosa l'albino cerca e trovarlo prima di lui. Dovrei scoprire chi ha commissionato la ricerca e incontrarlo direttamente. Occhio per occhio, dente per dente...
- Sei ancora convinta che il collezionista abbia messo in piedi il trucco della lettura dei Tarocchi mascherata da seduta di ipnosi?
- Più o meno sì, perché tecnicamente ha commesso un errore fatale facendosi scoprire quando ho individuato la carta sotto la sua scrivania.
- Cosa intendi con "tecnicamente"?
- Che non lo facevo così ingenuo... insomma, a tutti gli effetti si è comportato da gran stregone. Le raffigurazioni delle carte che mutavano aspetto, lui in grado di darmi l'illusione di trasfigurarsi nel prete per darmi conferma di aver scoperto il mio passato di abusi... tutto così magistrale al punto che mi sono rivista adolescente! E poi gli sfugge una prova proprio sotto al naso!
- Magari è tutto calcolato. Forse quella carta l'ha gettata lì lui stesso per confonderti ancora di più.
- Temo di sì. Certamente è un illusionista potente. Potrebbe avermi ipnotizzato per poi farmi bere qualche sostanza allucinogena.
- Beh, questa ipotesi non mi stupisce se detta da una che sorseggia estratto di mandragora come fosse camomilla... - Nadia ride, ma Flora è pensierosa.
- Sono pronta a scavalcarlo, ma non sono i soldi che mi spingono al colpo di mano.
- Lo so. - Nadia si volta a pancia in su e fissa il soffitto bianco.
- Purtroppo ho poche tracce per capire chi sia il committente... o la committente, perché per quanto ne so potrebbe anche essere una donna. L'unica strada da percorrere è rileggere gli elementi trovati finora e capire se nella vicenda che ha intrecciato il destino di Marianna De' Leyva a quello di Gian Paolo Osio vi sia qualcosa di appetibile, al di là della loro relazione scabrosa.
- Tipo? - domanda Nadia.
- Beni materiali come oggetti preziosi, o anche le proprietà requisite a Osio in seguito alla condanna. Penso anche all'eredità spezzata di suor Virginia o di quelle delle famiglie delle suore coinvolte nel processo, che probabilmente persero tutto. Funzionava così: la lunga mano della Santa Inquisizione, una volta emessa la condanna, incamerava tutti i beni materiali.
- Le strade da seguire sono tante. Da che parte cominciamo?
- Confido in un colpo di fortuna e nel mio fiuto, che poi spesso sono la stessa cosa!
- Uf, allora avremo un sacco di lavoro... versa un bicchiere concentrato di mandragora anche a me! - sdrammatizza la mora.
- Sono preoccupata che sul taccuino ora nelle mani di Amaranto vi siano scritti elementi fondamentali per ritrovare quel "qualcosa" e che l'albino sia adesso in grado di procedere da solo e battermi in velocità.
- Forse la posta in gioco questa volta è molto alta e il collezionista non vuole dividere le fette della torta sostanziosa con te.
- Forse è così, o forse non cerca denaro ma qualcosa di diverso.
- Di magico?
- Sì, di potentemente magico.
- Allora dobbiamo partire da ciò che abbiamo in mano e da qui comportarci come investigatrici della storia.
- Basta che non veniamo risucchiate in qualche gorgo senza fine generato da streghe malefiche... - aggiunge scherzosamente Nadia.
- Non scherzare, è una faccenda di primaria importanza.
Flora sfoglia gli appunti raccolti in una voluminosa cartellina color porpora. Sono fogli scritti a mano, fotocopie di libri, schizzi di ritratti immaginari disegnati da lei. Nonostante sia una nuova giornata afosa, indossa una maglietta a maniche lunghe. Le sembra di sentire spifferi d'aria fredda colpirla alla schiena come minuscoli fendenti scoccati da un esercito di elfi invisibili.
- Ecco qui, - esclama appena trova un foglio segnato con un post-it - leggendo gli atti del processo sono stata colpita da uno dei principali personaggi coinvolti: il parroco della chiesa di san Maurizio, che sorgeva vicino al convento.
- Bene Flora, raccontami chi era costui.
- Questo prete Paolo Arrigone è certamente il peggior personaggio, il più subdolo di tutta la vicenda.
- Com'era?
Flora sospira e si distrae, cercando di immaginare come potesse essere fisicamente quell'uomo. Sicuramente era brutto, basso e grasso, pensa, completamente diverso da don Michele Scaraffi, l'orco che le rubò quasi due anni di vita, ricordi e sensazioni. Forse però aveva un crocifisso simile, rosso sangue. Impossibile, pensa, don Michele ne portava uno appeso al collo che aveva l'estremità in basso acuminata come una punta di coltello. Si era chiesta mille volte dove se lo fosse procurato. Magari se l'era fatto modificare da qualcuno, oppure aveva fatto il lavoro da solo. Lucido e affilato come un bisturi, avrebbe potuto squarciare la carne in profondità. Quante minacce aveva subito con quella punta terribile tenuta di fronte a un occhio, oppure puntata alla gola. Impossibile dimenticare l'orrore di tanta paura provata.
Flora deglutisce rumorosamente e riprende la consultazione degli appunti.
- Nella relazione di suor Virginia con Gian Paolo il prete Arrigone giocò un ruolo di primo piano. Amico e confidente di Osio, fu il vero autore di tutte le lettere d’amore che quest’ultimo inviò a suor Virginia.
- Una specie di Cyrano de Bergerac?
- Sì, ma diabolico perché non era spinto da amore, bensì da lascivia.
- Vai avanti - la invita curiosa Nadia.
- Era suo il "Graffio", il libro che trattava di casi di coscienza e di penitenza, grazie al quale, sostenendo che “qual libro conteneva… che non era scomunica a lui l’entrare nel monastero ma bene era la scomunica alla monaca all’uscire dal monastero”, Osio convinse suor Virginia a lasciarlo entrare nelle sue stanze.
- Praticamente quel prete suggerì a Osio di citare un libro per convincere la Monaca di Monza ad aprirgli le porte del convento di clausura?
Flora annuisce: - E le regalò una copia. Rarissima.
- Cosa ancora più interessante è che fu sempre Arrigone che, compiendo una pratica magica, “battezzò” la calamita con cui Osio cercò di “legare a sé” suor Virginia. Quell'atto fu ritenuto al limite dell’eresia, al punto che in fase giudiziaria implicò l’intervento del Sacro Uffizio, ovvero dell'Inquisizione.
- Non capisco... - si interroga Nadia.
- Pur essendo parroco un sacerdote, non possedeva alcun senso morale. Non si fece quindi scrupoli nel tentare alcune monache del monastero. Non essendovi riuscito con suor Virginia, intrecciò una relazione definita "impudica" con suor Candida Colomba. Visse con una domestica che fu anche sua amante e, come se non bastasse, insidiò varie fanciulle in confessione.
Nadia è esterrefatta: - Hai documenti che testimoniano questo comportamento del prete?
- Sì, a documentare questa pratica abietta esiste una lettera semi ufficiale, scrittagli proprio da suor Virginia, nella quale lei lo accusò e gli rinfacciò tutte le nefandezze da lui compiute, preannunciandogli il giusto castigo che lei, in qualità di Feudataria, appoggiata anche dalla sua potente famiglia, gli avrebbe fatto presto giungere, ponendo così fine alla sua vita scellerata.
- A quando risale la lettera?
- Era l'inizio del 1604 quando suor Virginia, in qualità di Vicaria, scrisse all’Arrigone per farlo desistere dalla tresca amorosa che aveva intrapreso con suor Candida, dopo che quest’ultima le aveva confessato quanto successo nell’ultimo incontro avuto col prete. Suor Virginia era già incinta per la seconda volta. Nonostante ciò si dichiarò “casta e pura”, mostrando non solo di sentirsi al sicuro da ogni possibile accusa in quanto appartenente alla potente famiglia De Leyva, ma anche una sicurezza psicologica incredibile.
- Hai detto seconda gravidanza? - chiede Nadia spalancando gli occhi e sedendosi sulla chaise longue.


*****


Flora non sta più ascoltando le parole di Nadia: è distratta dai ricordi. La figura di questo parroco tanto nefasta per suor Virginia e le altre monache le riporta ancora inevitabilmente alla memoria il "suo" prete, che amava osservarla in classe durante le ore di greco. Flora-alunna restava al proprio posto, senza mai guardarlo in faccia, manifestando aria annoiata. In realtà il suo cuore non smetteva di battere a un ritmo convulso, ma non voleva che l'uomo se ne accorgesse. Se solo avesse potuto, sarebbe corsa via da quella classe, fuggita dalla scuola, scappata lontano da quel posto da terribile. Ma non poteva, era troppo vulnerabile senza l'appoggio dei suoi genitori che non erano più. Cercava almeno di evitare il suo sguardo, che le pareva sempre tentare di strapparle i vestiti di dosso con la sola forza del pensiero. Che uomo orribile ma potente: ogni frase pronunciata dal sacerdote le sembrava detta per attirare la sua attenzione, per tenerla sotto pressione costante. Flora si sentiva in suo potere e temeva che sarebbe sempre stato così, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Si sentiva come un topo da esperimenti chiuso in una gabbia trasparente, scrutato in ogni istante dall'occhio attento dello scienziato senza scrupoli.
Quando don Michele cominciò a farle male seriamente, il giorno seguente Flora arrivava a scuola con una nuova medicazione al braccio o un livido al volto. Ogni volta raccontava alle compagne una scusa diversa per giustificarsi. Di solito dava colpa alla propria sbadataggine, ma le più maliziose spettegolavano che avesse un tutore-padrone che abusasse di lei, oppure che si ferisse da sola apposta per attirare l'attenzione su di sé. In ogni caso, Flora si sentiva sempre più sola ed estromessa dal gruppo: un disastro a quell'età per una ragazza vittima di plagio.
Invece a Flora ogni nuova scusa raccontata alle amiche serviva per giustificare a se stessa quella situazione terribile, che la stritolava sempre più nelle spire asfissianti di un serpente costrittore. Sapeva di vivere una terribile vicenda da cui non riusciva a uscire, ma era convinta che avrebbe avuto via di scampo solamente se si fosse opposta con determinazione. Nel tempo i tentativi non mancarono, non era una codarda. Tentò svariate strategie, anche se tutte condite da un pizzico di innocenza adolescenziale.
Aveva provato a evitare gli inviti insistenti di quell'uomo: cercava di sgusciare fuori da scuola come un passerotto che cerca via di scampo dalle zampe serrate di un felino a caccia. Ogni volta che riusciva a stargli a distanza o a scappare, la fuga da lui era sempre interrotta da un brusco agguato. Don Michele diventava sempre più audace, pareva non temere niente e nessuno. Di solito agiva verso l'orario di uscita: le faceva la posta dietro gli angoli dei corridoi del liceo, l'aspettava nascosto nel bagno delle ragazze, l'attendeva negli spogliatoi della palestra. Attento a non farsi scoprire da altri, o forse godendo della complicità di qualcuno, il prete usava ogni tipo di stratagemma per attirarla in luoghi appartati. La faceva chiamare da una ragazza di un'altra sezione, le inviava un messaggio firmato da altri e altre scuse in cui Flora spesso cadeva nonostante l'attenzione prestata.
E quando l'uomo la agguantava, mettendole una mano sulla bocca e trascinandola indietro, al riparo da occhi indiscreti, le faceva sentire sotto l'orecchio la punta della sua personalissima arma: il crocifisso acuminato rosso sangue. In quei frangenti Flora sentiva pulsare la giugulare e il terrore di sentirsi bucare la pelle le faceva perdere ogni volontà di ribellione.
Non appena lei smetteva di divincolarsi, vedendola più ammansita, l'uomo cominciava a parlarle col suo tono di voce suadente. Sembrava un incantatore di serpenti. Diceva che lo faceva per lei. Che era preoccupato per il suo comportamento sempre più incontrollabile. Sussurrava che doveva educarla a ubbidire. Che, nonostante i suoi sforzi, Flora non dimostrava miglioramenti. Così la convinceva a seguirlo nel suo studio al quarto piano senza più opporre resistenza. Solo per il suo bene, egli era il suo educatore personale, la guida spirituale di una piccola strega disubbidiente. E ogni volta la punizione per la fuga tentata diventava sempre più feroce.
Mani legate dietro la schiena, la giovane accettava senza dire una parola qualsiasi cosa avesse in mente di farle o di farsi fare. Dopo ogni contatto fisico o amplesso, a cui Flora si sottoponeva senza provare il minimo piacere, l'incontro terminava con una punizione esemplare. Purché tutto finisse il più presto possibile. Purché quell'incubo durasse lo spazio di un urlo di terrore. Uno schiaffo, un pugno allo stomaco, un taglio: erano tutti strumenti usati per educare la strega che era in lei. Il crocifisso acuminato infieriva sulla carne della ragazza in un crescendo di violenza. In caso di fuga definitiva aveva promesso di sfregiarla e questo le faceva davvero paura.


- Flora! Flora! Mi rispondi o no? - grida Nadia, seduta a gambe incrociate sulla chaise lounge mentre la fissa con le braccia conserte e aria severa. Flora si accorge di non aver più prestato attenzione.
- Scusa - si giustifica - mi è venuta in mente una cosa che più tardi devo assolutamente fare. Ma torniamo a noi. Dov'ero rimasta?
- Alle due gravidanze e al prete Arrigone che non aveva morale. - suggerisce Nadia un po' imbronciata.
- Ah, sì. Ma ora non è il momento delle gravidanze, concentriamoci sul parroco.
- Come vuoi tu, Flora.
- Nonostante una vita tanto bassa e torbida, interrogato durante il processo, il prete Arrigone negò tutto, mostrandosi oltretutto sbalordito e sdegnato per i capi d’accusa che gli furono imputati, giungendo anche a giurare e spergiurare più volte, fino a osare di chiamare Dio a testimonianza della sua innocenza e rettitudine, nel tentativo di essere creduto.
- Che cosa disse a sua discolpa?
- Sentenziò: "Dio mi faccia morire adesso adesso se io so cosa alcuna delle sodette", riferendosi ai vari regali inviati da Gian Paolo a suor Virginia.
- Vari regali?
- Svariati oggetti, ovvero: un paio di guanti, il crocifisso d’argento, la calamita bianca battezzata e il "Graffio".
Flora evidenzia in giallo questi quattro oggetti. Non solo il crocifisso attira la sua attenzione: suor Virginia, durante il loro incontro nel chiostro, fece cenno per la prima volta alla calamita.
La ricercatrice prosegue nella lettura degli atti processuali: - "E chiamo Iddio in testimonio. Dirò solo quello che so del libro, et è che andando in casa dell’Osio leggievo qualche volta un libro de casi di conscientia che stava sopra la tavola e non trovandolo una volta dimandai all’Osio detto libro da leggere, et lui disse io non l’ho in casa e non è tanto lontano che non lo possi havere quando lo voglio, e per aver detto che non era lontano m’imaginai che l’havesse dato nel monastero nelle mani di detta suor Virginia e così penso e m’imagino"
- Sta parlando del "Graffio", giusto?
- Sì. Purtroppo non sono ancora riuscita a scoprire altro su questo libro.
- E invece cos'è questa calamita? - domanda Nadia.
- Ne parla poco oltre. Leggo: "Io nego questo perché non è vero" disse "io non ho cognitione de calamita. Intendo che la calamita ha forza di tirare il ferro a sé. Io non ho mai havuto in mano calamita, e Dio mi guardi di battezar calamita, non ho mai più sentito dire queste cose se non da vostra signoria e mi stupisco a sentir queste cose."
- Il prete negò anche questo.
- Sì, - prosegue Flora - e non desistette anche dopo essere stato ammonito più volte a dire la verità. Eppure la sua deposizione non risultava credibile: sia le monache implicate, sia altre persone interrogate testimoniarono che lui giocò una parte fondamentale nella relazione tra Gian Paolo e suor Virginia. Pur di scagionarsi, però, accusò tutti gli altri.
- Chi incolpò? Virginia o Gian Paolo?
- Soprattutto la monaca. La sua strategia difensiva si basò sulla bassa morale della Signora di Monza. Riferendosi a suor Virginia disse: "Da una falsissima donna non si deve credere cosa alcuna né da altre falsissime monache che erano tutte cose falsissime inventate da loro e protesto che non ho fallato in questo, e dette monache hanno detto maggior bugie con giuramento peggiori che non sia questa. Io dico che ho detto la verità et li detti testimonii dicono la bugia loro per le ragioni dette di sopra, et se le monache non hanno stimato la conscientia nelle cose male fatte così anco non l’hanno stimata in questo e non hanno havuto conscientia per il passato quando hanno acconsentito al male e se l’hanno detto in quel ponto come vostra signoria dice è perché havevano così accomodato lo stomaco."
- Che uomo vendicativo!
- Credo che avesse paura di una condanna a morte. Secondo gli atti del processo, aggiunse: "Vorrei che Iddio facesse miracolo adesso se queste cose son vere, so ben io che mi volevano trovar delle polsie adosso, e me n’accorgevo che me le volevano trovare adosso et questa è una collusione fatta contro di me per vendicarsi."
- In effetti sono parole di un uomo vile, ma che sa di rischiare la pelle. La tortura era dietro l'angolo.
- Proprio così. Infatti disse altro pur di discolparsi.
- Accusò anche le suore che fecero il suo nome?
- Sì. Paolo Arrigone accusò pesantemente le amiche di suor Virginia. Era così interiormente corrotto che non si arrese anche quando gli fecero notare che tra le suore interrogate due erano in pericolo di morte, e che non era umanamente pensabile che avessero voluto gravarsi la coscienza deponendo il falso sotto giuramento.
- Timoroso della punizione sì, ma che carogna! Cosa disse, Flora?
- Leggo ancora: "Io so che intesi, che le compagne di suor Virginia Maria dicevano alla medesima suor Virginia che non si dubitasse che mai dicessero parola contro di lei e siccome loro non volevano far stima della conscienza con negar il vero, così habbino voluto gravar la conscientia con dir queste cose contro di me, et se una non ha havuto conscientia in vita non l’ha neanco havuta in articolo di morte havendo detto la bugia a dir queste cose contro di me."
- Pesante. Di certo aveva più timore del giudizio terreno che di quello divino.
Flora annuisce.
- Ovviamente negò ogni accusa anche riguardo alla sua relazione con suor Candida. Non solo, riferendosi a lei, disse: "Conosco l’organista credo si chiami suor Candida", lasciando intendere che la conoscesse appena, solo di nome, quasi per sentito dire.
- Astuto...
- Pur di scagionarsi da ogni accusa e sospetto non esitò comunque a cercare di diffamarla, mettendola in cattiva luce e facendola passare per una monaca leggera e corrotta.
- Il suo fine era chiaro! - interruppe ancora Nadia - Era quello di screditarla per poter mettere in dubbio la credibilità della testimonianza di lei e vanificare così le accuse fatte da suor Candida nei suoi confronti. Molto sottile.
Flora annuisce nuovamente.
- Arrigone affermò infatti che l’Osio una volta l’informò che "Rainerio, il farmacista che forniva il monastero, fingeva d’andar al monastero a portarli qualche cosa della bottega… et ivi faceva de gl’atti brutti, et un’altra volta mi disse che era con una suor Candida organista e che egli ne diede avviso, di queste chiacchiere che diffamavano il monastero all’interessata la quale, a suo dire, gli scrisse per averne delucidazioni".
- Che c'entra nella vicenda il povero farmacista?
- C'entra, ma ti spiego dopo perché. Concentriamoci sul prete...
- D'accordo.
- Dicevo, il parroco, dopo aver testimoniato che, solo in seguito a una precisa richiesta della monaca stessa, diede “risposta in scritto alla detta suor Candida”, precisò che fu sempre e solo su invito di lei che andò "a parlare a detta suor Candida nel parlatorio di fuori del monastero e fu un giorno circa l’hora dell’Ave Maria". Incredibile, no?
- Qual era la sua tattica?
- La precisione dei dettagli forniti. Riguardo all'incontro con suor Candida, specificò che: "Mi ci sarò trattenuto un quarto, od una mezza hora o una cosa simile. La seconda volta che andai al detto parlatorio sarà stata la medesima hora… parlassimo del fatto del sodetto Rainerio non nominandolo… la prima volta ragionassimo poi d’altre cose che sentivo a dire di suor Virginia Maria et la seconda volta pure ragionassimo all’istesso con consolarla e dirle che non si caviasse fastidio perché non credevo cosa alcuna."
- Tanti particolari per essere considerato attendibile...
- Proprio così, mia cara Nadia. Quando, procedendo l’interrogatorio, gli fu comunicato che, stando alla deposizione di suor Candida, durante i loro colloqui amorosi si sarebbero però tenuti per mano, il prete esclamò: "Come vuole vostra signoria che si faccia a toccare la mano a detta suor Candida, non sono andato là con talle intentione… non l’ho fatto e non è cosa da farsi, e non credo che si possi fare ancorché si volesse perché vi sono le ferrate. Dico che non è la verità e dichino quello che vogliano loro."
- Le ferrate? Cosa sono?
- Sarebbero le grate che dividevano le monache dal resto del mondo. Ricordati che era un monastero di clausura.... almeno in teoria - aggiunge Flora con un sorriso malizioso.
- Già, perché ogni cancello ha una chiave... - Nadia strizza l'occhio all'amica.
Poi aggiunge: - Alla fine la fece franca?
- Nonostante l'impegno, le imputazioni a suo carico erano tali e tante, e le testimonianze a suo sfavore erano tutte talmente concordi... che il prete fu accusato non solo di aver mentito, ma di aver anche commesso atti osceni con suor Candida.
- Evvai! - grida Nadia battendo le mani contenta, come una bambina felice per aver aperto un regalo.
- A questo punto il parroco - prosegue Flora - contorcendosi il capo e iniziando a giurare e spergiurare, rispose: "Giesus Giesus, adesso m’accorgo che m’hanno messo adosso et accordatesi così facendo la collusione e l’hanno pensata. Giesus Giesus. Suor Candida dice una gran bugia e Dio la castigherà e mi meraviglio che dichino queste parole e bisogna che habbino pratica cattiva sapendo simili malizie."
Quindi non confessò?
- Assolutamente no! Da lui il Vicario criminale non ottenne la minima ammissione di colpevolezza.
- Caparbio!
- Anche alla lettura della sentenza che lo riconobbe colpevole e lo condannò a tre anni come membro della ciurma sulle triremi, non diede il benché minimo segno di pentimento. Mantenne sempre l'atteggiamento di vittima ingiustamente accusata.
- Lo mandarono a remare?
- Sì, fu condannato alla "galera", appunto.
- Ben gli stà... - Nadia è davvero entusiasta.
- Arrigone disse: "Io non accetto niente di questa sentenza come ingiusta et iniqua, anzi me n’appello al Papa perché mi trovo aggravatissimo di questo stando che io so esser in conscientia sicuro di non haver comesso tali delitti, ma esser tutte imposture fabbricatemi da nemici e come già n’appare per il processo difensivo".
- Remare per tre anni non doveva essere una bazzecola!
- Era una condanna spesso senza via di scampo. In pochi sopravvivevano alla durezza della vita in barca, incatenati come uno schiavo.
- In fondo a certa gente la giustizia terrena non serve. Varrà quella divina, almeno per chi ci crede.


Flora tace e pensa. Della terribile vicenda col "suo" prete non emerse nulla, nonostante qualche pallido tentativo. A lui non toccò il carcere, come invece avrebbe meritato. Non fu neppure allontanato dal liceo, dov'era quotidianamente a stretto contatto con decine di minorenni. A Flora adolescente, ormai troppo cresciuta di testa in un corpo ancora da ragazzina, per anni ebbe il desiderio di vederlo stuprato con violenza estrema da sette-otto carcerieri inferociti dopo aver saputo l'infamia delle sue nefandezze.
Quando, spinta dal suo primo amore, Flora decise di raccontare al preside quanto successo, inizialmente non fu creduta. Ma l'appoggio morale si nutriva della forza dell'amore incondizionato del ragazzo, così lei tornò alla carica in una seconda udienza, passando da un tono informativo a uno ben più colorito e denso di particolari. Allora il preside capì. Era anch'egli un sacerdote e colse nelle parole di Flora la sincerità della disperazione. Rimase qualche minuto raccolto in silenzio di pensieri rumorosi. Poi si schiarì la voce e le chiese di tacere, di non raccontare l'accaduto ad alcuno, finché la cosa non si fosse chiarita internamente, sentendo anche la versione dell'accusato. L'importante era che nulla trapelasse dalle mura della scuola. Ai genitori adottivi Flora raccontò solamente di avere problemi con quell'uomo perché era un pessimo insegnante di greco.
Dopo qualche tempo la ragazza fu convocata nell'ufficio di presidenza. L'uomo le disse di aver ottenuto i dovuti chiarimenti e che era certo che fosse lei ad aver frainteso. Si disse certo che Flora avesse male interpretato le attenzioni di uno stimato professore. Non solo: puntò il dito contro Flora, accusandola di ingratitudine per non aver compreso la fortuna di avere un insegnante così attento. Giustificò le cicatrici che le segnavano le braccia e la mano sinistra come "autolesionismo": molto probabilmente se le era provocate da sola, senza ricordarne la causa. Ipotizzò così che Flora facesse uso di sostanze stupefacenti. Concluse quindi che sarebbe stato saggio per lei cambiare scuola.
Flora non ingoiò alcun rospo e mostrò grande maturità. Gli rispose che sarebbe andata avanti e avrebbe fatto andare dietro le sbarre quel porco e tutti i suoi complici, lui incluso. Il preside sbiancò e Flora uscì dalla presidenza sbattendo la porta.
Allora qualcosa cambiò. Qualche giorno dopo fu convocata da un alto prelato di Monza. Ormai conscia del tentativo comune di insabbiare la cosa facendo passare lei per colpevole, senza alcun pudore gli narrò tutti i particolari, scoprendo che prendeva gusto a vedergli avvampare il viso dall'imbarazzo - o forse dall'eccitazione? - per la sua totale schiettezza.
Il sacerdote ammutolì, sprofondato in riflessioni. Quando aprì la bocca per parlare, commentò che, qualsiasi cosa fosse successo, Flora doveva certamente avere le sue gravi colpe, visto la totale mancanza di pudicizia che mostrava nel narrare l'inerrabile. Aggiunse che era lei a doversi vergognare. Sicuramente aveva tentato quel pover uomo, lacerato tra la fede e la carne.
Poi le prese una mano bonariamente e facendole intuire la volontà di perdonarla, le spiegò con magnanimità che i clamori suscitati da una simile vicenda resa pubblica avrebbero sicuramente danneggiato più lei di chiunque altro. In fondo il buon nome della scuola sarebbe rimasto inalterato, al limite avrebbero potuto trasferire altrove il prete, semmai fosse stato giudicato colpevole di qualcosa da una commissione interna alla Chiesa.
Concluse tendendole compassionevolmente la mano e dicendo che i preti sono uomini, alcuni cadono in tentazione. Ma se dimostrano sincero pentimento, Dio li ama come il figliol prodigo!
A Flora non interessava l'amore di Dio per lui. Voleva giustizia terrena. Le fiamme dell'inferno voleva fargliele assaggiare in vita, senza attendere il giudizio divino. Aveva una rabbia dentro da spaccare il mondo in due ma era solo una ragazzina e lottava contro uomini di potere ben più navigati di lei. Convinse Giada e Maurizio a cambiarle scuola e mandarla al Liceo classico Giovanni Berchet di Milano.
L'ingresso nel nuovo liceo non bastò a farle dimenticare e neppure l'amore del suo ragazzo riuscì a proteggerla da se stessa e dai suoi ricordi terribili. A volte capitava che i sensi di colpa le serrassero la gola. Incubi notturni, problemi a relazionarsi con gli altri, instabilità emotiva: Flora per anni rischiò il collasso psicologico. Finì il liceo pur tentando due volte il suicidio: una volta tagliandosi le vene del polso maldestramente e procurandosi solo una ferita superficiale, un'altra bevendo metà della boccetta di sonnifero rubata dal cassetto del comodino del padre tutore. La bevve la sera, credendo di andare a dormire per sempre. Invece si svegliò la mattina seguente. Vedeva tutto annebbiato e aveva i sensi rallentati, come se un burattinaio invisibile manovrasse dei fili cui erano legati braccia, gambe, testa e persino il busto. Barcollava, tutto le appariva offuscato e i suoni le giungevano ovattati, come se una nebbia densa avesse avvolto ogni cosa. Era lunedì e andò a scuola anche se faticava a camminare dritto. Sostenne un'interrogazione di storia dell'arte di cui non capiva nemmeno le domande. I suoi nuovi compagni risero di lei: pensavano che fosse sotto l'effetto di stupefacenti. La professoressa la rimandò a posto assegnandole un quattro rivedibile non appena si fosse ripresa. La fortuna di Flora fu che a scuola in media otteneva voti alti e non poterono sbatterla fuori né quella volta, né in seguito ad altre bravate.
Diversa da tutte per le sue esperienze e incurante dei pericoli, volle portare la sua vita ai limiti. Non fece uso di droghe forse solo perché nessuno gliele propose, ma iniziò a praticare attività sportive sempre più pericolose, in parte ricordando vagamente le sensazioni di antichi voli notturni. Fu poi l'amore la sua redenzione e la salvezza.

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